Cecilia

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Da qualche settimana c'è un nuovo locale privo di personalità proprio sotto casa mia. Un posto da aperitivi, fornito di una clientela composita.
Ci sono stata due volte.

La prima:
Non avevo voglia di discutere - ci sono giorni in cui pare che non si possa fare altro, quasi fossero gli dei ad imporlo;

Un tempo ero capace di chiudermi ermeticamente.
Il mio silenzio, gravido di parole.
Cosa ne è stato?

Al primo sollecito,
ribattevo
perdendo mano a mano la mia compostezza.

Nel giro di pochi giorni, due persone diverse mi hanno detto che dovrei essere più rocciosa, e
argomentare fino in fondo,
anziché crollare,
perché crollando la dò vinta al mio interlocutore.
perché è chiaro che dentro di me esistono le risposte giuste,
le risposte adeguate.

Risposte più adeguate
della furia con cui sputavo richiami all'ordine,
della frustrazione con cui sbraitavo la mia urgenza di cambiare registro.

Sussidiarietà. Cura. Donne. Anziani. Bambini. Famiglie. Terzo settore. Sostenibilità economica.

Come al solito, non avevo dati alla mano.
Pensavo a mia nonna.
Cecilia.

Il primo giorno di lezione viene insegnato che non si può generalizzare da un singolo caso. Non si può generalizzare dalla propria esperienza. Ci vogliono i dati. Dati alla mano. Sciorinare dati. Saper leggere i dati.

Alzavo la voce oltre il livello che fa di me una donna isterica;
pensavo a mia nonna.
Cecilia.
Nella furia,
reminiscenze di studi consultati
due anni fa,
quattro, cinque anni fa,
sublimati sulla mia lingua.
Il singolo caso posto all'interno di un contesto.
Mia nonna.
Non osavo farne il nome.

Seduta su un marciapiede,
versavo le necessarie lacrime
della creatura furiosa
allevata tra le mie costole.

Dentro al locale
qualcuno si rivolgeva all'altra ragazza dall'aspetto fragile al mio tavolo,
"Adesso facciamo crollare anche te, eh?"

La seconda:

Seduta su un marciapiede
con la mia birra,
rispondevo al telefono.
Madre diceva:
"Vestiti presentabile. Parla anche tu con il medico".

---


Cecilia ed io, in atrio, di fronte allo specchio dalla cornice dorata.
Ho dormito un quarto d'ora sul divano, prima che fosse ora di partire.
Mi sono appisolata su di un pensiero dolce, poco dopo aver assorbito il rintocco della pendola. Le due e mezza.
Cecilia mi intima di pettinarmi e io mi rifiuto.
Mi infila le dita tra i capelli, per ravvivarli, come quando ero bambina.
Mi fa male;
quel dolore lieve e fugace mi trascina indietro di quindici anni.
Scegliamo l'auto con cui scendere a Schio.
La mia o la sua?
La sua.
Non ci salgo da anni,
sulla 500 bianca.
Sono di nuovo bambina.

Alla casa di riposo,
mio nonno Igino è seduto in un angolo,
con la sua bombola d'ossigeno.
Mi fa qualche domanda,
mi stringe la mano.
È confuso riguardo allo scorrere del tempo,
ma non manca di farmi sentire in colpa,
perché non mi sono ancora laureata.
Mio nonno Igino
ha la seconda elementare.
In garage
le sue cose
sono state etichettate
a mano,
con grafia incerta,
i nomi di ogni oggetto
in dialetto.
Mio nonno Igino
mi insegnò a scrivere in stampatello
maiuscolo e minuscolo
prima che cominciassi le elementari.
Mio nonno Igino
è diventato sempre più cattivo
con il passare del tempo.
Per anni ho ignorato il modo in cui trattava Cecilia.
Per anni ho ignorato il modo in cui trattava mia nonna.
Non sapevo cosa fare.
Mio nonno Igino
mi insegnò ad andare bici,
mi regalò la prima senza rotelle,
e l'ultima.
La prima era grigia, screziata di rosa.
L'ultima è blu.
Era la sua.
Mio nonno Igino
si crede patriarca.
Lo guardo
e vedo i mali del patriarcato.
Mio nonno Igino
non voleva che andassi negli Stati Uniti,
non voleva che andassi a vivere a Trento.
Mio nonno Igino,
per ridere,
diceva che avrebbe fucilato i miei ragazzi,
se non avessero fatto i bravi.
Mio nonno Igino
dichiara: "Domani torno a casa".

Il dottore ci accoglie nel suo studio.
Non mi stringe la mano.
Fin da subito,
registro ostilità nei confronti di Cecilia.
Le dice: "Igino sta bene. È quasi lucido ormai".
Due giorni fa Igino ha chiamato a casa
e ha urlato,
ha preteso che Cecilia tornasse a fargli da serva.
Le infermiere lo hanno ascoltato.
Hanno ascoltato,
eppure la osservano con malcelato disprezzo.
Il dovere di Cecilia è quello di sacrificare la propria vita
per un uomo che non ha mai smesso di insultarla,
di sfotterla,
per un uomo che ha preteso
servigi
e silenzio.
Cecilia ascolta il dottore che dice:
"Non possiamo tenerlo qui,
se non vuole.
Dobbiamo rispettare i suoi diritti".
Cecilia pensa che ha servito Igino per cinquantasette anni,
Cecilia pensa a decenni di duplice lavoro:
in fabbrica e a casa.
Cecilia ha gli occhi lucidi,
proferisce parole spezzate,
perché è stanca,
umiliata,
e vecchia.
Per un istante, la guardo.
Apro la bocca
per chiudere quella del dottore.
Sono un animale inferocito
dalla lingua addomesticata.
Mi osservo
assumere un ruolo inedito.
Sono adulta.
Conosco le parole adatte.
Il dottore ha lo stesso sguardo innocente
del medico di base che
anni or sono
si rifiutò di prescrivermi
la pillola del giorno dopo.
Mi disse: "Mi dispiace tanto".
Il dottore calpesta le mie frasi
non appena mi mostro in grado
di fargli perdere tempo.
Sono un animale inferocito.
Mi trattengo dal ridergli in faccia
quando torna sull'argomento dei diritti umani
di mio nonno Igino.
"Certo", rispondo, "i diritti umani di mio nonno Igino"
che potendo lascerebbe Cecilia per strada,
anche se metà della casa la pagò lei,
con i suoi soldi,
con i suoi anni di lavoro in fabbrica.
I diritti umani di mio nonno Igino,
che sotto i miei occhi le urla, "Chi ti ha messo in testa queste idee?".
I diritti umani di mio nonno Igino,
prevedono che ci sia la moglie a servirlo.
Cecilia
sotto i miei occhi
gli urla,
"hai smesso di avere una serva,
non sono più la tua serva".
Cinquantasette anni di lavoro gratuito.
Il dottore taglia corto.
Fa spallucce
quando con parole taglienti
gli ricordo
che mio nonno Igino
non è più lucido,
checché se ne dica,
che mio nonno Igino
non è più autosufficiente,
che mio nonno Igino
è capace solo di avanzare pretese
ed imbrigliare
e distruggere,
che mio nonno Igino
è un peso insostenibile
sulle spalle fragili di Cecilia.
"Ma questa non è una struttura adatta", dice il dottore.
"Se volesse, potrebbe restare qui", si contraddice il dottore.
Sulle mie spalle salde,
sento il peso della stanchezza di Cecilia,
che è diventata silenziosa,
che si è affidata a me.
Le case di riposo hanno una duplice utilità sociale:
l'assistenza agli anziani malati e non autosufficienti,
il sollievo delle famiglie dalla cura dei suddetti.
È questo ciò che dico,
inferocita,
prima che il dottore ci congedi.
Gli stringo la mano
forzatamente
per non lasciargli il potere di ignorarmi.
Mi dà del tu
per costringermi alla piccolezza
per sminuirmi
per sminuire le mie parole taglienti.
Cecilia ed io mentiamo
nel riportare ad Igino quanto è stato detto
nello studio del dottore.
Egli ribadisce
che tornerà a casa
e chiama Cecilia pigra.
Gli chiudo la bocca
per la prima volta.

Mi basta così poco per ricadere nelle vecchie abitudini.
Le abitudini della persona disperata
il personaggio che da fuori sembra piatto e scritto male.

A volte mi pare di essere diventata pazza,
di avere le allucinazioni.
Scorgo ombre fuori dalla finestra, in strada.
Senza occhiali non ci vedo bene.

È il modo in cui le ombre si muovono a catturare la mia attenzione.
Mi chiedo se siano proprio loro.

Non sono nuova
alle fughe in strada,
agli anfibi slacciati
ai lacci abbandonati nelle pozzanghere.
Non sono nuova
agli appostamenti alimentati
dalla disperazione e da un'ombra di speranza.
Non sono nuova
alle perlustrazioni
alle ricognizioni
agli inseguimenti.

Basta così poco perché io torni sui miei passi, dopo essermi costretta all'equilibrio, dopo aver forzato la mente altrove. Bastano due ombre, nel giorno del mio rientro in città.

Mentre vago per S. Giuseppe mi dico che forse sono veramente diventata pazza. Forse ho veramente le allucinazioni. Forse sto più male di quanto mi stia ripetendo da giorni, i giorni dell'equilibrio forzato.
Poi vedo le due ombre. Mi si fermano accanto, in auto, prima di una svolta a sinistra.
È allora che mi avvicino al baratro.

La città si sta allagando.
Io sprofondo in una pozzanghera.
L'acqua fino alle caviglie,
ma con gli anfibi non la sento.

Di questo parlavamo.

Il passo successivo sarebbe, letteralmente, il passo successivo,
ma io resto ferma, nella mia pozzanghera,
sotto l'acqua scrosciante,
a pentirmi di non aver lasciato cadere l'ultima veste metallica,
l'ultima membrana protettiva
che da mesi mi separa dall'assoluta oscurità
vegetante tra le mie costole.

L'esercizio consiste nel mettere a fuoco scorci positivi della giornata che va chiudendosi.
L'esercizio serve a solidificare ricordi, a renderli più nitidi per la persona che sarò in futuro.

1.
Oggi sono stata al mercatino dell'usato di Trento, detto anche "dei gaudenti". Il cielo era limpido, il sole mi scaldava la schiena. Ero vestita di nero e blu elettrico.
Dopo aver vagato per qualche minuto tra le bancarelle ho avvistato un paio di anfibi Dr. Martens color viola che troneggiavano tra una piccola selezione di articoli d'abbigliamento che odoravano di tardi anni '90. Li ho provati, e mi andavano bene. La ragazza che me li ha venduti mi ha dato l'impressione di essere genuinamente contenta che stessero per diventare miei, il che ha resto l'acquisto piacevole. Li ho pagati 17 euro. Sul retro della caviglia sono ancora un po' duri. Si vede e si sente che sono stati portati poco.

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2.
Nel pomeriggio sono stata a casa di Baldra. Abbiamo guardato una puntata di King of the Hill. Poi ho ripassato As We Go Up, We Go Down dei Guided by Voices sul basso acustico, allenandomi a suonare in piedi, mantenendo una postura da persona impavida, dato che di solito sono abituata a stare seduta.
Prima di uscire, Baldra ed io abbiamo provato The Hardest Button To Button degli White Stripes. È stato divertente e per niente difficile.

3.
Dopo cena mi sono rintanata in camera mia e, dato che avevo ancora voglia di suonare, ho riesumato la mia chitarra acustica e ho provato qualche pezzo.
Ad un certo punto mi sono trovata a strimpellare In the Aeroplane Over the Sea dei Neutral Milk Hotel, che è la prima canzone che io sia mai riuscita a suonare dall'inizio alla fine, per altro in tempi relativamente recenti.
Dopo un po' ho provato per la prima volta a cantarci sopra, e a forza di tentare ci sono riuscita.
Suppongo che a molti questa possa sembrare una conquista insignificante, dato che In the Aeroplane Over the Sea è considerata una canzone facile, ma per me è stata un'esperienza di tutt'altra portata. Fino a qualche tempo fa non avrei mai creduto di poterci riuscire, tanto era radicata la mia convinzione di essere musicalmente negata. Ho riprovato ad imparare a suonare la chitarra e il basso quando vivevo a Trento già da un bel po', ovvero ad un età considerata anomala e tarda. Per quanto riguarda il canto, mi sono sempre ritenuta stonata, e le lezioni di musica delle scuole medie, ovvero le ultime che io abbia seguito, non fecero altro che confermare la mia idea.

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In the Aeroplane Over the Sea è il mio album preferito. Lo ascoltai per la prima volta circa dieci anni fa, e da allora non è passato mese senza che io l'abbia rivisitato. A differenza di tutti gli altri dischi che prediligo, il secondo album dei Neutral Milk Hotel è talmente radicato nella mia vita quotidiana da risultare a tutti gli effetti senza tempo. Non solo è uno di quei dischi che trascendono le epoche e le scene musicali, ma non avendo mai smesso di ascoltarlo posso dire di amarlo senza averlo associato ad un momento particolare della mia vita. Mi ricorda così tanti momenti e così tante persone che suppongo sarà l'ultimo disco che chiederò di ascoltare, se dovessi avere la fortuna di morire quieta e consapevole in un luogo in cui ciò sarà possibile. Uno dei motivi per cui amo così tanto In the Aeroplane Over the Sea, sta nel fatto che l'ho sempre vissuto come un disco oscuro. Nella sua apparente semplicità ed immediatezza, è forse una delle opere d'arte più complesse e magnetiche in cui mi sia mai imbattuta. È un pozzo senza fondo, un artefatto di un'altra civiltà che mi parla come un dialetto praticato durante l'infanzia e poi rimosso. Lo sto scoprendo nuovo da dieci anni.
Oggi mi si è rivelato di nuovo, quando per la prima volta mi sono persa nella mia versione della title track. È una sensazione difficile da descrivere.
C'era della quiete, innanzitutto, ma anche piacere, e un senso di controllo sulle parole, di abbandono nelle parole. Il modo agrodolce e soprattutto privo di timore con cui Jeff Mangum ha più volte parlato della morte, mio per qualche istante.

And one day we will die
And our ashes will fly from the aeroplane over the sea
But for now we are young
Let us lay in the sun
And count every beautiful thing we can see
Love to be
In the arms of all I'm keeping here with me

I'll not contain you
I won't look for you in my room
Through lengthy talks I'll not contain you
Through climbing arms I'll reach my loft
Through rotting skin I'll leave my coffin
Through calloused work I will grow soft
My eyes narrow towards a light
A place where we hotly radiate
And things aren't concrete there and we fastly glide
Over the bay, over our days and to get there
I'll not contain you

(The Microphones)

.

.

.

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.

.

.


Ho scavato fino a scorticarmi
ho costruito una tana così profonda
per proteggerci

Te ne sei andato
senza che mi risvegliassi
senza risvegliarmi
dal letargo

Ora non ho scelta
Devo affrontare l'Ombra
la mia ombra,
Abbandonare i boschi

Mondare la lingua
Tornare umana

.

.

.

Tane

.

.

.

Let go of everything

.

.

.

Ho l'impressione che spesso gli sconosciuti, nell'arco di insignificanti e volatili frazioni di secondo, mi soppesino e si dicano che cammino molto velocemente.
"Dove avrà mai da andare così di fretta?". Lo sguardo è quello.

A Manhattan camminai con eccessiva lentezza per settimane. Dovetti acquisire nuovi ritmi, uno stile più deciso e lineare, onde amalgamarmi con le ondate di persone che si spostavano a piedi.
Nel corso dei mesi successivi al mio rientro in Italia so di aver rallentato poco per volta, ma resto visibilmente più rapida rispetto al passo medio dei chi osservo per strada.

A Manhattan mutai forma. Il contesto modellò il mio corpo con una rapidità che credevo impensabile. Oltre ad adattare il passo a ritmi nuovi, scoprii cosa si prova a passare del tutto inosservati. Per diverso tempo mi sentii più leggera, libera dal peso dell'occhiate curiose e talvolta moleste cui ero abituata nel prezioso nord-est italico. Verso la fine della mia permanenza negli Stati Uniti, invece, mi resi conto che mi mancavano le sensazioni di fuggente parentela spirituale tipicamente riscontrabili nel momento in cui due outsider di provincia si riconoscono.

A Manhattan scoprii la prolungata e assoluta mancanza di contatto fisico con altre persone. Realizzai quanto l'isolamento mi stesse destabilizzando solo nel pomeriggio in cui un uomo ed ci urtammo per sbaglio. Egli stava per scendere i gradini della fermata della metro più vicina al condominio in cui vivevo. Io mi stavo recando a lezione. Nell'instante in cui avvenne il contatto non provai alcun fastidio. Eppure ero abituata a provare fastidio. Ognuno di noi è abituato a provare fastidio in quelle occasioni. Invece io mi accorsi di quanto mi mancavano la consistenza, gli odori e il calore della carne viva.

Da allora credo di aver consolidato alcuni elementi emergenti nel mio modo di scrivere nei mesi precedenti alla partenza per gli Stati Uniti.
Chi l'ha inteso ha definito il mio stile "viscerale". Io ho cominciato a chiamarlo "corporeo".

Non è tanto l'inevitabile fatica, quanto il far sì che le parole siano filtrate dalla materialità delle sensazioni che provo nel tentativo di esprimere ed articolare le immagini che ho dentro.

-

Nel documentario della HBO "God is the Bigger Elvis" c'è una scena in cui una suora spiega che all'interno della sua congregazione viene riconosciuto il fatto che il canto è una pratica corporea che interseca la sfera della sessualità, poiché essa è grande fonte di piacere intellettuale e fisico.

Credo che la chiave sia l'abbandono.

Avere le spalle coperte.
Sapere ciò che si sta facendo.
Un spazio protetto.
Fiducia.

Quando riesco a scrivere con abbandono, sono così presente da sentirmi come se ogni frase fosse il prodotto del mio personale vissuto corporeo, indipendentemente che ciò sia vero o meno. Una rivisitazione. Eppure mi pare anche di scomparire, di essere cancellata dal processo.

-

A Manhattan cominciai a registrare il modo in cui, nel sonno, mi scrivevo il corpo.
Da sveglia mi strappavo di continuo le unghie per il nervosismo e l'eccesso di caffé in corpo. La notte mi graffiavo la schiena, le spalle, il petto e il costato.
Quando me ne accorgevo, il primo impulso era quello di compatirmi, di dirmi che mi stavo logorando. Poi facevo conti alla rovescia, mi imponevo di resistere.

Una notte mi graffiai con particolare violenza. Passai giorni a contemplare il dolore che mi ero arrecata senza svegliarmi, e ora ho una cicatrice che me lo ricorda.

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-

Mi piace l'idea di essere in grado di suscitare certe sensazioni fisiche ed emotive nelle persone che mi leggono. So che, con un minimo di sforzo, potrei torturare e piegare i corpi di un certo numero di esseri umani, stando pressoché immobile e muta. Mi è già capitato di farlo.
Amo costruire missive - non di rado autolesioniste - in cui rivelo troppo dei miei stati interiori, ma nelle quali impianto brevi sequenze di parole volte a scatenare vibrazioni molto precise in chi mi legge.

-

Scrivere di corpi. Di corpi altrui.
Scrivere su corpi altrui.

Per un po' mi sono detta che c'erano limiti oltre i quali non mi è dato scrivere, ma poi ho realizzato che non è davvero così. Ci sono corpi sui quali ho scritto per lunghi periodi, fino al raggiungimento di una forte familiarità e una vicinanza nello stile.
L'incontro con altri corpi, per quanto fugace, può marchiare a tal punto da palesarsi e tradursi in innovazioni impreviste. Ad esempio, il momento in cui ho contemplato la suggestione del modo di baciare di una persona che aveva baciato chi stavo baciando io, e il cui stile mi era stato noto fino all'ultimo dettaglio.

In altre occasioni, la comunicazione epistolare come fonte di follia. "Mi fai impazzire".
Oppure, nel caso in cui l'obiettivo sia in primo luogo il temporaneo annichilimento in compagnia di persone similmente intenzionate, la comunicazione epistolare come potenziale scaturigine di disastri. "Poter scrivere senza usare parole".

Abbandono.
Avere le spalle coperte.
Sapere ciò che si sta facendo.
Un spazio protetto.
Fiducia.


-

Ho paura che la tristezza che sto provando da qualche tempo a questa parte sia fin troppo simile a quella che mi fu compagna lo scorso anno, prima che crollassi.
Mi chiedo di continuo dove stia il senso in quello che faccio. E dato che buona parte di ciò che mi impegna, a conti fatti, è un tentativo di comunicare, di sovente mi dico che potrei risparmiarmi questa fatica. Ma non c'è molto altro che sappia fare. Non c'è altro che mi dia la forza per resistere sapendo di poter contare solo su me stessa.

So di essere così vulnerabile alle osservazioni altrui solo perché ora mi pare che ogni altra cosa sia instabile e a rischio di crollo, ma non c'è nulla che possa farci, almeno per il momento.
Mi limito a reagire a chi mi chiama gratuitamente "stronza" decidendo che quelle persone non meritano di stare in mia presenza.
Quando vengo a sapere che c'è chi deride o insulta la mia essenza basandosi su alcune delle cose che scrivo, mi limito ad accumulare nuovi dati sullo stato del mio isolamento.

-

La mia capacità di esprimermi a parole era venuta meno. Solo sms stringati.
Non avevo alcun desiderio di emettere suoni di senso compiuto, o di rendermi agilmente leggibile.
Dovendo scegliere tra desolazione assoluta e qualcosa d'altro, scelsi la seconda opzione.
Le strade deserte, la pioggia sulle lenti dei miei occhiali, la vecchia bici da corsa di mio nonno.
L'affidarsi fiducioso alle mani di chi può farti male solo fino ad un certo punto.

L'eterna discussione con chi, dall'alto della propria purezza, mi dice che non vede senso nel lasciare tracce su corpi di persone con le quali non esistono prospettive di relazioni durature.
E io, dall'alto del mio spirito frantumato, del mio corpo martoriato dalla solitudine, rispondo con furore che ho bisogno di essere toccata per non impazzire.
Toccata con comprensione. Scritta.
Quando la parola viene meno, una comunicazione epistolare muta.

Mi affidai fiduciosa alle mani di chi può farmi male solo fino ad un certo punto.
Ero sfinita, svuotata da oggi desiderio di apparire conciliante, lieta e aperta a compromessi.

Completamente presente, lasciavo tracce, seminavo futuri ricordi. Scomparivo nel processo.


Beneath the Valley of the Underdog from underb1987 on 8tracks Radio.

The Dirtbombs - Underdog
Dexys Midnight Runners - Seven Days Too Long
The Gayletts - Silent River (Runs Deep)
Amy Winehouse - Tears Dry On Their Own
The Natives - You You
The Selecter - Washed Up and Left For Dead
Wendy Rene - After Laughter (Comes Tears)
Derrick Harriott - The Loser
Otis Redding - Just One More Day

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(nella foto: Wendy Rene)

Quante volte ho letto variazioni sulla frase "sei tu che hai scelto di scrivere, non lamentartene"?
Quante volte? Paiono migliaia, se mi fermo a pensarci.
Ognuna di esse mi ha lasciata ricurva, vergognosa, necessitante una ricomposizione mai completa. Sono sempre incompleta, sempre forata, svuotata.
Come articolare l'oscena difficoltà sottesa a questo processo nel momento in cui non è dato descriverne le cavernosità, i dirupi, le paludi?
Come non riconoscere che tali difficoltà appartengono a ciascuno in modo diverso, con le aggravanti del caso?
Come non esplicitare il modo il cui sistemi di distribuzione della legittimazione dell'autore e dello scritto si intersecano con le nostre urgenze, le nostre afonie?

Flaubert fu coltivato come autore ben prima che avesse pubblicato alcunché. Gli furono concessi spazio e tempo per scrivere. E poi: un'amante a Parigi. La possibilità di sfogare frustrazioni e difficoltà in un brodo accogliente.

Io parlo di queste cose e ne parlo fino allo sfinimento. Ne parlo da alticcia, da sobria e da ubriaca. Parlo di Flaubert e di Francis Scott Fitzgerald e di Philip Roth. Ma in realtà le persone di cui sto parlando sono quelle i cui nomi sfuggono.

Mi è stata instillata una vergogna assoluta nello scrivere autobiografico e autoreferenziale di scrittura. Me ne sono resa conto solo di recente. Questa vergogna assoluta è andata aumentando con il passare degli anni, ma ciò non significa che io stata in grado di smettere, anche se ci ho provato.
Ora mi chiedo i perché e percome di questa vergogna. E credo di conoscere le risposte.

Nella disperazione più nera divento la persona egocentrica che finisce a parlare del senso delle parole e del modo in cui è dato o non è dato usarle. Ore ed ore di guaiti ed escavazioni di fossati attorno a quelle più sacre. Una volta raggiunto il fondo, state certi di trovarmi in stato semi-catatonico, intenta a dire che il punto è che devo poter scrivere per funzionare come essere umano.

Ho scelto di diventare questa persona? Non lo so. Sono anni che cerco risposte che mi diano quiete, che mi permettano di godere della luce del sole e della nullafacenza. Quando ho trovato la via della sociologia della cultura, ho avuto fin da subito l'impressione che ci fosse verità nel voler ragionare dell'opera in un'ottica che enfatizzasse il contesto, in opposizione alla tradizionale tendenza a riconoscere meriti solo ed esclusivamente all'autore, alle sue rovine interiori. Ma dopo il primo incontro seminariale in un'aula grigiastra in quel di New York, non ho potuto far altro che fuggire, scegliere di non ascoltare.
Sono la prima a dire che quest'oscurità non è dono di natura
che è tutta una questione di esercizio
ma restano domande alle quali non so dare risposta,
e le risposte che sono già state date non mi soddisfano.

Per quanto mi sforzi, finisco sempre per diventare quel personaggio, sempre lo stesso;
la persona strana, poco adatta,
quella che suona e appare inappropriata.
E mi sforzo di non esserlo.
Indosso gli abiti più neutri in mio possesso
Bilancio l'uso di parole appropriate e parole storte, tastando climi e voci altrui.
Metto piede,
per l'ennesima volta,
in una scuola superiore,
e dopo pochi minuti noto che sono sempre le stesse persone a ridere nascostamente di me.
Le stesse persone.
Soppeso l'enormità dei ruoli che diventano nostri.
Ho finito le superiori nel 2006. Ho quasi dieci anni più di loro. Resto ridicola, a quanto pare. Ancor di più quando dichiaro la mia ignoranza, quando rifiuto il potere insito nell'anzianità.
Il mio ruolo, in quel contesto, è sempre lo stesso?
"Come riescono ad accorgersene?", mi chiedo. "Come riescono a riconoscere in questa venticinquenne la quindicenne che ero?"

Odiavo le scuole superiori. Allora perché continuo a tornarci?

Ho cominciato a scrivere davvero all'inizio delle superiori.
Ho letto di recente una frase che diceva più o meno questo:
si scrive per sopravvivere, e per vendetta.

Thumbnail image for tumblr_mgs72bfovP1r1us3lo1_500.pngNel tentativo di sopravvivere cominciai a tessere rapporti epistolari. Lettere infuriate, infuocate, inferocite, inferme. Per anni. E poi altri anni ancora.
Registri diversi per ogni destinatario. Impreviste commistioni.
I rari casi in cui si è usciti dalla pagina.
I rari casi in cui le metafore si sono stratificate fino a diventare materia densa e incandescente. I rari casi in cui tale materia è tracimata, raggiungendo e infiltrando ogni altra cosa che scrivevo.

Ora mi trovo a dover rimuovere certe metafore. Le vorrei conservare, ma esse hanno senso solo in relazione ad altri, solo se usate da altri.
Erano luoghi. Talvolta, nella solitudine, li raggiungevo per trovare la quiete.

Cerco di non scrivere ciò che potrebbe apparire come una lamentela. E poi: mi odio nel momento in cui sento il dovere di spiegare la necessità di ciò che sto facendo, per anticipare le critiche che non verranno. Cerco di trovare un'armonia tra voci che si contraddicono.
Cerco di non dire che da settimane, forse da mesi, scrivo senza addentrarmi nei territori più oscuri. Ci provo ogni volta, e ciò che vi trovate a leggere poi voi è tutt'altro.

Come il personaggio dello Sparviere, sono stata fiaccata dall'Ombra.

Una ragazza vestita di beige tenta di smontare la mia argomentazione dicendo che anche gli uomini sono discriminati. Gli uomini sono discriminati dalla legge sullo stalking.
Le rido in faccia.
Mentre lo faccio sono ubriaca, il che con ogni probabilità induce i presenti a pensare che sia l'alcol a farmi ridere con tale incontinenza.
Ma la verità è che da sobria avrei riso allo stesso modo, perché a volte abbandonarsi alle risonanze delle proprie viscere è l'unico modo valido ed efficace per preservarsi.

La cosa politicamente corretta da dire è che fa bene frequentare gente che non la pensa come noi. La differenza arricchisce. La discussione come occasione di crescita personale. La discussione violenta e brutale come occasione per allenarsi alla crudeltà della vita.

Ma anche: la discussione come forma arida e vuota. Chi è il più abile a smontare l'altro? Chi si è mostrato superiore? Quanto tempo abbiamo buttato restando in superficie? Quante forze ho sacrificato nei momenti in cui, con un peso legato ad una caviglia, mi sono lasciata trascinare in profondità? Quanta carne ho esposto per l'occhio inaridito del burocrate?

Mi pare di aver detto tutto, nell'esasperazione, in mesi e mesi di discussioni al termine delle quali mi sono scoperta spenta, infuriata o in lacrime.
Ho detto:
non puoi andare per il mondo sbandierando queste stronzate
so che per cominciare a convincerti dovrei avere dati alla mano
ma certe cose sono fuggevoli
non dichiarate
impossibili da dichiarare
i data set sono carenti, sempre che qualcuno si sia preso la briga di costruirli
sempre che qualcuno abbia ammesso che c'è violenza anche nelle variabili dicotomiche
nella sintesi
nel dirsi che tanto quelle persone sono una minoranza
e a noi interessano i grandi numeri
la significatività statistica

I miei grandi numeri sono quelli delle occasioni in cui sono stata a costretta a giustificarmi dicendo "queste cose sono importanti per me, scusate tanto".
Scusate tanto se divento molesta e feroce nel momento in cui mi venite a dire
che non sono una vera donna,
che all'oppressione bisogna rispondere con modi educati
con riservatezza.
Scusate se vi rido in faccia, se do spettacolo
quando mi parlate di contegno.
Scusate se mi mostro sul punto di abbandonare la nave,
dopo avervi raccontato le storie che non volete sentire,
quando tentate di smontare ciò che non è smontabile,
quando mi rendo conto che non faccio altro che ripetere le stesse cose, con la speranza che la discussione smetta di essere così arida, punteggiata dall'umorismo facile di coloro ai quali manca il coraggio di essere fino in fondo la persona infame che ventriloquizza con le proprie battute.

Il risultato non cambia.
Scarpe infangate, vestiti sporchi di vino
il momento in cui nella penombra ci diciamo ancora una volta
quanto è faticoso resistere
e dov'è il senso?

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