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"Every woman or every woman artist or every person no matter the gender, every artist but especially every woman who has ever wanted to die or just said she did or had that feeling when she felt so maligned and so misunderstood and so defaced and loathed and ignored that she has either died or not, has died inside herself or has dreamed or longed for an exit like death, has been her and we who have promised ourselves to live have to live with that death and the fact it sometimes looks horrendously attractive although we reject it. The way we have felt cannot be divided from what we think, by which I mean I am committed to admitting the ways I have felt into the ways I must think. It has to be this way right now."
An Hourglass Figure: On Photographer Francesca Woodman by Ariana Reines

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L'ultima volta che ho messo piede nel quartiere in cui vissi per i primi due anni della mia ricollocazione trentina mi sono resa conto del perché lo evito con tale inconsapevole pedanteria. Stavo pedalando lungo la ciclabile che porta in periferia, ai campi sportivi. Quando con la coda dell'occhio ho scorto una luce accesa nella mia vecchia stanza, ho provato l'irrefrenabile desiderio di correre, di sottrarmi alla vista di quel luogo.
Ora non riesco a rivisitarlo senza che tutti quei mesi di domesticità siano contaminati dal ricordo del giorno in cui si decise che quella sarebbe stata casa nostra, e da quello dell'ultima estate trascorsa entro quelle tiepide mura.
La perfetta circolarità che emerge mettendo in relazione tali ricordi è il motivo per cui temo il confine invisibile tra il quartiere del mio passato e il quartiere del mio presente.

Visitammo l'appartamento il giorno del funerale di mia nonna Lilia. Partimmo da Crespano del Grappa dopo la fine della cerimonia, ma non ricordo nulla di quei momenti. La mia apparente stabilità era dovuta all'anticipo con cui mi ero messa a lutto, settimane di anticipo, a partire dal pomeriggio in cui andai a trovarla e, per la prima volta, non vidi assolutamente niente nei suoi occhi.
Arrivammo con un certo ritardo in paese, perdendoci così l'esposizione della salma e la prima parte del funerale.

La mia presenza era stata richiesta, e so che il mio arrivo in chiesa a cerimonia iniziata fu interpretato malamente. Mi sono sentita a lungo in colpa per non aver calcolato il traffico di quei giorni d'estate, ma al contempo so di essere stata risparmiata dalla corrosione del ricordo che conservo di mia nonna da viva. Non traggo alcuna consolazione dal modo in cui, nella nostra cultura, la morte viene riempita di senso, ritualizzata ed esorcizzata. Ci penso troppo spesso e con tale intensità da aver perso la capacità di adeguare le mie emozioni a quelle che è previsto suscitino le storie che, come foschia, circondano l'idea di morte, di scomparsa.

Ciò che sono riuscita a ricostruire del mio ultimo mese nel vecchio appartamento è un'immagine monolitica e parziale, all'interno della quale sono un'ombra che si sposta dal letto al balcone per giorni e giorni, trascinandosi, piangendo, cercando di dormire.
Spesso non ero sola, ma questo devo dirmelo, devo convincermene, affinché l'immagine si allarghi e io riesca a vedere oltre il muro di vetro che mi separava dal resto del mondo. Ogni giorno desideravo di essere morta, e passavo ore ed ore in stati di apparente lucidità a valutare la materialità dei gesti che sentivo di dover compiere, o a piangere per me stessa e tutti gli altri. Su internet avevo letto che pensare agli aspetti concreti del proprio suicidio - come procedere - è un grave segno di depressione e che in quei casi è necessario prendere seri provvedimenti. Ciò che feci per settimane fu nascondere i miei piani, cercando rifugio nelle profondità degli armadi, o trascorrendo serate intere sul balcone sperando che qualcuno venisse a prendermi e mi salvasse da me stessa.

Lasciai casa con un lieve anticipo rispetto alla scadenza del contratto d'affitto, e tornai a Vicenza per la fine dell'estate. Lì smisi per qualche tempo di pensare alle vasche da bagno scarlatte che mi impedivano anche solo di distrarmi leggendo o guardando un film. A casa dei miei genitori cessai poco per volta di intendere me stessa come una persona già scomparsa da tempo, senza che dei rituali ne avessero ufficializzato il trapasso.


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Queste sono le cose delle quali faccio forse più fatica a scrivere, perché temo le reazioni di chi mi leggerà. So di dover raccontare per iscritto il mio periodo più oscuro, quella casa e il modo in cui il vuoto riemerge di tanto in tanto, togliendomi le forze. So di dover raccontare tutto questo per perseguire la cosa che chiamo guarigione, pur sapendo che non c'è modo di rimuovere il ricordo di ciò che sono stata. Il ricordo è il metro contro il quale misurare ogni ricaduta. Il ricordo è diventato parte di me. Io sono anche quella persona.

Parlare di morte fa di te una persona quantomeno problematica. Ammettere di pensarci molto spesso non è auspicabile. Io ci penso molto spesso. Penso soprattutto alla morte degli altri. È così da un sacco di tempo, da ben prima che i miei parenti cominciassero a sparire, da ben prima che quella ragazza si buttasse dalla finestra della scuola superiore che confinava con quella che frequentai per un anno e mezzo, al biennio.

Ci penso così tanto perché il mio potere è quello di attirare numeri consistenti di persone che mi fanno preoccupare per la loro incolumità, ma soprattutto per trovare un modo di descriverla che me la renda sopportabile, che sia il mio modo.

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So per certo di aver avuto il mio primo vero incontro con la morte tra le pagine del Diario di Anne Frank. Non ricordo chi mi fece dono della copia che conservo tutt'ora. Nella mia famiglia si è sempre usato lasciare che fossero i libri o le videocassette didattiche a rispondere alle mie domande, o ad anticiparle. In questo caso però credo che il libro mi sia giunto solo perché non si sa mai cosa far leggere ai bambini.

Diario di Anne Frank è stato il primo libro a raccontarmi la morte, il desiderio, la pubertà, la noia e l'orrore. È stato anche il primo volume di scritti ad opera di una ragazza che io abbia mai incontrato. Credo di averlo riletto almeno dieci volte, prima che il mio accesso ad altri libri si diversificasse a sufficienza da farmi abbandonare la ripetitività con cui lo recuperavo dallo scaffale posto sopra al mio letto.
Credo che lì abbiano avuto origine molte delle mie manie da lettrice emerse in seguito. Credo che quel libro mi abbia mostrato il vuoto per la prima volta. So per certo che quel libro, nonostante i rimaneggiamenti e i tagli a cura dapprima di Anne e, dopo la fine della guerra, del padre Otto Frank, mi ha mostrato cosa ne sarebbe stato del mio corpo e dei miei desideri.

Quello è il mio punto di partenza. Il testo dal quale questa parte di me si è originata, la parte di me che tenta con ostinazione di trovare le parole che descrivano i momenti in cui le parole vengono meno, i momenti in cui, come Esther in La campana di vetro, credevo di non saper più né leggere né scrivere.

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Di recente ho scritto che uno dei motivi per cui In The Aeroplane Over The Sea è diventato il mio album preferito è da ricercarsi nei modi in cui Jeff Mangum vi ha parlato della morte, anche se il discorso vale per molti altri pezzi scritti da lui che non sono inclusi nel disco. Non mi è mai capitato di parlare con qualcuno che mi citasse questa componente tematica dell'album tra i motivi per cui lo apprezzava, così come non mi è mai capitato di leggere delle considerazioni a tal riguardo che mi paressero simili alle mie. Magari dipende dal fatto che non si tratta in un argomento facile da affrontare, da inserire all'interno di una conversazione.

Mi ci sono voluti anni per rendermi conto di quanto In The Aeroplane Over The Sea fosse attraversato da immagini di anticipazione della morte, di mancanza di chi se n'è andato, di oggetti abbandonati, e del vuoto che segue ogni scomparsa. Per molto tempo l'ho amato capendo molto poco dei testi. È stato solo dopo aver letto che quel disco parlava anche di Anne Frank che ho messo insieme i pezzi, che sono riuscita a spiegarmi la malinconia che provavo ogni volta che tornavo ad ascoltarlo.
In The Aeroplane Over The Sea è l'unico artefatto umano capace di rendermi in qualche modo sopportabile l'idea che non rivedrò chi se n'è andato, che le persone che amo, ho amato e amerò cesseranno di esistere e che anch'io verrò meno ad un certo punto. Diventa sopportabile in virtù del fatto che quell'album coniuga un discorso sulla vita dopo la morte che ha diversi punti in comune con le prediche che si ascoltano di solito ai funerali cattolici, e un modo di raccontare le vicissitudini della corporeità che è diventato per me modello, enciclopedia, aspirazione, consolazione. Solo nell'opera di Jeff Mangum ho trovato un quadro a suo modo chiarissimo dell'intersecarsi del sesso e della morte, un modo di raccontare il corpo come veicolo di piacere fisico e spirituale, come cosa materiale destinata alla decomposizione che riesce ad essere splendido e brutale allo stesso tempo. Solo attraverso la sua opera sono riuscita a dare un senso e a riconoscere la purezza dei momenti in cui mi è capitato di mettermi a piangere dopo aver fatto l'amore con qualcuno, assalita senza preavviso dall'idea che quella persona sarebbe venuta meno.
La consolazione sta nel corpo, nel modo in cui esso viene esposto e celebrato, anziché essere celato o ritoccato prima che lo si mostri ai sopravvissuti. La bellezza sta nel modo in cui le ossa sono presentate come impalcatura del desiderio e al contempo inevitabile rimando al momento non rimarrà che quello.
Non è la morte contenuta e disciplinata dei funerali cattolici, in cui esiste una risposta chiara e univoca per lo spirito, ma in cui non vi è traccia di un riconoscimento del vuoto enorme che i corpi lasciano dietro di sé nelle persone che li hanno amati, che li hanno conosciuti. Non c'è consolazione laddove il corpo esiste e viene celebrato solo entro i limiti del suo dispiegarsi legittimato dalla dottrina cattolica. Non ci sono le parole per ricordare, non ci sono le parole per articolare quel tipo di nostalgia.

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Oggi non ho combinato granché. Mi sono limitata a leggere due articoli che auspicabilmente dovrebbero tornarmi utili in fase di stesura della tesi.
Il primo era opera di un tizio che pareva convinto di poter elaborare delle considerazioni attendibili a partire da quattro giorni di osservazione partecipante in una scuola superiore di 500 studenti e un numero imprecisato di interviste che, a giudicare dagli stralci riportati nel testo, dovevano essersi svolte secondo la dinamica del "ti suggerisco la risposta/ti dico come la penso sulla tal questione prima di chiederlo a te/ti metto le parole in bocca".
Naturalmente si trattava di un articolo molto gradevole da leggere, con tanto di descrizioni paesaggistiche lunghe almeno un decimo del testo.
Il secondo era scarno, pulito e diretto, ricalcante una struttura standard che ho imparato a seguire durante la magistrale. Tale struttura mi ha permesso di consultare solo le sezioni utili per la mia ricerca. Mi sono soffermata per qualche minuto sull'output di una regressione, cerchiando dei coefficienti che hanno stimolato la mia immaginazione.
Naturalmente si trattava di un articolo molto sgradevole da leggere, oltremodo ripetitivo, come è lecito aspettarsi.

La mia tesi di triennale è piena di descrizioni paesaggistiche. Non sembra neanche una vera tesi, sotto certi punti di vista. Durante la magistrale, ho cominciato a vergognarmene,
(i) perché essa manca di una vera e propria sezione metodologica,
(ii) perché l'autoetnografia mi è stata presentata svariate volte come oltremodo problematica,
(iii) perché ero scesa così in profondità da mettere in bibliografia un manuale di giardinaggio, citato all'interno di una riflessione in cui applicavo la tripartizione del processo di costruzione sociale di Berger e Luckmann alle aiuole pubbliche come spazi svuotati di fertilità e senso.
La mia tesi di triennale contiene considerazioni sul modo in cui, nel corso di vent'anni di vita, ho visto mutare il panorama dalla finestra del salotto della casa di Vicenza, mano a mano che venivano costruiti nuovi edifici.
Di questo mi sono vergognata, in particolar modo.

In questi giorni mi sto domandando come procedere, quali scelte stilistiche fare nella stesura imminente. Devo essere rapida. Non posso permettermi di cambiare idea e riscrivere capitoli interi.
Gli stralci delle mie interviste sono densi. A Trento mi è stato imposto di scrivere paper contenenti citazioni molti brevi, di dissezionare il dissezionabile, ridurre tutto all'osso, ma in questo caso non credo che lo farò. Gli articoli di quel tipo sono quelli che mi fanno dubitare sia della qualità del processo di raccolta delle interviste stesse, sia dell'umiltà e della disponibilità all'ascolto, all'apertura e alla trasformazione di chi le ha analizzate e interpretate.
Questo però non risolve il problema. Evitare di appiattirmi sulle modalità "scorza gradevole/contenuto dubbio" o "scorza sgradevole/contenuto aspirante alla scientificità" risulta difficile, soprattutto ora che il mio stile è andato configurandosi in certi modi, in parte a causa di una violenta reazione alla rigidità delle aspettative nei confronti della mia "scrittura accademico", che per definizione pare debba essere noiosa, arida.

Finisco sempre per fare confonti tra ciò che provai e soprattutto ciò che appresi nel ricevere feedback sullo stile dei miei lavori di matrice qualitativa a Padova e a Trento. Non credo che dimenticherò mai la rabbia che provai nel vedermi riconsegnare, durante il primo anno di magistrale, un paper contenente una metafora sulla quale avevo rimuginato per ore, onde renderla il più possibile adatta a descrivere le diverse sfacettature del concetto di cui mi stavo occupando, ma anche sintetica, all'osso, perché questa era la regola. La frase contenente la mia metafora era stata cancellata con un segno di penna rossa, accanto al quale era stato posto il commento "si può tagliare".
Il mio relatore di tesi triennale, invece, era solito ripetermi che davo troppe cose per scontate, e che dovevo cercare di scrivere tenendo a mente un pubblico composto anche da non specialisti.
Un paper e una tesi sono, ovviamente, molto diversi, e sarebbe ingenuo fingere che il primo non sia condizionato da forti vincoli di brevità. Ciononostante, in questi anni di esperienza con la ricerca empirica, sono andata sviluppando un'incredibile insofferenza nei confronti della limitatezza qualitativa e quantitativa dei formati legittimi della comunicazione scientifica, almeno nel mio campo. O forse, non sono tanto i formati, ma il modo in cui li ho visti esemplificati dai tanti lavori di ricerca che ho incontrato e di cui ho letto.

Fino a qualche tempo fa non avrei saputo che farmene dei coefficienti di una regressione. Oggi mi sono resa conto di aver cerchiato alcuni di quelli presenti in una delle tabelle dell'articolo che ho citato sopra alla luce del fatto che essi mi permettevano, almeno fino ad un certo punto, di ignorare l'interpretazione data dall'autore. Potevo farmi un'idea prima di tornare al testo e marchiare le considerazioni utili, che come sempre in questi casi erano ripetitive e stringate.
Questo non è possibile nella maggior parte degli articoli più coerenti con il tipo di ricerca che preferisco fare io. Quando ci sono interviste in ballo, finisco quasi sempre per detestare il modo in cui gli stralci riportati, in trasparenza, mostrano la pochezza delle domande che sono state poste, così come la scarsa cura del setting dell'interazione con l'intervistato.

Ogni volta mi chiedo come è possibile che siano in così pochi ad accorgersene, a tollerarlo. Fare interviste costruite male, senza profondo rispetto nei confronti degli intervistati, si traduce invariabilmente in interazioni difficoltose per tutte le parti coinvolte. Immagino che solo i più saccenti e sicuri di sé tra i ricercatori sociali possano ignorare l'imbarazzo e il senso di inadeguatezza che assale quando ci si rende conto di aver fatto una mossa sbagliata, o di aver perso l'equilibrio necessario a sostenere lo svolgersi dell'intervista. Queste non sono cose che vengono insegnate a lezione, quando gli studenti vengono preparati ad andare nel mondo reale a parlare con qualcuno.
Io ho avuto la fortuna di conoscere un docente che mi ha indirizzata diversamente, ma è stato un caso particolare.

Qualche mese fa mi capitò di rivedere il mio vecchio relatore, che era di passaggio a Trento per una conferenza. Colsi l'occasione per sottoporgli alcuni dubbi emersi durante le settimane in cui intervistai una decina studenti di un istituto agrario della zona. Dopo aver ribadito alcuni concetti che mi erano noti dal lavoro sulla tesi di triennale, finimmo a parlare del modo in cui le parole, in alcune circostante, falliscono, ci tradiscono, e di come il corpo, la postura e lo sguardo siano invece centrali nel mantenimento del tanto fondamentale equilibrio che permette lo svolgersi di un'interazione realmente aperta e orientata all'ascolto, soprattutto nei casi in cui essa è dolorosa per chi si trova a condividere la propria esperienza, per chi la accoglie o per entrambi.

Nel prendere atto, per l'ennesima volta, della marginalità di questo approccio alle interviste come tecnica di ricerca sociale, il mio vecchio relatore usò per la prima la parola "outsider" per descrivermi, per includermi, dopo che tante volte avevo percepito l'amarezza nella sua voce, quando l'aveva usata per sé.
Di lì a poco gli raccontai di come la rigidità dello stile che mi era stato imposto a Trento e della limitatezza degli stimoli non strettamente metodologici, ma di contenuto, registrata durante la magistrale mi avesse spinta a leggere narrativa e a scrivere con nuova foga, per reazione, per disperazione.

Credo che potrei scrivere una tesi intera sullo svolgersi di una delle tante interviste di questi ultimi mesi, la più dolorosa, quella al termine della quale non sapevo come andarmene, come ripagare il ragazzo che mi aveva raccontato con tale fiducia della propria vita e di quella della sua famiglia. Per questo mesi fa avevo ventilato alla mia attuale relatrice l'ipotesi di virare su un lavoro metodologico, anche se poi diversi tipi di pressioni mi hanno spinta a tornare sulla strada maestra e ad abbandonare quella più rischiosa, più audace.

La mia umiltà sta nel dichiarare che terminerò la magistrale con un lavoro il più possibile trasparente. Ma so per certo che, se me ne fosse data l'occasione, potrei scendere molto più in profondità, perché la mia forza sta nel desiderio di conciliare il lavoro che sto autonomamente portando avanti sulla scrittura, il corpo e la loro sovrapposizione, con la ricerca empirica d'impianto sociologico.

In verità so che non ho nulla di cui vergognarmi del mio lavoro di tesi di triennale e che, anzi, so trattarsi di un testo a suo modo peculiare, in cui l'apertura al racconto si è fatta fondamenta per alcune domande alle quali non trovai risposta nella vasta letteratura consultata all'epoca. Il mio timore è che nulla di significativo troverà posto nella tesi che sto elaborando ora, perché procedendo entro questa limitatezza, entro questo regime disciplinante a tal punto da spingere all'inconsapevole autodisciplinamento, non avrò lo spazio per accorgermi di ciò che quelle interviste potrebbero comunicarmi, in circostanze più favorevoli.

Prima di salutarmi per tornare alla conferenza, il mio vecchio relatore mi disse una cosa profondamente vera, della quale poi ridemmo entrambi, anche se con una certa amarezza, in virtù del nostro comune status di outsider e di persone propense allo sfoggio di battute blasfeme.
Mi disse, "Dobbiamo diventare pontefici. Dei costruttori di ponti".

Un discorso del genere vale indubbiamente nell'ambito circoscritto della ricerca sociologica, con le sue ridicole frammentazioni interne e le trincee che la marchiano, ma credo sia vero, almeno per me, anche in molti altri contesti.
La fatica enorme sta proprio nella costruzione di ponti, quando il punto partenza è uno scenario di separazione, diffidenza o ostilità. Quando si è stati outsider così tante volte da aver imparato a vivere in equilibrio, sempre a rischio di precipitare nel vuoto, come un funambolo.

Vorrei che i miei scritti - tutti - fossero ponti. Vorrei che su quei ponti fosse concessa la danza. Vorrei che la danza fosse la premessa.
Vorrei che queste frasi, trasportate in ambito accademico, conservassero lo stesso spirito che hanno qui.
Vorrei essere presa davvero sul serio quando mi infilo nelle profondità della terra e me ne esco poi sporchissima, provata, mutata, e con un nuovo file del dittafono digitale.
Vorrei non essere stata una delle poche persone a cui le interviste sono state spiegate attraverso la metafora della danza.
Vorrei aver cominciato a danzare prima. A questo modo.

Vorrei danzare su quei ponti con chi è lontano o sparito nel nulla, perché là non c'è separazione, diffidenza, ostilità. Là ci sono storie. Là è facile.

(immagine: The Ballerina Project)


So simply and softly we'd flow from underb1987 on 8tracks Radio.

A Hawk And A Hacksaw - The Water Under The Moon
Mount Eerie - Moon Sequel
Okkervil River - Song Of Our So-Called Friend
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Big Star - Nightime
The Olivia Tremor Control - Green Typewriters (4)
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Nick Drake - Place To Be
Neutral Milk Hotel - Where You'll Find Me Now
Beirut - A Sunday Smile
Alexandre Desplat - The Heroic Weather-Conditions of the Universe parts 4-6: Thunder, Lightning, and Rain

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Cecilia

Cecilia  | No TrackBacks

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Da qualche settimana c'è un nuovo locale privo di personalità proprio sotto casa mia. Un posto da aperitivi, fornito di una clientela composita.
Ci sono stata due volte.

La prima:
Non avevo voglia di discutere - ci sono giorni in cui pare che non si possa fare altro, quasi fossero gli dei ad imporlo;

Un tempo ero capace di chiudermi ermeticamente.
Il mio silenzio, gravido di parole.
Cosa ne è stato?

Al primo sollecito,
ribattevo
perdendo mano a mano la mia compostezza.

Nel giro di pochi giorni, due persone diverse mi hanno detto che dovrei essere più rocciosa, e
argomentare fino in fondo,
anziché crollare,
perché crollando la dò vinta al mio interlocutore.
perché è chiaro che dentro di me esistono le risposte giuste,
le risposte adeguate.

Risposte più adeguate
della furia con cui sputavo richiami all'ordine,
della frustrazione con cui sbraitavo la mia urgenza di cambiare registro.

Sussidiarietà. Cura. Donne. Anziani. Bambini. Famiglie. Terzo settore. Sostenibilità economica.

Come al solito, non avevo dati alla mano.
Pensavo a mia nonna.
Cecilia.

Il primo giorno di lezione viene insegnato che non si può generalizzare da un singolo caso. Non si può generalizzare dalla propria esperienza. Ci vogliono i dati. Dati alla mano. Sciorinare dati. Saper leggere i dati.

Alzavo la voce oltre il livello che fa di me una donna isterica;
pensavo a mia nonna.
Cecilia.
Nella furia,
reminiscenze di studi consultati
due anni fa,
quattro, cinque anni fa,
sublimati sulla mia lingua.
Il singolo caso posto all'interno di un contesto.
Mia nonna.
Non osavo farne il nome.

Seduta su un marciapiede,
versavo le necessarie lacrime
della creatura furiosa
allevata tra le mie costole.

Dentro al locale
qualcuno si rivolgeva all'altra ragazza dall'aspetto fragile al mio tavolo,
"Adesso facciamo crollare anche te, eh?"

La seconda:

Seduta su un marciapiede
con la mia birra,
rispondevo al telefono.
Madre diceva:
"Vestiti presentabile. Parla anche tu con il medico".

---


Cecilia ed io, in atrio, di fronte allo specchio dalla cornice dorata.
Ho dormito un quarto d'ora sul divano, prima che fosse ora di partire.
Mi sono appisolata su di un pensiero dolce, poco dopo aver assorbito il rintocco della pendola. Le due e mezza.
Cecilia mi intima di pettinarmi e io mi rifiuto.
Mi infila le dita tra i capelli, per ravvivarli, come quando ero bambina.
Mi fa male;
quel dolore lieve e fugace mi trascina indietro di quindici anni.
Scegliamo l'auto con cui scendere a Schio.
La mia o la sua?
La sua.
Non ci salgo da anni,
sulla 500 bianca.
Sono di nuovo bambina.

Alla casa di riposo,
mio nonno Igino è seduto in un angolo,
con la sua bombola d'ossigeno.
Mi fa qualche domanda,
mi stringe la mano.
È confuso riguardo allo scorrere del tempo,
ma non manca di farmi sentire in colpa,
perché non mi sono ancora laureata.
Mio nonno Igino
ha la seconda elementare.
In garage
le sue cose
sono state etichettate
a mano,
con grafia incerta,
i nomi di ogni oggetto
in dialetto.
Mio nonno Igino
mi insegnò a scrivere in stampatello
maiuscolo e minuscolo
prima che cominciassi le elementari.
Mio nonno Igino
è diventato sempre più cattivo
con il passare del tempo.
Per anni ho ignorato il modo in cui trattava Cecilia.
Per anni ho ignorato il modo in cui trattava mia nonna.
Non sapevo cosa fare.
Mio nonno Igino
mi insegnò ad andare bici,
mi regalò la prima senza rotelle,
e l'ultima.
La prima era grigia, screziata di rosa.
L'ultima è blu.
Era la sua.
Mio nonno Igino
si crede patriarca.
Lo guardo
e vedo i mali del patriarcato.
Mio nonno Igino
non voleva che andassi negli Stati Uniti,
non voleva che andassi a vivere a Trento.
Mio nonno Igino,
per ridere,
diceva che avrebbe fucilato i miei ragazzi,
se non avessero fatto i bravi.
Mio nonno Igino
dichiara: "Domani torno a casa".

Il dottore ci accoglie nel suo studio.
Non mi stringe la mano.
Fin da subito,
registro ostilità nei confronti di Cecilia.
Le dice: "Igino sta bene. È quasi lucido ormai".
Due giorni fa Igino ha chiamato a casa
e ha urlato,
ha preteso che Cecilia tornasse a fargli da serva.
Le infermiere lo hanno ascoltato.
Hanno ascoltato,
eppure la osservano con malcelato disprezzo.
Il dovere di Cecilia è quello di sacrificare la propria vita
per un uomo che non ha mai smesso di insultarla,
di sfotterla,
per un uomo che ha preteso
servigi
e silenzio.
Cecilia ascolta il dottore che dice:
"Non possiamo tenerlo qui,
se non vuole.
Dobbiamo rispettare i suoi diritti".
Cecilia pensa che ha servito Igino per cinquantasette anni,
Cecilia pensa a decenni di duplice lavoro:
in fabbrica e a casa.
Cecilia ha gli occhi lucidi,
proferisce parole spezzate,
perché è stanca,
umiliata,
e vecchia.
Per un istante, la guardo.
Apro la bocca
per chiudere quella del dottore.
Sono un animale inferocito
dalla lingua addomesticata.
Mi osservo
assumere un ruolo inedito.
Sono adulta.
Conosco le parole adatte.
Il dottore ha lo stesso sguardo innocente
del medico di base che
anni or sono
si rifiutò di prescrivermi
la pillola del giorno dopo.
Mi disse: "Mi dispiace tanto".
Il dottore calpesta le mie frasi
non appena mi mostro in grado
di fargli perdere tempo.
Sono un animale inferocito.
Mi trattengo dal ridergli in faccia
quando torna sull'argomento dei diritti umani
di mio nonno Igino.
"Certo", rispondo, "i diritti umani di mio nonno Igino"
che potendo lascerebbe Cecilia per strada,
anche se metà della casa la pagò lei,
con i suoi soldi,
con i suoi anni di lavoro in fabbrica.
I diritti umani di mio nonno Igino,
che sotto i miei occhi le urla, "Chi ti ha messo in testa queste idee?".
I diritti umani di mio nonno Igino,
prevedono che ci sia la moglie a servirlo.
Cecilia
sotto i miei occhi
gli urla,
"hai smesso di avere una serva,
non sono più la tua serva".
Cinquantasette anni di lavoro gratuito.
Il dottore taglia corto.
Fa spallucce
quando con parole taglienti
gli ricordo
che mio nonno Igino
non è più lucido,
checché se ne dica,
che mio nonno Igino
non è più autosufficiente,
che mio nonno Igino
è capace solo di avanzare pretese
ed imbrigliare
e distruggere,
che mio nonno Igino
è un peso insostenibile
sulle spalle fragili di Cecilia.
"Ma questa non è una struttura adatta", dice il dottore.
"Se volesse, potrebbe restare qui", si contraddice il dottore.
Sulle mie spalle salde,
sento il peso della stanchezza di Cecilia,
che è diventata silenziosa,
che si è affidata a me.
Le case di riposo hanno una duplice utilità sociale:
l'assistenza agli anziani malati e non autosufficienti,
il sollievo delle famiglie dalla cura dei suddetti.
È questo ciò che dico,
inferocita,
prima che il dottore ci congedi.
Gli stringo la mano
forzatamente
per non lasciargli il potere di ignorarmi.
Mi dà del tu
per costringermi alla piccolezza
per sminuirmi
per sminuire le mie parole taglienti.
Cecilia ed io mentiamo
nel riportare ad Igino quanto è stato detto
nello studio del dottore.
Egli ribadisce
che tornerà a casa
e chiama Cecilia pigra.
Gli chiudo la bocca
per la prima volta.

Mi basta così poco per ricadere nelle vecchie abitudini.
Le abitudini della persona disperata
il personaggio che da fuori sembra piatto e scritto male.

A volte mi pare di essere diventata pazza,
di avere le allucinazioni.
Scorgo ombre fuori dalla finestra, in strada.
Senza occhiali non ci vedo bene.

È il modo in cui le ombre si muovono a catturare la mia attenzione.
Mi chiedo se siano proprio loro.

Non sono nuova
alle fughe in strada,
agli anfibi slacciati
ai lacci abbandonati nelle pozzanghere.
Non sono nuova
agli appostamenti alimentati
dalla disperazione e da un'ombra di speranza.
Non sono nuova
alle perlustrazioni
alle ricognizioni
agli inseguimenti.

Basta così poco perché io torni sui miei passi, dopo essermi costretta all'equilibrio, dopo aver forzato la mente altrove. Bastano due ombre, nel giorno del mio rientro in città.

Mentre vago per S. Giuseppe mi dico che forse sono veramente diventata pazza. Forse ho veramente le allucinazioni. Forse sto più male di quanto mi stia ripetendo da giorni, i giorni dell'equilibrio forzato.
Poi vedo le due ombre. Mi si fermano accanto, in auto, prima di una svolta a sinistra.
È allora che mi avvicino al baratro.

La città si sta allagando.
Io sprofondo in una pozzanghera.
L'acqua fino alle caviglie,
ma con gli anfibi non la sento.

Di questo parlavamo.

Il passo successivo sarebbe, letteralmente, il passo successivo,
ma io resto ferma, nella mia pozzanghera,
sotto l'acqua scrosciante,
a pentirmi di non aver lasciato cadere l'ultima veste metallica,
l'ultima membrana protettiva
che da mesi mi separa dall'assoluta oscurità
vegetante tra le mie costole.

L'esercizio consiste nel mettere a fuoco scorci positivi della giornata che va chiudendosi.
L'esercizio serve a solidificare ricordi, a renderli più nitidi per la persona che sarò in futuro.

1.
Oggi sono stata al mercatino dell'usato di Trento, detto anche "dei gaudenti". Il cielo era limpido, il sole mi scaldava la schiena. Ero vestita di nero e blu elettrico.
Dopo aver vagato per qualche minuto tra le bancarelle ho avvistato un paio di anfibi Dr. Martens color viola che troneggiavano tra una piccola selezione di articoli d'abbigliamento che odoravano di tardi anni '90. Li ho provati, e mi andavano bene. La ragazza che me li ha venduti mi ha dato l'impressione di essere genuinamente contenta che stessero per diventare miei, il che ha resto l'acquisto piacevole. Li ho pagati 17 euro. Sul retro della caviglia sono ancora un po' duri. Si vede e si sente che sono stati portati poco.

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2.
Nel pomeriggio sono stata a casa di Baldra. Abbiamo guardato una puntata di King of the Hill. Poi ho ripassato As We Go Up, We Go Down dei Guided by Voices sul basso acustico, allenandomi a suonare in piedi, mantenendo una postura da persona impavida, dato che di solito sono abituata a stare seduta.
Prima di uscire, Baldra ed io abbiamo provato The Hardest Button To Button degli White Stripes. È stato divertente e per niente difficile.

3.
Dopo cena mi sono rintanata in camera mia e, dato che avevo ancora voglia di suonare, ho riesumato la mia chitarra acustica e ho provato qualche pezzo.
Ad un certo punto mi sono trovata a strimpellare In the Aeroplane Over the Sea dei Neutral Milk Hotel, che è la prima canzone che io sia mai riuscita a suonare dall'inizio alla fine, per altro in tempi relativamente recenti.
Dopo un po' ho provato per la prima volta a cantarci sopra, e a forza di tentare ci sono riuscita.
Suppongo che a molti questa possa sembrare una conquista insignificante, dato che In the Aeroplane Over the Sea è considerata una canzone facile, ma per me è stata un'esperienza di tutt'altra portata. Fino a qualche tempo fa non avrei mai creduto di poterci riuscire, tanto era radicata la mia convinzione di essere musicalmente negata. Ho riprovato ad imparare a suonare la chitarra e il basso quando vivevo a Trento già da un bel po', ovvero ad un età considerata anomala e tarda. Per quanto riguarda il canto, mi sono sempre ritenuta stonata, e le lezioni di musica delle scuole medie, ovvero le ultime che io abbia seguito, non fecero altro che confermare la mia idea.

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In the Aeroplane Over the Sea è il mio album preferito. Lo ascoltai per la prima volta circa dieci anni fa, e da allora non è passato mese senza che io l'abbia rivisitato. A differenza di tutti gli altri dischi che prediligo, il secondo album dei Neutral Milk Hotel è talmente radicato nella mia vita quotidiana da risultare a tutti gli effetti senza tempo. Non solo è uno di quei dischi che trascendono le epoche e le scene musicali, ma non avendo mai smesso di ascoltarlo posso dire di amarlo senza averlo associato ad un momento particolare della mia vita. Mi ricorda così tanti momenti e così tante persone che suppongo sarà l'ultimo disco che chiederò di ascoltare, se dovessi avere la fortuna di morire quieta e consapevole in un luogo in cui ciò sarà possibile. Uno dei motivi per cui amo così tanto In the Aeroplane Over the Sea, sta nel fatto che l'ho sempre vissuto come un disco oscuro. Nella sua apparente semplicità ed immediatezza, è forse una delle opere d'arte più complesse e magnetiche in cui mi sia mai imbattuta. È un pozzo senza fondo, un artefatto di un'altra civiltà che mi parla come un dialetto praticato durante l'infanzia e poi rimosso. Lo sto scoprendo nuovo da dieci anni.
Oggi mi si è rivelato di nuovo, quando per la prima volta mi sono persa nella mia versione della title track. È una sensazione difficile da descrivere.
C'era della quiete, innanzitutto, ma anche piacere, e un senso di controllo sulle parole, di abbandono nelle parole. Il modo agrodolce e soprattutto privo di timore con cui Jeff Mangum ha più volte parlato della morte, mio per qualche istante.

And one day we will die
And our ashes will fly from the aeroplane over the sea
But for now we are young
Let us lay in the sun
And count every beautiful thing we can see
Love to be
In the arms of all I'm keeping here with me

I'll not contain you
I won't look for you in my room
Through lengthy talks I'll not contain you
Through climbing arms I'll reach my loft
Through rotting skin I'll leave my coffin
Through calloused work I will grow soft
My eyes narrow towards a light
A place where we hotly radiate
And things aren't concrete there and we fastly glide
Over the bay, over our days and to get there
I'll not contain you

(The Microphones)

.

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Ho scavato fino a scorticarmi
ho costruito una tana così profonda
per proteggerci

Te ne sei andato
senza che mi risvegliassi
senza risvegliarmi
dal letargo

Ora non ho scelta
Devo affrontare l'Ombra
la mia ombra,
Abbandonare i boschi

Mondare la lingua
Tornare umana

.

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Tane

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.

.

Let go of everything

.

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.

Ho l'impressione che spesso gli sconosciuti, nell'arco di insignificanti e volatili frazioni di secondo, mi soppesino e si dicano che cammino molto velocemente.
"Dove avrà mai da andare così di fretta?". Lo sguardo è quello.

A Manhattan camminai con eccessiva lentezza per settimane. Dovetti acquisire nuovi ritmi, uno stile più deciso e lineare, onde amalgamarmi con le ondate di persone che si spostavano a piedi.
Nel corso dei mesi successivi al mio rientro in Italia so di aver rallentato poco per volta, ma resto visibilmente più rapida rispetto al passo medio dei chi osservo per strada.

A Manhattan mutai forma. Il contesto modellò il mio corpo con una rapidità che credevo impensabile. Oltre ad adattare il passo a ritmi nuovi, scoprii cosa si prova a passare del tutto inosservati. Per diverso tempo mi sentii più leggera, libera dal peso dell'occhiate curiose e talvolta moleste cui ero abituata nel prezioso nord-est italico. Verso la fine della mia permanenza negli Stati Uniti, invece, mi resi conto che mi mancavano le sensazioni di fuggente parentela spirituale tipicamente riscontrabili nel momento in cui due outsider di provincia si riconoscono.

A Manhattan scoprii la prolungata e assoluta mancanza di contatto fisico con altre persone. Realizzai quanto l'isolamento mi stesse destabilizzando solo nel pomeriggio in cui un uomo ed ci urtammo per sbaglio. Egli stava per scendere i gradini della fermata della metro più vicina al condominio in cui vivevo. Io mi stavo recando a lezione. Nell'instante in cui avvenne il contatto non provai alcun fastidio. Eppure ero abituata a provare fastidio. Ognuno di noi è abituato a provare fastidio in quelle occasioni. Invece io mi accorsi di quanto mi mancavano la consistenza, gli odori e il calore della carne viva.

Da allora credo di aver consolidato alcuni elementi emergenti nel mio modo di scrivere nei mesi precedenti alla partenza per gli Stati Uniti.
Chi l'ha inteso ha definito il mio stile "viscerale". Io ho cominciato a chiamarlo "corporeo".

Non è tanto l'inevitabile fatica, quanto il far sì che le parole siano filtrate dalla materialità delle sensazioni che provo nel tentativo di esprimere ed articolare le immagini che ho dentro.

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Nel documentario della HBO "God is the Bigger Elvis" c'è una scena in cui una suora spiega che all'interno della sua congregazione viene riconosciuto il fatto che il canto è una pratica corporea che interseca la sfera della sessualità, poiché essa è grande fonte di piacere intellettuale e fisico.

Credo che la chiave sia l'abbandono.

Avere le spalle coperte.
Sapere ciò che si sta facendo.
Un spazio protetto.
Fiducia.

Quando riesco a scrivere con abbandono, sono così presente da sentirmi come se ogni frase fosse il prodotto del mio personale vissuto corporeo, indipendentemente che ciò sia vero o meno. Una rivisitazione. Eppure mi pare anche di scomparire, di essere cancellata dal processo.

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A Manhattan cominciai a registrare il modo in cui, nel sonno, mi scrivevo il corpo.
Da sveglia mi strappavo di continuo le unghie per il nervosismo e l'eccesso di caffé in corpo. La notte mi graffiavo la schiena, le spalle, il petto e il costato.
Quando me ne accorgevo, il primo impulso era quello di compatirmi, di dirmi che mi stavo logorando. Poi facevo conti alla rovescia, mi imponevo di resistere.

Una notte mi graffiai con particolare violenza. Passai giorni a contemplare il dolore che mi ero arrecata senza svegliarmi, e ora ho una cicatrice che me lo ricorda.

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Mi piace l'idea di essere in grado di suscitare certe sensazioni fisiche ed emotive nelle persone che mi leggono. So che, con un minimo di sforzo, potrei torturare e piegare i corpi di un certo numero di esseri umani, stando pressoché immobile e muta. Mi è già capitato di farlo.
Amo costruire missive - non di rado autolesioniste - in cui rivelo troppo dei miei stati interiori, ma nelle quali impianto brevi sequenze di parole volte a scatenare vibrazioni molto precise in chi mi legge.

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Scrivere di corpi. Di corpi altrui.
Scrivere su corpi altrui.

Per un po' mi sono detta che c'erano limiti oltre i quali non mi è dato scrivere, ma poi ho realizzato che non è davvero così. Ci sono corpi sui quali ho scritto per lunghi periodi, fino al raggiungimento di una forte familiarità e una vicinanza nello stile.
L'incontro con altri corpi, per quanto fugace, può marchiare a tal punto da palesarsi e tradursi in innovazioni impreviste. Ad esempio, il momento in cui ho contemplato la suggestione del modo di baciare di una persona che aveva baciato chi stavo baciando io, e il cui stile mi era stato noto fino all'ultimo dettaglio.

In altre occasioni, la comunicazione epistolare come fonte di follia. "Mi fai impazzire".
Oppure, nel caso in cui l'obiettivo sia in primo luogo il temporaneo annichilimento in compagnia di persone similmente intenzionate, la comunicazione epistolare come potenziale scaturigine di disastri. "Poter scrivere senza usare parole".

Abbandono.
Avere le spalle coperte.
Sapere ciò che si sta facendo.
Un spazio protetto.
Fiducia.


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Ho paura che la tristezza che sto provando da qualche tempo a questa parte sia fin troppo simile a quella che mi fu compagna lo scorso anno, prima che crollassi.
Mi chiedo di continuo dove stia il senso in quello che faccio. E dato che buona parte di ciò che mi impegna, a conti fatti, è un tentativo di comunicare, di sovente mi dico che potrei risparmiarmi questa fatica. Ma non c'è molto altro che sappia fare. Non c'è altro che mi dia la forza per resistere sapendo di poter contare solo su me stessa.

So di essere così vulnerabile alle osservazioni altrui solo perché ora mi pare che ogni altra cosa sia instabile e a rischio di crollo, ma non c'è nulla che possa farci, almeno per il momento.
Mi limito a reagire a chi mi chiama gratuitamente "stronza" decidendo che quelle persone non meritano di stare in mia presenza.
Quando vengo a sapere che c'è chi deride o insulta la mia essenza basandosi su alcune delle cose che scrivo, mi limito ad accumulare nuovi dati sullo stato del mio isolamento.

-

La mia capacità di esprimermi a parole era venuta meno. Solo sms stringati.
Non avevo alcun desiderio di emettere suoni di senso compiuto, o di rendermi agilmente leggibile.
Dovendo scegliere tra desolazione assoluta e qualcosa d'altro, scelsi la seconda opzione.
Le strade deserte, la pioggia sulle lenti dei miei occhiali, la vecchia bici da corsa di mio nonno.
L'affidarsi fiducioso alle mani di chi può farti male solo fino ad un certo punto.

L'eterna discussione con chi, dall'alto della propria purezza, mi dice che non vede senso nel lasciare tracce su corpi di persone con le quali non esistono prospettive di relazioni durature.
E io, dall'alto del mio spirito frantumato, del mio corpo martoriato dalla solitudine, rispondo con furore che ho bisogno di essere toccata per non impazzire.
Toccata con comprensione. Scritta.
Quando la parola viene meno, una comunicazione epistolare muta.

Mi affidai fiduciosa alle mani di chi può farmi male solo fino ad un certo punto.
Ero sfinita, svuotata da oggi desiderio di apparire conciliante, lieta e aperta a compromessi.

Completamente presente, lasciavo tracce, seminavo futuri ricordi. Scomparivo nel processo.

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