Documentari, libri, articoli scientifici, canzoni e testimonianze che punteggiano la rete. Quando l'oggetto ricercato è il movimento riot grrrl, l'immagine che esce dall'incastro e dalla sovrapposizione di queste fonti sembra chiara, per quanto controversa e tutt'ora dibattuta.
Detrattori e nostalgici, se ben informati, tendono a proporre osservazioni che non di rado convergono, per lo meno sul fronte del "cosa è stato". Ciò stupisce, soprattutto se si considera che la storia del movimento è stata scritta in primo luogo dalle ragazze che ne erano il sangue e le ossa. E le ragazze, stando alla cultura popolare e al comune sentire, non sono molto attendibili. Nonostante i tentativi esterni (per lo più da parte dei media mainstream: USA Today, Spin, Seventeen e via dicendo) di raccontare ciò che stava accadendo nel periodo in cui il movimento era ancora sconosciuto in diverse aree degli Stati Uniti e in quasi tutta Europa, oggi le fonti che contano non sono quegli articoli sensazionalistici, quanto i resoconti di chi era e si sentiva parte del network riot grrrl.
In Italia l'espressione riot grrrl è associata esclusivamente ad una manciata di dischi e ad un'idea di suono che poco ha a che fare con la varietà di registri delle band che sono diventate simbolo del movimento. Si sa poco o nulla delle idee politiche di quelle ragazze, così come della forma di femminismo che articolarono e dell'efficace network che riuscirono a costruire, mettendo in contatto giovani donne in tutti gli Stati Uniti e persino in Inghilterra.
Le comunicazioni tra i diversi gruppi e tra singole ragazze avvenivano soprattutto attraverso lo scambio di lettere e di fanzine. La ricostruzione in cui mi sono imbattuta dei resoconti orali e documentali che raccontano questi scambi trasmette calore. Le interviste che ho ascoltato (ad esempio quella a Sara Marcus in cui viene presentato Girls to the Front, su Bitch Media) convergono nel proporre un'immagine degli scambi come di un appiglio salvifico all'interno di una quotidianità alienante, spesso segnata da forme di violenza più o meno simbolica, consumatasi a scuola o all'interno delle mura domestiche. Per molte ragazze le lettere e le fanzine ricevute per posta erano l'unica prova tangibile che là fuori c'erano altre persone come loro. I dischi e i concerti sono venuti dopo.
Ciò che non ho trovato nei resoconti sopraccitati e che invece tendo sempre più ad aspettarmi è una traccia, per quanto vaga, di quello che le ragazze provavano nei giorni in cui la cassetta delle lettere era vuota e in cui un pezzo di carta coperto di parole e disegni pareva non bastare. Certo, questo tipo di racconti sarebbe forse marginale nell'articolazione di un discorso collettivo più ampio a proposito del movimento riot grrrl, ma la natura dialogica, orale, riflessiva e diaristica dello stesso cozza con questa mancanza.
Sono abbastanza convinta che, se mi sarà concesso di passare qualche ora alla Fales Library di New York per visionare la Riot Grrrl Collection, troverò delle fanzine in cui lo smarrimento e le cassette delle lettere vuote di cui sopra emergeranno in qualche modo.
Sempre più spesso mi scopro intenta a lamentare la mancanza di letteratura convincente e sensata su specifici argomenti di mio interesse. La parola letteratura assume significati diversi a seconda delle situazioni in cui la dispiego, perché sono un animale ambiguo. Il più delle volte significa semplicemente "letteratura scientifica", come quando fui colta dallo
sconforto e blaterai a vuoto nel constatare che non esistevano articoli sociologici sul guerrilla gardening o quando, più di recente, approcciai la letteratura sulle fanzine, solo per scoprire che gli articoli più coerenti con il mio progetto di ricerca per la tesi suonavano accattivanti, ma a livello metodologico lasciavano molto a desiderare (tra di essi ne trionfa uno scritto da una tipa che attualmente insegna alla University of Chicago, in cui il processo di campionamento è descritto più o meno così: "ho usato le fanzine che avevo già in casa").
Più di rado uso la parola letteratura per parlare di grande narrativa; quella che ti porta all'estasi e al contempo ti fa passare attraverso un tritacarne. Quella che si regge su frasi che ti fanno sentire analfabeta anche se le capisci perfettamente.
Parlando di riot grrrl, cassette delle lettere, solitudine e suburbia, la mancanza di letteratura è pressante e palese su entrambi i fronti. In parallelo, ciò di cui credo nessuno abbia ancora scritto con cognizione di causa e risvolti salvifici è una situazione che riguarda in prima persona me e alcuni dei miei amici, così come molte altre persone.
Dieci anni fa aprii un blog collettivo molto scarno che si chiamava Lost in the Supermarket, come la canzone dei Clash. All'epoca avevo già un'idea abbastanza chiara di cosa significasse sentirsi più vicini ad una persona conosciuta online che a coetanei che vedevo tutti i giorni e che pensavano che fossi strana, nel senso brutto del termine. Conoscevo i tormenti della corrispondenza cartacea, così come il fugace senso di quiete che si accompagnava alla lettura di un post che esprimeva esattamente quello che provavo, ma con parole diverse da quelle che avrei scelto io. Internet era l'unico luogo in cui riuscissi a trovare tutte le risposte di cui avevo bisogno, per quanto la connessione 56k rallentasse la loro scoperta.
Mi piacerebbe poter dire che il senso di sradicamento che provavo allora sia venuto meno, poco a poco. Che le amicizie sorte in seguito abbiano tacciato la mia brama di contatto umano, ove esso è trasformato - arricchito e al contempo impoverito - dalla mediazione di una macchina. Ma non è così.
Il fluire del tempo e gli incontri che ci sono stati mi hanno dimostrato che il mio struggimento non era immotivato, che il legame che sentivo non era una mera illusione. Alcune delle persone che amo di più non sono che ombre. Sono in grado di leggermi come se fossi trasparente e di raccontarsi fino a convincermi che la vera illusione sia quella della distanza, non della vicinanza. Eppure non sono che ombre. Non ricordo il loro odore, la forma delle loro unghie, il colore della loro casa, perché ho trascorso in loro compagnia solo una manciata di ore distribuite nell'arco di qualche anno. Ci sono tante cose che ignoro della loro vita, eppure non riesco a scacciare la sensazione che ciò che di importante doveva essere reso noto sia stato presentato fin da subito, accanto alle generalità.
Nessuno mi aveva preparata a questo. Quando ero alle superiori sono certa di aver cercato storie che fossero simili alla mia, nelle librerie. La letteratura epistolare forniva suggestioni alle quali mi sono aggrappata, ma in essa era sempre presente uno squilibrio. Non c'erano libri in grado di fornirmi indizi sul modo migliore per affrontare la situazione. C'era però il chiacchiericcio vuoto e paternalistico di chi credeva di avere il diritto di sminuire i miei amici lontani, i miei amici immaginari. Ero pur sempre una ragazzina che teneva un diario. Sembrava che tutti si aspettassero che venissi adescata da qualche maniaco, perché notoriamente le ragazzine non hanno buon senso. Le ragazzine dei primi anni zero non sapevano usare internet. Si fidavano degli estranei. Ho sempre avuto cura di spiegare che sapevo quello che stavo facendo, ma ci sono voluti anni prima che la mia competenza venisse riconosciuta. Nel frattempo la distanza dai miei amici nascosti nell'ombra è aumentata. Qualcuno è andato all'estero. Poi anche i miei amici in carne ed ossa sono andati all'estero. La redazione berica della webzine che ho contribuito a fondare è andata ampliandosi e distribuendosi su due continenti, con il risultato che ora ci sono più autrici che scrivono da Londra che da Vicenza.
Tra un mese sparirò anch'io.
La notte scrivo mail in cui cerco di concentrare conversazioni di ore ed ore, perché non riesco ad accettare che i chilometri mi privino dei miei simili. A volte taglio i convenevoli e mi lancio nella stesura di paragrafi cui - mi è stato detto - è difficile rispondere.
Chi risponde dopo settimane, chi butta giù qualche riga dicendo, appunto, che è difficile articolare frasi che non siano schiacciate dal peso delle mie, è un amico in carne ed ossa che si è allontanato. Chi è abituato a raccontarsi e a raccogliere racconti per assicurarsi la sopravvivenza trova sempre il modo per rispondere, per condividere la giusta dose di aneddoti e complicare la comunicazione. La complicazione della comunicazione è un'esigenza imprescindibile.
Quando qualcuno non mi risponde o riporta la conversazione su un piano di ricercata banalità ci resto male, perché sono convinta che ognuno abbia dentro di sé un narratore; perché sento di essermi prosciugata invano. Naturalmente so che le mie abitudini epistolari sono e sono state considerate inopportune da qualcuno, ma io ho paura di morire senza aver detto certe cose alle persone che mi sembrano cariche di una certa sensibilità, anche se magari non se ne rendono conto. Quindi scrivo e aspetto.
Nel frattempo continua a non esistere letteratura sulla delocalizzazione del proprio cuore e delle proprie stampelle che rifletta il mutamento tecnologico degli ultimi due decenni. Come se nessuno avesse mai scritto come ci sente a crescere così, a parte noi.