Frugo nella borsa che da ieri pomeriggio giace sul divano.
Estraggo le chiavi di casa.
Esco dalla porta della cucina.
Cammino lungo il vialetto del giardino.
Attraverso il cortile.
Apro il cancello.
Mi arrampico sul muretto per recuperare il contenuto della cassetta postale senza usare le chiavi (che non ho).
Scopro con delusione che il libro di Blake Nelson non è ancora arrivato.
Guardo la copertina di Internazione e penso che, tanto per cambiare, non è un granché.
Chiudo il cancello.
Attraverso nuovamente il cortile e il vialetto.
Entro in cucina.
Scarto Internazionale.
Contempo per qualche instante la pubblicità cartacea allegata.
Leggo "Perché, a più di 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, oltre 40 nazioni ospitano ancora basi militari statunitensi?"
In una frazione di secondo mi attraversano la testa decine di immagini; uomini in tenuta militare che corrono lungo Corso Palladio (dieci anni fa), gli enormi palazzoni di cemento della Ederle 2 che si scorgono da chilometri di distanza, l'indescrivibile sensazione di vuoto, indignazione e disprezzo che ho provato quel pomeriggio esplorando il "Parco della Pace", militari statunitensi molesti in giro per il centro il sabato sera, le vicentine che si sposano l'invasore, i cartelli stradali con la bandiera degli Stati Uniti, il sindaco Variati che parla di fronte ad una Piazza dei Signori gremita, il gazebo della consultazione popolare ufficiosa dietro casa, le manifestazioni, i girasoli del Presidio, le macchine della Digos dietro l'angolo, i mezzi corazzati del 4 luglio scorso e il terrore che provai scoprendo che ce n'erano ad ogni incrocio, gli elicotteri.
Giro la pubblicità e scopro che "Standing Army" è un dvd con delle interviste.
Mi domando se possa essere interessante.
Scorro distrattamente i nomi delle persone intervistate.
Leggo "Noam Chomsky" e mi torna alla mente la lettera ch'egli scrisse alla gente del Presidio, qualche tempo fa.
Guardo la cartina geografica dei paesi che attualmente ospitano installazioni militari americane.
Per un istante ripenso a quell'articolo di Alternet sull'isoletta giapponese dove è sorto un presidio simile a quello della mia città, anche se lì sono tutti contadini cui è stata sottratta la terra.
Leggo la frase di Obama riportata sulla destra.
Poi leggo la frase che c'è sotto.
Mi viene da ridere.
Mi domando chi possa essere Edward Luttwak.
Sul retro della pubblicità c'è scritto che è un "economista e saggista statunitense, [...] un esperto di strategie militari e di geopolitica".
Penso che magari questo tizio non sappia un granché dei cittadini di Vicenza.
Me lo immagino alla sua scrivania in qualche prestigiosa università americana.
Poi vado su Wikipedia a controllare.
Scopro che Luttwak parla l'italiano, che ha vissuto a Palermo e Milano e che ha scritto due libri con tale Susanna Creperio Veratti ("Che cos'è davvero la democrazia" e "Il libro delle libertà").
Penso che potrei scrivere un post su questa cosa.
Recently in Politica & co Category
L'idea idiota del giorno è quella di convertire la mia tesi in un pamphlet sulla presunta inutilità del guerrilla gardening nella terra dei capannoni e dell'asfalto mangia-terra.
Oggi ho notato che faccio un po' di fatica a parlare di guerrilla gardening senza lanciarmi in considerazioni che al cittadino medio poco importano. Devo complicare per bene le cose fino a raggiungere quello stato in cui sto parlando di quando Reagan era governatore della California, pensando al contempo che forse dovrei cambiare registro. Ed è qui che la faccenda diventa ingestibile.
La questione è che sul guerrilla gardening c'è molto da dire, come lascia intendere David Tracey. L'unico libro che tratti della questione reperibile in italiano ha delle belle illustrazioni, ma poca sostanza.
Io penso che abbia senso insistere proprio su quella sostanza, che poco ha a che fare con la "rivoluzione" di cui hanno parlato tanti giornalisti.
Forse sono io che vivo su un altro pianeta, dove le parole hanno un peso e i libri di giardinaggio sono tutti per principianti o per tecnici. Un altro pianeta dove improvvisamente ho perso il mio status di studentessa e mi trovo a volteggiare nel nulla.
Non saprei dire cosa sto facendo. So invece cosa sto evitando: i telegiornali e le notizie in genere, qualsiasi cosa implichi l'uscire di casa, il dentista, buona parte della gente. Sono scema? Non lo escluderei. La mia proverbiale timidezza si sta evolvendo in modo inatteso? E' probabile.
A volte mi guardo attorno e mi sembra che tutto funzioni nel modo più insensato possibile, ma con un tocco comico, come quando si è in uno stato alternato di coscienza e i documentari sugli animali della savana fanno ridere.
Capite cosa intendo dire?
Il peggio è quando mi addentro in una situazione sapendo già che prenderà quella piega straniante.
In biblioteca a Scienze Politiche ho trovato un libro sullo squatting ad Amsterdam negli anni Ottanta, con tanto di piantine dei quartieri interessati e testimonianze. Nella tesi non l'ho scritto, ma dal mio punto di vista guerrilla gardening e squatting hanno molti punti in comune, anche se apparentemente prevalgono le divergenze. L'apparente mancanza di un'identità definita da parte degli squatters sembra il problema più grosso. Dicevano di aver semplicemente bisogno di un posto dove stare. Non erano interessati alla politica. Molti non votavano. Al contrario, l'immagine dei guerrilla gardeners filtrata dai mass media fa pensare a persone moderate amanti dell'ecologia, non necessariamente in polemica con la politica tradizionale.
Oserei affermare che l'immaginario mediatico suggerisce addirittura un'iconografia fatta di persone di mezza età, benestanti ed educate.

Ciò che posso dire, in base alla mia esperienza e a quanto raccontatomi dai miei colleghi, è che ci sono dei punti cardine che nessuno sembra voler cogliere.
Squatting e guerrilla gardening coincidono nel momento in cui scegli di rifiutare un'ideologia balorda e totalizzante, in cui fai ciò che fai senza dover necessariamente metterti una maglietta con su scritto "cosa" sei. Anzi, scegli l'anonimato, perché conviene.
Vuoi continuare a svolgere le tue attività più o meno illegali senza attirare gli sguardi altrui, perché ne hai bisogno o perché ti piace farlo. Non sei realmente un guerrilla gardener o uno squatter. O meglio, lo sei, ma sei anche molte altre facce, molte altre maschere.
Per quanto riguarda queste due particolari attività, sono i limiti fisici che ti fanno cambiare ruolo. Prima eri un passante, una persona comune. Poi, improvvisamente, non lo sei più. Hai fatto un passo fuori dal senso comune. A volte questa transizione ti fa venire il batticuore; ti tremano le mani.
Per gli squatters è l'accesso ad una casa abbandonata che segue la scassinatura della porta. Per i guerrilla gardeners il più delle volte si tratta semplicemente di chianarsi a terra e di saggiare la consistenza del terreno.
Dopo un po' ci si fa l'abitudine, ma le prime volte, il solo fatto di essersi fermati presso un luogo irrilevante, marginale, ti fa sentire strano. Su un altro pianeta, appunto.
La gente passa facendo finta di non vederti e tu lo sai. Sei come i folli, i mendicanti, gli ex amici che non ti rivolgono più la parola. Sei interessante e temibile.
Un'immagine offuscata.
Eppure stai solo piantando fiori.
Oggi, dietro le mie spalle, dietro le nostre spalle, c'era quello che amiamo chiamare Paese Reale.
Eravamo in una trentina, lungo l'argine, a scrivere "no war" sull'erba. Il nostro inchiostro erano delle violette del pensiero.
Dall'altro lato del fiume, una coppia di mezza età il cui immobile sarà inevitabilmente svalutato a causa della costruzione della Ederle 2. Una coppia che, nonostante l'aspetto spettrale del cantiere del Dal Molin, ci ha urlato che stavamo facendo qualcosa di sbagliato. Stavamo "rovinando l'argine" con dei fiori. A pochi metri da lì c'erano crateri, gru a non finire, una falda acquifera devastata, montagne di terra di cui onestalmente non saprei indicare l'altezza. Oltre il ponte, una macchina di vedetta contenente agenti della DIGOS. All'interno del cantiere, lampeggianti che si accendono e corpi in divisa che compaiono all'orizzonte. Le vie attorno al presidio che si popolano di volanti dei carabinieri. Nessuno viene ad interromperci, ma i militari sono lì e ci guardano.
Questo per dire che non si fanno le rivoluzioni con le violette del pensiero, come forse avevate già intuito.
Si cerca piuttosto di muovere qualcosa nelle budella della gente. E in alternativa si misura il livello di cecità di chi da tempo ha delegato la propria facoltà di ragionare ad altri.
Piantare violette fuori da un controverso cantiere militare in mano agli Stati Uniti è solo un modo come un altro per farsi un'idea sul comune sentire degli italiani, senza dover necessariamente ricorrere ai questionari.
Come direbbe Demetri Martin: "Think about it".
Questo trafiletto è comparso su Il Vicenza (Epolis) di lunedì 8 febbraio.

Analizziamo ora ciò che gli esponenti locali del Partito Democratico ci stanno dicendo:
-l'assemblea dedicata alla presentazione del progetto del Bocciodromo ha dimostato che dietro alle quattro associazioni che hanno vinto il bando ci sono "persone vicine al Presidio, e non solo."
-gli attivisti del Presidio Permanente sono senza dubbio delle persone pericolose.
-il bando del Bocciodromo è stato probabilmente vinto in modo irregolare o sospetto
Perché gli esponenti locali del Partito Democratico sono ridicoli e masochisti?
-Durante l'assemblea è emerso -ma già si sapeva- che la volontà di realizzare questo progetto è partita dal Capannone Sociale e non da generiche "persone vicine al Presidio". Questo potrebbe essere stato un argomento ben più valido, considerando che il Capannone è emerso a seguito della demolizione del centro sociale Ya Basta nel 2001 e che per anni ne ha rappresentato una sorta di surrogato. Com'è noto a chiunque sia minimamente pratico delle subculture beriche, la componente più orientata all'azione diretta del Presidio è costituita in prevalenza da persone legate al Capannone Sociale.
Questo dettaglio potrebbe essere significativo per i benpensanti, i berlusconiani o per certi giovani vicentini attualmente legati al PD o a Sinistra e Libertà, che non hanno esistato a schierarsi contro i vincitori del bando e che non hanno mai avuto problemi a dire che la gente del Capannone "non si lavava".
Ciononostante si è preferito insistere sui legami con il Presidio Permanente.
-Ogni qual volta un esponente berico del PD se ne esce con insinuazioni sulla pericolosità degli attivisti del Presidio io mi domando: "Ma quanto allucinante è tutto ciò?"
Gli attivisti del Presidio sono persone estremamente varie legate dall'indignazione e dalla volontà di fermare la devastazione -che sta avvenendo mentre scrivo queste righe- della falda acquifera che alimenta gli acquedotti di Vicenza e Padova. Non si tratta di gente che vuole creare problemi e far perdere tempo a chi lavora nel cantiere per partito preso. Se così fosse il Presidio avrebbe cessato di esistere un bel po' di tempo fa. Chi ha resistito, continuando a dedicare moltissimo tempo a quella che, fin dal principio, è stata definita "una causa persa" lo ha fatto perché ha compreso l'importanza della parola cittadinanza. Le persone sulle cui spalle si regge il No Dal Molin avranno molti difetti, ma per lo meno non si limitano a subire le decisioni mortifere prese da altri per ragioni che nulla hanno a che fare con la sovranità popolare. Sono disposte a farsi denunciare e manganellare per difendere qualche diritto sancito dalla Costituzione e l'integrità di un luogo incontaminato a pochi passi dal centro città, che oggi è cantiere vergognoso e indegno.
L'attuale sindaco di Vicenza, Achille Variati (PD, ex DC), è stato eletto al ballottaggio solo grazie ai voti della Lista Civica No Dal Molin, che aveva ottenuto il 9% dei consensi. L'appoggio del Presidio è stato dovuto esclusivamente alla contrarietà di Variati alla Ederle 2. Questo significa che senza i voti di chi sostiene il No Dal Molin l'attuale sindaco avrebbe perso e oggi non occuperebbe la sua poltrona.
Mi aspetterei dunque un minimo di rispetto da parte degli esponenti berici del Partito Democratico, che invece non esitano ad uscirsene con sparate come quelle relative alla questione Bocciodromo.
-Tornando all'articolo, ciò che stupisce è la bassezza di chi lascia intendere che la vittoria del progetto delle quattro associazioni vicentine sia stata immeritata. Addirittura c'è chi chiede "un gesto di responsabilità all'ex assessore al Patrimonio". Perché non sia mai che il Bocciodromo finisca in mano ad un branco di facinorosi.
Il problema è che il progetto delle quattro associazioni (Aps Web-Lab, Aps Giovani dei Ferrovieri, Aps Pensionati per la Pace, Aps Polisportiva Jackie Tonawanda) ha vinto semplicemente perché era molto valido.
L'assemblea pubblica durante il quale è stato presentato non ha fatto altro che dimostrarlo.
Ci sono state addirittura persone -comuni cittadini- che hanno chiesto di intervenire solo per darne conferma. Uno di loro ha detto più o meno ciò che segue:
"Sono venuto stasera perché ero molto preoccupato. Il Giornale di Vicenza, la destra locale, ma anche l'altra parte politica, hanno detto cose inquietanti su questo progetto, scatenando la polemica. Ma ciò che ho sentito stasera non ha nulla a che fare con ciò che stato detto e scritto in questi giorni. Questo progetto è veramente magnifico."
Mi domando allora quale sia il reale obiettivo del Partito Democratico. Perdere? Bruciarsi l'intero elettorato pensante di Vicenza?
Un'ipotesi più plausibile è la seguente. Considerando che il progetto del Bocciodromo è innegabilmente pregevole e orientato al bene comune*, la sua conversione in qualcosa di concreto potrebbe dimostrare ciò che alcuni già sanno: la gente del Capannone/Presidio non è per niente malvagia, anzi, mentre i politici che hanno ammazzato culturalmente Vicenza se ne fregano della sanità mentale della gioventù o di chiunque senta il bisogno di luoghi di aggregazione diversi dal bar.
Quindi conviene evitare che il progetto diventi realtà.
* ad esempio il progetto prevede due palestre accessibili ed attrezzate per i disabili, aule studio con biblioteca dei testi scolastici, servizio ripetizioni a prezzi modici, sportello di consulenza per i migranti, luogo di ristoro con prodotti locali e biologici e via dicendo.
La neve si sta sciogliendo. I giacinti e i crochi cominciano a fare capolino tra i ciuffi d'erba umida.
Li osservo dalla finestra pregustandone la fioritura, progettando nuovi lavori in giardino.
Poi torno alle mie sudate carte, all'ultimo esame, al capitolo mancante della tesi, l'unico che consiste in mera elaborazione di scritti altrui.
Mi distraggo, scrivo un post di cui nessuno sentiva l'esigenza, cerco una citazione di Proust scoprendo che tutti la riportano tronca.
La colloco in apertura, prima dell'indice, fingendo che questa perdita di tempo conti come "lavoro".
Alle nove devo essere oltre il cavalcavia dei Ferrovieri per l'assemblea del Bocciodromo, il futuro centro sociale di Vicenza. Molti hanno polemizzato dicendo che non deve essere un centro sociale, bensì un centro giovanile. Poiché è noto che i primi sono immancabilmente governati dai bolscevichi, mentre i secondi sono apolitici.
Poco importa che il Bocciodromo fosse in origine il centro di aggregazione degli anziani del quartiere. A noi berici senza cervello piace fare polemica senza avere consapevolezza di cosa stiamo dicendo. "Sociale" e "socialità" sono parole comuniste, come è noto a chiunque sappia stare al mondo.
Poi -per carità- non posso dire di non condividere l'iniziale turbamento di chi ha scoperto che il popolo del Capannone Sociale era coinvolto della vicenda e si è poi visto decine di immagini tristi fluttuare davanti agli occhi.
Qualcuno ha creato un gruppo su Facebook con l'intento di esprimere il desiderio che il Bocciodromo non diventi come il defunto Capannone, ovvero un luogo rifuggito dai più.
Molte persone che conosco si sono iscritte a questo gruppo. So per certo che alcuni di essi non sono degli idioti. Semplicemente non hanno investito qualche minuto della loro vita per informarsi sulla questione. Si sono limitati a fare il pensiero che io faccio quasi sempre quando ho a che fare con agglomerati umani del Capannone (N.B. agglomerati, non singoli), ovvero: "Perché mi sento di merda? Perché ho l'impressione che tutti mi disprezzino?"
Il fatto è che senza la gente del Capannone il bando per il Bocciodromo non sarebbe stato vinto e la gioventù berica non avrebbe un luogo sul quale investire le proprie speranze.
Il progetto del centro sociale -perché del tipo più nobile di centro sociale si tratta- è così esaltante da sembrare finto. Lo leggo e lo rileggo strabuzzando gli occhi.
Berici, anziché nascondervi dietro al muro di un gruppo di Facebook, affrontate chi credete di disprezzare o temere. Fatevi avanti e siate propositivi. Al massimo sarete derisi e non penso che questo rappresenti un problema particolarmente grave.
Personalmente sono stata derisa così tante volte che ormai ho imparato a vedere il ridicolo in chi mi osserva con aria deprecante e dice: "Ma tu sei fuori!"
Basta rispondere: "Io sono fuori? E tu hai una cazzo di divisa addosso."
Tutto ciò per dire che stasera all'assemblea indosserò il costume da guerrilla gardener insieme ad alcuni colleghi e proporrò una seconda volta di dedicare una parte del giardino alle piante aromatiche, da usare eventualmente per le tisane biologiche del bar.

Potrà sembrare una stupidaggine insignificante, eppure poche cose scaldano il cuore come una tisana dal retrogusto erbaceo, aliena da ogni tipo di packing.
Lo so che sembro "fuori" quando faccio questi discorsi; quando contrappongo il pragmatismo dei vegetali alla volatilità della rivoluzione.
Lo faccio perché penso che tutti abbiano il diritto di assaggiare un pomodoro appena colto, tiepido e succoso, o di sorseggiare una tisana contemplando il giardino da cui vengono i suoi ingredienti. Io l'ho fatto solo di recente e da allora il mio modo di vedere le cose è cambiato.
A Vicenza ci sono ancora persone convinte che la Ederle 2 sia una buona cosa, probabilmente perché sono come il ministro Zaia e ritengono che la cosa più importante a questo mondo sia il denaro.
Parlando con questi soggetti emergono inevitabilmente degli elementi che li accomunano. Si tratta in genere di persone che per partito preso si dichiarano favorevoli alla costruzione del nuovo aereoporto NATO -magari perché l'ha detto Berlusconi o qualche altra figura politica di spicco- o di berici convinti che gli Stati Uniti non farebbero mai del male ai cittadini di Vicenza, soprattutto considerando le dichiarazioni "progressiste" di Obama su questioni ecologiste. In ogni caso questa è gente che ignora deliberatamente l'eloquenza dei fatti.
Mi domando come facciano a continuare a credere che il No Dal Molin sia composto da facinorosi. Hanno visto gli attivisti all'opera per più di tre anni. Possibile che una frase sentita in tv o letta sul Giornale di Vicenza sia più potente della tangibilità di quanto accade fuori dalle proprie case, entro i confini della propria città?
Per loro e per i nostri governanti i contenuti delle rassegne stampa del presidio permanente e di tutti gli altri presidii sparsi in giro per l'Italia -accomunati dalla lotta contro la costruzione infrastrutture deleterie- non sono altro che menzogne.
Mi domando dunque dove sia andata a finire la decenza di queste persone, che pretendono rispetto e che si considerano tanto sapienti, quando i fatti emergono dal sottosuolo, facendosi così evidenti che non esiste gioco retorico capace di ricacciarli da dove sono venuti.
Piantare migliaia di pali in una falda acquifera senza fare le dovute valutazioni di impatto ambientare dovrà pur avere delle conseguenze, o siamo così stupidi da fingere il contrario?
Ora che la falda si sta ribellando, ora che cominciano a presentarsi i primi problemi concreti, non posso far a meno di osservare la staticità di chi, da vicentino, continua ad insultare i suoi concittadini che si oppongono allo stupro che sta avendo luogo da mesi, turandosi il naso per non sentire la propria puzza di ignoranza e odio.
Per certi versi quest'atteggiamento disdicevole non fa che alimentare la brama di resistenza di chi, invece, continua a lottare dichiarando il proprio no di fronte ad un abuso di potere indegno di un paese che vuole credersi democratico.
Ed è così che questa mattina cinquanta attivisti del presidio No Dal Molin sono entrati nel cantiere innevato dell'aereoporto -una zona militare invalicabile- e si sono incatenati alle gru.

Domandiamoci dunque: "Da tre anni a questa parte, chi ha realmente difeso la propria terra? I presidianti o i leghisti?"
Tenetelo a mente quando voterete alle regionali.
Uno degli aspetti positivi dello studiare "cose inutili" è che ci si imbatte di sovente in scritti molto divertenti. In alcuni casi essi stimolano anche la riflessione nei confronti di tematiche che ci toccano in prima persona.
Ad esempio, io amo far notare al mio granitico prossimo che il concetto di famiglia non è per niente statico. Questa pratica diviene ancor più esilarante se l'interlocutore di cemento armato è un leghista, naturalmente costretto alla dissociazione dalle dichiarazioni contradditorie forniteci dai nordici leader di partito negli ultimi anni.
Prendiamo ad esempio un ipotetico veneto, diviso interiormente dal suo amore per Lega Nord e per la Chiesa Cattolica Romana. Egli sarà indubbiamente un sostenitore della moralità, della pudicizia e di tutte queste cose tristi. Al contempo dirà cose spregevoli sugli omosessuali, sulla gente che convive al di fuori del sacro vincolo del matrimonio e probabilmente anche sulle donne con un minimo di cervello.
Giustificherà le sue idee affermando che "è sempre stato così", che "quei maiali vogliono distruggere l'istituzione della famiglia", che "non c'è più religione", ma soprattutto che "la famiglia tradizionale è quella formata da marito e moglie con figli".
Ora, io non capisco proprio questa ostinazione nell'uso della parola tradizione.
Persino in Veneto sarebbe semplice raccogliere tonnellate di volumi che dimostrano l'insensatezza di quest'idea balorda di età dell'oro durante la quale i celti, o chi per loro, facevano le elementari, poi andavano a lavorare in fabbrica e poi si sposavano con una "brava ragassa", poi figliavano e soprattutto andavano sempre a messa.
Per dimostrare la profonda idiozia di quest'idea granitica di famiglia per bene che la nostra classe politica vuole appiopparci, faccio ricorso alle parole dell'amico Arnold Van Gennep, autore di uno scritto seminale intitolato "I riti di passaggio", che vi consiglio se siete amanti delle mutilazioni e delle pratiche sessuali che da noi sono considerate devianti*.
"L'efficacia magico-religiosa del coito con un animale risulta anche nelle prescrizioni seguenti, rilevate in Dalmazia dal dottor A. Mitrovics. [...] Per avere una vita felice in famiglia, bisogna copulare con una capra e si deve anche raccogliere lo sperma e con questo spalmare la porta di casa." (Van Gennep, I riti di passaggio, 1909, pg. 151)
Sbaglio, o questa è una pratica tradizionale diffusa un tempo presso i nostri amici confinanti? Che sia forse il caso di rivalutarla?
*io lo sto studiando per un esame, il ché significa che non si tratta di un testo sovversivo, sempre che il mio professore di antropologia non sia un periocoloso cospiratore.
Come ben sapete, sono una grande amante della polemica sterile.
Si tratta senza dubbio di una delle poche cose che mi tengono in vita, considerando quanta poca soddisfazione mi dà questa città di morti.
Vista la scarsità di soggetti cui sottoporre le mie arringhe insensate e le soventi minacce di defenestrazione provenienti dai miei irati genitori, ho deciso di considividere parte delle mie riflessioni con voi, Amati Lettori.
Quest'oggi l'oggetto della mia analisi poco seria è il video di "Kings and Queens" dei 30 Seconds to Mars, una band che ho sempre ignorato, probabilmente perché costruita per rispondere alle esigenze di un target in cui non rientro. Quel genere di target che comprende gente che va in visibilio di fronte ad un video da svariati milioni di dollari e roba simile.
Quindi, premesso che l'unica cosa che so dei 30 Seconds to Mars è che il leader della band è Jared Leto, a me noto esclusivamente come attore, chiedo remore per l'incompletezza di ciò che segue.
Ma veniamo al dunque.
Cosa mi turba di questo video?
Quando lo vidi per la prima volta su Mtv mi lasciò dubbiosa.
Cos'erano tutti quei ciclisti? Perché alla fine del video sembra che vadano a suicidarsi giù dal molo? Che senso ha la vicenda del tizio che viene investito e che poi si rialza come se niente fosse? È forse un superuomo? Un dio? Un'incarnazione di Santa Caterina da Alessandria (protettrice dei ciclisti)? E il cavallo? Che senso ha il cavallo?
Il video è forse un riferimento alla pratica chiamata Critical Mass? Se sì, che senso ha se viene praticata di notte, con le strade deserte? Nessuno, ovviamente.
Quindi, se non è Critical Mass, che cos'è? Generico nulla? Qualcosa che vuole sembrare accattivante, cool, politicamente schierato?
Apparentemente sì, a giudicare dal trionfo di splendidi/e ciclicisti/e e dallo sfoggio di iconografia palesemente banksiana.
Per trovare una risposta a tutte queste attanaglianti domande, mi rivolsi a Wikipedia. In un'intervista citata nella pagina dedicata al singolo "Kings and Queens", il nostro amico Jared Leto, che è anche il regista del video, afferma:
"Ma l'idea della biciclettata notturna... Ho alcuni amici che stavano partecipando a Critical Mass, Crank Mob e People's Ride a Los Angeles ed è una di quelle cose scoperte per caso, quando alcune persone hanno cominciato a parlarmene. Poi un mio amico ha cominciato ad avere l'attrezzatura, poi un altro ancora... Ho pensato che il mondo fosse davvero interessante e che potesse essere un bellissimo sfondo per il nostro video."
D'accordo Jared, il video ha un certo impatto. Non per niente mi ha spinta a scrivere questo post.
Eppure non penso che delle motivazioni estetiche giustifichino l'uso che qui viene fatto di una pratica con un forte significato politico. Il modo in cui è stata trasposta la fa sembrare una semplice parata di gente in bici.
Soprattutto se facciamo riferimento ad un'altra dichiarazione di Jared Leto, che spiega la scelta di girare il video a Los Angeles:
"Penso che questa città sia un posto bellissimo di notte, le strade deserte. È come se fosse un paesaggio dimenticato... Molto sereno." (da Wikipedia)
Ora, che senso ha collocare una scena di critical mass in un posto dove non c'è traffico? Non ci vuole un genio per rispondere a questa domanda.
E non apro parentesi sul numero esponenziale di fixed bike che compaiono nel video, altrimenti potrei scrivere per altri due giorni.
In conclusione, pare proprio che il video di "Kings and Queens" millanti un'anima che non ha. E pensare che qui in redazione (=nel mio cervello) speravamo che si trattasse di un qualcosa di pregevole, di cui poter scrivere con gioia.





