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La prima settimana dell'anno (accademico) a Trento è stata segnata da piccoli ma dolorosi eventi. Speravo che il rientro prendesse una piega ben diversa, a dimostrazione del fatto che Trento è Madre Amorosa prima che Madre Matrigna. Ma, come qualsiasi passante avrebbe potuto confermare, mi sbagliavo.
Di fronte ad un foglio protocollo a quadretti e ad una serie di esercizi che, con solenne lentezza, sarei stata in grado di svolgere, ho cominciato a sudare freddo e a guardarmi attorno alla ricerca di una via di fuga. Sull'autobus che mi ha condotta a casa mi sono ripetuta che non voglio essere quel genere di persona che millanta blocchi mentali e traumi infantili per giustificare la propria incapacità di riempire un foglio protocollo a quadretti con qualcosa che abbia senso. Ma a quanto pare al momento quel genere di persona è ciò che sono.
I fogli protocollo a quadretti mi fanno sentire a disagio. Se so che dovrò riconsegnarli ad un altro essere umano il cui compito sarà giudicare il mio operato tendo a sudare copiosamente e a desiderare con profondo ardore un balzo indietro nel tempo, con il quale intervenire sul lento ed apparentemente inesorabile sedimentarsi del mio senso di inadeguatezza e delle mie lacune. Parte del mio disagio nello scrivere su carta a quadretti dipende dal fatto che non scrivo regolarmente su carta a quadretti da anni. Non riesco a prendere le misure, perché la mia calligrafia è quella di un animale laureato in medicina. Guardo il guazzabuglio di segni che mi lascio dietro vedendoci solo disordine e reminiscenze dei compiti di matematica e di fisica che sono stati il mio tormento.
A turbarmi particolarmente è l'apparente inconciliabilità tra il mio desiderio di diventare abile in statistica e il disagio che mi provoca la vicinanza con le persone che avrebbero il potere di mostrarmi dove sto sbagliando.

Quando frequentai la quarta e la quinta superiore ero solita attendere con ansia i giorni dei temi in classe. Amavo svolgerli, indipendentemente dalla traccia e dagli altri vincoli imposti dall'altro. Erano il mio modo di dimostrare la ricchezza delle letture extrascolastiche sulle quali mi consumavo, di mettere in chiaro che valevo più dei 7 che raccoglievo dopo ogni test di letteratura, dei quali fallivo date e rievocazione di conoscenze mnemoniche che nulla avevano a che fare con il piacere.
Un giorno svolsi un tema su un foglio protocollo a quadretti. Me ne resi conto quando era troppo tardi per farne una bella copia, motivo per cui lo consegnai così com'era, senza preoccuparmi delle conseguenze della mia sbadataggine. Dentro di me viveva la convinzione che la qualità del mio lavoro fosse tale da contrastare erroneità del supporto sul quale esso si dispiegava. Dopo un paio di settimane la professoressa di italiano mi riconsegnò il tema facendo solo un'osservazione sull'assurdità dell'oggetto che le avevo dato da correggere e lì credetti che la questione fosse stata chiusa. Di lì a due giorni, invece, Suor Preside capitò nella mia classe e, tra le altre cose, si lanciò in un'invettiva contro qualcuno che, come emerse in seguito, ero io. Non ricordo granché di quella visita, eccetto il fatto che Suor Preside disse che i temi sono documenti ufficiali e che, considerato il fatto che avevo consegnato un documento ufficiale sulla carta sbagliata, avrei dovuto espiare i miei peccati tentando di recuperare un 3 o un 4.
Il fatto che il mio voto sia poi rimasto invariato mi fa sospettare che quella fosse l'ennesima minaccia campata in aria con la quale alcune suore del mio ex Istituto erano solite terrorizzare gli studenti meno disposti a indossare magliette di lana cotta in giugno e ad annuire con fermezza di fronte ai post antiabortisti che tappezzavano i muri della scuola.
Il punto è che, quel giorno, Suor Preside - tentando di correggere il mio comportamento traumatizzandomi - appose un timbro vaticano alla mia convinzione che linguaggio scientifico e prosa fossero inconciliabili, al punto da richiedere supporti diversi, il cui uso erroneo sarebbe stato punito con la pubblica gogna e duecento Salve Regina.

Negli ultimi giorni ho poi assistito alla lenta consunzione della facciata che offro a me stessa quando mi dico che Trento non ha risvegliato in me l'atavico desiderio di evitare il contatto umano non necessario. Diverse aule di Sociologia sono state occupate per un convegno al quale sono accorse decine di scienziati sociali che, in forma sintetica, definirò qualitativi. Si parlava delle narrazioni come dato. C'erano gli applausi, i complimenti accorati, le presentazioni in Power Point e un sacco di discussioni dedicate a temi che, dal basso delle mie letture sparute e di quello che credevo fosse semplice buon senso, ritenevo archiviati da qualche tempo. Ho allungato l'orecchio cercando la voce di qualcuno che rompesse il circolo vizioso dei complimenti e che non si limitasse a fare un timido accenno alla questione delle interviste come "furto" di storie e di informazioni, passando poi ad altro, a considerazioni più neutre. Anche in quel caso mi sono sentita sola con il mio piccolissimo bagaglio di libri ed esperienze, mentre sullo sfondo dell'altrui cambiare discorso mi domandavo se i presenti avessero esplorato a fondo il rapporto che lega la qualità del dato raccolto e la capacità del ricercatore di definire un frame entro il quale il narratore scopra l'intervista come un'occasione per esplorare sé stesso e la propria vita anziché uno spazio-tempo inutile, da cedere controvoglia.
Fuori da un'aula del secondo piano ho tentato di esternare a voce i miei turbamenti in proposito e di raccontare una delle idee che mi sono venute per la tesi (quella il cui accesso al campo si configura come un'odissea burocratica kafkiana). Dopo una manciata di minuti ho osservato le resistenze della mia interlocutrice. L'ho vista abbandonare la conversazione, lasciandomi sola con un vuoto che avevo previsto. L'ho vista scomparire in fondo al corridoio, mentre il vuoto che avevo previsto corrodeva la mia capacità di restare composta, muta ed imperturbabile.

Mi immagino intenta a correre senza una meta, quasi che la corsa possa liberarmi dal legame con il suolo, con l'immediato presente e con i segni del passato che si stagliano come elefanti ovunque io creda di aver trovato quiete. Scaffali dissestati, carichi di porcellane infrante sono ciò che mi lascio alle spalle e che mi volto a guardare, per capacitarmi delle dimensioni del mio errore.
In verità sono ferma, china sull'asfalto di un marciapiede affollato, con il palmo della mano sinistra sbucciato, sporco e sanguinante.
E lunedì ricominciano le lezioni.

Da poco più di un'ora sono proprietaria di una bici nera. Non l'ho ancora testata a fondo, ma per il momento pare sia un mezzo di trasporto adatto alle mie esigenze.
Ho comprato una nuova bici perché quella che avevo a Trento mi è stata rubata qualche sera fa. Non riuscirò più a guardare le rastrelliere di Sociologia con gli stessi occhi, questo è certo. Non ho pianto perché nel corso della mia vita mi sono state rubate diverse bici e ormai ci ho fatto il callo. Badate bene: sono rimasta impassibile non perché ormai sia diventata grande, una donna adulta e simili cazzate. Sono rimasta impassibile perché ho già versato troppe lacrime sulle prime bici che mi furono rubate anni or sono.
La bici di Trento era rosa e viola. L'assemblai poco per volta alla ciclofficina di Vicenza, partendo da un telaio Atala. Quella bici capitò proprio a me perché uno dei tizi della ciclofficina diede per scontato che il telaio rosa dovesse finire tra le mani di una ragazza.
Ero molto affezionata alla mia bici trentina. Sigh.

A Vicenza avevo una bici nera il cui unico vero pregio erano i freni semi-funzionanti. E' stata il mio destriero per diversi anni, prima che un vile si introducesse nel mio cortile domestico e la rapisse. Era la scorsa primavera. Anche in quel caso restai impassibile.

Ogni volta che mi rubano una bici finisco per detestarmi. Penso al catenaccio pesantissimo che mi sono portata dietro per mesi dicendo tra me e me: "Era troppo poco".
In un secondo momento vengo colta da impulsi atavici e considero la possibilità di rubare una bici a mia volta. Alla fine non lo faccio mai, perché odio i ladri di biciclette e se lo diventassi penso che mi vergognerei a tal punto da entrare in una chiesa a caso e chiedere il sacramento della confessione.
Dico tutto ciò forse perché le mie bici sono sempre state lo specchio della mia anima, per lo meno da quando ho potuto sceglierle, metterci dei coprisella pelosi color fucsia, tinteggiarle e usarle per trasportare piccole balle di fieno, montagne di pizze deformi e conigli nani.

Dico dunque addio al mio destriero Atala. Addio!

(L'amico Silvio con la mia vecchia bici. Foto di Anna Bertolaso)

Ho una storia nei polmoni. La sto raccontando da circa due anni.
Mia madre e mia nonna temono che questa storia possa compromettere la mia riuscita nel magico-magico mondo dell'accademia.
Le loro fronti aggrottate discendono dalla convinzione che io possa fuggire, abbandonare il suolo cattolico sul quale mi reggo e ritirarmi a scrivere in un armadio.
So che gradirei la solitudine, ma sarei un parassita.

Il suolo cattolico sul quale mi reggo è uno spazio-tempo che si dispiega tra Vicenza e Trento, tra la fiducia che riponevo in Dio e l'inquietante santino che ho rinvenuto ieri pomeriggio mentre stavo cercando un cacciavite.
Il santino dice:

Preghiera a S. Michele Arcangelo
(da recitare come esorcismo)

S. Michele Arcangelo,
difendici nella battaglia.
Sii tu il nostro sostegno
contro la perfidia
e le insidie del diavolo.
Che Dio
eserciti il suo dominio
su di lui,
te ne preghiamo supplichevoli.
E tu,
Principe della milizia celeste,
con la potenza divina
ricaccia nell'inferno Satana
e gli altri spiriti maligni
i quali errano nel mondo
per perdere le anime.
Amen.

A giudicare dalla consistenza e dal colore della carta, credo che il santino in questione sia rimasto nel cassetto in cui l'ho trovato per diversi anni.
Leggendolo per la prima volta ho riso. Non potevo credere alla mia fortuna.

Mia madre e mia nonna sono le persone cui ho raccontato più spesso dell'esoscheletro che è andato formandosi sul mio torace e sulla mia schiena nel corso degli ultimi dieci anni. Quando le circostanze mi permettono di svuotarmi sulla carta, esso diviene una corazza. Quando le parole si fermano ai polsi, invece, esso si tramuta in una morsa che m'impedisce il respiro.
Se racconto le mie metafore è solo per sottolineare la mancanza di alternative al mio agire scomposto. Non credo di poter fare a meno di desiderare il silenzio, nonostante esso mi conduca sempre più spesso a dover comprimere ciò che resta dei miei polmoni per prevenire l'insorgere delle urla che non ho mai consegnato al vento.

Mia madre e mia nonna sembrano chiedermi di strisciare fuori dal mio esoscheletro. Sono così gentili da non dirmelo in faccia, ma è chiaro che lo pensano.


(Untitled, Shaun Leane per Alexander McQueen)

Il giorno in cui ricevetti la notizia della morte di mio nonno mi svegliai e trovai la casa deserta. La mia esperienza con la morte era stata fino a quel punto parziale e defilata. Ero stata stata al funerale della mia amata zia di cui nessuno pareva disposto a raccontarmi il passato. Mi ero poi recata ad altri funerali, constatando poco per volta che i rincuoranti discorsi che vi ascoltavo erano per me nient'altro che una tortura.

Quand'ero poco più che una bambina affidai il cadavere della mia gatta ai miei nonni paterni, affinché la seppellissero nel loro orto. Poi scrissi un tema sul ritrovamento del corpo sotto il cedro pendulo che ombreggia la mia camera. La mia professoressa di italiano delle medie lo trovò così tragico da consigliare ai miei genitori di prendermi un altro gatto, prima che fosse troppo tardi.
Durante le superiori affrontai il ritrovamento del corpo dilaniato di un altro dei miei gatti mentre uscivo di casa per recarmi a scuola. Quando mi presentai in segreteria per giustificare il mio ritardo scoppiai in lacrime davanti alle suore e all'unica segretaria laica dell'istituto che, come era già stato chiaro da altri segnali raccolti nel corso degli anni, era a sua volta una donna tormentata dal ricordo di gatti profondamente amati che avevano trovato la morte attraversando una strada.
Dopo la fine delle superiori vennero meno le gatte dei miei nonni e con esse un frammento della mia infanzia. Le estati trascorse in penombra, le code di lucertola sull'asfalto, i giardini circoscritti, le stesse passeggiate tutti i giorni.

La mattina della telefonata che m'informò della morte di mio nonno faceva caldo e la cucina era buia. Il contenuto della telefonata mi colse di sorpresa, eppure una parte di me aveva già predisposto la casa affinché non vi fosse dissonanza tra la notizia e il contesto in cui l'avrei ricevuta. Quando il telefono squillò stavo ascoltando un disco di Colleen.
Ora quel disco evoca in me i ricordi della mattinata di agosto che trascorsi fissando il vuoto, dell'ultima volta che vidi mio nonno da vivo, del suo corpo nascosto sotto un macchinario refrigerante delle pompe funebri, del libro di Rosmini mai terminato che giaceva sul suo comodino.
Mi verrebbe da chiamarlo un disco sacrificato, perché da allora evito di ascoltarlo e di guardarne la copertina, nonostante l'artwork sia molto bello e io possegga quell'album nell'ingombrante formato del vinile. Lo rimisi sul piatto solo una volta dopo quella mattinata e la persona che era in mia compagnia disse che era un disco scialbo e palloso.

Un anno fa lottavo con la schizofrenia. Mettevo da parte il mio ateismo e facevo patti con Dio affinché si portasse via mia nonna e la smettesse di tenere in vita il suo corpo sfinito. Andavo a trovarla in ospedale ascoltando ossessivamente due o tre dischi, tra i quali "Neon Bible" degli Arcade Fire, che è così diventato l'album dei viaggi in macchina verso dimore parentali nelle quali si parlerà di morte. Al contempo tentavo di distrarmi. Progettavo di scendere a Marina di Ravenna con degli amici per il concerto di Wavves di cui parlavano tutti coloro che non erano stati al Primavera e che non avevano cominciato a deprecarlo dopo il suo exploit sul palco di Barcellona. Ero sfiancata dai sensi di colpa, ma volevo andare a quel concerto, volevo vedere l'Hana-Bi, volevo ballare.
Mia nonna morì il giorno prima del concerto di Wavves, lasciandomi l'impressione che Dio avesse effettivamente ascoltato le mie preghiere e che, di conseguenza, fosse mio compito dedicarmi a tutte le attività e alle rinunce che avevo promesso di fare.
Da allora "King of the Beach" - un disco allegro dedicato al tema della nullafacenza e del consumo di droghe leggere - mi fa pensare alle mani di carta di mia nonna, ai suoi occhi sempre più vacui, alle ultime cose che mi disse, in cui si mischiavano senza alcuna logica resoconti di eventi appena trascorsi e ricordi della sua giovinezza, del suo lavoro da insegnante.

La mattina del funerale arrivai in ritardo perché c'era traffico. Non avevo mai trovato traffico su quella strada. Mai in tutta la mia vita. Non andai al ritrovo parentale che precedette la chiusura della bara perché non era così che volevo ricordarla, all'obitorio. Mi limitai ad arrivare in ritardo, dando forse l'impressione di essere una persona schifosa.
Avevo visto da poco l'ultima stagione di Six Feet Under, motivo per cui trascorsi la Messa contemplando le schiene dei miei parenti affranti, presagendo il loro trapasso e il mio.
Qualche ora dopo ero a Trento e visitavo l'appartamento dal quale scrivo ora, sentendomi nuovamente in colpa, come se il fatto di cercare una sistemazione nella città in cui mia nonna era cresciuta il giorno del suo funerale fosse irrispettoso e poco consono con gli standard italiani del lutto.
Quel pomeriggio di luglio mi sentii come se il periodo di lutto fosse invece sul punto di terminare, perché erano mesi che mi recavo a visitare mia nonna e la vedevo svanire poco a poco, in una parola che non riusciva a trovare e sulla quale perdeva il senso della frase in bilico, in un pasto rifiutato, nei suoi occhi che erano mutati, fino a diventare persi ed impauriti.

É passato un anno da quel giorno di luglio. I richiami distratti al concerto di Wavves al quale non siamo mai andati bruciano come un'ustione in via di guarigione lambita da acqua calda. É il ricordo del dolore che riemerge inaspettato, tra un discorso leggero e l'altro.
Tali impreviste fitte dietro il costato sono una novità estiva, perché il caldo ci spinge a ricalcare con la memoria gli accadimenti degli anni passati, le rare mattinate in spiaggia, i concerti, i viaggi in treno.

Trento è una città sulla quale posso costruire quasi esclusivamente punti di riferimento vergini. Non ci sono semafori a ricordarmi le occasioni in cui guidai con gli occhi lucidi o parchi in cui andavo a giocare da bambina. C'è solo Piazza Duomo, così come traspariva dai racconti di mia nonna; le facciate vivaci degli edifici che mi riportano nella sua cucina.

Ci piace pensare a Lega Nord come a quel partito di tizi barbuti amanti del lancio del tronco. Ci rincuora crederli fermi ai loro esordi, fatti di luganega, riti celtici e voglia di secessione. Duole constatare che, invece, quei tempi sono stati progressivamente rimossi, per lo meno nelle nostre aride terre.
Il lavorìo cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha visto il partito del "Forgiati un set di armi ed elimina fisicamente il terrone" tramutarsi in un enorme Quid. In Veneto esso raccoglie i consensi di personaggi assai disparati; dall'autoproclamatosi fascista con le foto di Borghezio nel cellulare allo studente di Scienze Politiche che sembra un becchino. C'è poi il piccolo problema dell'elettorato della defunta Democrazia Cristiana che, a quanto pare, ha trovato nella Lega Nord un interlocutore adeguato.
A sconcertarci non è tanto il fatto che Lega Nord esista e il suo vertice sia tutt'ora dominato dal non più carismatico Umberto Bossi. Ciò che fatichiamo ad accettare è il fatto di essere finiti nel regno di Zaia che, dopo aver lasciato il Ministero dell'Agricoltura nelle viscide ed impreparate mani di Galan, ha deciso di indossare le vesti del catechista stronzo.
Noi Veneti in polemica con la Santa Sede dobbiamo dunque patire una dominazione doppiamente penosa: oltre al tradizionale pacchetto Lega Nord ("i cinesi puzzano; noi mangiatori di maiale siamo meglio di chiunque altro; mio figlio ha sposato una terrona cattivissima che pretende di dividere i lavori domestici") abbiamo avuto in omaggio anche il cofanetto "Quanto ci piacciono le nostre radici cristiane".

L'esempio che siamo lietissimi di presentarvi è fresco fresco (ringraziamo Francesco G. per la segnalazione).
A quanto pare, Elena Donazzan, il nostro poco competente assessore regionale all'Istruzione ha recentemente spedito una lettera a tutti i dirigenti scolastici delle scuole primarie venete. Tale lettera anticipa una pioggia di doni, offerti dalla Regione, che si abbatterà sulle teste dei bambini delle elementari sotto forma di Bibbie e tedio. Ciascun bambino riceverà infatti la sua personale copia del libro più venduto al mondo. Ma non solo.
La Donazzan, aizzata da Zaia e da tutti i fanatici del Consiglio Regionale, scrive infatti che i suddetti volumi andrebbero letti, magari in classe.
"Leggere la Bibbia - esplica (mettendo la punteggiatura un po' a caso) la sadica donna - dare la possibilita' ai bambini di commentarla in classe, trovare dei momenti di discussione su tematiche che possano diventare stimolo di ragionamento e riflessione, crediamo fermamente siano un'occasione importante per gli studenti; magari in occasione delle prossime festivita' natalizie attorno ad un presepe, simbolo della nostra tradizione popolare piu' vera e profonda".

Ci piace credere che i bambini non siano degli automi senza cervello, bensì persone come noi. Persone che non hanno alcuna voglia di farsi ammorbare da qualche adulto pieno di risposte preconfezionate ed interpretazioni inscalfibili della Bibbia. Persone che magari in Gesù ci credono anche e che, nonostante ciò, non hanno alcun bisogno dell'ennesima lezioncina sul fatto che il paradiso è lì in cielo e l'inferno è sotto terra. E, nello scrivere tutto ciò, tralasciamo volutamente gli altri cinquemila argomenti problematici che insorgono; dalla mancanza di rispetto nei confronti dei bambini non cattolici, alla palese volontà di raggirare le regole, nel tentativo indottrinare le nuove generazioni con tanto di volume approvato dalla CEI eletto ad un Unico Vero Testo Sacro.
Scrive poi l'assessore: "Siamo convinti che la deriva laicista, spesso ancorata ai dettami del relativismo e del nichilismo, non possa essere una risposta efficace in un mondo in continua evoluzione, pur nel doveroso riconoscimento del patrimonio di valori in cui si riconoscono le nostre Istituzioni, compreso ovviamente il mondo scolastico".
L'espressione "la deriva laicista" ci piace oltremisura. È splendida. Sopraffina. Piena di senso, soprattutto.

La decisione di regalare una Bibbia ad ogni bambino iscritto alle elementari in Veneto è, indubbiamente, un gesto politico degno d'interesse.
A dominare i nostri pensieri è però soprattutto la sorte delle persone che riceveranno questi libri e che, con ogni probabilità, si sentiranno dire tante cose demagogiche dopo l'avvenuta consegna. Il problema, chiaramente, non sta nella Bibbia in sé, ma nel fatto ch'essa sia elevata a simbolo di una comunità nella quale siamo confinati a forza fin da piccoli. Ci turba la leggerezza di questo gesto. Ci turba la pressione che la Chiesa Cattolica esercita sulle nostre vite, anche quando abbiamo l'impressione di essere fuggiti dal recinto.
Soprattutto ci fa paura l'abissale contrasto tra l'insegnante cattolica di inglese, che ci insegnò i nomi delle diverse parti del corpo usando disegni di persone nude, ma prive di organi genitali e la scolaresca di bambini olandesi (avvistata nel 2007), che già alle elementari andavano in uscita didattica nel noto negozio specializzato in preservativi di Amsterdam (La Condomerie), per ascoltare una lezione sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili.

Alla luce di tutto ciò, alcuni direbbero che i veneti sono arretrati. Noi crediamo invece che il problema stia nel fatto che siamo masochisti, perché concetti come quelli di sviluppo e progresso non ci convincono. Ci divertiamo a perpetuare le regole che ci hanno mandato in tilt il cervello in passato. Ci piace continuare a parlare di sesso, dicendo però che è sbagliato. Ci sembra splendido che gli stereotipi di genere non vengano sfatati. Godiamo pazzamente di fronte al dogma dell'infallibilità del Papa.

In conclusione, la nostra proposta è quella di non spendere i soldi dei contibuenti per comprare Bibbie. Suggeriamo invece di investire risorse affinché tutti i bambini possano avere un orto scolastico, oltre che a scuole degne di questo nome. Inoltre, ci piacerebbe che in futuro il Veneto fosse pieno di ragazze che suonano in una band, perché ci siamo rotti le scatole di beccare sempre i soliti tizi che si sentono in dovere di proporre musica muscolare e magari anche priva di senso. Per questo consigliamo di diffondere nelle scuole una traduzione italiana del mai desueto manifesto Riot Grrrl, che qui sotto trovate letto dalla zia Kim Gordon.

Ero seduta su di una panca lignea in compagnia di alcuni colleghi. Qualche ora fa, all'interno di uno dei luoghi frequentati dagli studenti della triangolazione Sociologia-Giurisprudenza-Economia. Un bar.
Stavo pensando al fatto che Trento è un luogo apparentemente inadatto alla mia esistenza, poiché è del tutto scevro da attività a sfondo musicale di mio gusto, nonché isolato e remoto. Trento è inoltre una città profondamente cattolica.
L'impressione, a volte, è quella di essere finita in un posto che somiglia moltissimo a Vicenza, ma che, in ultima analisi, risulta addirittura più esecrabile.
Andando all'università incontro bandiere vaticane, vecchine razziste che fanno le volontarie alla sede locale del Centro per l'Aiuto alla Vita e migliaia di vigili irati. Poi scopro che il locale centro sociale, che alcuni di voi conosceranno come Bruno, ha in programma un benefit per il CSA sciagurato di Schio, che è la terra natale di Mater e dell'industriosità nordestina che tanto amo.

Mi piace stare rinchiusa in casa a farmi corrodere le vie respiratorie dal riscaldamento centralizzato perché fuori il mondo è brutto e ostile. I marciapiedi sono perennemente ricoperti da sottilette di ghiaccio e all'università ogni singolo dettaglio - dalla polvere sui davanzali ai proiettori surriscaldati - mi ricorda che sono una fallita perché non so niente di statistica e, senza una vastissima conoscenza in tal ambito, è improbabile che io riesca a laurearmi.
L'unico vero aspetto positivo del mio confino sta nel fatto che i miei compagni di corso sono pochi. Chi, come me, viene da altri atenei tende a portare i segni della propria isteria in bella vista. Ho notato, ad esempio, che tra i non laureati a Trento sono assai diffuse le capigliature noncuranti delle norme sociali vigenti nonché potenzialmente abitate da volatili. Io sono la prima a sfoggiare capelli di almeno cinque colori diversi, frutto di una decolorazione casalinga mal riuscita e del successivo processo di abbandono e marginalizzazione cui la sede del mio cervello è stata sottoposta.
In casa mi guardo allo specchio e constato che le duemila pagine arretrate che devo studiare per dopodomani stanno compromettendo lo stato della mia già fatiscente faccia. A volte mi pento di aver scelto quello che, a quanto pare, è il corso di laurea (in ambito sociologico) più quantitativo d'Italia, insieme al suo equivalente di Milano Bicocca. Il fatto è che tutti gli altri erano troppo facili.
La verità è che mi piace soffrire, poiché nella sofferenza è insita la non trascurabile opportunità di sentirmi più sapiente di chiunque abbia professori gentili che non si divertono a torturare i propri studenti.
Qui a Trento, ad esempio, ho un professore sadico che molti colleghi venerano o hanno venerato in passato. Il suddetto è noto a chiunque come colui che sembra Jack Nicholson in Shining. Egli abita i miei incubi e le mie ore di veglia sotto forma di un progetto di ricerca che sta divenendo ricerca vera e propria. Un progetto al quale credo di aver dedicato almeno tremila ore solo nelle ultime quattro settimane. Ogni volta che sto sveglia fino alle due di notte ad angosciarmi o a leggere articoli scientifici sulla causalità o sull'ennesima genialata partorita dalla mente di Raymond Boudon mi vedo costretta a ripetere il mantra del "Ma poi troverò un lavoro degno". I miei compagni di corso sembrano invece molto più sereni di me. Gli unici sui quali posso scorgere i segni del dubbio, che furtivamente si insinua nelle loro teste, sono i laureati a Padova.
Noi sfigati di Padova siamo stati nutriti con aule fatiscenti, il pensiero asistematico di Georg Simmel, un milione di esami da quattro crediti e una relativa libertà sul fronte del piano studi, per lo più derivante dallo stato disastroso in cui riversa la Segreteria Studenti. Abbiamo dunque fatto esperienza di ciò che, per certi versi, è un fronte in polemica con Trento (per vari motivi che non vi interessano). Ciononostante i nostri rispettivi relatori hanno puntato il dito a nord, quando si è trattato di individuare un luogo in cui marcire per i prossimi due anni.
Sono dunque qui, nella terra del concilio tridentino, a convincermi che tutto va bene, anche se il freddo è tale da costringermi a bere grappa a stomaco vuoto per tornare a casa senza perdere sensibilità alla faccia e ai piedi. Nel frattempo pare che il Paese stia andando a rotoli.
Ma a me cosa importa? Io sto nella Provincia Autonoma di Trento, motherfuckers.

Una delle cose che mi hanno insegnato e che ora ospito nel mio corpo senza riuscire a liberarmene è il rispetto per i vecchi. Non nel senso del cedere il posto alle signore con i capelli blu sull'autobus o dello stare ad ascoltare con vivo interesse i racconti di chi era bambino durante la Seconda Guerra Mondiale. Per vecchi intendo "tutti coloro che sono nati prima di me". Anche quelli del 1986, per intenderci.
So che detta così sembra una cosa strana. In realtà non saprei neanche dire da dove viene questa sottospecie di timore - per lo più idiota - che provo. La mia ipotesi è che sia colpa della Chiesa Cattolica, così come il 90% dei miei problemi relazionali, mentali e pratici.
Ad ogni modo, il risultato è che faccio più fatica ad articolare le mie frasi se so di essere circondata da persone più vecchie di me. Il che è strano, considerato il mio passato da "sei così matura per la tua età" e scempiaggini varie.
Ora che ho cominciato la magistrale a Trento, mi trovo a metà strada tra quelli che - secondo la mia visione distorta della realtà - paiono essere due poli: quello dei "brillanti fautori della metodologia quantitativa, classe 1988" e "tutti gli altri, classe 1987-19xx".
Colui che, per il momento, si configura come il genio del primo anno, è palesemente più giovane di me, anche se il suo abbigliamento suggerirebbe il contrario. Mi domando se il fatto che io l'abbia etichettato come genio sia in qualche modo connesso alla sua vasta conoscenza della statistica, disciplina che comprendo più o meno come il russo.
Il genio rappresenta tutto ciò che io non sarò mai: una persona ordinata, ben educata, istruita, che parla in sociologhese e ha sempre i capelli ludici e statici.
Una persona che, per certi, non posso fare a meno di invidiare.

Da quando sono cominciate le lezioni sto esercitando l'arte del fare figure di merda e del dubitare di tutto e tutti. Più o meno ogni due giorni mi chiedo chi me l'ha fatto fare di iscrivermi a quello che notoriamente è il corso di laurea più ostico di sociologia a Trento. Mio padre mi ha già fatto notare svariate decine di volte che è lecito fallire e cambiare percorso. Tutto ciò dovrebbe confortarmi. Solo che, viste una serie di premesse che non ha senso elencare qui, ho come l'impressione che il gettare la spugna ora sarebbe l'ennesima prova della mia deficienza.
Quindi continuo a fare figure di merda, a non capire quello che dice il prof di statistica e a ricevere occhiate piene di pietà dal prof identico da Jack Nicholson in Shining [non sono l'unica a sostenerlo].

Nel frattempo ho compiuto 23 anni. E' stato molto strano, dato che da piccola avevo deciso che a 23 anni si diventa vecchi.
Ora posso dire con relativa certezza di non essere vecchia perché:
- mi mangio le unghie e non ho intenzione di smettere [bleah]
- dico cose come: "perché, tipo, potremmo andare a schiantarci là" e "ceste!"
- non ho ancora smesso di tingermi i capelli in modo assurdo
- nonostante tutto sogno ancora di fare un lavoro che probabilmente non esiste
- le persone in giacca e cravatta mi fanno paura
- sento terribilmente la mancanza della mia gattina
- non so che ne sarà di me e nel frattempo scrivo di tutto ciò
- questa sera Baldra ed io ci siamo messi lo stesso pigiama senza rendercene conto, ottenendo il tipico Effetto Cretino. Un pigiama che sottende turbamenti adolescenziali, svariati gradi di nerditudine e incuranza nei confronti dell'opinione altrui (ovvero delle nostre coinquiline).

Disclaimer: questo post contiene un linguaggio che potrebbe far inorridire gli Amati Lettori che, tra le altre cose, vantano una morale. Mi riferisco soprattutto alle bestemmie. Se le bestemmie vi fanno tanto schifo, vi sconsiglio di continuare con la lettura. Grazie.

Facebook è interessante perché permette di seguire l'avvicendarsi di trend idioti e soprattutto di scoprire cosa fa indignare la gente oggi pomeriggio. Si tratta per lo più di questioni semi-irrilevanti. Proprio per questo la loro oscenità viene considerata tale solo per qualche ora.
Vista la mia permanenza semi forzata a Trento, in un ambiente in cui ho un accesso a internet non costante e la mia principale preoccupazione è capire ciò che dice il prof di statistica, affermare che non so cosa succede nel mondo sarebbe un eufemismo. Diciamo che permango in uno stato di semidepressione, attaccandomi a simulacri muti come il compendio curato dal mio relatore di Padova e la felpa macchiata degli Husker Du che uso come pigiama.
Immaginerete dunque il mio sconcerto quando, oggi pomeriggio, ho notato la massiccia presenza su Facebook di video intitolati "Berlusconi bestemmia" o "Berlusconi racconta una barzelletta sessista e bestemmia".
Mi sono detta: "Possibile che Berlusconi abbia commesso un simile errore?"
I commenti di molti utenti rispondevamo affermativamente al mio quesito. Solo che io avevo di meglio da fare, così sono passata oltre e non ho guardato il video.

Qualche ora dopo sono tornata al mio refresh compulsivo, imbattendomi in ulteriori link e commenti disgustati al video in questione.
A quel punto ho deciso di fare un'eccezione alla mia regola che recita "Evita Berlusconi perché altrimenti poi stai male" e ho preso visione del fantomatico frammento audiovisivo.
Come molti di voi già sapranno, esso ritrae il Presidente del Consiglio mentre se la ride raccontando una barzelletta delle sue, in cui, tanto per cambiare, ironizza sull'aspetto fisico di Rosy Bindi.
Ora, sarò scema io, ma mi viene da ridere pensando al polverone che è stato sollevato di fronte a quella che, a tutti gli effetti, non è neanche una bestemmia vera. Certo, dal Vaticano arrivano condanne su condanne, così come da Famiglia Cristiana e dai plurimi quotidiani che si trovavano gratuitamente nei corridoi della mia scuola superiore (Avvenire, in primis). Ma questo dipende dal fatto che per la Chiesa Cattolica Romana più o meno tutto è peccato. Il nominare il nome di Dio invano, ad esempio.
A sconcertarmi non è tanto il fatto che Repubblica abbia calcato sulla mano sulla questione. Si tratta pur sempre di un piccolo tassello della sua crociata antiberlusconiana che, tra le altre cose, ha avuto come effetto il rincretinimento di parecchie pensone, ora convinte che Berlusconi sia IL problema, non parte del problema. A farmi sbarrare gli occhi come un pesce è invece la reazione animalesca di chi, non indossando vesti consacrate, ha riconosciuto nell'espressione "Orco Dio" una bestemmia.

Premettendo che nominare il nome di Dio invano è un semplice peccato, mentre bestemmiare è il modo più automatico per finire all'Inferno, possiamo affermare che la dottrina della Chiesa Cattolica Romana parla chiaro, così come il senso comune dei giovani e meno giovani che fanno ricorso quotidiano alla bestemmia. Per illustrare le mie considerazioni sull'argomento, mi vedo costretta ad inserire delle bestemmie nel mio post. Non vogliatemene. Se non altro perché nella vita quotidiana tendo a limitarmi alle imprecazioni meno blasfeme.

Bollare "Orco Dio" come una non bestemmia non è così automatico come il mio background culturale veneto mi aveva suggerito inizialmente. La suddetta espressione potrebbe essere difatti interpretata in tre modi diversi.
1)"Orco Dio" potrebbe diventare "'orco Dio"
2)oppure "Dio Orco",
3)ma potrebbe anche restare ciò che è, ovvero "orco Dio".
Questo cosa vuol dire?
Vuol dire che, come tutti voi laureati in Scienze della Comunicazione ben sapete, è bene distinguere tra significato e significante.
Pare invece che gli amici di Repubblica, Avvenire e Famiglia Cristiana si siano limitati ad assumere che l'espressione "Orco Dio" usata da Berlusconi non sia quella del terzo tipo, ma quella del primo tipo, ovvero "'orco Dio".
"'orco Dio", se trascritto con l'apostrofo iniziale, sta chiaramente ad indicare la nota bestemmia "porco Dio", mentre "orco Dio", di per sé, significa tutt'altro e credo addirittura che in alcune regioni italiane non si usi [sono benvenute osservazioni su questo argomento tra i commenti].
Il significante "porco Dio" veicola in questo caso il significato che fa accapponare la pelle a tutti voi. Ma il punto è che Berlusconi non ha detto "porco Dio"; ha detto "orco dio".
Come faccio a sapere che il premier non stava in realtà intendendo "'orco Dio"? La risposta è molto semplice. L'espressione "'orco Dio" rappresenta un'inutile via di mezzo tra le altre due varianti considerate e, proprio in virtù del suo essere né carne né pesce, non è abbastanza sofisticata per vegetare sulla lingua del sapiente bestemmiatore.
Il sapiente bestemmiatore sa distinguere con abilità tra le sfumature del linguaggio consentite e non consentite in presenza di un prete. È dunque in grado di darsi ai suoi intercalari più o meno blasfemi con libertà esprema, sostituendo a "Dio" la parola "Zio", o portando alle estreme conseguenze il suo talento ludico. Mio nonno, ad esempio, è solito variare le sue escalmazioni su una scala che va dall'innocente "Zio Can" al raffinatissimo "Dio Canarin", passando per il classico "Dio Can".
Come direbbe un qualsiasi vecchiotto veneto dedito al consumo di un'ombra de vin, l'espressione "'orco Dio" semplicemente non esiste, o meglio, non viene utilizzata nell'accezione che allude alla bestemmia. Pensandoci non avrebbe neanche senso usarla: se vogliamo bestemmiare possiamo aggiungere una "p"; se vogliamo ricalcare le vestigia del nostro intercalare preferito senza per questo andare all'Inferno, ci limitiamo a togliere la suddetta consonante, restando con la parola "orco".
Tutte le espressioni che associano la parola "orco" ad un sostantivo o ad un nome, sono moderatamente innocenti e per lo più fungono da riempitivo. Nessun animalista veneto, ad esempio, si formalizzerebbe di fronte ad un vecchiotto di Sandrigo che, carezzando il suo cane da caccia, se ne uscisse con un "Orco can!"
Allo stesso modo, mugugnare un "Orco Dio" equivale a dire: "Non sto bestemmiando. Questa è autocensura".
A questo punto resta da discutere solo il secondo caso della mia lista, ovvero quello che prevede l'inversione di "Orco Dio", lasciandoci con un interessante "Dio Orco".

"Dio Orco" potrebbe essere, a sua volta, una bestemmia o un modo come un altro per nominare il nome di Dio invano. Dopo essermi consultata con Baldra, che è il mio personale esperto di dialetto vicentino (area pseudo urbana), sono giunta a riconoscere l'infondatezza dei miei timori. In quanto esperta di dialetto veneto (area dell'alto vicentino), posso rassicurarvi nel negare la valenza dissacratrice dell'espressione inversa "Dio orco", poiché essa non è di uso comune, così come la stessa parola "orco" (inteso come quello cattivo e brutto che rapisce i bambini). Dubito dunque che la situazione sia diversa nell'intera area che alcuni si ostinano a chiamare Padania e che, tra le altre cose, settantaquattro ha generato l'uomo che porta il nome di on. Silvio Berlusconi.

In ultima analisi, possiamo riconoscere l'intento del premier che, nell'usare l'espressione "orco Dio", ha cercato di incarnare la mitica figura del "presidente boaro" o del "presidente delle aree che un tempo furono rurali ma che oggi sono ricoperte da zone industriali". Per certi versi, ha dunque fatto il gioco di Lega Nord, ma tenendo pur sempre le distanze dai fratelli indecisi tra il matrimonio in chiesa e quello celtico. Le distanze possono dunque essere rappresentate graficamente come un segmento ai cui estremi stanno il simpatico "orco Dio" e il meno simpatico (ma più congeniale alla Lega) "Porco Dio".

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