La prima settimana dell'anno (accademico) a Trento è stata segnata da piccoli ma dolorosi eventi. Speravo che il rientro prendesse una piega ben diversa, a dimostrazione del fatto che Trento è Madre Amorosa prima che Madre Matrigna. Ma, come qualsiasi passante avrebbe potuto confermare, mi sbagliavo.
Di fronte ad un foglio protocollo a quadretti e ad una serie di esercizi che, con solenne lentezza, sarei stata in grado di svolgere, ho cominciato a sudare freddo e a guardarmi attorno alla ricerca di una via di fuga. Sull'autobus che mi ha condotta a casa mi sono ripetuta che non voglio essere quel genere di persona che millanta blocchi mentali e traumi infantili per giustificare la propria incapacità di riempire un foglio protocollo a quadretti con qualcosa che abbia senso. Ma a quanto pare al momento quel genere di persona è ciò che sono.
I fogli protocollo a quadretti mi fanno sentire a disagio. Se so che dovrò riconsegnarli ad un altro essere umano il cui compito sarà giudicare il mio operato tendo a sudare copiosamente e a desiderare con profondo ardore un balzo indietro nel tempo, con il quale intervenire sul lento ed apparentemente inesorabile sedimentarsi del mio senso di inadeguatezza e delle mie lacune. Parte del mio disagio nello scrivere su carta a quadretti dipende dal fatto che non scrivo regolarmente su carta a quadretti da anni. Non riesco a prendere le misure, perché la mia calligrafia è quella di un animale laureato in medicina. Guardo il guazzabuglio di segni che mi lascio dietro vedendoci solo disordine e reminiscenze dei compiti di matematica e di fisica che sono stati il mio tormento.
A turbarmi particolarmente è l'apparente inconciliabilità tra il mio desiderio di diventare abile in statistica e il disagio che mi provoca la vicinanza con le persone che avrebbero il potere di mostrarmi dove sto sbagliando.
Quando frequentai la quarta e la quinta superiore ero solita attendere con ansia i giorni dei temi in classe. Amavo svolgerli, indipendentemente dalla traccia e dagli altri vincoli imposti dall'altro. Erano il mio modo di dimostrare la ricchezza delle letture extrascolastiche sulle quali mi consumavo, di mettere in chiaro che valevo più dei 7 che raccoglievo dopo ogni test di letteratura, dei quali fallivo date e rievocazione di conoscenze mnemoniche che nulla avevano a che fare con il piacere.
Un giorno svolsi un tema su un foglio protocollo a quadretti. Me ne resi conto quando era troppo tardi per farne una bella copia, motivo per cui lo consegnai così com'era, senza preoccuparmi delle conseguenze della mia sbadataggine. Dentro di me viveva la convinzione che la qualità del mio lavoro fosse tale da contrastare erroneità del supporto sul quale esso si dispiegava. Dopo un paio di settimane la professoressa di italiano mi riconsegnò il tema facendo solo un'osservazione sull'assurdità dell'oggetto che le avevo dato da correggere e lì credetti che la questione fosse stata chiusa. Di lì a due giorni, invece, Suor Preside capitò nella mia classe e, tra le altre cose, si lanciò in un'invettiva contro qualcuno che, come emerse in seguito, ero io. Non ricordo granché di quella visita, eccetto il fatto che Suor Preside disse che i temi sono documenti ufficiali e che, considerato il fatto che avevo consegnato un documento ufficiale sulla carta sbagliata, avrei dovuto espiare i miei peccati tentando di recuperare un 3 o un 4.
Il fatto che il mio voto sia poi rimasto invariato mi fa sospettare che quella fosse l'ennesima minaccia campata in aria con la quale alcune suore del mio ex Istituto erano solite terrorizzare gli studenti meno disposti a indossare magliette di lana cotta in giugno e ad annuire con fermezza di fronte ai post antiabortisti che tappezzavano i muri della scuola.
Il punto è che, quel giorno, Suor Preside - tentando di correggere il mio comportamento traumatizzandomi - appose un timbro vaticano alla mia convinzione che linguaggio scientifico e prosa fossero inconciliabili, al punto da richiedere supporti diversi, il cui uso erroneo sarebbe stato punito con la pubblica gogna e duecento Salve Regina.
Negli ultimi giorni ho poi assistito alla lenta consunzione della facciata che offro a me stessa quando mi dico che Trento non ha risvegliato in me l'atavico desiderio di evitare il contatto umano non necessario. Diverse aule di Sociologia sono state occupate per un convegno al quale sono accorse decine di scienziati sociali che, in forma sintetica, definirò qualitativi. Si parlava delle narrazioni come dato. C'erano gli applausi, i complimenti accorati, le presentazioni in Power Point e un sacco di discussioni dedicate a temi che, dal basso delle mie letture sparute e di quello che credevo fosse semplice buon senso, ritenevo archiviati da qualche tempo. Ho allungato l'orecchio cercando la voce di qualcuno che rompesse il circolo vizioso dei complimenti e che non si limitasse a fare un timido accenno alla questione delle interviste come "furto" di storie e di informazioni, passando poi ad altro, a considerazioni più neutre. Anche in quel caso mi sono sentita sola con il mio piccolissimo bagaglio di libri ed esperienze, mentre sullo sfondo dell'altrui cambiare discorso mi domandavo se i presenti avessero esplorato a fondo il rapporto che lega la qualità del dato raccolto e la capacità del ricercatore di definire un frame entro il quale il narratore scopra l'intervista come un'occasione per esplorare sé stesso e la propria vita anziché uno spazio-tempo inutile, da cedere controvoglia.
Fuori da un'aula del secondo piano ho tentato di esternare a voce i miei turbamenti in proposito e di raccontare una delle idee che mi sono venute per la tesi (quella il cui accesso al campo si configura come un'odissea burocratica kafkiana). Dopo una manciata di minuti ho osservato le resistenze della mia interlocutrice. L'ho vista abbandonare la conversazione, lasciandomi sola con un vuoto che avevo previsto. L'ho vista scomparire in fondo al corridoio, mentre il vuoto che avevo previsto corrodeva la mia capacità di restare composta, muta ed imperturbabile.
Mi immagino intenta a correre senza una meta, quasi che la corsa possa liberarmi dal legame con il suolo, con l'immediato presente e con i segni del passato che si stagliano come elefanti ovunque io creda di aver trovato quiete. Scaffali dissestati, carichi di porcellane infrante sono ciò che mi lascio alle spalle e che mi volto a guardare, per capacitarmi delle dimensioni del mio errore.
In verità sono ferma, china sull'asfalto di un marciapiede affollato, con il palmo della mano sinistra sbucciato, sporco e sanguinante.
E lunedì ricominciano le lezioni.


La Donazzan, aizzata da Zaia e da tutti i fanatici del Consiglio Regionale, scrive infatti che i suddetti volumi andrebbero letti, magari in classe.


