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La gioventù berica che si aggrega nel cortile del prete e procede con perizia alla consunzione alcolica.
Il senso di alienazione che provo nel contemplare i miei simili e ciò che da essi deriva.
I quadri in mostra, la cui banalità mi ferisce.
I miei ex compagni di scuola che fingono di non vedermi.
Le scarpe scomode.
La totale assenza di altre cose da fare in città.
La mia amica che compie 21 anni che dice: "Mi portano a Villa Bonin."
Villa Bonin è una discoteca in zona industriale.

L'angoscia al pensiero di tutti gli esami di statistica e di metodologia quantitativa che dovrò fare a Trento.
Il senso di inadeguatezza che ho provato ascoltando William Corsaro.

L'apparente assenza di conversazioni spenseriate nella mia quotidianità post-laurea.

Mia nonna sul divano del salotto. Mater che ha lasciato il cellulare spento ed è irreperibile.
Mio nonno in sala operatoria.

Periodici autoprodotti su carta patinata.

La giornata che va concludendosi è stata fruttuosa.
Ho ucciso un numero considerevole di zanzare e sono stata in grado di indossare i vestiti con cui sono uscita di casa.
Inoltre penso di aver finito di delineare la trama del libro per bambini che intendo scrivere nei prossimi mesi. Ora devo solo tradurla in qualcosa di comprensibile al mio prossimo, perché il file che ospita la suddetta trama è stato scritto in una lingua poco affine all'italiano.

Con il passare delle settimane dalla mia laurea mi sento sempre più fuori dal mondo. Forse dovrei prendere dei ricostituenti, delle droghe, delle dosi significative di alcol. Invece bevo tisane alla melissa e mangio le mie fragole a chilometro zero piene di buchi.
So che tutto ciò suona male, perché fa di me una pensionata fuori dal mondo, ma è così che vanno le cose.

Il problema è, con la venuta meno del mio viaggio ad Oslo, sono precipitata nel mondo fatato della nullafacenza. Cerco di studiare, di trovare un lavoro o uno stage di qualche tipo. Cerco di scrivere, di coltivare zucche, di leggere libri che nutrano il mio spirito. Cerco di non farmi annientare dalla fruizione tardiva di Six Feet Under. Cerco di non cedere alla nostalgia per un'epoca durante la quale ero assediata dal cattolicesimo e solo collateralmente mi dedicavo al quel genere di cazzate adolescenziali che rendono la vita gioiosa.
A volte scrivo pagine amorfe piene di idiozia autoreferenziale con il chiaro intento di sentirmi meglio, di dare sfogo ai quei crateri emozionali che popolano i miei sogni ricorrenti sotto forma di volti umani. I volti delle persone che hanno smesso di rivolgermi la parola da anni e che non riesco a dimenticare, neanche sotto meandri di apparente disprezzo ed indifferenza.
Scrivo sapendo che non me ne farò granche di quelle pagine troppo private per essere condivise. Le conservo fingendo che servano a qualcosa.

Mi mancano tremendamente i tempi in cui il mio antagonismo da strapazzo non aveva a che fare con questioni rilevanti, ma si riduceva all'ascolto compulsivo e rigenerante degli Smiths. Ora che Moz ha smesso di essere il mio faro nella tempesta vago a caso domandandomi se è questo ciò che voglio.
Voglio perdere anni di vita inscenando litigi da coppia sposata con Baldra?
Voglio o non voglio farmi deprimere dal fatto che mia nonna non è più mia nonna? Voglio o non voglio convivere serenamente con il fatto che ho bisogno di sentirmi raccontare di nuovo quella storia che lei di certo non ricorda più da un pezzo?
Voglio o non voglio uscire di casa?
Voglio o non voglio imbrattare la porta dei miei vicini di casa con dello sterco di vacca?

Il problema non sta tanto nelle risposte quanto nelle domande. Quando prendevo il treno tutti i giorni facevo fatica a soffermarmi sulle questioni che ho elencato. Mi limitavo ad attraversare la Pianura Padana deprecando Augé e i suoi non luoghi di merda.
"Stupido Augé", pensavo.
Ora trovo conforto nell'incessante interloquire di morte e malattia tipico dei vecchi, forse perché dalla venuta meno del mio nonno paterno ho l'impressione che molte cose si siano sgretolate. Natale e Pasqua sono diventati momenti terribili, che preferirei saltare a pié pari.
A volte mi scopro intenta a preoccuparmi del giorno in cui i miei genitori non saranno più autosufficienti e io, da figlia unica spiantata, dovrò inventarmi qualcosa per evitare il peggio. Tutto ciò non si confà ai miei ventidue anni; ciononostante pare che questi pensieri si siano insediati stabilmente nella mia testa.
Quando guido verso Bassano per andare a trovare mia nonna in ospedale ascolto sempre gli stessi dischi. Quando arrivo cerco di darmi un tono e parlo per un'ora di fila in modo da non dover stare ad ascoltare il processo attraverso cui mia nonna compone frasi. Poco per volta i tempi si sono allungati e ai sinonimi della parola desiderata si sono sostituite strane associazioni che non sempre riesco a capire. Mi fa molta impressione perché mia nonna insegnava lettere alle superiori e quand'ero piccola mi recitava un sacco di poesie o pezzi della Divina Commedia a memoria. Parlava usando espressioni e termini inusuali, che ora compaiono di tanto in tanto sulla sua bocca in modo per lo più incoerente. Sembra che tutti facciano il possibile per tenerla in vita, mentre io mi sento una merda perché penso che a questo punto sarebbe meglio che morisse. Quando la vedo o le parlo al telefono mi sembra sempre così triste o annoiata.
Ogni volta che entro in ospedale vedo la targa con il nome del fondatore e mi torna alla mente il pomeriggio durante il quale mio nonno mi spiegò la storia di quella persona e dell'ospedale stesso. Mio nonno aveva la parlata da professore e pareva che dicesse ogni cosa come se la stesse spiegando davanti ad una classe di giovanotti in cravatta. Era una cosa che mi piaceva di lui, così come mi piaceva il fatto che continuasse a studiare anche anni dopo che era andato in pensione.

Torno con la memoria al periodo in cui tornavo a casa da scuola fumando una sigaretta, perché ero un animale sociale. Il periodo caratterizzato dalle minacce inquietanti della suora della portineria. Minacce che per lo più si riferivano alle malattie veneree, se non ricordo male. Facevo l'esistenzialista tra mura consacrate e cercavo conferme alle mie magre intuizioni nello sguardo del mio Guru.
Mi manca il fatto di avere un Guru.
Non so se Luca sia ancora il mio Guru. In parte sì, in parte no.
Ogni tanto lo rivedo e credo che questo mi faccia bene. Mi aiuta a sentirmi meno stupida. L'ultima volta mi ha regalato un libro di circa mille pagine che non so descrivere a parole. Mia madre ha letto le prime cento e me l'ha restituito con orrore, nonostante il suo rapporto decennale con i volumi più astrusi sull'olocausto. Ogni volta che prendo in mano quel libro apprezzo il fatto di essere viva per poterlo leggere. Penso dipenda dal fatto che non riesco ad accettare l'idea che un essere umano abbia potuto scrivere quelle mille pagine così ostili e magnetiche.
Lo rigiro tra le mani con stupore, senso d'inadeguatezza e, ancora una volta, nostalgia.
Che ne è stato di quel momento in tutti ci sentivamo tutti artisti? Artisti del salto nella fontana, artisti della pedalata in campagna, artisti dell'olio della frittura che ti brucia il costato, artisti delle notti passate in cantina, artisti del travestimento, artisti del rientrare troppo tardi a casa, artisti nel selezionare i gusti più aberranti di vodka, artisti del nulla eterno.
Lo siamo ancora? Non penso.
Vorrei riuscire a scrollarmi di dosso questa nube di sedentarietà e disillusione? Sì.
Vorrei che qualcuno mi conducesse nuovamente nella landa del "no future"? Ogni tanto sarebbe bello.

Della serie: rappresentiamo graficamente le brillanti intuizioni di Baldra, laureando in sociologia.

A volte guardo Baldra e mi preoccupo. Lo vedo fuori di sé, carico di fotocopie e testi accademici inquietanti.
Ora che sono sola in casa scruto quelle montagne di carta stampata e vi riconosco le stesse montagne di carta stampata che per mesi hanno invaso il salotto, la mia camera, la mia scrivania, i davanzali e i pavimenti. Tonnellate di fotocopie inutili e di libri presi a prestito a causa di un capitolo dal titolo fuorviante e di una tesi la cui forma mi era ancora ignota.
Dovrei pulire il fornello, ma ho ancora un paio di giorni prima che i miei tornino.

Baldra differisce dai miei amori passati sotto molti punti di vista.
Pacci, il mio più recente ex, ad esempio, stava simpatico a tutti. Anche quando fece i test per entrare nell'Aeronautica Militare. Era il periodo dell'esplosione della questione Dal Molin a Vicenza. Ciononostante tutti continuarono ad amarlo e ho motivo per credere che quella fase della sua vita sia stata ormai dimenticata. Il suo nuovo gruppo rap tanto seguito dai miei giovani concittadini ha insabbiato il suo passato. Basta citare Luttazzi e Travaglio in un testo per assurgere allo status di artisti politicamente attivi.
Baldra, al contrario, fa fatica a suscitare questo genere di sentimenti.
Parla lentamente, beve acqua calda, non ha l'abitudine di picchiare la gente e pinza i quotidiani.

Baldra ed io siamo quelli che raggiungono gli amici al bar e, pur sforzandosi di non fare discorsi "pallosi", finiscono sempre per sbagliare qualcosa.
Recentemente mi è capitato di provare sentimenti di vergogna e brama di fuga mentre stavo tessendo le lodi di Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson.
Tutto è crollato mentre stavo dicendo: "La colonna sonora è deliziosa".
Questo genere di situazione è una tale costante nella mia vita da aver ormai minato alla base la mia capacità di fingere interesse o condiscendenza per cose che mi disgustano o che ritengo idiote.
Un tempo non avrei riso con sarcasmo di fronte all'affermazione: "Il biglietto per i Prodigy allo Sherwood costerà 40 euro."
Al contrario, avrei detto: "Ah sì?"

Baldra ed io facciamo dell'ironia su questo genere di cose. Sui Prodigy odierni, sui Prodigy di dieci anni fa, sulla gente che spende 40 euro per andare a vedere i Prodigy, sulla gente convinta che i Prodigy abbiano una qualche rilevanza.
Goffman direbbe che siamo un'équipe di rappresentazione e che questo nostro accanirci sui nostri detrattori prende il nome di denigrazione del pubblico.
Molti tendono a sottovalutare rapporti interpersonali come il nostro. Se quattro anni fa non ci fossimo conosciuti, forse a quest'ora saremmo disposti a spendere quei 40 euro pur di avere una parvenza di vita sociale.
Forse ci saremmo buttati nel Bacchiglione. Forse avremmo abbandonato la società umana per entrare in quella delle nutrie.
Forse Baldra avrebbe continuato a fallire ad Ingegneria Gestionale e si sarebbe suicidato. Forse gli avrebbero fatto un funerale cattolico.
Forse non avremmo comprato i biglietti per andare a sentire i Pavement a Bologna.
Forse non avrei mai imparato a ruttare [devono avermi fatto un discreto lavaggio del cervello, perché ho imparato a ruttare solo l'anno scorso]*
Forse non avremmo costruito un instabile edificio teorico secondo il quale noi giovani sociologi indie abbiamo capito tutto, mentre i neuropsicologi tanto amati dalla redazione di Internazionale sono il nemico.
E la società ha bisogno di edifici teorici come questo, di miti, di nemesi, di capri espiatori.

Io dico che è giunta l'ora di porre fine alla denigrazione dei giovani sociologi che non si limitano ad incrociare i dati e di individuare nei neuropsicologi il nuovo obiettivo contro cui scagliarsi.
Non è corretto prendersela con chi non ha neanche uno stupido albo cui iscriversi. I neuropsicologi, invece, stanno tentando di farci credere di aver trovato ogni risposta nel cervello umano. Quasi vivessimo totalmente isolati. Come se non ci influenzassimo in alcun modo tra di noi.
Come se i calvinisti fossero portatori del genere capitalista. Anzi; come se alcune persone fossero portatrici del gene calvinista. Come se il capitalismo e il calvinismo fossero stati calati dall'alto.
Bah.

Gli articoli dei neuropsicologi che escono di continuo su Internazionale mi lasciano spesso molto perplessa. C'era bisogno di un tizio con i camice bianco e trenta lauree per arrivare alla conclusione che i bambini sono più creativi degli adulti?
Ma soprattutto, era necessario etichettare come visionario un neuropsicologo fuori di testa che sostiene di aver scoperto che il cervello maschile prescrive il conflitto e quello femminile il lavoro di cura? (vedi Beautiful Minds su Current tv).
Procedendo in tal senso propongo di lasciare tutte le donne a casa, di bruciare i libri di Simone de Beauvoir, di bombardare la Svezia e la Norvegia, di impiccare i più raffinati teorici del Welfare State e di far precipitare anche le famiglie che ancora se la cavano nella povertà più nera.
L'aspetto geniale della teoria di questo neuropsicologo fuori di testa è, che secondo il suo punto di vista, il cervello maschile è "superato", perché oggigiorno per sopravvivere l'uomo non ha più bisogno di picchiare i suoi simili e di andare a caccia di mufloni.
Questo lo porta a sostenere che l'uomo contemporaneo, per vivere all'interno della società, deve sviluppare competenze "eminentemente femminili" e, almeno in parte, farsi donna.
Questo discorso mi fa accapponare la pelle perché mi ricorda di quando lessi che fino a non molti decenni fa, in alcuni contesti, era diffusa l'idea che le lesbiche non esistessero e, conseguentemente, che le donne che amavano altre donne fossero in realtà uomini in un corpo femminile.

Tutto ciò potrebbe sembrare irrilevante così come la mia apparente incapacità di fare battute di successo. Al contrario, propongo di smetterla di parlare del nulla e di focalizzarci invece su questioni chiave; questioni cui nessun neuropsicologo ha dato una risposta convincente.
Ad esempio: "Perché sembra impossibile parlare di Fantastic Mr. Fox con un disobbediente? Perché i disobbedienti non guardano film come Fantastic Mr. Fox?"
Ma soprattutto: "Perché mi viene voglia di urlare quando sento l'odore di una chiesa se sono portatrice del gene cattolico?"

* perdonate la volgarità

Più passano gli anni e più realizzo di essere destinata ad arroccarmi nello spazio tempo indie.
Indie in senso lato, ovviamente.

Tutto cominciò quando scoprii che Anita e Michele avevano la simpatica abitudine di etichettare cose non strettamente musicali come "indie" e "non indie". Un esempio che possiamo capire tutti è il seguente:
evidenziatore = non indie
matite colorate = indie.

In seguito Baldra ed io rielaborammo questa dicotomia adattandola ai nostri studi. Come è noto, esiste una cosiddetta sociologia "mainstream", che noi per lo più deprechiamo. Essa è fautrice di quel modo di fare e di presentarsi ai profani che contribuisce non poco a far passare i sociologi stessi per dei soggetti inutili e deleteri.
Un classico sociologo mainstrem esordisce spesso dicendo: "Incrociando i dati... bla bla bla."
Fu così che, scoprendo di amare i filoni più sfigati e scarsamente riconosciuti della disciplina in questione, il Collega ed io finimmo per denominarli "sociologia indie".
Un esempio:
Talcott Parsons: sociologia mainstream spaccaballe
H. S. Becker: sociologia indie moderatamente considerata dai sociologi mainstream (vedi Outsiders)
Marianella Sclavi: nulla è più indie della metodologia umorista

Un discorso analogo può essere fatto per una delle mie occupazioni non remunerative preferite: il guerrilla gardening.
Il guerrilla gardening sembra tanto simpatico ed accattivante; nonostante ciò esso è oggetto di denigrazione velata da parte di chiunque ritenga di avere una bocca per sparare sentenze a destra e a manca.
Alex Foti, portatore di un punto di vista disobbediente, afferma* che il guerrilla gardening è troppo moderato, soprattutto in ragione del fatto che nessuno potrebbe mai essere contrario ad una composizione floreale in uno spartitraffico.
Su questo mi permetto di dissentire e per esempi di anziani irati rimando alla mia tesi.
Un punto di vista antitetico rispetto a quello di Foti proviene invece dalle realtà istituzionali ed istituzionalizzate, che spesso accusano i guerrilla gardeners di essere dei fuori legge.
Non a caso esistono carte bollate che regolamentano il tipo di piante da collocare nelle cosiddette aree verdi. Questo permette di agevolare di lavoro dei giardinieri comunali e di far sì che i parchi pubblici delle nostre città siano molto tristi.
Nella maggior parte dei casi, un attacco di guerrilla gardening scombinerà l'ordine delle cose. Nel caso specifico berico che mi vede coinvolta, gli attacchi sono inoltre portatori di valori imprescindibili quali l'asimmetria e l'ironia.
Ai miei occhi, tutto ciò è indie e vagamente situazionista (sul lungo periodo)**.

Un'altra cosa molto indie è il tenere un workshop di bombe di semi da ubriachi, distribuendo agli astanti dei guanti di lattice verdi e sprecandosi in battute sulle categorie sociali dominanti a Vicenza (cattolici, anziani, leghisti).
Faccio presente a chi non lo sapesse, che fare bombe di semi è la cosa più simile al preparare torte di fango cui ci possa dedicare dopo aver finito le elementari.

Ancor più indie è recarsi ad una manifestazione culturale il cui programma sembra un'accozzaglia di cose a caso con qualche nome noto e trovarci:
1. il sociologo mainstream per eccellenza del dipartimento di Padova, ex presidente del mio corso di laurea nonché nemico acerrimo
2. quelle caramelle di zucchero tonde che mangiavo da piccola
3. un workshop di bombe di semi (denominato "Introduzione al guerrilla gardening") tenuto da Pia Pera e un'altra persona che, pur conoscendo la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi, non ci*** ha presentati a colei che chiamo "il mio mito botanico".

Magari altrove non è così, ma a Vicetia la parola "indie" tende ancora ad accompagnarsi a sguardi vacui o, peggio, a sparate di gente rimasta ferma agli Strokes che pensa di saper tutto sull'argomento. Da qui nasce l'ironia di certi volantini del suo djistico Teenage Lobotomy.
Siamo consapevoli del fatto di essere anormali, perché non possediamo un impianto e mettiamo Patrick Wolf. L'aspetto divertente della questione è che, rispetto a cinque anni fa, l'abbigliamento "indie" si è diffuso anche nelle terre beriche. Nonostante ciò la conoscenza del mercato musicale che diverge dalla radio è rimasta abbastanza stabile.

Cinque anni fa una mia compagna di scuola mi chiese: "Che musica ascolti?"
Io, imbarazzata, le risposi: "Mah, cose varie... cose indie per lo più".
E lei disse: "Ah sì? Musica indiana?"
Oggi ritroviamo queste stesse implicazioni idiote nelle serie televisive adolescenziali.

Lancio dunque un appello ai miei colleghi fautori delle pratiche indie residenti in luoghi dove questo stile di vita (?) velatamente masochista non è apprezzato:
abbiate il coraggio delle vostre azioni e siate demenziali!
Questo è l'unico modo a me noto per generare cerchie sociali e rifuggire la solitudine.
Più si è demenziali e più si riesce a sopportare l'idiozia diffusa.
Mettere a tacere la propria brama di ironia e riso per entrare in cerchie preesistenti (gente non pensante, discotecari di bassa lega, politicanti privi di senso dell'umorismo, coloro che andranno al concerto degli ZZ Top a Piazzola sul Brenta) fa male allo spirito e al fegato.

* nel libro Anarchy in the EU
** come fa una cosa ad essere situazionista sul lungo periodo? Boh.
*** dico "ci" perché con me c'erano altre persone del gruppo

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