Vi ho mai parlato delle pile di libri e riviste che accumulo periodicamente sul comodino e sul termosifone della mia stanza per causarmi i sensi di colpa?
Ognuno di quei libri e ognuna di quelle riviste rappresenta un post che ho delinato a mente e che aspetta solo di essere battuto sulla mia tastiera bianca. Li lascio in giro a prendere polvere per costringermi a scrivere. Li guardo cinque, venti, cento volte, fino a dimenticarmi quello che volevo dire.
Nei mesi ho accumulato un vecchio numero di Max, la september issue di Vogue e un discreto ammasso di libri di narrativa e di saggistica. Tutti arretrati. Tutti minacciosi, con le loro copertine rosa e rosse, le loro pagine illustrate.
Alcuni sono fermi da così tanto tempo che credo non li riprenderò più in mano.
Nel narrare le mie attività nel retroscena di Soft Revolution finisco sempre più spesso per dire che mi servirebbe una stagista, così potrei scrivere ogni tanto. Oppure immagino che un giorno tutto questo lavoro verrà ripagato in qualche modo, anche se non saprei come.
Nel frattempo correggo bozze, fisso lo schermo del portatile cercando di dare fluidità alle voci delle ragazze della redazione e mi dedico alle due rubriche settimanali che in origine dovevano essere le più impersonali del nostro repertorio.
La prima è Grassroots Internet Revolution, in cui vengono raccolti i link della settimana, segnalati dalle autrici di SR. La seconda è Il nastrone della settimana.
Facendo un giretto tra i post archiviati nel corso delle ultime cinque settimane mi sono resa conto di aver scritto solo di musica, in modo implico od esplicito. Le mie bozze seguono lo stesso semplice pattern. Spesso mi capita di voler segnalare qualcosa, un disco, una canzone e due ore dopo mi ritrovo un post tra le mani. Un post imprevisto, che nulla ha a che fare con le mie scalette e la manipolazione continua di Google Calendar.
Lo stesso vale per i commenti ai nastroni che compongo ogni settimana.
Più la playlist diviene concreta, magari attraverso la stesura di una lista di canzoni papabili su carta, più è difficile che io riesca ad abbandonarla, priva di un commento, su 8tracks.
L'impersonalità sta diventando una caratteristica difficile da mantenere. Gli argomenti che scelgo di raccontare ricalcano le canzoni che mi ossessionano in questo periodo, le canzoni che ascolto in loop quando ogni altra attività sembra intollerabile o quando mi sposto da sola per Trento.
Il nastrone di questa settimana si chiama Drivin' on 9, you could be a shadow. Ho cominciato a delinearlo su carta una decina di giorni fa, dopo essermi resa conto che nella mia testa risuonavano soprattutto canzoni dedicate a viaggi in auto, in cui la voce narrante non era impegnata nella guida e poteva dunque concentrarsi sul mutare dell'orizzonte e lo scorrere degli alberi lungo la strada.
Mi manca il poter guidare da sola, attraverso un perpetuo susseguirsi di zone industriali e paesi amministrati da gente della Lega. Da quando la mia nonna paterna è morta e io mi sono trasferita a Trento ho smesso quasi del tutto di percorrere certe strade. E' strano, perché sono strade che conosco a memoria; credo che alcune di esse non le rifarò mai più, dato che i luoghi ai quali conducono sono per me vuoti.
Alcune delle canzoni che ho inserito nella playlist parlano di luoghi vuoti, in cui permangono solo le tracce di un passato in cui brulicavano di vita, di corpi umani.
Drivin' on 9
You could be a shadow
Beneath the street light
Behind my home
(The Breeders, Drivin' on 9)
La stanchezza talvolta mi rende cieca. Non riesco a mettere a fuoco gli oggetti, gli edifici e gli animali che si stagliano fuori dalla portafinestra della mia stanza. Gli occhi doloranti sono l'eredità più crudele che potessi ricevere, perché nell'oscurità non riesco a scorgere nulla, non riesco ad immagazzinare immagini.
L'ultimo pezzo di cui ero convinta che ho scritto l'ho scritto dopo aver passato ore immagazzinando immagini. Da allora mi sono affidata alle immagini dipinte da voci diverse dalla mia. Sono immagini circoscritte in canzoni, la cui consultazione richiede uno sforzo emotivo limitato rispetto a quello richiesto dalla produzione di resoconti propri.
Silver Birch against a Swedish sky
The singer in the band made me want to cry
We're all inside our own heads now
We are leaving new friends
leaving this town
I wish you could be here with me
I would show you off like a trophy
The road it winds, it twists, it turns, oh my stomach burns
(Camera Obscura, Country Mile)
Ascolto questi pezzi e in alcuni casi mi sento assalire da forme inesplorate di smarrimento. Per questo sono portata a scriverne; per ritrovare la strada, ricondurre la mia prostrazione a qualcosa di razionale. Dire che a ridurmi in questo stato sia la mia incapacità di restare in me stessa al cospetto della bellezza suona banale, ma non ho altro modo di porre la questione.
I took the lights and radio towers out of my dreams
And we went all the way up to the small town where I'm from
With foggy air and the wind and the mountain top
And we clung to rocks and looked off and you held my hand
You almost got to start feeling me
I finally felt like I was breathing free
Under swaying trees we fell asleep and we had the same dream
The stars were bright, we dream the same every night
On my island home I spent some time with you
(The Microphones, The Moon)
Certe canzoni mi fanno irrigidire ogni volta che le ascolto. Certi versi evocano così tanto in me da impedirmi di pedalare attraverso la città senza che una smorfia compaia sul mio volto, senza che l'aria aderisca al mio corpo riportandomi su altre strade, ai piedi di persone che non ci sono più.
Alice died
in the night,
I've been learning to drive.
My whole life,
I've been learning.
(Arcade Fire, In the Backseat)