Mentre gli studenti di tutta Italia tornano mestamente alle loro scomode sedie e panche di proprietà dello Stato, io permango sul mio divano. Niente treni questa settimana per la vostra blogger berica preferita. Niente uccelli che defecano sui miei vestiti stesi al sole.
Sono stata omaggiata con i titoli di house sitter e cat sitter. Devo controllare che le gatte si nutrano regolarmente, che non si deprimano, che non si sentano abbandonate. Nel frattempo mi dedico ad una delle attività più amate dai sociologi, ovvero lo sbobinamento.
In realtà non si tratta di vero sbobinamento, poiché l'attività non implica la presenze di vere bobine. Ma quest'anacronismo mi piace e lo uso spesso per evocare romantici scenari hanno a che fare solo in parte con le ore di snervante trascrizione cui devo dedicarmi in questi giorni.
Sto trascrivendo materiali di due diversi tipi:
1. interviste da me svolte con professoresse di lettere del Trentino
2. telefonate al 113 di Verona svoltesi mentre io stavo "facendo osservazione" in Questura.
Questo lavoro apparentemente insensato è in realtà molto utile, nonché parte fondante di due corsi che sto seguendo. Due corsi tutto sommato apprezzabili, cui dedico con piacere il mio tempo.
Il problema è che lo sbobinamento manda fuori di testa la gente. Specialmente se non si tratta di trascrizioni blande e approssimative. Nelle telefonate al 113, ad esempio, vanno indicate anche le sovrapposizioni tra i parlanti, la durata delle pause e i sospiri. Detta così non sembra una cosa così difficile da fare, ma vi assicuro che impiegare quaranta minuti per trascrivere una telefonata di due può essere un po' frustrante.
Oltre alle trascrizioni e allo stato catatonico che le accompagna, il mio tempo libero tende ad esaurirsi per lo più dando da bere ai pomodori dell'orto vicentino, leggendo quel poco che riesco a leggere e scrivendo o occupandomi della gestione di Soft Revolution.
Qualche giorno fa c'è stata la prima riunione ufficiale della redazione. Ammetto di essere stata molto soddisfatta del pomeriggio, non tanto per la lista di idee più o meno balzane che abbiamo prodotto insieme, quanto per il fatto di aver conosciuto di persona anche le colleghe che mi erano note solo attraverso testi da loro prodotti e qualche foto sparuta.
Prima di scrivere il post attraverso il quale speravo di reclutare collaboratrici, più di qualcuno mi aveva detto che ero senza speranze. Che la mia proverbiale ossessione per i traumi adolescenziali mi stava conducendo al fallimento, ad imbarcarmi per un'impresa vana. L'argomentazione dei miei interlocutori, per quanto carica d'umorismo, tendeva a combaciare con un leitmotiv vecchio quanto l'umanità: "I giovani d'oggi sono smorti; non sono come eravamo noi alle superiori".
Ecco, io questo leitmotiv lo adoro, perché lo si trova ovunque; dalle tavolette marcate con caratteri cuneiformi alla cavità orale di ragazzi di vent'anni. Ogni volta che lo sento o lo leggo da qualche parte vengo assalita da una ridarola interiore, non tanto perché trovi ridicola quest'affermazione o le persone che ritengono sensato estrinsecarla, ma perché sono una sociologa e noi sociologi tendiamo a sembrare fuori di testa.
"Deformazione professionale", dico sempre, quando ritengo necessario giustificare il mio comportamento da guardona o da problematizzatrice di micro-interazioni della durata di due secondi.
Di fronte al leitmotiv sopraccitato mi sono limitata a dire - in base ai dati raccolti nel corso degli ultimi quattro anni - che quand'ero alle superiori esistevano altri berici con cui sarei andata d'accordo, se solo li avessi conosciuti. Alcuni di questi berici - umoristi, sfigati ma nel senso bello del termine, ascoltatori di musica pregevole, avidi consumatori di libri - erano addirittura lettori del mio blog. Ciononostante ho passato anni ed anni sentendomi un pesce fuor d'acqua, convinta com'ero che i miei interessi non fossero condivisi dagli abitanti delle aride terre sulle quali ho consumato tante suole e tante lacrime. Per questo bramavo la fuga e passavo moltissimo tempo guardano fuori dalla finestra. Speravo che oltre i colli berici ci fosse un'altra persona come me. Ero, insomma, un personaggio dei Peanuts.
Dal mio miserrimo punto di vista Soft Revolution si sta dimostrando un artefatto fruttuoso, poiché la sua esistenza agisce proprio su questi meccanismi autosegreganti, che portano i ragazzi (o le ragazze, in questo caso) a sentirsi destinati all'isolamento. Alla riunione eravamo in poche, per carità, però è stato chiaro fin da subito che eravamo strette attorno a quei due tavolini perché condividevamo un passato ed un presente stonato rispetto ad una melodia sparata ad un volume più forte della nostra.
E' stato veramente strano trovarmi così bene con un gruppo di persone semi-sconosciute, proprio perché sono abituata a dare per scontato che i miei interlocutori non condividano le mie esperienze e le mie passioni. So che in parte è colpa mia. Sono consapevole del male che mi faccio aspettandomi sempre e solo incomprensione, per lo meno a Trento. Il fatto è che talvolta mi sembra davvero di vivere su un altro pianeta. Questo non perché io pratichi una religione minoritaria o mi vesta solo di lamiere fucsia, ma - a conti fatti - perché so sfruttare le opportunità che internet offre e perché mi annoio facilmente.
Al contempo, sarebbe ridicolo credere che non ci siano altre persone attraversate dagli stessi pensieri. Lo sapevo già a tredici anni che c'erano altre ragazze "sfigate" come me, perché leggevo i loro blog. Solo che mi ci sono voluti anni per arrivare alla conclusione che poteva aver senso creare uno spazio per mettere in relazione queste ragazze "sfigate".
Ecco, magari Soft Revolution come webzine sarà una mezza calzetta, però mi sembra che il fatto di esserci trovate in sette a ridere della nostra presunta sfiga sia già una grande conquista.
Per concludere, se questo post incredibilmente autoreferenziale (ma quando mai Margherita Ferrari non è autoreferenziale?) vi ha fatto venir voglia di leggere qualcosa di più serio (per modo di dire), vi consiglierei di proseguire con gli ultimi due articoli che ho scritto per SR: il primo è sul reality show di Mtv "I Used to Be Fat" mentre il secondo inaugura una nuova rubrica sulla young adult literature e contiene una presentazione del bel libro di Laurie Halse Anderson "Wintergirls".