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- Nothing Matters When I'm Dancing. Il nastrone della settimana di Soft Revolution è dedicato alle danze solitarie, ai supermercati e al rapporto tra di essi e i National. Non molto lineare, lo ammetto. Se avete bisogno di chiarimenti, li trovate nel post. Ah, vi ricordo che dalla settimana scorsa i nastroni si possono scaricare, oltre che ascoltare in streaming. Il file resta online per sette giorni giusti giusti, quindi vi consiglio di affrettarvi.

- Cinque raffinate tecniche per distrarsi in classe e guadagnare 150 "Punti Sarcasmo". Il tema del mese su Soft Revolution è il Do It Yourself. Questo significa che molti degli articoli che stiamo pubblicando sono delle guide pratiche per costruire/diventare/distruggere/realizzare qualcosa. Non mancano i pezzi squisitamente nonsense, come quello che vi segnalo. Lo consiglio in particolar modo a chi rimpiange i tempi in cui il mio blog faceva ridere (circa 2005).

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- della sana autoironia:

Dopo un mese dedicato alla correzione delle altrui bozze e all'intenso rimuginare, ho prodotto qualche nuovo post.

- Good Porn, in cui troverete qualche notizia sulla pornografia femminista, in particolar modo sul lavoro della regista svedese Erika Lust.

- Come un animale, il nastrone della settimana, con annesso resoconto del mio più recente incontro con una coppia di volpi depresse.

- Plain Jane. Come farsi cambiare la vita da un paio di scarpe e da una sbruffona inglese. Ovvero: la mia analisi del omonimo programma di makeover marchiato TheCW e mandato in onda da Mtv Italia.

Ricordo ai lettori e alle lettrici di questo mesto blog che siamo ancora alla ricerca di collaboratrici. Sono benvenute anche fotografe e illustratrici. Fatevi vive scrivendo a softrevzine [at] gmail.com.

Attendo la sua reazione con il cuore in gola, detestando la passività con cui sto lasciando che la diga collassi su se stessa e che i villaggi finiscano schiacciati sotto il peso delle mie rivelazioni.

Mentre gli studenti di tutta Italia tornano mestamente alle loro scomode sedie e panche di proprietà dello Stato, io permango sul mio divano. Niente treni questa settimana per la vostra blogger berica preferita. Niente uccelli che defecano sui miei vestiti stesi al sole.
Sono stata omaggiata con i titoli di house sitter e cat sitter. Devo controllare che le gatte si nutrano regolarmente, che non si deprimano, che non si sentano abbandonate. Nel frattempo mi dedico ad una delle attività più amate dai sociologi, ovvero lo sbobinamento.
In realtà non si tratta di vero sbobinamento, poiché l'attività non implica la presenze di vere bobine. Ma quest'anacronismo mi piace e lo uso spesso per evocare romantici scenari hanno a che fare solo in parte con le ore di snervante trascrizione cui devo dedicarmi in questi giorni.
Sto trascrivendo materiali di due diversi tipi:
1. interviste da me svolte con professoresse di lettere del Trentino
2. telefonate al 113 di Verona svoltesi mentre io stavo "facendo osservazione" in Questura.
Questo lavoro apparentemente insensato è in realtà molto utile, nonché parte fondante di due corsi che sto seguendo. Due corsi tutto sommato apprezzabili, cui dedico con piacere il mio tempo.
Il problema è che lo sbobinamento manda fuori di testa la gente. Specialmente se non si tratta di trascrizioni blande e approssimative. Nelle telefonate al 113, ad esempio, vanno indicate anche le sovrapposizioni tra i parlanti, la durata delle pause e i sospiri. Detta così non sembra una cosa così difficile da fare, ma vi assicuro che impiegare quaranta minuti per trascrivere una telefonata di due può essere un po' frustrante.

Oltre alle trascrizioni e allo stato catatonico che le accompagna, il mio tempo libero tende ad esaurirsi per lo più dando da bere ai pomodori dell'orto vicentino, leggendo quel poco che riesco a leggere e scrivendo o occupandomi della gestione di Soft Revolution.
Qualche giorno fa c'è stata la prima riunione ufficiale della redazione. Ammetto di essere stata molto soddisfatta del pomeriggio, non tanto per la lista di idee più o meno balzane che abbiamo prodotto insieme, quanto per il fatto di aver conosciuto di persona anche le colleghe che mi erano note solo attraverso testi da loro prodotti e qualche foto sparuta.
Prima di scrivere il post attraverso il quale speravo di reclutare collaboratrici, più di qualcuno mi aveva detto che ero senza speranze. Che la mia proverbiale ossessione per i traumi adolescenziali mi stava conducendo al fallimento, ad imbarcarmi per un'impresa vana. L'argomentazione dei miei interlocutori, per quanto carica d'umorismo, tendeva a combaciare con un leitmotiv vecchio quanto l'umanità: "I giovani d'oggi sono smorti; non sono come eravamo noi alle superiori".
Ecco, io questo leitmotiv lo adoro, perché lo si trova ovunque; dalle tavolette marcate con caratteri cuneiformi alla cavità orale di ragazzi di vent'anni. Ogni volta che lo sento o lo leggo da qualche parte vengo assalita da una ridarola interiore, non tanto perché trovi ridicola quest'affermazione o le persone che ritengono sensato estrinsecarla, ma perché sono una sociologa e noi sociologi tendiamo a sembrare fuori di testa.
"Deformazione professionale", dico sempre, quando ritengo necessario giustificare il mio comportamento da guardona o da problematizzatrice di micro-interazioni della durata di due secondi.
Di fronte al leitmotiv sopraccitato mi sono limitata a dire - in base ai dati raccolti nel corso degli ultimi quattro anni - che quand'ero alle superiori esistevano altri berici con cui sarei andata d'accordo, se solo li avessi conosciuti. Alcuni di questi berici - umoristi, sfigati ma nel senso bello del termine, ascoltatori di musica pregevole, avidi consumatori di libri - erano addirittura lettori del mio blog. Ciononostante ho passato anni ed anni sentendomi un pesce fuor d'acqua, convinta com'ero che i miei interessi non fossero condivisi dagli abitanti delle aride terre sulle quali ho consumato tante suole e tante lacrime. Per questo bramavo la fuga e passavo moltissimo tempo guardano fuori dalla finestra. Speravo che oltre i colli berici ci fosse un'altra persona come me. Ero, insomma, un personaggio dei Peanuts.

Dal mio miserrimo punto di vista Soft Revolution si sta dimostrando un artefatto fruttuoso, poiché la sua esistenza agisce proprio su questi meccanismi autosegreganti, che portano i ragazzi (o le ragazze, in questo caso) a sentirsi destinati all'isolamento. Alla riunione eravamo in poche, per carità, però è stato chiaro fin da subito che eravamo strette attorno a quei due tavolini perché condividevamo un passato ed un presente stonato rispetto ad una melodia sparata ad un volume più forte della nostra.
E' stato veramente strano trovarmi così bene con un gruppo di persone semi-sconosciute, proprio perché sono abituata a dare per scontato che i miei interlocutori non condividano le mie esperienze e le mie passioni. So che in parte è colpa mia. Sono consapevole del male che mi faccio aspettandomi sempre e solo incomprensione, per lo meno a Trento. Il fatto è che talvolta mi sembra davvero di vivere su un altro pianeta. Questo non perché io pratichi una religione minoritaria o mi vesta solo di lamiere fucsia, ma - a conti fatti - perché so sfruttare le opportunità che internet offre e perché mi annoio facilmente.
Al contempo, sarebbe ridicolo credere che non ci siano altre persone attraversate dagli stessi pensieri. Lo sapevo già a tredici anni che c'erano altre ragazze "sfigate" come me, perché leggevo i loro blog. Solo che mi ci sono voluti anni per arrivare alla conclusione che poteva aver senso creare uno spazio per mettere in relazione queste ragazze "sfigate".
Ecco, magari Soft Revolution come webzine sarà una mezza calzetta, però mi sembra che il fatto di esserci trovate in sette a ridere della nostra presunta sfiga sia già una grande conquista.

Per concludere, se questo post incredibilmente autoreferenziale (ma quando mai Margherita Ferrari non è autoreferenziale?) vi ha fatto venir voglia di leggere qualcosa di più serio (per modo di dire), vi consiglierei di proseguire con gli ultimi due articoli che ho scritto per SR: il primo è sul reality show di Mtv "I Used to Be Fat" mentre il secondo inaugura una nuova rubrica sulla young adult literature e contiene una presentazione del bel libro di Laurie Halse Anderson "Wintergirls".

Come dicevo ieri sul mio muro della non-amicizia, la vita accademica trentina ha influito pesantemente sulla mia scrittura.
Un tempo ero prolifica come un Georges Simenon incompetente. Ora riesco a malapena a produrre un paio di post di mio gusto al mese.
Questo avviene perché al momento sto cercando di impegnarmi in una lunga serie di attività finalizzate al mio trasferimento presso altre lande. Poco importa che si tratti di fare domanda per passare sei mesi negli Stati Uniti, progettare una tesi di ricerca che - anche nel caso in cui dovessi restare a Trento - mi permetta di immergermi in un'altra cultura o semplicemente laurearmi in corso. Il punto è che quando non ho il tempo di scrivere o di riflettere sto male.

Ieri pomeriggio, tra una lezione di analisi della conversazione e il testing di un questionario CATI (=quelli che si fanno al telefono) sul quale il mio gruppo di lavoro ha sprecato giorni interi di vita, ho trovato il tempo di stordirmi ascoltando un disco di mio gusto e scrivendo un post per Soft Revolution.
Credo sia il mio post degno del mese di aprile, quindi vi invito a leggerlo. Tratta della fanzine La Lotta Armata al Bar, alla quale avevo già accennato sulle presenti pagine. Il pezzo include anche un'intervista ai tre fondatori.

Colgo l'occasione per segnalare il fatto che, nonostante la redazione di Soft Revolution stia andando strutturandosi, siamo ancora cercando collaboratrici.
Rimando al mio vecchio post sull'argomento per chiunque fosse solleticata dall'idea.
Per proporvi scrivete a softrevzine[at]gmail.com inviando una vostra breve presentazione e un pezzo che sia vagamente indicativo del vostro stile.

In questi giorni i finti documentari di Mtv News sono dedicati alla vita negli studentati patavini. Mi capita di incrociarli succhiando un cucchiaino di miele; il mio dopocena consolatorio.
Padova sembra bellissima da qui. Sarà il fatto che quei muri mi sono familiari e che qui a Trento lo spritz spesso costa più di tre euro. Quasi dimentico il mio passato da pendolare e le acrobazie che si facevano per raggiungere l'Unwound il martedì sera.

A Trento il problema dei locali non si pone, perché l'unico spazio nel quale si tengono regolarmente concerti è il centro sociale Bruno. Visitai il suddetto per la prima volta gravida di buone intenzioni e speranze, in occasione di una originalissima serata hip hop, durante la quale si parlò della marginalità del genere e di quei tre o quattro temi che vanno molto nei centri sociale da qualche anno a questa parte.
Di certo rap italico apprezzo soprattutto l'eterno ritorno sul tema del "oh vecchi, siamo troppo fighi... eppure nessuno ci caga", che credo sia ormai stato esplicitato in ogni modo possibile immaginabile. Per questo il primo impatto con il Bruno non fu dei migliori, in particolar modo se - oltre al tema della serata - consideriamo la fauna locale, l'atmosfera da bisca clandestina che a confronto faceva apparire il defunto Capannone Sociale come la reggia di Versailles e il classico gelo polare da centro sociale.

Ho la vaga impressione che il Bruno non riuscirà mai a soprendermi proponendo un concerto di mio gusto, ma d'altronde il problema è mio. Sento la mancanza dell'Unwound e del dj pelato che ci faceva addormentare prima dei concerti mettendo i Charalambides, Vic Chesnutt e i Rex. A quest'insensata nostalgia non c'è modo di rimediare, così come non c'è più modo di assemblare uno spazio-tempo sacro da dedicare alla scrittura.

Dall'etere giungono frammenti dei miei pensieri su alcune delle questioni che ho tentato di accennare stasera, senza riuscire nel mio intento. D'altronde sono le due e io ho passato quasi tutta la giornata sotto terra insieme ai miei colleghi del progetto di ricerca "Poco importano le nostre idee, purché il professore la smetta di insultarci ogni volta che gli porgiamo il frutto del nostro lavoro". Sono stanca. Vorrei poter tornare a lavorare sul *libro*, ma non posso. A render ancor più straziante la questione è il fatto che alcuni dei miei colleghi mi hanno identificata come published author, dettaglio della mia vita che avrei preferito non emergesse.
Non che questo renda i miei resoconti più interessanti, drammatici o significativi. Dovreste vedermi in azione per capire di cosa sto parlando.

Ecco, dicevo che mesi fa scrissi di musica e della nostra subcultura preferita producendo un paio di paginette che, rilette oggi, non mi hanno fatto schifo. Un buon segno, direi.
L'articolo si chiama "Invidio le ciminiere perché hanno sempre da fumare" disse l'amico disobbediente di nome Natica, non sapendo di citare il poeta Brondi e lo trovate nel sesto numero della fanzine berica La lotta armata al bar, quello che simpaticamente si presenta con una montagna di cazzi in copertina.
Qui si può scaricare il pdf.
Della fanzine parlerò nei prossimi giorni in separata sede.
Come sempre sono graditi i vostri feedback.

L'intenzione era quella di segnalare il report dell'Oyafestivalen nella sua interezza, ma l'ultima parte non è ancora online.

Mi limito dunque a proporvi i primi tre post, in attesa del quarto, che sarebbe poi quello contenente il risultato della nostra [mia e di Baldra] amletica scelta tra The XX e Motorpsycho performing Timothy's Monster.

Con l'occasione ringrazio Indie for Bunnies per l'accoglienza e la disponibilità.

Day One & Two: Æthenor, The National, The Megaphonic Thrift, Sleigh Bells, Iggy & The Stooges, M.I.A.
Day Three: Panda Bear, Against Me!, Broken Bells, LCD Soundsystem, Yeasayer, Jònsi
Day Four: Marina and the Diamonds, The Flaming Lips, Robyn

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Anthem for a Seventeen Year-Old Girl è il mio tumblr. Ho deciso di aprirlo nel vano tentativo di raccogliere contenuti interessanti che altrimenti dimenticherei ben presto. Un secondo obiettivo sarebbe quello di convidere con tutti voi le mie piccole scoperte musicali, letterarie, cinematrografiche e via dicendo. La scelta del titolo vuole essere un tributo ai Broken Social Scene nonché una scelta programmatica.

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