Il giorno in cui ricevetti la notizia della morte di mio nonno mi svegliai e trovai la casa deserta. La mia esperienza con la morte era stata fino a quel punto parziale e defilata. Ero stata stata al funerale della mia amata zia di cui nessuno pareva disposto a raccontarmi il passato. Mi ero poi recata ad altri funerali, constatando poco per volta che i rincuoranti discorsi che vi ascoltavo erano per me nient'altro che una tortura.
Quand'ero poco più che una bambina affidai il cadavere della mia gatta ai miei nonni paterni, affinché la seppellissero nel loro orto. Poi scrissi un tema sul ritrovamento del corpo sotto il cedro pendulo che ombreggia la mia camera. La mia professoressa di italiano delle medie lo trovò così tragico da consigliare ai miei genitori di prendermi un altro gatto, prima che fosse troppo tardi.
Durante le superiori affrontai il ritrovamento del corpo dilaniato di un altro dei miei gatti mentre uscivo di casa per recarmi a scuola. Quando mi presentai in segreteria per giustificare il mio ritardo scoppiai in lacrime davanti alle suore e all'unica segretaria laica dell'istituto che, come era già stato chiaro da altri segnali raccolti nel corso degli anni, era a sua volta una donna tormentata dal ricordo di gatti profondamente amati che avevano trovato la morte attraversando una strada.
Dopo la fine delle superiori vennero meno le gatte dei miei nonni e con esse un frammento della mia infanzia. Le estati trascorse in penombra, le code di lucertola sull'asfalto, i giardini circoscritti, le stesse passeggiate tutti i giorni.
La mattina della telefonata che m'informò della morte di mio nonno faceva caldo e la cucina era buia. Il contenuto della telefonata mi colse di sorpresa, eppure una parte di me aveva già predisposto la casa affinché non vi fosse dissonanza tra la notizia e il contesto in cui l'avrei ricevuta. Quando il telefono squillò stavo ascoltando un disco di Colleen.
Ora quel disco evoca in me i ricordi della mattinata di agosto che trascorsi fissando il vuoto, dell'ultima volta che vidi mio nonno da vivo, del suo corpo nascosto sotto un macchinario refrigerante delle pompe funebri, del libro di Rosmini mai terminato che giaceva sul suo comodino.
Mi verrebbe da chiamarlo un disco sacrificato, perché da allora evito di ascoltarlo e di guardarne la copertina, nonostante l'artwork sia molto bello e io possegga quell'album nell'ingombrante formato del vinile. Lo rimisi sul piatto solo una volta dopo quella mattinata e la persona che era in mia compagnia disse che era un disco scialbo e palloso.
Un anno fa lottavo con la schizofrenia. Mettevo da parte il mio ateismo e facevo patti con Dio affinché si portasse via mia nonna e la smettesse di tenere in vita il suo corpo sfinito. Andavo a trovarla in ospedale ascoltando ossessivamente due o tre dischi, tra i quali "Neon Bible" degli Arcade Fire, che è così diventato l'album dei viaggi in macchina verso dimore parentali nelle quali si parlerà di morte. Al contempo tentavo di distrarmi. Progettavo di scendere a Marina di Ravenna con degli amici per il concerto di Wavves di cui parlavano tutti coloro che non erano stati al Primavera e che non avevano cominciato a deprecarlo dopo il suo exploit sul palco di Barcellona. Ero sfiancata dai sensi di colpa, ma volevo andare a quel concerto, volevo vedere l'Hana-Bi, volevo ballare.
Mia nonna morì il giorno prima del concerto di Wavves, lasciandomi l'impressione che Dio avesse effettivamente ascoltato le mie preghiere e che, di conseguenza, fosse mio compito dedicarmi a tutte le attività e alle rinunce che avevo promesso di fare.
Da allora "King of the Beach" - un disco allegro dedicato al tema della nullafacenza e del consumo di droghe leggere - mi fa pensare alle mani di carta di mia nonna, ai suoi occhi sempre più vacui, alle ultime cose che mi disse, in cui si mischiavano senza alcuna logica resoconti di eventi appena trascorsi e ricordi della sua giovinezza, del suo lavoro da insegnante.
La mattina del funerale arrivai in ritardo perché c'era traffico. Non avevo mai trovato traffico su quella strada. Mai in tutta la mia vita. Non andai al ritrovo parentale che precedette la chiusura della bara perché non era così che volevo ricordarla, all'obitorio. Mi limitai ad arrivare in ritardo, dando forse l'impressione di essere una persona schifosa.
Avevo visto da poco l'ultima stagione di Six Feet Under, motivo per cui trascorsi la Messa contemplando le schiene dei miei parenti affranti, presagendo il loro trapasso e il mio.
Qualche ora dopo ero a Trento e visitavo l'appartamento dal quale scrivo ora, sentendomi nuovamente in colpa, come se il fatto di cercare una sistemazione nella città in cui mia nonna era cresciuta il giorno del suo funerale fosse irrispettoso e poco consono con gli standard italiani del lutto.
Quel pomeriggio di luglio mi sentii come se il periodo di lutto fosse invece sul punto di terminare, perché erano mesi che mi recavo a visitare mia nonna e la vedevo svanire poco a poco, in una parola che non riusciva a trovare e sulla quale perdeva il senso della frase in bilico, in un pasto rifiutato, nei suoi occhi che erano mutati, fino a diventare persi ed impauriti.
É passato un anno da quel giorno di luglio. I richiami distratti al concerto di Wavves al quale non siamo mai andati bruciano come un'ustione in via di guarigione lambita da acqua calda. É il ricordo del dolore che riemerge inaspettato, tra un discorso leggero e l'altro.
Tali impreviste fitte dietro il costato sono una novità estiva, perché il caldo ci spinge a ricalcare con la memoria gli accadimenti degli anni passati, le rare mattinate in spiaggia, i concerti, i viaggi in treno.
Trento è una città sulla quale posso costruire quasi esclusivamente punti di riferimento vergini. Non ci sono semafori a ricordarmi le occasioni in cui guidai con gli occhi lucidi o parchi in cui andavo a giocare da bambina. C'è solo Piazza Duomo, così come traspariva dai racconti di mia nonna; le facciate vivaci degli edifici che mi riportano nella sua cucina.



Così sabato sera, dopo aver adorato la perfomance di Sleeping States al Centro Stabile di Cultura, ho detto a Baldra che quello sarebbe stato il concerto ideale da portare come esempio ai miei conoscenti di granito. Come a dire: "non siete mai venuti ai concerti che proponevo io. Sleeping States al CSC potrebbe essere la summa di ciò che amo vedere dal vivo in terra berica." A dir la verità non avrei mai pensato di poter contemplare le terga di Markland Starkie senza dover uscire dal territorio della provincia di Vicenza. 





