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Il giorno in cui ricevetti la notizia della morte di mio nonno mi svegliai e trovai la casa deserta. La mia esperienza con la morte era stata fino a quel punto parziale e defilata. Ero stata stata al funerale della mia amata zia di cui nessuno pareva disposto a raccontarmi il passato. Mi ero poi recata ad altri funerali, constatando poco per volta che i rincuoranti discorsi che vi ascoltavo erano per me nient'altro che una tortura.

Quand'ero poco più che una bambina affidai il cadavere della mia gatta ai miei nonni paterni, affinché la seppellissero nel loro orto. Poi scrissi un tema sul ritrovamento del corpo sotto il cedro pendulo che ombreggia la mia camera. La mia professoressa di italiano delle medie lo trovò così tragico da consigliare ai miei genitori di prendermi un altro gatto, prima che fosse troppo tardi.
Durante le superiori affrontai il ritrovamento del corpo dilaniato di un altro dei miei gatti mentre uscivo di casa per recarmi a scuola. Quando mi presentai in segreteria per giustificare il mio ritardo scoppiai in lacrime davanti alle suore e all'unica segretaria laica dell'istituto che, come era già stato chiaro da altri segnali raccolti nel corso degli anni, era a sua volta una donna tormentata dal ricordo di gatti profondamente amati che avevano trovato la morte attraversando una strada.
Dopo la fine delle superiori vennero meno le gatte dei miei nonni e con esse un frammento della mia infanzia. Le estati trascorse in penombra, le code di lucertola sull'asfalto, i giardini circoscritti, le stesse passeggiate tutti i giorni.

La mattina della telefonata che m'informò della morte di mio nonno faceva caldo e la cucina era buia. Il contenuto della telefonata mi colse di sorpresa, eppure una parte di me aveva già predisposto la casa affinché non vi fosse dissonanza tra la notizia e il contesto in cui l'avrei ricevuta. Quando il telefono squillò stavo ascoltando un disco di Colleen.
Ora quel disco evoca in me i ricordi della mattinata di agosto che trascorsi fissando il vuoto, dell'ultima volta che vidi mio nonno da vivo, del suo corpo nascosto sotto un macchinario refrigerante delle pompe funebri, del libro di Rosmini mai terminato che giaceva sul suo comodino.
Mi verrebbe da chiamarlo un disco sacrificato, perché da allora evito di ascoltarlo e di guardarne la copertina, nonostante l'artwork sia molto bello e io possegga quell'album nell'ingombrante formato del vinile. Lo rimisi sul piatto solo una volta dopo quella mattinata e la persona che era in mia compagnia disse che era un disco scialbo e palloso.

Un anno fa lottavo con la schizofrenia. Mettevo da parte il mio ateismo e facevo patti con Dio affinché si portasse via mia nonna e la smettesse di tenere in vita il suo corpo sfinito. Andavo a trovarla in ospedale ascoltando ossessivamente due o tre dischi, tra i quali "Neon Bible" degli Arcade Fire, che è così diventato l'album dei viaggi in macchina verso dimore parentali nelle quali si parlerà di morte. Al contempo tentavo di distrarmi. Progettavo di scendere a Marina di Ravenna con degli amici per il concerto di Wavves di cui parlavano tutti coloro che non erano stati al Primavera e che non avevano cominciato a deprecarlo dopo il suo exploit sul palco di Barcellona. Ero sfiancata dai sensi di colpa, ma volevo andare a quel concerto, volevo vedere l'Hana-Bi, volevo ballare.
Mia nonna morì il giorno prima del concerto di Wavves, lasciandomi l'impressione che Dio avesse effettivamente ascoltato le mie preghiere e che, di conseguenza, fosse mio compito dedicarmi a tutte le attività e alle rinunce che avevo promesso di fare.
Da allora "King of the Beach" - un disco allegro dedicato al tema della nullafacenza e del consumo di droghe leggere - mi fa pensare alle mani di carta di mia nonna, ai suoi occhi sempre più vacui, alle ultime cose che mi disse, in cui si mischiavano senza alcuna logica resoconti di eventi appena trascorsi e ricordi della sua giovinezza, del suo lavoro da insegnante.

La mattina del funerale arrivai in ritardo perché c'era traffico. Non avevo mai trovato traffico su quella strada. Mai in tutta la mia vita. Non andai al ritrovo parentale che precedette la chiusura della bara perché non era così che volevo ricordarla, all'obitorio. Mi limitai ad arrivare in ritardo, dando forse l'impressione di essere una persona schifosa.
Avevo visto da poco l'ultima stagione di Six Feet Under, motivo per cui trascorsi la Messa contemplando le schiene dei miei parenti affranti, presagendo il loro trapasso e il mio.
Qualche ora dopo ero a Trento e visitavo l'appartamento dal quale scrivo ora, sentendomi nuovamente in colpa, come se il fatto di cercare una sistemazione nella città in cui mia nonna era cresciuta il giorno del suo funerale fosse irrispettoso e poco consono con gli standard italiani del lutto.
Quel pomeriggio di luglio mi sentii come se il periodo di lutto fosse invece sul punto di terminare, perché erano mesi che mi recavo a visitare mia nonna e la vedevo svanire poco a poco, in una parola che non riusciva a trovare e sulla quale perdeva il senso della frase in bilico, in un pasto rifiutato, nei suoi occhi che erano mutati, fino a diventare persi ed impauriti.

É passato un anno da quel giorno di luglio. I richiami distratti al concerto di Wavves al quale non siamo mai andati bruciano come un'ustione in via di guarigione lambita da acqua calda. É il ricordo del dolore che riemerge inaspettato, tra un discorso leggero e l'altro.
Tali impreviste fitte dietro il costato sono una novità estiva, perché il caldo ci spinge a ricalcare con la memoria gli accadimenti degli anni passati, le rare mattinate in spiaggia, i concerti, i viaggi in treno.

Trento è una città sulla quale posso costruire quasi esclusivamente punti di riferimento vergini. Non ci sono semafori a ricordarmi le occasioni in cui guidai con gli occhi lucidi o parchi in cui andavo a giocare da bambina. C'è solo Piazza Duomo, così come traspariva dai racconti di mia nonna; le facciate vivaci degli edifici che mi riportano nella sua cucina.

Mesi interi sono trascorsi senza che mi potessi recare ad un concerto di mio gusto.
Durante questi mesi ho scoperto che non sono più la fan dei Verdena che torna dai concerti soddisfatta e ricoperta dai lividi; ora sono la fan dei Verdena che, se il locale è una merda con seri problemi di sovrapopolamento, si fa rimborsare il biglietto e torna a casa a piedi lungo lo Stradone della Morte.

Sabato sera sono stata a Bolzano a sentire i Gang of Four, che detta così sembra una di quelle frasi che proferiscono le persone portartici dello stigma della follia.
- "Stamattina ho avuto una brillante conversazione con il fantasma di Henry Kissinger"
- "Guarda che Kissinger è ancora vivo"
- "Beh, ieri sono stata a Bolzano ad un concerto dei Gang of Four"
- "Uhm, se lo dici tu..."

Il concerto ce l'ha pagato la Provincia Autonoma di Bolzano. Uso il plurale perché eravamo in tre e sto comunque escludendo le decine di ultratrentenni/ultraquarantenni che, pietrificati, contemplavano il palco e ciò che che vi accadeva sopra.
E' stato un concerto interessante, di cui ho inspiegabilmente apprezzato soprattutto i pezzi che non conoscevo, mentre mi hanno lasciata semi-indifferente quelli del primo album.
Penso dipenda dal fatto che "Entertainment!" è uno dei miei dischi preferiti e che quando lo ascolto finisco spesso per mettermi a ballare da sola come una quindicenne qualsiasi della Pianura Padana. Sabato sera c'erano le luci troppo alte, un eccesso di uomini della security e troppo spazio vitale nei pressi del palco per permettermi di dimenticare improvvisamente dov'ero, cosa stavo facendo e perché lo stavo facendo.
Sui pezzi a me ignoti, invece, le luci venivano abbassate; sul palco c'era movimento. Ricordo di aver pensato che se avessi dovuto scrivere una recensione del concerto avrei lodato la non-staticità degli amati vegliardi. I brani più dilatati non hanno esaltato le folle, come spesso accade. Le folle aspettavano "Damaged Goods".
Questo mi ha permesso di starmene in pace, ad occhi chiusi, immersa dopo tanto tempo in una bolla di musica sparata a volumi non eccessivi - eravamo pur sempre a Bolzano - ma comunque sufficienti a ricordarmi quanto triste sia abbandonare la propria collezione di cd e vinili, il proprio impianto hi-fi, perché tanto i vicini di casa non tollererebbero il rumore.

La primavera trentina è un ritorno dell'adolescenza. Lo dico perché non trovo altre parole per descrivere il reiterarsi di forme di esaltazione che credevo lontane o il modo in cui sto al mondo quando ho bevuto a sufficienza per tentare di comportarmi come vorrei.
"Questo weekend ho la macchina" è una frase che mi fa commuovere come quando avevo diciassette anni e scrivevo lamentose odi in stile Charlie Brown; "forse oltre quella collina c'è una persona come me".
Posso inoltre constatare che la primavera trentina mi spinge all'ubriachezza, poiché qui è così che ci si comporta e, in ogni caso, non sono previste attività alternative. Arredo con gusto la mia gabbia, ma la faccio piacere, apprezzo la compagnia dei miei simili. Una volta ogni sei mesi vado ad un concerto durante il quale, per qualche frazione di secondo, convivo con la certezza di poter fare qualsiasi cosa, senza conseguenze di alcun genere. Durante quegli instanti sono completamente slegata da contesti, relazioni, regole scritte e non scritte. La bolla di suono in cui sono immersa annulla il resto della mia vita come se fossi in un sogno. So che se mi muovessi troppo bruscamente, se alzassi lo sguardo, se mi voltassi, la quiete verrebbe meno. Quindi resto al mio posto e mi limito ad ondeggiare.

Ricevo sempre più spesso osservazioni volte a ricordarmi che abuso della nostalgia, che non dovrei trincerarmi dietro ai divani e alle biciclette senza freni del mio passato. E' strano, perché non mi sembra che il mio descrivere similitudini con l'epoca della minore età o rievocare particolari eventi dello scorso decennio costituisca un barricarsi acefalo. Mi viene fatto notare che l'adolescenza è una fase, ma con parole diverse. Il risultato però è simile a quello che sperimentavo sul mio corpo quando la problematicità che trascinavo con me ovunque mi recassi veniva ridotta ad un momento di insensatezza che prima o poi avrebbe avuto fine. Credo sia poco onesto sostenere che questo modo di rappresentare l'adolescenza non abbia effetti anche sul nostro definire come è corretto e scorretto comportarsi dopo, quando improvvisamente scopri di aver cambiato pelle, perché te l'hanno detto loro che ci sono già passati.
Se esco a fare due chiacchiere con persone del passato e scopro che esse hanno improvvisamente abbandonato gli abiti vecchi e tagliuzzati ad arte che indossavano fino a ieri per privilegiare divise che dicono "Ora ho un lavoro, riesci a scorgere la mia serietà?", mi sento sottilmente giudicata. Dopotutto sono pur sempre quella composta ma instabile, anche ora che ho abbandonato le mie terre e la mia gente amante del chiacchiericcio di paese.
L'implicito è che fino a qualche tempo fa io fossi una persona incompleta, mentre ora dovrei essere a buon punto con la cementificazione della mia identità. A turbare è il fatto che io insista nel ricordare la mia presunta incompletezza e che lo faccia con la convinzione che l'incompletezza sia inevitabile, alla faccia di chi ci vuole immobili e univoci, cioè più o meno tutti.

Dico questo non perché io sia una folle incapace di scendere a compromessi. Al contrario.
Dico questo perché è parte di un dialogo interiore che mi accompagna da qualche tempo e che sto arricchendo con qualche lettura extra. E' raro che io riesca ad articolare questi pensieri a voce, perché temo l'ostilità altrui e le persone che so predisposte all'ascolto scarseggiano nella mia vita non internautica.
Quindi tutto si riduce allo scrivere tendendo a mente i pochi lettori che seguono regolarmente questo blog e che, da quanto ho osservato, arrivano alla fine dei miei lunghi post senza tagliarsi le vene. C'è poi l'inesplicabile e forse irrisolvibile conflitto tra lo stare immobile ad un concerto dei Gang of Four e il desiderare il movimento, l'annichilirsi altrui e l'abbandono. Sono cose che non ho mai smesso di desiderare e proprio per questo mi viene fatto notare che non sto rispettando certe fasi calate dall'alto; forse anche che sono una persona di merda, perché a volte non riesco a stare perfettamente immobile.
Il mio problema, che a questo punto posso cominciare a definire imperituro, è che ho un blog su cui scrivo dei fatti miei e ce l'ho da talmente tanto tempo che non posso farne più a meno. Quindi chiunque può farsi un giro nel mio cervello e giudicarmi duramente per gli errori di battitura che faccio di continuo o per l'immagine poco integra che do di me stessa, mentre io devo fissare le occhiaie e i movimenti delle mani delle persone che mi interessano sperando di capirci qualcosa, correndo al contempo il rischio di apparire invadente e poco rispettosa delle facciate edificate da chi non rende pubblici i propri pensieri.

In questi giorni i finti documentari di Mtv News sono dedicati alla vita negli studentati patavini. Mi capita di incrociarli succhiando un cucchiaino di miele; il mio dopocena consolatorio.
Padova sembra bellissima da qui. Sarà il fatto che quei muri mi sono familiari e che qui a Trento lo spritz spesso costa più di tre euro. Quasi dimentico il mio passato da pendolare e le acrobazie che si facevano per raggiungere l'Unwound il martedì sera.

A Trento il problema dei locali non si pone, perché l'unico spazio nel quale si tengono regolarmente concerti è il centro sociale Bruno. Visitai il suddetto per la prima volta gravida di buone intenzioni e speranze, in occasione di una originalissima serata hip hop, durante la quale si parlò della marginalità del genere e di quei tre o quattro temi che vanno molto nei centri sociale da qualche anno a questa parte.
Di certo rap italico apprezzo soprattutto l'eterno ritorno sul tema del "oh vecchi, siamo troppo fighi... eppure nessuno ci caga", che credo sia ormai stato esplicitato in ogni modo possibile immaginabile. Per questo il primo impatto con il Bruno non fu dei migliori, in particolar modo se - oltre al tema della serata - consideriamo la fauna locale, l'atmosfera da bisca clandestina che a confronto faceva apparire il defunto Capannone Sociale come la reggia di Versailles e il classico gelo polare da centro sociale.

Ho la vaga impressione che il Bruno non riuscirà mai a soprendermi proponendo un concerto di mio gusto, ma d'altronde il problema è mio. Sento la mancanza dell'Unwound e del dj pelato che ci faceva addormentare prima dei concerti mettendo i Charalambides, Vic Chesnutt e i Rex. A quest'insensata nostalgia non c'è modo di rimediare, così come non c'è più modo di assemblare uno spazio-tempo sacro da dedicare alla scrittura.

Dall'etere giungono frammenti dei miei pensieri su alcune delle questioni che ho tentato di accennare stasera, senza riuscire nel mio intento. D'altronde sono le due e io ho passato quasi tutta la giornata sotto terra insieme ai miei colleghi del progetto di ricerca "Poco importano le nostre idee, purché il professore la smetta di insultarci ogni volta che gli porgiamo il frutto del nostro lavoro". Sono stanca. Vorrei poter tornare a lavorare sul *libro*, ma non posso. A render ancor più straziante la questione è il fatto che alcuni dei miei colleghi mi hanno identificata come published author, dettaglio della mia vita che avrei preferito non emergesse.
Non che questo renda i miei resoconti più interessanti, drammatici o significativi. Dovreste vedermi in azione per capire di cosa sto parlando.

Ecco, dicevo che mesi fa scrissi di musica e della nostra subcultura preferita producendo un paio di paginette che, rilette oggi, non mi hanno fatto schifo. Un buon segno, direi.
L'articolo si chiama "Invidio le ciminiere perché hanno sempre da fumare" disse l'amico disobbediente di nome Natica, non sapendo di citare il poeta Brondi e lo trovate nel sesto numero della fanzine berica La lotta armata al bar, quello che simpaticamente si presenta con una montagna di cazzi in copertina.
Qui si può scaricare il pdf.
Della fanzine parlerò nei prossimi giorni in separata sede.
Come sempre sono graditi i vostri feedback.

L'intenzione era quella di segnalare il report dell'Oyafestivalen nella sua interezza, ma l'ultima parte non è ancora online.

Mi limito dunque a proporvi i primi tre post, in attesa del quarto, che sarebbe poi quello contenente il risultato della nostra [mia e di Baldra] amletica scelta tra The XX e Motorpsycho performing Timothy's Monster.

Con l'occasione ringrazio Indie for Bunnies per l'accoglienza e la disponibilità.

Day One & Two: Æthenor, The National, The Megaphonic Thrift, Sleigh Bells, Iggy & The Stooges, M.I.A.
Day Three: Panda Bear, Against Me!, Broken Bells, LCD Soundsystem, Yeasayer, Jònsi
Day Four: Marina and the Diamonds, The Flaming Lips, Robyn

Una decina d'anni fa mi rivelarono una verità inquietante sul mio passato.
Visto il mio inscalfibile mutismo, che ha dato segni di cedimento solo verso la fine del 1996, pare fossero in molti a considerarmi materia prima per psicoterapeuti. La storiella in questione mi fu narrata plurime volte da mia nonna, il cui intento era sottolineare la mia estraneità dalla massa dei coetanei nonché mettere in evidenza la mia intelligenza. Detta così non sembra una strategia vincente e sospetto ch'essa abbia contribuito in qualche modo alla plasmazione della mia deprecabile indole.

Riflettevo su quest'argomento guardando fuori dal finestrino di un Eurostar, apprezzando per una volta la mia terra e la sua relativa assenza di iPhone.
"Sono forse materia prima per psicoterapeuti?", sono tornata a chiedermi, mentre sconsolata ascoltavo per la terza volta di seguito l'ultimo album dei National. "Perché faccio così fatica ad interagire con gli estranei se non sono alticcia?", mi sono detta più e più volte, ricordando l'invettiva di un ex professore di religione (nonché prete), che aveva sempre parole aspre e petrose per chi - come la sottoscritta - ha scelto di superare i principali snodi narrativi della propria vita - per lo meno dall'adolescenza in poi - stordendosi.
Don Buzzurro raccoglieva consensi a palate, poiché i miei vili compagni non avrebbero mai ammesso di fronte alle immagini sacre che adornavano la nostra classe nonché ad un emissario di Dio in terra di essere dediti all'ubriachezza molesta. Gli unici a non rientrare in questo gruppo erano gli indossantori di mutande di ferro; un certo numero di seminaristi, gli eccessivamente timidi e le lettrici di I Love Shopping.
I National impedivano al chiacchiericcio circostante di raggiungere le mie orecchie, smantellando ciò che restava del mio amor proprio. Mani gesticolanti occupavano il mio campo visivo. Mani consumate dal tempo, appesantite da gioielli, igienizzate con sollecitudine.

L'abbandono della provincia dell'impero mi ricorda l'insignificanza della catena di giustificazioni che ho costruito negli anni, nel vano tentativo di attribuire un senso alla ciclicità della solitudine, che si abbatte sul mio capo sempre più frequentemente. Mi ricorda che il revival del grunge è all'orizzonte e che in parte esso si è già insediato negli store di H&M. Mi ricorda l'ampiezza della voragine tra le camicie a quadri della mia taglia e quelle deformi che indossavo alle medie. Fatico ad individuare minorenni vestiti in modo veramente ridicolo nella folla. Constato che, operando una trasizione verso capi d'abbigliamento che mi permettessero di andare a lezione e mimetizzarmi tra i colleghi dell'università, anche la mia audacia d'un tempo è scomparsa. Penso allora ai mille pregi dell'ubriachezza molesta, delle corse goliardiche sotto le grondaie della Basilica Palladiana, quand'eravamo freschi come rose e l'essere fradici di pioggia in pieno inverno non costituiva un problema, purché ci fossero passanti da terrorizzare con urla spezzate dal riso.
In ultima analisi, so di essere stata rovinata dall'accademia, dagli aperitivi protratti fino all'una di notte, dall'impossibilità di fare affidamento sugli stereotipi. Per questo amo visitare luoghi semideserti od abitati da popolazioni di cui fatico a comprendere gli usi e costumi. Lì l'inazione è impossibile. Lo stereotipo si frammenta, ricoprendo le pagine dei miei taccuini. E i nativi paiono realmente interessati alla mia storia.

Nella foto: il Signor Lego, con cui ho fatto amicizia sulle strade di Oslo. Dopo il mio rientro in Italia siamo rimasti in contatto attraverso una fitta corrispondenza internautica. Il signor Lego fa l'ingegnere civile e nel tempo libero ama fare passeggiate in montagna. Ci siamo conosciuti al concerto dei National presso l'Opera Haus di Oslo.

Perché quando metto piede fuori di casa il venerdì o il sabato sera devo sorbirmi inevitabilmente stupide band hardcore straniere il cui unico selling point è il fatto di venire dal nord Europa o dei pingui metallari di Creazzo?
Perché tutti sembrano adorare lo zumpa zumpa flower power condito con retorica del secolo scorso?
Perché c'è sempre il solito gruppo reggae che suona ovunque?
Perché le serate new wave devono essere così tristi? Perché alle serate new wave tutti fanno il ballo del triangolo?
Che collegamento c'è tra le braghe da basket, la neve, i tatuaggi traditional, le fixed bikes (comunemente dette fix bike) e l'hardcore?
Perché mai dovrei supportare la "scena" di Vicenza se essa non esiste?
Perché la gente organizza festival ammettendo di non apprezzare metà dei gruppi che ci suonano?
Perché improvvisamente il rap piace a tutti? Perché i Colle der Fomento e non gli Uochi Toki?
Perché i Tool e non i Godspeed You! Black Emperor?
Perché le cover band di merda e non i Fake P?
Perché devo soffrire a causa del casino o dell'eccessiva pretenziosità di certe serate?

Perché Vicenza e non Ruston, Louisiana?

I vivai stanno diventando di plastica. Lo avete notato?
A Vicenza ce n'è uno che vende addirittura i tappeti erbosi sintetici e poi li piazza nelle rotatorie commissionate dal Comune.
E' l'idiozia da mall statunitense che si fonde con lo spirito masochista e gradasso del berico leghista.
Per mesi siamo passanti accanto a quella rotatoria dicendo: "Mai dai! Non possono essere stati così idioti da mettere l'erba finta." Poi un giorno siamo scesi dalle bici, incuranti del rischio di farci ammazzare dal SUV di turno, e abbiamo toccato con mano lo schifo.
Io sogno un'amministrazione comunale che dica no a queste perversioni e che la smetta di proporci manifestazioni e rassegne culturali che sono soporifere già dal nome. O addirittura controproducenti, come l'ilare "Vie di fuga".
Sogno anche dei vivai a misura d'uomo, ma soprattutto di pianta, come quelli che a volte si trovano fotografati nei libri di giardinaggio biologico anglofoni.

A volte mi domando da dove sia spuntata questa mia brama botanica, quest'irrefrenabile desiderio di ampliare la mia collezione di piante. Fino a non molti mesi fa, quand'ero giù di morale, mi concedevo qualche nuovo capo d'abbigliamento. Oggi prediligo creature viventi, anche se non disprezzo la nuova collezione ecologica di H&M.

Come ho già scritto altre volte, in questo periodo non posso dire di essere una buona ascoltatrice delle ultime novità musicali. Macino tutto con una lentezza che ricorda i tempi in cui compravo i cd senza prima averli scaricati.
Sono diventata pigra. Ho gli stessi dischi masterizzati in macchina da una vita.
Che ne è stato del mio fanatismo per i negozi di dischi? Quello che frequentavo anni fa ha smesso di esaltarmi. Di rado riesco a trovare qualcosa di audace. D'altronde è ciò che il berico vuole: la Pausini, Vasco e Tiziano Ferro. I più raffinati optano invece per Peter Gabriel. Eppure io voglio bene a quel negozio, che nel frattempo ha anche cambiato sede. Sfoglio i dischi sapendo che il problema è mio. Gli avventori più giovani, nei quali un po' mi rivedo, comprano una copia di "OK computer" e sono più che soddisfatti.
Oppure transito verso piazzale Mutilato e mi dirigo presso il negozio di dischi che un tempo mi incuteva timore. Faccio due chiacchiere con il proprietario, a volte gli ordino qualcosa, controllo che i vinili siano sempre gli stessi. Una volta comprai un 7" degli Arcade Fire su vinile trasparente, che era rimasto lì a fare la polvere per quasi un anno. In quel momento ricordo di essermi sentita molto sola. Com'era possibile che un oggetto così appetibile fosse rimasto invenduto per tutti quei mesi?

A volte penso che sia Vicenza a spingermi all'apatia musicale. Basta cambiare città per qualche ora ed ecco che la brama ritorna.
Qui non faccio altro che scavare nicchie, perché le cosiddette "scene", che scene poi non sono, mi lasciano per lo più indifferente. Il fatto stesso che certi concittadini usino questo termine per definire quel poco che accade in terra berica mi fa venire voglia di prenderli a sberle. Se appartenere ad una "scena" qui significa mettersi le braghe corte mentre fuori gela, porre i vestiti prima della musica, allora preferisco coltivare la mia apatia altrove.
Ovunque mi giri c'è un susseguirsi ininterrotto ed uniforme di hardcore di pessimo livello, cover band seguitissime, rap normalizzato, serate dark (che sono il meno peggio) e cose aventi a che fare con il reggae.
Continuo a stupirmi che ci sia gente che ascolta sempre le solite cose, sempre i soliti generi, magari snobbando chi propone una serata un po' diversa, una volta tanto.
So che dovrei smetterla, ma mi dà fastidio il fatto che al mio sforzo di ascoltare musica che non mi dice niente non corrispondano spiragli nei gusti o per lo meno nelle abitudini altrui. Dico questo perché ho visto fin troppi concerti oi e il mio cuore si è indurito.

Poi c'è il fatto che molte tra le persone di cui sto parlando non hanno la minima idea di cosa mi piaccia ascoltare concretamente. Conservo con gelosia il ricordo di un gran numero di episodi che testimoniano queste falle, alcune comiche, altre dolorose.
Dico dolorose perché per me la musica non è solo un qualcosa da millantare, qualcosa di statico e certo, come dire: "Ascolto HC". Perché il più delle volte lo vedo già dai tuoi vestiti che ascolti HC; e dalle bestemmie che svolazzano fuori dalla tua bocca.
Così capita che io stia ascoltando quel disco che avevo lasciato a far polvere per un anno, perché mentre era sul piatto avevo ricevuto la notizia che mio nonno era morto. Il fatto stesso che possegga quel disco su vinile dovrebbe essere un indizio, dovrebbe suggerire a te, vile monolita, l'importanza che quei suoni hanno per me. Eppure tu non esiti un secondo e mi fai notare che, dall'alto della tua conoscenza non enciclopedica, quei suoni sono merda e che non ci vuole niente per scrivere della musica del genere.
Per la cronaca, l'artista in questione era Colleen.

Così sabato sera, dopo aver adorato la perfomance di Sleeping States al Centro Stabile di Cultura, ho detto a Baldra che quello sarebbe stato il concerto ideale da portare come esempio ai miei conoscenti di granito. Come a dire: "non siete mai venuti ai concerti che proponevo io. Sleeping States al CSC potrebbe essere la summa di ciò che amo vedere dal vivo in terra berica." A dir la verità non avrei mai pensato di poter contemplare le terga di Markland Starkie senza dover uscire dal territorio della provincia di Vicenza.
Ma i casi della vita sono imprevedibili.
Quando vado al CSC bevo quasi sempre la cedrata e penso che è bello che esista un posto del genere nell'alto vicentino, tra i capannoni e le frazioni dove hanno vissuto i miei antenati del ramo materno. E' bello anche il fatto che Sleeping States abbia fatto un tour con i Githead, band di scarso interesse derivata dai Wire. A Vicenza c'è un sacco di gente che ama questo genere di cose; il popolo delle serate dark. Le carcasse della new wave attirano molto pubblico. Così a vedere l'apertura di Sleeping States per i Githead c'erano un po' di persone, quasi tutte sulla quarantina e vestite di nero.
Io non so se Markland Starkie sia un appassionato di giardinaggio, però sicuramente ne sa qualcosa di paesaggi e spazio. Basta scorrere la track list e i titoli dei suoi album per rendersene conto (Gardens in the South, There the Open Spaces, Breathing Space, The Cartographer).
Con il tempo ho scoperto di non essere brava a scrivere di musica. Riesco solo a vedere me stessa nelle composizioni altrui. Faccio una fatica incredibile a trovare le parole giuste per descrivere i generi musicali lambiti dai dischi che mi piacciono.
Ecco. Sleeping States mi piace perché è composito; ascoltandolo si capisce che c'è un brulicare caotico di cose apparentemente inconciliabili dietro ad ogni canzone.
Tempo fa, quando recensii uno dei suoi dischi, lessi che si era formato nella musica elettronica e che poi aveva deviato verso la quiete lo-fi che troviamo oggi nelle composizioni. Sulla sua pagina di MySpace, c'è una lista delle sue influenze, tra cui compaiono Robbie Basho, il lavoro a maglia, le stagioni, "Our Band Could Be Your Life", David Grubbs, Burt Bacharach e molte altre cose interessanti.
Insomma, io voglio bene a Markland Starkie e penso che, se il vostro cuore non è stato corroso dalla musica cattiva, potrebbe piacere anche a voi.


Negli ultimi tempi non passa settimana senza che io scopra il master della mia vita. Sfortunatamente gli istanti di trionfo sono spesso seguiti da insulti più o meno taciti all'università italiana.
La cosa che più di tutte mi fa ridere e piangere al contempo è questa: a marzo dovrei laurearmi in sociologia; nonostante questo i miei crediti in metodologia e statistica sono così pochi che pare debba fare delle integrazioni per qualsiasi master vagamente intelligente e orientato al lavoro sul campo. Sto parlando di master di matrice sociologica, ovviamente.
Il bello è che non posso lamentarmi o dedicarmi all'autocommiserazione, poiché questo scatena le ire dei miei parenti. I miei genitori mi ripetono incessantemente: "vedrai che troverai il master giusto", mentre i miei nonni sono ancora convinti che io sia un genio solo perché ho pubblicato un libro composto da meno di 150 pagine e stampato con carattere enorme. Dal loro punto di vista è strano che io non abbia una borsa di studio multimilionaria e non sia una studentessa di Harvard come Rory Gilmore. Per il momento cerco di solo di spiegare al parentame che in effetti avrei già trovato almeno venticinque master di mio gradimento; il punto è un altro.
Ad ogni modo, in questo istante me la passo egregiamente. Ho casa libera per due settimane, durante le quali dovrò preparare uno degli esami più disgustosi ed insormontabili del mio corso di laurea (Legislazione Minorile) e Scienza Politica. Il manuale di Scienza Politica mi fa rivoltare le budella solo a guardarlo. Pare sia aggiornato al 1996. Persino io, stupida studentessa di triennale, sono in grado di affermare che buona parte delle teorie ivi contenute non stanno in piedi.
Inoltre adoro i libri che recitano: "Ricerche recenti (Melucci, 1964) dimostrano che..."
A parte questo mi sono riprendendo dai due viaggetti che mi sono concessa durante agosto. Durante il fine settimana di ferragosto sono stata in Bretagna per la Route du Rock con Baldra, Anita e Michele; successivamente mi sono spostata ad Amsterdam, sempre in compagnia del Collega. Il tutto in treno, per un totale di cinquantotto ore di andate e ritorni.
Il viaggio migliore è stato il notturno da Monaco ad Amsterdam, durante il quale ho avuto il piacere di convivere con un gruppo di giovani tedeschi petomani. Ho inoltre apprezzato il tratto Brennero-Vicenza, durante il quale il mio scompartimento è stato invaso da un branco di studentesse patavine di Scienze della Formazione.
Sul treno Monaco-Vicenza
A volte mi faccio scrupoli ad affermare la superiorità morale di alcune categorie su altre, specialmente se io faccio parte dei "pregevoli". In questo caso credo di poter affermare senza indugio la superiorità morale dei pendolari sui "non pendolari che prendono un treno ogni tanto", specialmente se quest'ultimi ritengono sensato e divertente stappare una bottiglia di spumante altamente esplosivo in scompartimento, dimostrando inoltre di non saper svolgere neanche questa banale attività.
Al di là di questo posso dire di aver apprezzato molto la Route du Rock, in particolar modo le esibizioni di Saint Vincent, Andrew Bird e Peaches.
Ad Amsterdam, invece, Baldra ed io ci siamo limitati a visitare i posti che non avevamo visto due anni fa e a scegliere con grande accuratezza un singolo grammo di erba da farci durare per tutti e quattro i giorni della nostra permanenza. Dopo aver consultato la nostra guida alternativa siamo finiti al coffee shop De Dampkring, che vi consiglio caldamente.
In realtà, a differenza dei tanti giovani italiani che vanno ad Amsterdam per drogarsi, io mi sono limitata ad assumere sostanza stupefacenti perché mi sembrava uno spreco non farlo. Il mio obiettivo primario era invece tornare da Soup En Zo, il take-away delle minestrine.
Per due anni ho sognato di poter mettere le mani su quelle delizie, assillando Baldra e ripetendo "minestrine!" tra me e me. A riprova della mia ossessione, una volta giunta in città, ho perso totalmente il senso dell'orientamento, eppure sono riuscita ad individuare sulla cartina l'esatta collocazione di En Zo senza ricordarne l'indirizzo.
L'aiuola volante
Oltre ad aver mangiato divinamente spendendo relativamente poco, Baldra ed io abbiamo coronato il nostro viaggio con due concerti al Paradiso: Windsor for the Derby e Dinosaur Jr..
Il Paradiso è con ogni probabilità il locale per concerti più bello che abbia mai visto. Così bello che ci abiterei.

Ora non mi resta che passare i due esami, scrivere altre quattro righe di tesi, ampliare l'orto, piantare più di duemila bulbi con gli amici del gruppo di guerrilla gardening e capire che ne sarà di me.

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