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Le settimane passano e io sono sempre qui, ricoperta dalla polvere. I buchi nei muri sono stati tappati, le porte rimangono in garage insieme a buona parte dei miei averi e voci ufficiose dicono che il casino non se ne andrà prima di settembre. Questo significa che il casino ed io ce ne andremo insieme. Egli troverà una nuova famiglia amante della ristrutturazione disposta ad ospitarlo, mentre la sottoscritta occuperà un letto e mezza stanza nell'ultima città in cui avrei mai pensato di finire.
Da ciò che ho potuto osservare, Trento ha molti pregi e altrettanti difetti. In primis, pare che non ci siano né locali di mio gusto né pratiche orientate alla devastazione analoghe a quelle diffuse in altre città universitarie che ho avuto modo di conoscere. Ci sono però un sacco di spazi dove è possibile darsi allo studio fino all'implosione, nonché una palestra interrata dentro alla Facoltà di Sociologia. Non sto scherzando. Dentro alla Facoltà di Sociologia.

Pare che alla fine mi iscriverò alla specialistica chiamata Ricerca Sociale. Il bello di questo corso è contiene la parola "ricerca" nel nome. Inoltre, a giudicare da ciò che mi hanno riferito da alcuni dei miei futuri compagni di corso, l'anno prossimo perderò la ragione a forza di studiare. Una bella notizia, insomma. La mia speranza è che si ripresenti una situazione analoga a quella patavina, nella quale sembravo una specie di genio, semplicemente perché i miei colleghi erano convinti di essere ancora alle superiori. Temo però che saranno mazzate e non complimenti a calare sul mio capo. Se non altro vivrò circondata da sociologi e potrò dedicarmi ad uno dei miei passatempi preferiti: la dissertazione sociologica priva di fondamento empirico.

Che cos'è la dissertazione sociologica priva di fondamento empirico? Anziché proporvi stupide definizioni non immaginifiche, opterò per un banale esempio. Ricordate ciò che scrivevo ai tempi di Underbreath? Ecco, quello.
Un giorno mi piacerebbe rileggere tutti quei post su cui spesi giorni e giorni di vita, per poi valutarne il valore etnografico. Se si rivelassero sensati, potrei dire di aver fatto un'etnografia della durata di tre anni e mezzo. Ma so di dire cazzate, cari Lettori. All'epoca scrivevo e basta. Ad imbrogliarmi è il ricordo dei grafici che facevo prelevando informazioni sui miei compagni di classe.

Il bello di questo periodo è che non posso girare per casa in mutande, dato che corro sempre il rischio di imbattermi in un elettricista o in un muraro. Non posso neanche scrivere in pace, perché il mio flusso di coscienza è perennemente disturbato da gente che bestemmia e dalle melodie dei trapani che fanno a pezzi i muri. Inoltre tendo a stare quasi tutto il tempo da sola, dato che il Collega è a sua volta costretto alla clausura. Io scrivo il nuovo libro ed egli scrive la sua brillante tesi al cospetto della quale la mia sembra il prodotto di un folle. E difatti credo che in parte lo sia. Senza contare il fatto che William Corsaro pensa che le autoetnografie siano stupide.

Se non altro, la clausura mi ha permesso di riflettere su molti temi e di dedicarmi al consumo di una gran quantità di prodotti culturali. In primo luogo, ho individuato buona parte delle aree sociologiche che credo ignorerò negli anni a venire, anche se una parte di me teme il contagio con lo strutturalismo dominante in quel di Trento. Mi sono inoltre cavata gli occhi guardando un sacco di film e leggendo un discreto numero di libri, più o meno come quando frequentavo la quarta superiore. Solo che all'epoca non c'erano i torrent e io dilapidavo tutti i miei soldi in dischi, dvd e vhs usati. Come voi trentenni.

L'altro giorno sono andata a Padova e in treno ho intravisto questo tizio smaccatamente nerd che stringeva tra le mani un walkman identico a quello che possedevo alle medie. Non so quanti anni avesse. Poteva avere la mia età o essere un po' più vecchio. Ho pensato a quando prendevo l'autobus e ascoltavo la mia cassetta del primo album di John Frusciante e allo scotch che teneva chiuso lo sportello. E ai nastroni che facevo per me stessa e per i pochi esseri umani che mi rivolgevano la parola. Che anni d'oro! Gli anni in cui feci il possibile per assumere le sembianze di un cesso deambulante. Gli anni in cui le suore non avevano ancora colto il mio potenziale distruttivo. Gli anni in cui ascoltavo il primo album di John Frusciante e pensavo: "Quest'uomo era strafatto di eroina mentre stava registrando questa roba".
Alle superiori mi comprai il primo iPod. Lo presi rosa, così per ridere. Ci feci incidere una citazione deviata da "Bigmouth Strikes Again" degli Smiths, anticipando di poco il vecchio Moz. Nel frattempo le suore bocciarono tutte le mie proposte per il "cineforum" della scuola, optando infine per due pellicole molto stimolanti: "Patch Adams" e "L'ultimo samurai". Erano passati anni dal periodo in cui pensavo: "John Frusciante era strafatto di eroina mentre registrava questa roba", eppure le suore sostenevano che fossi troppo giovane e pura per vedere un film traumatico come "I am Sam".

I risultati di questa politica culturale sono assai evidenti sulla gente che ha frequentato la mia scuola. Oltre alla miriade di persone che si sono iscritte all'università per poi fallire di lì a pochi mesi, temo che molti dei miei ex compagni non abbiano mai avuto l'opportunità di vedere uno o due film decenti durante quello che i vecchi chiamano "il periodo più bello della nostra vita". Ora, non sto dicendo che la scuola debba formare i ragazzi, anziché limitarsi ad educarli in senso stretto, però a volte sarebbe bello poter avere fede nella Provvidenza Manzoniana. Sapere che anche i miei ex compagni più malvagi covano nel cuore qualche frammento di un lungometraggio dotato di un'anima.
Invece no; "I am Sam" è un film troppo avanguardista, troppo crudo per un pubblico giovane. Meglio propinare a tutti per la cinquantesima volta "Patch Adams". Non sia mai che qualcuno si faccia delle cattive idee. Inoltre lo stesso "Patch Adams" costituisce un rischio. Come dimenticare la scena pornografica in cui la porta dell'ospedale dei bambini è trasformata in una gigantesca vagina?

Dico tutto ciò perché le mie letture mi portano a rivangare quel periodo quasi quotidianamente. Ripenso al mio status di sfigata. Al prete delle due ore settimanali di religione, con i suoi articoli antiabortisti dell'Avvenire. E i suoi discorsi tutti fru fru e gne gne sul fatto che i gay non sono necessariamente persone cattive, ma che è il caso che non si facciano vedere in giro. Al prof di educazione fisica che scrutava le mie spillette dicendo: "Non saranno mica simboli politici, vero?", continuando poi i suoi discorsi sul fatto che, dal suo punto di vista, era sbagliato adottare bambini stranieri o con problemi di salute. Mi nutro di prodotti culturali per adolescenti o che hanno per protagonisti degli adolescenti, ponendomi un'infinità di domande sulla piega che avrei preso se mi fossero capitati tra le mani anni fa e non ora. Penso in particolar modo ai romanzi di Blake Nelson che, per la cronaca, è l'autore del libro da cui è stato tratto il film "Paranoid Park". In Italia è da poco uscito il suo ultimo romanzo, che s'intitola "Destroy All Cars". Credo che il resto della sua opera non sia ancora stata tradotta e mi riferisco soprattutto a "Girl", uno dei suoi primi libri.

"Girl" è il libro che avrei usato per prendere a mazzate i miei detrattori sette o otto anni fa, se molte cose fossero state un po' diverse. Solo che ho dovuto fare a meno di quel tipo di supporto morale, motivo per cui ora passo i pomeriggi romanzando un istituto cattolico.

[Questo post non è stato rimaneggiato, motivo per cui potrebbe apparire incoerente e scritto con i piedi]

Ieri mattina mi sono svegliata alle 5.15. Nel mentre ho tirato un pugno al mio telefono, che giaceva sul davanzale. Alle 5.30 ho chiuso la valigia e ho salutato Anita. Poi ho camminato per qualche minuto fino alla fermata della metropolitana.
All'aeroporto ho cominciato a sentirmi male. Era pieno di connazionali molesti. Un tizio indossava una maglietta tessente le lodi di Milano. Volevo fendere la folla, dagli una sberla e chiedere: "Why?".

Come mi era stato anticipato qualche giorno prima della mia partenza, a Berlino sono stata benissimo. Poi, una volta rientrata in terra berica, tutto mi ha fatto ancora più schifo del solito. Suppongo sia normale.
L'aspetto interessante della vicenda è che, a conti fatti, nel giro di cinque giorni e mezzo sono riuscita ad innamorarmi perdutamente di una città che mi suona incomprensibile. Ascoltavo tutte queste conversazioni in tedesco e leggevo trentacinque volte i cartelli stradali prima di riuscire a memorizzare il nome delle vie; pur capendo pochissimo non ero pervasa dall'angoscia che, in circostanze normali, infesta la mia quotidianità berica.
Ogni giorno trovavo qualcosa di nuovo da appuntare nel mio taccuino. Un pomeriggio, dopo aver vagato fino allo sfinimento tra musei e parchi, ho osservato il modo in cui lo schema che include trama e personaggi della "cosa" che sto scrivendo si ampliava poco per volta, fino a diventare due volte tanto ciò che avevo assemblato in due settimane di rimuginare a casa.
Credo di aver amato Berlino per un motivo abbastanza semplice; mi sentivo allineata e coerente con il paesaggio e con le persone. Ogni giorno vagavo da sola per ore facendo quello che mi andava di fare. Camminavo fino a non sentire più i piedi, fotografavo spazi marginali di mio gusto e trovavo di continuo la versione tangibile e smaccatamente reale dei miei sogni più improbabili. Ovunque mi girassi c'erano meravigliose aiuole incolte e rustici viali alberati che odoravano di giardinaggio informale. Pareva che lì tutti comprendessero il senso del prendersi cura di un quadratino di terra pubblica. Ai piedi degli alberi c'erano garofani, echinacee, calendule in procinto di fiorire, salvie, girasoli, gigli, tageti e deliziosi bossi lasciati liberi di crescere. Non c'era traccia del giardiniere dominatore, del fanatico dell'ordine. Alcuni locali erano addirittura decorati con piante di fagioli coltivate in vaso.

Martedì sera Anita ed io abbiamo preso la metropolitana e siamo scese a Kreuzberg, dove ci aspettava la Bongio. Poi siamo andate a ballare. Ogni tanto pensavo: "E' martedì sera e questo locale è pieno di gente". Assaporavo il mio sconcerto. Un'altra sera siamo andate a sentire un concerto che si è rivelato essere molto apprezzabile. Poi abbiamo rivangato quel momento di incredulità collettiva durante una delle ultime feste alla Casetta Lou Fai, quando Anita mise i Dirty Projectors e ovunque ci voltassimo c'era gente che ballava. Quindi abbiamo chiesto un pezzo della band suddetta al dj, che somigliava vagamente a Antony Hegarty. Ma quello era un dj cattivo; anziché ballare l'imballabile abbiamo contemplato l'inesorabile fluire di tamarrate anni ottanta per un periodo di tempo imprecisato. Gli Animal Collective ci avevano fatto credere che il tizio con gli stessi capelli di Antony fosse un collega nello spirito.
Non ricordo bene il resto della serata. So che abbiamo trovato questo barista che sapeva fare lo spritz Aperol ed è stato a quel punto che il continuo mischiare birra ed ingredienti dello spritz mi ha permesso di ignorare i miei errori di grammatica. Poi mi sono trovata in un posto dove il dj metteva musica che suonava vagamente russa e -non saprei dire come- dopo un po' stavo bevendo Fritz Cola e parlando di post-rock con una persona adorabile in mezzo al traffico della gente che entrava ed usciva dai bagni.

Come dicevo sopra, appena tornata a casa mi sono sentita di merda. Ero di nuovo nella terra delle lotte fratricide, dei poseur sputasentenze e delle sagre dove si va a devastarsi mentre un esercito di cover band rivoltanti ti fa sanguinare le orecchie. Ciononostante oggi sono stata colta un flusso creativo imprevisto che mi ha portata a realizzare un collage e a rimpirmi le mani e i vestiti di colla vinilica. Erano quasi cinque anni che non facevo un collage. Spero che questa parvenza di serenità permanga nel mio corpo ancora per un po'. Eppure temo che gli sguardi deprecanti dei miei concittadini possano corrompere questo stato di grazia.
Ai tempi delle superiori investivo molte energie nel trasformare lo scherno altrui in un qualcosa di fortificante. Ora -duole ammetterlo- mi faccio problemi ad uscire con le calze bucate. Qui solo le persone certificate come punk indossano le calze bucate. Anzi, le tizie punk comprano le calze e poi le bucano per assemblare un certo tipo di look. Io ho solo un numero imprecisato di calze bucate in un cassetto. Le ho rotte quasi tutte incastrandomi in qualche spigolo della macchina o della bici. Me le metterei tranquillamente se solo fossi preparata a sopportare con un sorriso stampato in faccia il chiacchiericcio isterico delle beriche della mia coorte.
"Hai visto che ha le calze bucate?"
"Sì, che schifo".
Cito questo esempio perché a Berlino era pieno di gente con calze, magliette e scarpe bucate e mi sembravano tutti molto sereni. Erano persone che non amano buttare via un vestito solo perché ha smesso di essere perfetto come il giorno in cui era stato comprato. Solo che lì evidentemente tutto ciò è considerato normale e non c'è gente ad ogni angolo pronta ad insultarti in ragione di qualche principio non universalmente valido.
Forse il motivo per cui continuo a sentirmi bene, indipendentemente dal luogo in cui mi trovo ora, è l'aver sperimentato di nuovo che la mia incapacità di adattamento alla viltà e allo spudorato materialismo berico non dipende da una mia presunta indole malvagia o asociale.
Tante persone, negli ultimi anni, mi hanno fatto notare che ciò che scrivo e dico potrebbe essere il risultato di una natura snob che rifiuto di accettare con pienezza. Ovviamente quest'affermazione lascia il tempo che trova. A Vicenza chiunque abbia una visione del mondo non totalmente plagiata potrebbe tranquillamente passare per snob. Non occorre uscire per strada e cominciare a parlare André Gide o dell'annesima serie tv che non passerà mai in Italia. Basta fingere di aver letto Marx, saper scaricare i torrent, aver una vaga idea di chi siano gli Strokes ed avere un hobby da cervellone sfigato come scrivere su di un blog. O, in alternativa, si può essere snob in virtù di ciò che si ignora o non si fa. Ad esempio, sono stata più volte finita in questa categoria perché evito sistematicamente alcuni programmi tv, perché sono vegetariana e perché non ho mai ascoltato i Derozer, nonostante la sede della Derotten Records sia a pochi numeri civici di distanza da casa mia.
Anche quando ascoltavo solo grunge la gente mi diceva che facevo l'intellettuale.

Negli ultimi tempi sono finita più volte incastrata in tristi discorsi su cosa sia giusto e sbagliato in termini di emigrazione in terre più felici. Non so mai cosa dire in queste occasioni, perché so che non è bello abbandonare Vicetia al suo destino fognario, anche se al contempo sono pienamente consapevole del fatto che stando qui sono diventata cinica, tendente all'autocommiserazione e probabilmente anche lievemente stronza. Il più delle volte quando esco devo stordirmi solo per riuscire a sopportare il clima da Amici di Maria De Filippi meets Chiesa Cattolica Romana che domina nel luogo dove vado a prendere lo spritz. Sono costantemente pervasa da un desiderio violento e brutale di ballare musica che qui quasi tutti ignorano; conseguentemente odio tutti i dj della città e apprezzo attività ricreative insensate come i silent rave organizzati da gente nata svariati anni dopo di me.
Oggi ho ascoltato un milione di volte il nuovo album di Wavves ad un volume molesto perché l'idea di fruirlo in cuffia mi sembrava l'ennesima trasposizione comportamentale del mio desiderio di non avere scazzi con i vicini di casa e con il mondo intero. Poi ho pensato che King of the Beach ha un'innegabile sensibilità pop e il pop piace ai miei vicini. Baglioni e Morandi sono i preferiti dalla gente che ha chiamato "discarica" il mio giardino.
Questo disco riesce a farmi sentire più o meno come quando ascoltavo quasi solo i Nirvana, anche se un po' meno di merda. In entrambi i casi troviamo un persisente strato di "rumore" che disgusta la gente per bene, canzoni che ti si ancorano in testa per settimane e soprattutto un riflesso emozionale ambiguo e difficile da descrivere a parole, perché composto dall'orgoglio dello sfigato e dal generico autolesionismo che ne deriva, il tutto all'intero di un qualcosa che è così bello e vero e viscerale che alla fine non sai più se sei terribilmente depresso o in estasi. E i testi parlano di quelle situazioni in cui vorremmo essere dei personaggi di un romanzo ed essere in grado di comportarci e di dire cose che poi nella realtà nessuno dice, o al massimo le dice non credendoci.
Ad esempio:
"I'm not like them, but I can pretend" (1994).
"My own friends hate me, but I don't give a shit" (2010).
Nel caso della opening line di Dumb mi vengono in mente centinaia di situazioni agghiaccianti durante le quali ho tentato di mimetizzare la mia alienazione in modo fallimentare. Non sto dicendo che sono speciale o chissà che. Semplicemente tendo ad impazzire se costretta a fare o dire alcune cose. Una volta tentai persino di mettermi alla prova. Per una settimana feci tutto quello che mi proponeva una mia compagna di classe/vicina di casa. Erano cose che in circostanze normali non avrei mai fatto, tra cui farmi una lampada della durata di ben due minuti e andare al Totem. La serata al Totem fu un incubo terribile. Ricordo che fui colta da panico più o meno un secondo dopo essere entrata e alla fine sfruttai un amico fumato per andarmene, dicendo che mi aveva chiesto un passaggio e che non potevo lasciarlo lì a marcire.
Questo per dire che ho tentato su me stessa lo stile di vita del berico medio della mia età e mi ha causato molteplici effetti collaterali. Potrei inoltre aprire una parentesi sul modo in cui mi sono finta cattolica per anni alle superiori, ma preferisco risparmiarvi. Il punto è che lo stesso uso del verbo to pretend ad opera del mio idolo adolescenziale implica un certo grado di menzogna agli altri e il più delle volte anche a sé stessi.
Wavves invece dice: "my own friends hate me, but I don't give a shit". Amo questa frase perché per certi versi parla la stessa lingua di Cobain. È come se in realtà dicesse: "My own friends hate me. Let's pretend that I don't give a shit".
Negli ultimi mesi mi sono svegliata più volte nel cuore della notte e mi sono messa a scrivere esattamente di ciò che queste due frasi riassumono alla perfezione. Pagine e pagine di considerazioni il cui unico scopo è farmi sentire meno di merda.
La mattina vorrei alzarmi dal letto e trovarmi in una versione californiana di Vicetia, in cui non essere lo schifo ambulante e il disagio perenne che incarno qui. Vorrei essere "cool" e parlare con la gente con degli occhiali da sole giganti in faccia ed una birra tra mani incastrando quella frase di Wavves nel mio discorso. Vorrei che ogni sabato fosse come quello della chiusura della Corte, quando ero totalmente ubriaca e ho messo i dischi con Baldra usando solo iTunes e c'era un casino di gente che ha ballato fino alle quattro. E abbiamo messo Wavves, gli Sleigh Bells, i Ladytron, i Wombats, Patrick Wolf, i These New Puritans e altre cose non particolarmente sorprendenti per voi che ne capite qualcosa di musica indie, ma che qui sono avanguardia.
Vorrei non avere sempre voglia di picchiare la gente.
Vorrei che ai miei rari momenti d'ira non seguissero frasi come: "Ma perchè l'hai fatto? Adesso non sarete più amici come prima. Dovevi fare finta* che non fosse successo niente", dette da gente che considero intelligente.
Perché noi berici fingiamo di amarci e siamo tutti stronzi.

* dovevi fare finta che [persona a caso] non ti abbia deluso tremendamente facendoti stare malissimo per giorni e giorni.

Ho passato quasi tutti gli anni delle superiori dalle suore, il ché significa che ho un'idea distorta del normale funzionamento dei rituali scolastici. L'ultimo giorno di scuola della quinta sono rimasta a casa. Non ricordo neanche perché.
So che i miei compagni uscenti si sono presentati in classe in pigiama.

Detta così sembra una cosa molto simpatica e sovversiva, ma vi assicuro che i fautori di questo blitz erano per lo più persone cattive che adesso votano Lega Nord e che all'epoca mi facevano raggelare il sangue nelle vene con i loro discorsi aberranti sul fatto che Dio è un figo e che l'omosessualità è contagiosa.

Quando ero costretta a passare sei ore al giorno entro l'instituto cattolico invidiavo tantissimo i miei amici che frequentavano scuole normali. Loro non dovevano fare la preghiera tutte le mattine alle otto meno dieci, potevano fumare in cortile e non erano perseguitati dalla suora della portineria. Inoltre avevano delle vere assemblee d'istituto, una vera festa della creatività e veri rappresentanti.
Noi dell'istituto cattolico avevamo dei surrogati. La parte più bella di questi surrogati è che durante le feste della creatività c'era sempre il laboratorio dei gessetti colorati.
In quarta superiore ricordo che disegnai una pecora. Poi scoprii che la mia pecora non andava bene, perché bisognava disegnare qualcosa che avesse a che fare con un tema deprimentissimo che era stato assegnato dalle suore. Solo che era troppo tardi per ricominciare, così fui costretta a spiegare davanti a tutta la scuola qual era il senso della mia pecora.

Venerdì sera sono andata in piazza S. Lorenzo perché qualcuno aveva organizzato una specie di protesta pacifica.
Pare che da qualche anno a questa parte, l'ultimo giorno di scuola, gli studenti delle scuole della zona abbiano fatto un gran casino nei pressi della piazza che, tanto per cambiare, ospita una chiesa antica e bla bla bla.
Quindi quest'anno i festeggiamenti sono stati controllati da un po' di gente in divisa.
Questa cosa ha fatto incazzare molte persone, motivo per cui venerdì sera, dopo una riunione del gruppo di guerrilla gardening, mi sono recata con i colleghi giardinieri in piazza S. Lorenzo. C'era gente con taniche da cinque litri piene di vino rosso. Elisa, Baldra ed io abbiamo fatto un salto al Cancelletto e abbiamo comprato una bottiglia da un litro e mezzo piena di spritz troppo carico. In genere questa è una cosa che fanno i fattoni e i minorenni truzzi; nulla a che fare con lo spritz già pronto che sta cercando di commercializzare la Aperol. Un insulto ai veneti, all'esercito austro-ungarico, allo spritz Aperol con una spruzzatina di Cynar e più in generale alla creatività della gente.
Ad ogni modo, so che ad un certo punto ero ubriaca e stavo parlando con Marco e Baldra.
Marco ci fa: "Ma voi mettete musica, no? Perché un sacco di gente mi ha detto che siete bravi"
Immaginerete la mia reazione, soprattutto se consideriamo i due anni di fallimenti dj-istici e la quantità di spritz e vino da bar dei vecchi che avevo in corpo.
Poi è emerso che questo "sacco di gente" si riduce a tre persone e che Marco è un estimatore dei Pavement. Difatti li aveva messi durante un aperitivo alla Corte, cosa che aveva turbato Baldra. Sentire i Pavement a Vicenza è molto strano.
Per questo Baldra ed io li mettiamo sempre per i metallari del Sabotage e poi ci anneghiamo nelle pinte di Guinness fingengo che gli insulti non ci tangano.

Ecco, stasera c'è il nostro dj set mensile al Sabotage. Visto il mio umore odierno, penso che cercherò di mettere gli LCD Soundsystem e i Wombats, anche se il rischio di farmi sfregiare la faccia con un bicchiere rotto è alto.
Sabato, invece, saremo al Lioy 10 dalle otto e mezza. Poi, verso le due, cercheremo di fare un salto alla chiusura della Corte (con pregevole festa steampunk e presentazione di Margaret Killjoy). Se ci sarà ancora qualcuno saremo lieti di sfoderare la nostra musica *indie*.

Perché quando metto piede fuori di casa il venerdì o il sabato sera devo sorbirmi inevitabilmente stupide band hardcore straniere il cui unico selling point è il fatto di venire dal nord Europa o dei pingui metallari di Creazzo?
Perché tutti sembrano adorare lo zumpa zumpa flower power condito con retorica del secolo scorso?
Perché c'è sempre il solito gruppo reggae che suona ovunque?
Perché le serate new wave devono essere così tristi? Perché alle serate new wave tutti fanno il ballo del triangolo?
Che collegamento c'è tra le braghe da basket, la neve, i tatuaggi traditional, le fixed bikes (comunemente dette fix bike) e l'hardcore?
Perché mai dovrei supportare la "scena" di Vicenza se essa non esiste?
Perché la gente organizza festival ammettendo di non apprezzare metà dei gruppi che ci suonano?
Perché improvvisamente il rap piace a tutti? Perché i Colle der Fomento e non gli Uochi Toki?
Perché i Tool e non i Godspeed You! Black Emperor?
Perché le cover band di merda e non i Fake P?
Perché devo soffrire a causa del casino o dell'eccessiva pretenziosità di certe serate?

Perché Vicenza e non Ruston, Louisiana?

Più passano gli anni e più realizzo di essere destinata ad arroccarmi nello spazio tempo indie.
Indie in senso lato, ovviamente.

Tutto cominciò quando scoprii che Anita e Michele avevano la simpatica abitudine di etichettare cose non strettamente musicali come "indie" e "non indie". Un esempio che possiamo capire tutti è il seguente:
evidenziatore = non indie
matite colorate = indie.

In seguito Baldra ed io rielaborammo questa dicotomia adattandola ai nostri studi. Come è noto, esiste una cosiddetta sociologia "mainstream", che noi per lo più deprechiamo. Essa è fautrice di quel modo di fare e di presentarsi ai profani che contribuisce non poco a far passare i sociologi stessi per dei soggetti inutili e deleteri.
Un classico sociologo mainstrem esordisce spesso dicendo: "Incrociando i dati... bla bla bla."
Fu così che, scoprendo di amare i filoni più sfigati e scarsamente riconosciuti della disciplina in questione, il Collega ed io finimmo per denominarli "sociologia indie".
Un esempio:
Talcott Parsons: sociologia mainstream spaccaballe
H. S. Becker: sociologia indie moderatamente considerata dai sociologi mainstream (vedi Outsiders)
Marianella Sclavi: nulla è più indie della metodologia umorista

Un discorso analogo può essere fatto per una delle mie occupazioni non remunerative preferite: il guerrilla gardening.
Il guerrilla gardening sembra tanto simpatico ed accattivante; nonostante ciò esso è oggetto di denigrazione velata da parte di chiunque ritenga di avere una bocca per sparare sentenze a destra e a manca.
Alex Foti, portatore di un punto di vista disobbediente, afferma* che il guerrilla gardening è troppo moderato, soprattutto in ragione del fatto che nessuno potrebbe mai essere contrario ad una composizione floreale in uno spartitraffico.
Su questo mi permetto di dissentire e per esempi di anziani irati rimando alla mia tesi.
Un punto di vista antitetico rispetto a quello di Foti proviene invece dalle realtà istituzionali ed istituzionalizzate, che spesso accusano i guerrilla gardeners di essere dei fuori legge.
Non a caso esistono carte bollate che regolamentano il tipo di piante da collocare nelle cosiddette aree verdi. Questo permette di agevolare di lavoro dei giardinieri comunali e di far sì che i parchi pubblici delle nostre città siano molto tristi.
Nella maggior parte dei casi, un attacco di guerrilla gardening scombinerà l'ordine delle cose. Nel caso specifico berico che mi vede coinvolta, gli attacchi sono inoltre portatori di valori imprescindibili quali l'asimmetria e l'ironia.
Ai miei occhi, tutto ciò è indie e vagamente situazionista (sul lungo periodo)**.

Un'altra cosa molto indie è il tenere un workshop di bombe di semi da ubriachi, distribuendo agli astanti dei guanti di lattice verdi e sprecandosi in battute sulle categorie sociali dominanti a Vicenza (cattolici, anziani, leghisti).
Faccio presente a chi non lo sapesse, che fare bombe di semi è la cosa più simile al preparare torte di fango cui ci possa dedicare dopo aver finito le elementari.

Ancor più indie è recarsi ad una manifestazione culturale il cui programma sembra un'accozzaglia di cose a caso con qualche nome noto e trovarci:
1. il sociologo mainstream per eccellenza del dipartimento di Padova, ex presidente del mio corso di laurea nonché nemico acerrimo
2. quelle caramelle di zucchero tonde che mangiavo da piccola
3. un workshop di bombe di semi (denominato "Introduzione al guerrilla gardening") tenuto da Pia Pera e un'altra persona che, pur conoscendo la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi, non ci*** ha presentati a colei che chiamo "il mio mito botanico".

Magari altrove non è così, ma a Vicetia la parola "indie" tende ancora ad accompagnarsi a sguardi vacui o, peggio, a sparate di gente rimasta ferma agli Strokes che pensa di saper tutto sull'argomento. Da qui nasce l'ironia di certi volantini del suo djistico Teenage Lobotomy.
Siamo consapevoli del fatto di essere anormali, perché non possediamo un impianto e mettiamo Patrick Wolf. L'aspetto divertente della questione è che, rispetto a cinque anni fa, l'abbigliamento "indie" si è diffuso anche nelle terre beriche. Nonostante ciò la conoscenza del mercato musicale che diverge dalla radio è rimasta abbastanza stabile.

Cinque anni fa una mia compagna di scuola mi chiese: "Che musica ascolti?"
Io, imbarazzata, le risposi: "Mah, cose varie... cose indie per lo più".
E lei disse: "Ah sì? Musica indiana?"
Oggi ritroviamo queste stesse implicazioni idiote nelle serie televisive adolescenziali.

Lancio dunque un appello ai miei colleghi fautori delle pratiche indie residenti in luoghi dove questo stile di vita (?) velatamente masochista non è apprezzato:
abbiate il coraggio delle vostre azioni e siate demenziali!
Questo è l'unico modo a me noto per generare cerchie sociali e rifuggire la solitudine.
Più si è demenziali e più si riesce a sopportare l'idiozia diffusa.
Mettere a tacere la propria brama di ironia e riso per entrare in cerchie preesistenti (gente non pensante, discotecari di bassa lega, politicanti privi di senso dell'umorismo, coloro che andranno al concerto degli ZZ Top a Piazzola sul Brenta) fa male allo spirito e al fegato.

* nel libro Anarchy in the EU
** come fa una cosa ad essere situazionista sul lungo periodo? Boh.
*** dico "ci" perché con me c'erano altre persone del gruppo

I vivai stanno diventando di plastica. Lo avete notato?
A Vicenza ce n'è uno che vende addirittura i tappeti erbosi sintetici e poi li piazza nelle rotatorie commissionate dal Comune.
E' l'idiozia da mall statunitense che si fonde con lo spirito masochista e gradasso del berico leghista.
Per mesi siamo passanti accanto a quella rotatoria dicendo: "Mai dai! Non possono essere stati così idioti da mettere l'erba finta." Poi un giorno siamo scesi dalle bici, incuranti del rischio di farci ammazzare dal SUV di turno, e abbiamo toccato con mano lo schifo.
Io sogno un'amministrazione comunale che dica no a queste perversioni e che la smetta di proporci manifestazioni e rassegne culturali che sono soporifere già dal nome. O addirittura controproducenti, come l'ilare "Vie di fuga".
Sogno anche dei vivai a misura d'uomo, ma soprattutto di pianta, come quelli che a volte si trovano fotografati nei libri di giardinaggio biologico anglofoni.

A volte mi domando da dove sia spuntata questa mia brama botanica, quest'irrefrenabile desiderio di ampliare la mia collezione di piante. Fino a non molti mesi fa, quand'ero giù di morale, mi concedevo qualche nuovo capo d'abbigliamento. Oggi prediligo creature viventi, anche se non disprezzo la nuova collezione ecologica di H&M.

Come ho già scritto altre volte, in questo periodo non posso dire di essere una buona ascoltatrice delle ultime novità musicali. Macino tutto con una lentezza che ricorda i tempi in cui compravo i cd senza prima averli scaricati.
Sono diventata pigra. Ho gli stessi dischi masterizzati in macchina da una vita.
Che ne è stato del mio fanatismo per i negozi di dischi? Quello che frequentavo anni fa ha smesso di esaltarmi. Di rado riesco a trovare qualcosa di audace. D'altronde è ciò che il berico vuole: la Pausini, Vasco e Tiziano Ferro. I più raffinati optano invece per Peter Gabriel. Eppure io voglio bene a quel negozio, che nel frattempo ha anche cambiato sede. Sfoglio i dischi sapendo che il problema è mio. Gli avventori più giovani, nei quali un po' mi rivedo, comprano una copia di "OK computer" e sono più che soddisfatti.
Oppure transito verso piazzale Mutilato e mi dirigo presso il negozio di dischi che un tempo mi incuteva timore. Faccio due chiacchiere con il proprietario, a volte gli ordino qualcosa, controllo che i vinili siano sempre gli stessi. Una volta comprai un 7" degli Arcade Fire su vinile trasparente, che era rimasto lì a fare la polvere per quasi un anno. In quel momento ricordo di essermi sentita molto sola. Com'era possibile che un oggetto così appetibile fosse rimasto invenduto per tutti quei mesi?

A volte penso che sia Vicenza a spingermi all'apatia musicale. Basta cambiare città per qualche ora ed ecco che la brama ritorna.
Qui non faccio altro che scavare nicchie, perché le cosiddette "scene", che scene poi non sono, mi lasciano per lo più indifferente. Il fatto stesso che certi concittadini usino questo termine per definire quel poco che accade in terra berica mi fa venire voglia di prenderli a sberle. Se appartenere ad una "scena" qui significa mettersi le braghe corte mentre fuori gela, porre i vestiti prima della musica, allora preferisco coltivare la mia apatia altrove.
Ovunque mi giri c'è un susseguirsi ininterrotto ed uniforme di hardcore di pessimo livello, cover band seguitissime, rap normalizzato, serate dark (che sono il meno peggio) e cose aventi a che fare con il reggae.
Continuo a stupirmi che ci sia gente che ascolta sempre le solite cose, sempre i soliti generi, magari snobbando chi propone una serata un po' diversa, una volta tanto.
So che dovrei smetterla, ma mi dà fastidio il fatto che al mio sforzo di ascoltare musica che non mi dice niente non corrispondano spiragli nei gusti o per lo meno nelle abitudini altrui. Dico questo perché ho visto fin troppi concerti oi e il mio cuore si è indurito.

Poi c'è il fatto che molte tra le persone di cui sto parlando non hanno la minima idea di cosa mi piaccia ascoltare concretamente. Conservo con gelosia il ricordo di un gran numero di episodi che testimoniano queste falle, alcune comiche, altre dolorose.
Dico dolorose perché per me la musica non è solo un qualcosa da millantare, qualcosa di statico e certo, come dire: "Ascolto HC". Perché il più delle volte lo vedo già dai tuoi vestiti che ascolti HC; e dalle bestemmie che svolazzano fuori dalla tua bocca.
Così capita che io stia ascoltando quel disco che avevo lasciato a far polvere per un anno, perché mentre era sul piatto avevo ricevuto la notizia che mio nonno era morto. Il fatto stesso che possegga quel disco su vinile dovrebbe essere un indizio, dovrebbe suggerire a te, vile monolita, l'importanza che quei suoni hanno per me. Eppure tu non esiti un secondo e mi fai notare che, dall'alto della tua conoscenza non enciclopedica, quei suoni sono merda e che non ci vuole niente per scrivere della musica del genere.
Per la cronaca, l'artista in questione era Colleen.

Così sabato sera, dopo aver adorato la perfomance di Sleeping States al Centro Stabile di Cultura, ho detto a Baldra che quello sarebbe stato il concerto ideale da portare come esempio ai miei conoscenti di granito. Come a dire: "non siete mai venuti ai concerti che proponevo io. Sleeping States al CSC potrebbe essere la summa di ciò che amo vedere dal vivo in terra berica." A dir la verità non avrei mai pensato di poter contemplare le terga di Markland Starkie senza dover uscire dal territorio della provincia di Vicenza.
Ma i casi della vita sono imprevedibili.
Quando vado al CSC bevo quasi sempre la cedrata e penso che è bello che esista un posto del genere nell'alto vicentino, tra i capannoni e le frazioni dove hanno vissuto i miei antenati del ramo materno. E' bello anche il fatto che Sleeping States abbia fatto un tour con i Githead, band di scarso interesse derivata dai Wire. A Vicenza c'è un sacco di gente che ama questo genere di cose; il popolo delle serate dark. Le carcasse della new wave attirano molto pubblico. Così a vedere l'apertura di Sleeping States per i Githead c'erano un po' di persone, quasi tutte sulla quarantina e vestite di nero.
Io non so se Markland Starkie sia un appassionato di giardinaggio, però sicuramente ne sa qualcosa di paesaggi e spazio. Basta scorrere la track list e i titoli dei suoi album per rendersene conto (Gardens in the South, There the Open Spaces, Breathing Space, The Cartographer).
Con il tempo ho scoperto di non essere brava a scrivere di musica. Riesco solo a vedere me stessa nelle composizioni altrui. Faccio una fatica incredibile a trovare le parole giuste per descrivere i generi musicali lambiti dai dischi che mi piacciono.
Ecco. Sleeping States mi piace perché è composito; ascoltandolo si capisce che c'è un brulicare caotico di cose apparentemente inconciliabili dietro ad ogni canzone.
Tempo fa, quando recensii uno dei suoi dischi, lessi che si era formato nella musica elettronica e che poi aveva deviato verso la quiete lo-fi che troviamo oggi nelle composizioni. Sulla sua pagina di MySpace, c'è una lista delle sue influenze, tra cui compaiono Robbie Basho, il lavoro a maglia, le stagioni, "Our Band Could Be Your Life", David Grubbs, Burt Bacharach e molte altre cose interessanti.
Insomma, io voglio bene a Markland Starkie e penso che, se il vostro cuore non è stato corroso dalla musica cattiva, potrebbe piacere anche a voi.


Uno dei motivi per cui adoro Micah P. Hinson è che riesce a volteggiare senza sforzo alcuno tra la senilità e la giovinezza, tra sonorità che appartengono ormai ad un'altra epoca e sensibilità odierne.
Sarà il sentore d'incertezza che mi tormenta o la sensazione di essere immersa in un mare di futilità che mi spinge a tornare di continuo ai suoi dischi. Forse perché mi sembrano come certi classici inscalfibili, seppur portatori di una fragilità che certi longsellers hanno perso da tempo.

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