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Riots and Revolution. Il nastrone della settimana è stato ispirato dalle parole poco illuminate che Rampini ha pronunciato durante un intervento a Servizio Pubblico. E ho detto tutto.

Which is scarier - Lust or temptation? "Blankets" di Craig Thompson e la vulnerabilità del lettore. In qui parlo di quella che credo sia la mia graphic novel preferita e dei versi caustici di Morrissey che sono stati la mia corazza.

Affinità-divergenze tra la compagna Rookie e noi nella definizione del tema del mese. L'editoriale di dicembre.



Vi invito poi a festeggiare il mio visto per gli Stati Uniti. Sta arrivando. La lotta con la burocrazia è finita. Sono libera.

Vi ho mai parlato delle pile di libri e riviste che accumulo periodicamente sul comodino e sul termosifone della mia stanza per causarmi i sensi di colpa?
Ognuno di quei libri e ognuna di quelle riviste rappresenta un post che ho delinato a mente e che aspetta solo di essere battuto sulla mia tastiera bianca. Li lascio in giro a prendere polvere per costringermi a scrivere. Li guardo cinque, venti, cento volte, fino a dimenticarmi quello che volevo dire.
Nei mesi ho accumulato un vecchio numero di Max, la september issue di Vogue e un discreto ammasso di libri di narrativa e di saggistica. Tutti arretrati. Tutti minacciosi, con le loro copertine rosa e rosse, le loro pagine illustrate.
Alcuni sono fermi da così tanto tempo che credo non li riprenderò più in mano.

Nel narrare le mie attività nel retroscena di Soft Revolution finisco sempre più spesso per dire che mi servirebbe una stagista, così potrei scrivere ogni tanto. Oppure immagino che un giorno tutto questo lavoro verrà ripagato in qualche modo, anche se non saprei come.
Nel frattempo correggo bozze, fisso lo schermo del portatile cercando di dare fluidità alle voci delle ragazze della redazione e mi dedico alle due rubriche settimanali che in origine dovevano essere le più impersonali del nostro repertorio.
La prima è Grassroots Internet Revolution, in cui vengono raccolti i link della settimana, segnalati dalle autrici di SR. La seconda è Il nastrone della settimana.

Facendo un giretto tra i post archiviati nel corso delle ultime cinque settimane mi sono resa conto di aver scritto solo di musica, in modo implico od esplicito. Le mie bozze seguono lo stesso semplice pattern. Spesso mi capita di voler segnalare qualcosa, un disco, una canzone e due ore dopo mi ritrovo un post tra le mani. Un post imprevisto, che nulla ha a che fare con le mie scalette e la manipolazione continua di Google Calendar.
Lo stesso vale per i commenti ai nastroni che compongo ogni settimana.
Più la playlist diviene concreta, magari attraverso la stesura di una lista di canzoni papabili su carta, più è difficile che io riesca ad abbandonarla, priva di un commento, su 8tracks.
L'impersonalità sta diventando una caratteristica difficile da mantenere. Gli argomenti che scelgo di raccontare ricalcano le canzoni che mi ossessionano in questo periodo, le canzoni che ascolto in loop quando ogni altra attività sembra intollerabile o quando mi sposto da sola per Trento.

Il nastrone di questa settimana si chiama Drivin' on 9, you could be a shadow. Ho cominciato a delinearlo su carta una decina di giorni fa, dopo essermi resa conto che nella mia testa risuonavano soprattutto canzoni dedicate a viaggi in auto, in cui la voce narrante non era impegnata nella guida e poteva dunque concentrarsi sul mutare dell'orizzonte e lo scorrere degli alberi lungo la strada.
Mi manca il poter guidare da sola, attraverso un perpetuo susseguirsi di zone industriali e paesi amministrati da gente della Lega. Da quando la mia nonna paterna è morta e io mi sono trasferita a Trento ho smesso quasi del tutto di percorrere certe strade. E' strano, perché sono strade che conosco a memoria; credo che alcune di esse non le rifarò mai più, dato che i luoghi ai quali conducono sono per me vuoti.
Alcune delle canzoni che ho inserito nella playlist parlano di luoghi vuoti, in cui permangono solo le tracce di un passato in cui brulicavano di vita, di corpi umani.

Drivin' on 9
You could be a shadow
Beneath the street light
Behind my home

(The Breeders, Drivin' on 9)

La stanchezza talvolta mi rende cieca. Non riesco a mettere a fuoco gli oggetti, gli edifici e gli animali che si stagliano fuori dalla portafinestra della mia stanza. Gli occhi doloranti sono l'eredità più crudele che potessi ricevere, perché nell'oscurità non riesco a scorgere nulla, non riesco ad immagazzinare immagini.
L'ultimo pezzo di cui ero convinta che ho scritto l'ho scritto dopo aver passato ore immagazzinando immagini. Da allora mi sono affidata alle immagini dipinte da voci diverse dalla mia. Sono immagini circoscritte in canzoni, la cui consultazione richiede uno sforzo emotivo limitato rispetto a quello richiesto dalla produzione di resoconti propri.

Silver Birch against a Swedish sky
The singer in the band made me want to cry
We're all inside our own heads now
We are leaving new friends
leaving this town
I wish you could be here with me
I would show you off like a trophy
The road it winds, it twists, it turns, oh my stomach burns

(Camera Obscura, Country Mile)

Ascolto questi pezzi e in alcuni casi mi sento assalire da forme inesplorate di smarrimento. Per questo sono portata a scriverne; per ritrovare la strada, ricondurre la mia prostrazione a qualcosa di razionale. Dire che a ridurmi in questo stato sia la mia incapacità di restare in me stessa al cospetto della bellezza suona banale, ma non ho altro modo di porre la questione.

I took the lights and radio towers out of my dreams
And we went all the way up to the small town where I'm from
With foggy air and the wind and the mountain top
And we clung to rocks and looked off and you held my hand
You almost got to start feeling me
I finally felt like I was breathing free
Under swaying trees we fell asleep and we had the same dream
The stars were bright, we dream the same every night
On my island home I spent some time with you

(The Microphones, The Moon)

Certe canzoni mi fanno irrigidire ogni volta che le ascolto. Certi versi evocano così tanto in me da impedirmi di pedalare attraverso la città senza che una smorfia compaia sul mio volto, senza che l'aria aderisca al mio corpo riportandomi su altre strade, ai piedi di persone che non ci sono più.

Alice died
in the night,
I've been learning to drive.
My whole life,
I've been learning.

(Arcade Fire, In the Backseat)

Il giorno in cui ricevetti la notizia della morte di mio nonno mi svegliai e trovai la casa deserta. La mia esperienza con la morte era stata fino a quel punto parziale e defilata. Ero stata stata al funerale della mia amata zia di cui nessuno pareva disposto a raccontarmi il passato. Mi ero poi recata ad altri funerali, constatando poco per volta che i rincuoranti discorsi che vi ascoltavo erano per me nient'altro che una tortura.

Quand'ero poco più che una bambina affidai il cadavere della mia gatta ai miei nonni paterni, affinché la seppellissero nel loro orto. Poi scrissi un tema sul ritrovamento del corpo sotto il cedro pendulo che ombreggia la mia camera. La mia professoressa di italiano delle medie lo trovò così tragico da consigliare ai miei genitori di prendermi un altro gatto, prima che fosse troppo tardi.
Durante le superiori affrontai il ritrovamento del corpo dilaniato di un altro dei miei gatti mentre uscivo di casa per recarmi a scuola. Quando mi presentai in segreteria per giustificare il mio ritardo scoppiai in lacrime davanti alle suore e all'unica segretaria laica dell'istituto che, come era già stato chiaro da altri segnali raccolti nel corso degli anni, era a sua volta una donna tormentata dal ricordo di gatti profondamente amati che avevano trovato la morte attraversando una strada.
Dopo la fine delle superiori vennero meno le gatte dei miei nonni e con esse un frammento della mia infanzia. Le estati trascorse in penombra, le code di lucertola sull'asfalto, i giardini circoscritti, le stesse passeggiate tutti i giorni.

La mattina della telefonata che m'informò della morte di mio nonno faceva caldo e la cucina era buia. Il contenuto della telefonata mi colse di sorpresa, eppure una parte di me aveva già predisposto la casa affinché non vi fosse dissonanza tra la notizia e il contesto in cui l'avrei ricevuta. Quando il telefono squillò stavo ascoltando un disco di Colleen.
Ora quel disco evoca in me i ricordi della mattinata di agosto che trascorsi fissando il vuoto, dell'ultima volta che vidi mio nonno da vivo, del suo corpo nascosto sotto un macchinario refrigerante delle pompe funebri, del libro di Rosmini mai terminato che giaceva sul suo comodino.
Mi verrebbe da chiamarlo un disco sacrificato, perché da allora evito di ascoltarlo e di guardarne la copertina, nonostante l'artwork sia molto bello e io possegga quell'album nell'ingombrante formato del vinile. Lo rimisi sul piatto solo una volta dopo quella mattinata e la persona che era in mia compagnia disse che era un disco scialbo e palloso.

Un anno fa lottavo con la schizofrenia. Mettevo da parte il mio ateismo e facevo patti con Dio affinché si portasse via mia nonna e la smettesse di tenere in vita il suo corpo sfinito. Andavo a trovarla in ospedale ascoltando ossessivamente due o tre dischi, tra i quali "Neon Bible" degli Arcade Fire, che è così diventato l'album dei viaggi in macchina verso dimore parentali nelle quali si parlerà di morte. Al contempo tentavo di distrarmi. Progettavo di scendere a Marina di Ravenna con degli amici per il concerto di Wavves di cui parlavano tutti coloro che non erano stati al Primavera e che non avevano cominciato a deprecarlo dopo il suo exploit sul palco di Barcellona. Ero sfiancata dai sensi di colpa, ma volevo andare a quel concerto, volevo vedere l'Hana-Bi, volevo ballare.
Mia nonna morì il giorno prima del concerto di Wavves, lasciandomi l'impressione che Dio avesse effettivamente ascoltato le mie preghiere e che, di conseguenza, fosse mio compito dedicarmi a tutte le attività e alle rinunce che avevo promesso di fare.
Da allora "King of the Beach" - un disco allegro dedicato al tema della nullafacenza e del consumo di droghe leggere - mi fa pensare alle mani di carta di mia nonna, ai suoi occhi sempre più vacui, alle ultime cose che mi disse, in cui si mischiavano senza alcuna logica resoconti di eventi appena trascorsi e ricordi della sua giovinezza, del suo lavoro da insegnante.

La mattina del funerale arrivai in ritardo perché c'era traffico. Non avevo mai trovato traffico su quella strada. Mai in tutta la mia vita. Non andai al ritrovo parentale che precedette la chiusura della bara perché non era così che volevo ricordarla, all'obitorio. Mi limitai ad arrivare in ritardo, dando forse l'impressione di essere una persona schifosa.
Avevo visto da poco l'ultima stagione di Six Feet Under, motivo per cui trascorsi la Messa contemplando le schiene dei miei parenti affranti, presagendo il loro trapasso e il mio.
Qualche ora dopo ero a Trento e visitavo l'appartamento dal quale scrivo ora, sentendomi nuovamente in colpa, come se il fatto di cercare una sistemazione nella città in cui mia nonna era cresciuta il giorno del suo funerale fosse irrispettoso e poco consono con gli standard italiani del lutto.
Quel pomeriggio di luglio mi sentii come se il periodo di lutto fosse invece sul punto di terminare, perché erano mesi che mi recavo a visitare mia nonna e la vedevo svanire poco a poco, in una parola che non riusciva a trovare e sulla quale perdeva il senso della frase in bilico, in un pasto rifiutato, nei suoi occhi che erano mutati, fino a diventare persi ed impauriti.

É passato un anno da quel giorno di luglio. I richiami distratti al concerto di Wavves al quale non siamo mai andati bruciano come un'ustione in via di guarigione lambita da acqua calda. É il ricordo del dolore che riemerge inaspettato, tra un discorso leggero e l'altro.
Tali impreviste fitte dietro il costato sono una novità estiva, perché il caldo ci spinge a ricalcare con la memoria gli accadimenti degli anni passati, le rare mattinate in spiaggia, i concerti, i viaggi in treno.

Trento è una città sulla quale posso costruire quasi esclusivamente punti di riferimento vergini. Non ci sono semafori a ricordarmi le occasioni in cui guidai con gli occhi lucidi o parchi in cui andavo a giocare da bambina. C'è solo Piazza Duomo, così come traspariva dai racconti di mia nonna; le facciate vivaci degli edifici che mi riportano nella sua cucina.

Doni

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La notizia del giorno è che ho superato il colloquio trentino per la Barnard parlando di slash fiction e della mia travolgente passione per la ricerca sociale. Ora non mi resta che fare l'ennesimo esame di inglese, superarlo con un punteggio degno e attendere ottobre per avere la contro-conferma della commissione americana.

La non-notizia del giorno è ho preso coscienza della mia latitanza e, per farmi perdonare, ho riciclato la compilation che ascolto ossessivamente quando scrivo, tramutandola in un dono per voi.
Fruitene liberamente.

Mentre gli studenti di tutta Italia tornano mestamente alle loro scomode sedie e panche di proprietà dello Stato, io permango sul mio divano. Niente treni questa settimana per la vostra blogger berica preferita. Niente uccelli che defecano sui miei vestiti stesi al sole.
Sono stata omaggiata con i titoli di house sitter e cat sitter. Devo controllare che le gatte si nutrano regolarmente, che non si deprimano, che non si sentano abbandonate. Nel frattempo mi dedico ad una delle attività più amate dai sociologi, ovvero lo sbobinamento.
In realtà non si tratta di vero sbobinamento, poiché l'attività non implica la presenze di vere bobine. Ma quest'anacronismo mi piace e lo uso spesso per evocare romantici scenari hanno a che fare solo in parte con le ore di snervante trascrizione cui devo dedicarmi in questi giorni.
Sto trascrivendo materiali di due diversi tipi:
1. interviste da me svolte con professoresse di lettere del Trentino
2. telefonate al 113 di Verona svoltesi mentre io stavo "facendo osservazione" in Questura.
Questo lavoro apparentemente insensato è in realtà molto utile, nonché parte fondante di due corsi che sto seguendo. Due corsi tutto sommato apprezzabili, cui dedico con piacere il mio tempo.
Il problema è che lo sbobinamento manda fuori di testa la gente. Specialmente se non si tratta di trascrizioni blande e approssimative. Nelle telefonate al 113, ad esempio, vanno indicate anche le sovrapposizioni tra i parlanti, la durata delle pause e i sospiri. Detta così non sembra una cosa così difficile da fare, ma vi assicuro che impiegare quaranta minuti per trascrivere una telefonata di due può essere un po' frustrante.

Oltre alle trascrizioni e allo stato catatonico che le accompagna, il mio tempo libero tende ad esaurirsi per lo più dando da bere ai pomodori dell'orto vicentino, leggendo quel poco che riesco a leggere e scrivendo o occupandomi della gestione di Soft Revolution.
Qualche giorno fa c'è stata la prima riunione ufficiale della redazione. Ammetto di essere stata molto soddisfatta del pomeriggio, non tanto per la lista di idee più o meno balzane che abbiamo prodotto insieme, quanto per il fatto di aver conosciuto di persona anche le colleghe che mi erano note solo attraverso testi da loro prodotti e qualche foto sparuta.
Prima di scrivere il post attraverso il quale speravo di reclutare collaboratrici, più di qualcuno mi aveva detto che ero senza speranze. Che la mia proverbiale ossessione per i traumi adolescenziali mi stava conducendo al fallimento, ad imbarcarmi per un'impresa vana. L'argomentazione dei miei interlocutori, per quanto carica d'umorismo, tendeva a combaciare con un leitmotiv vecchio quanto l'umanità: "I giovani d'oggi sono smorti; non sono come eravamo noi alle superiori".
Ecco, io questo leitmotiv lo adoro, perché lo si trova ovunque; dalle tavolette marcate con caratteri cuneiformi alla cavità orale di ragazzi di vent'anni. Ogni volta che lo sento o lo leggo da qualche parte vengo assalita da una ridarola interiore, non tanto perché trovi ridicola quest'affermazione o le persone che ritengono sensato estrinsecarla, ma perché sono una sociologa e noi sociologi tendiamo a sembrare fuori di testa.
"Deformazione professionale", dico sempre, quando ritengo necessario giustificare il mio comportamento da guardona o da problematizzatrice di micro-interazioni della durata di due secondi.
Di fronte al leitmotiv sopraccitato mi sono limitata a dire - in base ai dati raccolti nel corso degli ultimi quattro anni - che quand'ero alle superiori esistevano altri berici con cui sarei andata d'accordo, se solo li avessi conosciuti. Alcuni di questi berici - umoristi, sfigati ma nel senso bello del termine, ascoltatori di musica pregevole, avidi consumatori di libri - erano addirittura lettori del mio blog. Ciononostante ho passato anni ed anni sentendomi un pesce fuor d'acqua, convinta com'ero che i miei interessi non fossero condivisi dagli abitanti delle aride terre sulle quali ho consumato tante suole e tante lacrime. Per questo bramavo la fuga e passavo moltissimo tempo guardano fuori dalla finestra. Speravo che oltre i colli berici ci fosse un'altra persona come me. Ero, insomma, un personaggio dei Peanuts.

Dal mio miserrimo punto di vista Soft Revolution si sta dimostrando un artefatto fruttuoso, poiché la sua esistenza agisce proprio su questi meccanismi autosegreganti, che portano i ragazzi (o le ragazze, in questo caso) a sentirsi destinati all'isolamento. Alla riunione eravamo in poche, per carità, però è stato chiaro fin da subito che eravamo strette attorno a quei due tavolini perché condividevamo un passato ed un presente stonato rispetto ad una melodia sparata ad un volume più forte della nostra.
E' stato veramente strano trovarmi così bene con un gruppo di persone semi-sconosciute, proprio perché sono abituata a dare per scontato che i miei interlocutori non condividano le mie esperienze e le mie passioni. So che in parte è colpa mia. Sono consapevole del male che mi faccio aspettandomi sempre e solo incomprensione, per lo meno a Trento. Il fatto è che talvolta mi sembra davvero di vivere su un altro pianeta. Questo non perché io pratichi una religione minoritaria o mi vesta solo di lamiere fucsia, ma - a conti fatti - perché so sfruttare le opportunità che internet offre e perché mi annoio facilmente.
Al contempo, sarebbe ridicolo credere che non ci siano altre persone attraversate dagli stessi pensieri. Lo sapevo già a tredici anni che c'erano altre ragazze "sfigate" come me, perché leggevo i loro blog. Solo che mi ci sono voluti anni per arrivare alla conclusione che poteva aver senso creare uno spazio per mettere in relazione queste ragazze "sfigate".
Ecco, magari Soft Revolution come webzine sarà una mezza calzetta, però mi sembra che il fatto di esserci trovate in sette a ridere della nostra presunta sfiga sia già una grande conquista.

Per concludere, se questo post incredibilmente autoreferenziale (ma quando mai Margherita Ferrari non è autoreferenziale?) vi ha fatto venir voglia di leggere qualcosa di più serio (per modo di dire), vi consiglierei di proseguire con gli ultimi due articoli che ho scritto per SR: il primo è sul reality show di Mtv "I Used to Be Fat" mentre il secondo inaugura una nuova rubrica sulla young adult literature e contiene una presentazione del bel libro di Laurie Halse Anderson "Wintergirls".

In questi giorni i finti documentari di Mtv News sono dedicati alla vita negli studentati patavini. Mi capita di incrociarli succhiando un cucchiaino di miele; il mio dopocena consolatorio.
Padova sembra bellissima da qui. Sarà il fatto che quei muri mi sono familiari e che qui a Trento lo spritz spesso costa più di tre euro. Quasi dimentico il mio passato da pendolare e le acrobazie che si facevano per raggiungere l'Unwound il martedì sera.

A Trento il problema dei locali non si pone, perché l'unico spazio nel quale si tengono regolarmente concerti è il centro sociale Bruno. Visitai il suddetto per la prima volta gravida di buone intenzioni e speranze, in occasione di una originalissima serata hip hop, durante la quale si parlò della marginalità del genere e di quei tre o quattro temi che vanno molto nei centri sociale da qualche anno a questa parte.
Di certo rap italico apprezzo soprattutto l'eterno ritorno sul tema del "oh vecchi, siamo troppo fighi... eppure nessuno ci caga", che credo sia ormai stato esplicitato in ogni modo possibile immaginabile. Per questo il primo impatto con il Bruno non fu dei migliori, in particolar modo se - oltre al tema della serata - consideriamo la fauna locale, l'atmosfera da bisca clandestina che a confronto faceva apparire il defunto Capannone Sociale come la reggia di Versailles e il classico gelo polare da centro sociale.

Ho la vaga impressione che il Bruno non riuscirà mai a soprendermi proponendo un concerto di mio gusto, ma d'altronde il problema è mio. Sento la mancanza dell'Unwound e del dj pelato che ci faceva addormentare prima dei concerti mettendo i Charalambides, Vic Chesnutt e i Rex. A quest'insensata nostalgia non c'è modo di rimediare, così come non c'è più modo di assemblare uno spazio-tempo sacro da dedicare alla scrittura.

Dall'etere giungono frammenti dei miei pensieri su alcune delle questioni che ho tentato di accennare stasera, senza riuscire nel mio intento. D'altronde sono le due e io ho passato quasi tutta la giornata sotto terra insieme ai miei colleghi del progetto di ricerca "Poco importano le nostre idee, purché il professore la smetta di insultarci ogni volta che gli porgiamo il frutto del nostro lavoro". Sono stanca. Vorrei poter tornare a lavorare sul *libro*, ma non posso. A render ancor più straziante la questione è il fatto che alcuni dei miei colleghi mi hanno identificata come published author, dettaglio della mia vita che avrei preferito non emergesse.
Non che questo renda i miei resoconti più interessanti, drammatici o significativi. Dovreste vedermi in azione per capire di cosa sto parlando.

Ecco, dicevo che mesi fa scrissi di musica e della nostra subcultura preferita producendo un paio di paginette che, rilette oggi, non mi hanno fatto schifo. Un buon segno, direi.
L'articolo si chiama "Invidio le ciminiere perché hanno sempre da fumare" disse l'amico disobbediente di nome Natica, non sapendo di citare il poeta Brondi e lo trovate nel sesto numero della fanzine berica La lotta armata al bar, quello che simpaticamente si presenta con una montagna di cazzi in copertina.
Qui si può scaricare il pdf.
Della fanzine parlerò nei prossimi giorni in separata sede.
Come sempre sono graditi i vostri feedback.

Ci piace pensare a Lega Nord come a quel partito di tizi barbuti amanti del lancio del tronco. Ci rincuora crederli fermi ai loro esordi, fatti di luganega, riti celtici e voglia di secessione. Duole constatare che, invece, quei tempi sono stati progressivamente rimossi, per lo meno nelle nostre aride terre.
Il lavorìo cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha visto il partito del "Forgiati un set di armi ed elimina fisicamente il terrone" tramutarsi in un enorme Quid. In Veneto esso raccoglie i consensi di personaggi assai disparati; dall'autoproclamatosi fascista con le foto di Borghezio nel cellulare allo studente di Scienze Politiche che sembra un becchino. C'è poi il piccolo problema dell'elettorato della defunta Democrazia Cristiana che, a quanto pare, ha trovato nella Lega Nord un interlocutore adeguato.
A sconcertarci non è tanto il fatto che Lega Nord esista e il suo vertice sia tutt'ora dominato dal non più carismatico Umberto Bossi. Ciò che fatichiamo ad accettare è il fatto di essere finiti nel regno di Zaia che, dopo aver lasciato il Ministero dell'Agricoltura nelle viscide ed impreparate mani di Galan, ha deciso di indossare le vesti del catechista stronzo.
Noi Veneti in polemica con la Santa Sede dobbiamo dunque patire una dominazione doppiamente penosa: oltre al tradizionale pacchetto Lega Nord ("i cinesi puzzano; noi mangiatori di maiale siamo meglio di chiunque altro; mio figlio ha sposato una terrona cattivissima che pretende di dividere i lavori domestici") abbiamo avuto in omaggio anche il cofanetto "Quanto ci piacciono le nostre radici cristiane".

L'esempio che siamo lietissimi di presentarvi è fresco fresco (ringraziamo Francesco G. per la segnalazione).
A quanto pare, Elena Donazzan, il nostro poco competente assessore regionale all'Istruzione ha recentemente spedito una lettera a tutti i dirigenti scolastici delle scuole primarie venete. Tale lettera anticipa una pioggia di doni, offerti dalla Regione, che si abbatterà sulle teste dei bambini delle elementari sotto forma di Bibbie e tedio. Ciascun bambino riceverà infatti la sua personale copia del libro più venduto al mondo. Ma non solo.
La Donazzan, aizzata da Zaia e da tutti i fanatici del Consiglio Regionale, scrive infatti che i suddetti volumi andrebbero letti, magari in classe.
"Leggere la Bibbia - esplica (mettendo la punteggiatura un po' a caso) la sadica donna - dare la possibilita' ai bambini di commentarla in classe, trovare dei momenti di discussione su tematiche che possano diventare stimolo di ragionamento e riflessione, crediamo fermamente siano un'occasione importante per gli studenti; magari in occasione delle prossime festivita' natalizie attorno ad un presepe, simbolo della nostra tradizione popolare piu' vera e profonda".

Ci piace credere che i bambini non siano degli automi senza cervello, bensì persone come noi. Persone che non hanno alcuna voglia di farsi ammorbare da qualche adulto pieno di risposte preconfezionate ed interpretazioni inscalfibili della Bibbia. Persone che magari in Gesù ci credono anche e che, nonostante ciò, non hanno alcun bisogno dell'ennesima lezioncina sul fatto che il paradiso è lì in cielo e l'inferno è sotto terra. E, nello scrivere tutto ciò, tralasciamo volutamente gli altri cinquemila argomenti problematici che insorgono; dalla mancanza di rispetto nei confronti dei bambini non cattolici, alla palese volontà di raggirare le regole, nel tentativo indottrinare le nuove generazioni con tanto di volume approvato dalla CEI eletto ad un Unico Vero Testo Sacro.
Scrive poi l'assessore: "Siamo convinti che la deriva laicista, spesso ancorata ai dettami del relativismo e del nichilismo, non possa essere una risposta efficace in un mondo in continua evoluzione, pur nel doveroso riconoscimento del patrimonio di valori in cui si riconoscono le nostre Istituzioni, compreso ovviamente il mondo scolastico".
L'espressione "la deriva laicista" ci piace oltremisura. È splendida. Sopraffina. Piena di senso, soprattutto.

La decisione di regalare una Bibbia ad ogni bambino iscritto alle elementari in Veneto è, indubbiamente, un gesto politico degno d'interesse.
A dominare i nostri pensieri è però soprattutto la sorte delle persone che riceveranno questi libri e che, con ogni probabilità, si sentiranno dire tante cose demagogiche dopo l'avvenuta consegna. Il problema, chiaramente, non sta nella Bibbia in sé, ma nel fatto ch'essa sia elevata a simbolo di una comunità nella quale siamo confinati a forza fin da piccoli. Ci turba la leggerezza di questo gesto. Ci turba la pressione che la Chiesa Cattolica esercita sulle nostre vite, anche quando abbiamo l'impressione di essere fuggiti dal recinto.
Soprattutto ci fa paura l'abissale contrasto tra l'insegnante cattolica di inglese, che ci insegnò i nomi delle diverse parti del corpo usando disegni di persone nude, ma prive di organi genitali e la scolaresca di bambini olandesi (avvistata nel 2007), che già alle elementari andavano in uscita didattica nel noto negozio specializzato in preservativi di Amsterdam (La Condomerie), per ascoltare una lezione sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili.

Alla luce di tutto ciò, alcuni direbbero che i veneti sono arretrati. Noi crediamo invece che il problema stia nel fatto che siamo masochisti, perché concetti come quelli di sviluppo e progresso non ci convincono. Ci divertiamo a perpetuare le regole che ci hanno mandato in tilt il cervello in passato. Ci piace continuare a parlare di sesso, dicendo però che è sbagliato. Ci sembra splendido che gli stereotipi di genere non vengano sfatati. Godiamo pazzamente di fronte al dogma dell'infallibilità del Papa.

In conclusione, la nostra proposta è quella di non spendere i soldi dei contibuenti per comprare Bibbie. Suggeriamo invece di investire risorse affinché tutti i bambini possano avere un orto scolastico, oltre che a scuole degne di questo nome. Inoltre, ci piacerebbe che in futuro il Veneto fosse pieno di ragazze che suonano in una band, perché ci siamo rotti le scatole di beccare sempre i soliti tizi che si sentono in dovere di proporre musica muscolare e magari anche priva di senso. Per questo consigliamo di diffondere nelle scuole una traduzione italiana del mai desueto manifesto Riot Grrrl, che qui sotto trovate letto dalla zia Kim Gordon.

C'è un dilemma che mi spezza in due, talvolta con una frequenza preoccupante. So che è un dilemma condiviso. Già vi immagino annuire mentalmente dopo che avrete colto ciò di cui sto parlando. Mentalmente, poiché sono rari i lettori di blog che annuiscono davanti allo schermo del computer. Magari in pubblico.
Viviamo nell'epoca dell'iPhone, eppure basta far ondeggiare assertivamente la testa di fronte ad un oggetto che supponiamo inanimato ed ecco che ci siamo trasformati negli sfigati del villaggio.

Il dilemma di cui vi parlavo è il seguente: se sono pervaso dal desiderio vedere il film y tratto dal fumetto/libro x e ho l'impressione che lo stesso fumetto/libro x possa piacermi molto, conviene che io guardi prima il film y o legga il fumetto/libro x?
"Che fare?", direbbe quel tizio russo con la faccia da gatto demoniaco.
Il più delle volte ci si limita a procedere a caso, mettendo le mani sul primo capita.
Eccetto casi eccezionali, le situazioni che si dispiegano tendono ad essere di questo tipo:

A) guardo prima il film e poi non leggo il libro perché il film mi ha rovinato il finale et similia.
B) guardo prima il film e poi leggo anche il libro esaltandomi come un armadillo fatto di acidi.
C) leggo prima il libro e poi mi rovino la visione del film poiché non posso far a meno di notare tutte le differenze con l'opera cartacea.
D) leggo prima il libro e poi apprezzo il lavoro degli sceneggiatori, del registra e via dicendo nella trasposizione del pregevole libro in un altrettanto pregevole formato cinematografico.
E) leggo prima il libro e poi non guardo il film perché sono un fanatico purista.

Citando casi estremi tratti dalla mia esperienza personale, potrei rivelare il mio vergognoso blocco nei confronti della lettura di "Fight Club" di Palahniuk (caso A) o dei film tratti da classici della letteratura russi e francesi (caso E).

Qualcuno penserà che questo discorso abbia una parvenza di senso, ma che esso non sia degno d'impedirmi il sonno, per lo meno se al centro della questione troneggiano i sei volumi di Scott Pilgrim o Watchmen, anziché qualche mattone composto in mezzo alla tundra. Questo qualcuno - un deprecabile qualcuno - è colui che, ignaro dell'ormai canuta polemica sulla questione, se ne va in giro a dire che i fumetti sono roba da adulti cretini o da bimbi ignoranti. (N.B. Questo qualcuno è lo stesso che ci rovina l'esistenza piazzando le proiezioni dei film di Miyazaki o di pellicole deprimentissime ma ad alto tasso di pelosità come Where the Wild Things Are solo in orario pomeridiano)

Scott Pilgrim di O'Malley si presta particolarmente bene allo sberleffo, in virtù della sua estetica cicciosa e nippo-derivata. Difatti la mia componente snob - quella che mi ha permesso di uscire dalle superiori senza riportare troppi danni mentali - all'inizio era diffidente.
All'epoca era appena uscito il trailer del film su YouTube. Mancavano mesi all'uscita del film nelle sale americane. (Mesi+x) alla possibilità di visionarlo in qualità accettabile in queste lande desolate.

Fu così che, onde mettere freno all'isteria, il coinquilino Baldra scaricò il pdf del primo volume e diede poi l'ok all'acquisto. Nel frattempo io me ne stavo accartocciata sul divano ad elaborare il trauma causato dall'ultima puntata di Six Feet Under, che tutt'ora mi tormenta.
Il fatto è che Baldra non è sempre stato il raffinato maniaco di sconosciuti dischi canadesi fuori catalogo che voi Lettori non conoscete. Quel genere di raffinato maniaco dal quale - a meno che non vi troviate in città popolate da un discreto numero di persone altrettanto fanatiche - riceverete solo cenni che stanno a significare "Sì, ho presente chi sono i Kings of Leon. Non scaldarti", "Sì, non occorre bullarsi del fatto che tuo cugino conosce Vasco Brondi".
Un tempo Baldra era un caso umano come tutti noi. La prima volta che esplorai la sua camera vi trovai dettagli spiacevoli, come l'immancabile poster del Signore degli Anelli, un'icona della Madonna identica a quelle che erano appese in ogni locale dell'Istituto Cattolico e una gravissima assenza di iconografia smithsiana. E non avevo visto la collezione di manga di Dragon Ball celata nell'armadio. O la foto sulla patente e quella sulla carta d'identità, dove indossava due diverse magliette dei Millencolin.
Baldra era dunque la persona perfetta per acquistare tutti e sei i volumi di Scott Pilgrim. Se si fosse rivelato un prodotto scrauso, nessuno (=la sottoscritta) si sarebbe stracciato le vesti accusandolo di avere una collezione nascosta di cicciate kawaii sotto il letto.




Quando Scott Pilgrim - Precious Little Life entrò nelle nostre vite avevamo già fatto una drammatica scelta; sapevamo che avremmo letto il fumetto prima di vedere il film. Sapevamo che difficilmente la trasposizione di Edgar Wright ci avrebbe fatto sconquassare come i volumetti di O'Malley. Dico "sconquassare" perché nel frattempo avevamo cominciato ad odorare la carta e a constatare che Scott Pilgrim era un'opera fumettistica deliziosa.
Abbiamo dunque letto ed atteso il film. Personalmente ho costruito aspettative totalmente ridicole nella mia testa. Ho persino tentato di spiegare a Mater il motivo del mio tormento mostrandole una foto di Michael Cera as Scott. Immaginerete la sua reazione.
Io: "Mamma! Scott Pilgrim!" (indicando la foto di Michael Cera)
Mater: "Eh?"

Come altri hanno sottolineato prima di me, il bello dell'opera Scott Pilgrim è che parla alla ragazzetta che ignora chi siano gli Smashing Pumpkins così come al cultore della scena di Halifax. E lo fa grazie ad una trama semplice ed efficace, condita con pizzichi di umorismo demenziale e personaggi nei quali è arduo non riconoscersi.


A conti fatti, Scott Pilgrim vs. The World si produce nello stesso risultato. O, per lo meno, lo fa agli occhi di colui/colei che non ha letto il fumetto. Colui/colei che ha letto il fumetto accoglie la fine del film urlando "Dov'è l'apparato criogenico?" e s'incupisce pensando al modo in cui è stata compressa la storia d'amore tra Scott e Ramona Flowers. Ciò non toglie che il film sia quel genere succulenta cicciata che tutti voi desiderate vedere e che io stessa rivedrò a breve.
Procuratevene una copia. E poi leggete il fumetto.

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