Immagino di aver sfogliato qualche libro di Isaac Asimov da ragazzina. Quasi posso vedermi mentre lambisco la sezione fantascienza della libreria in cui ero solita fare i miei acquisti. Mi vedo intenta a soppesare un Oscar Mondadori destinato a sfasciarsi con la lettura, tra le dita di un fruitore manesco. Mi vedo assorbita nelle prime due pagine di un romanzo che mi è ostile e che finisco per riporre senza rimorsi. È un'ostilità che, da ragazzina amante della fuga nei libri quale sono, non so spiegare.
A distanza di anni eccomi in spiaggia; il sole schermato da una raccolta di romanzi di Asimov. Se mi fosse concesso il silenzio potrei balzare su Terminus e confrontare la mia umanità con quella di personaggi i cui volti sono maschere monodimensionali. Aprirei bocca per non essere compresa. Il mio parlare, seppur allenato alle discussioni che si chiudono con un perdente e un vincitore, sarebbe chiamato "dialetto".
Il disegno di Asimov è rassicurante e maestoso. Non posso fare a meno di ammirarlo, mano a mano che i secoli si susseguono e la storia fa il suo corso.
Il volume che stringo tra le mani è un approdo scarno, cui sono giunta dopo settimane di peregrinazioni tra incipit di libri che dicevano troppo, agevolando il mio prendere quota, il mio lento ma inesorabile distacco dalle pagine. Ero la carne di ogni personaggio, pur sentendo come un peso insostenibile il confronto con la bellezza della finzione. Non potevo far altro che rifuggirla. Non c'era guarigione nella prosa caustica di Edith Wharton. Non c'era pace in case che non fossero la mia, in persone le cui esperienze si accostassero con agilità alle mie, esaltandone le imperfezioni.
I personaggi di Asimov, invece, non mi dicono granché e, a quanto pare, è giusto che sia così. Non sono che suggestioni funzionali al dipanarsi di una storia che li trascende. Le loro emozioni si traducono in una fronte corrugata, in un gesto impulsivo, per poi essere inghiottite da un balzo temporale che rende superfluo qualsiasi tentativo di entrare nella loro mente, di comprenderne la prospettiva. Tutto ciò che potrebbe renderli memorabili è solo accennato. La loro crudeltà, la loro ambizione, la loro impulsività si condensano in una riga. Non riesco ad essere turbata o anche solo colpita dal modo in cui Asimov racconta l'umanità.
La mia risposta al suo restare saldamente sul piano macro è un semplice godimento razionale. Mi inchino di fronte al suo lavoro così come mi inchinerei di fronte ad un disegno analitico in grado di spiegare una società intera.
Come avrei potuto trovare qualcosa di me, da ragazzina, nella prosa di Asimov? L'avrei forse cassata parafrasando Morrissey: "The Foundation series says nothing to me about my life". Osservavo il mio prossimo con una pretesa di alterità e scrivevo fingendo ch'esso potesse essere fatto a pezzi come una colonia di topi, eppure non ero in grado di trascendere dalla componente emotiva della lettura. Non volevo farlo.
Non avrei scorto alcuna bellezza in pagine e pagine di dialoghi in cui i personaggi si spiegano reciprocamente come funziona la storia, con il fine ultimo di prevalere, di imporre una visione del suo dipanarsi che sia suffragata da dati e da analisi sulle quali tutti possano concordare. Quelli in cui mi sono imbattuta finora sono dialoghi che mancano dell'effervescenza che io stessa sperimento quando mi trovo incastrata in conversazioni dello stesso tipo, in cui vince chi riesce a dimostrare le incoerenze delle altrui argomentazioni. Certo, Asimov non voleva l'effervescenza e su questo non ho nulla da ridire.
Mi limito a leggere il mio nuovo apprezzamento nei confronti di certa fantascienza come un riflesso dell'allenamento cui mi sono sottoposta negli ultimi mesi. Ho imparato a mettere a tacere le mie emozioni e ad evitare il racconto del mio vissuto, privilegiando invece un approccio più formale alla conversazione. Mi sono allineata, anche se solo in parte, allo stile comunicativo del gruppo che mi ha accolta. Il più delle volte interagire fingendo di essere dei boia mi ha dato soddisfazione, mi ha fatta sentire nel mio elemento. Altre volte, invece, mi sono resa conto che era necessario che io condividessi frammenti del mio vissuto, pur sapendo ch'essi sarebbero stati trattati come un dato qualsiasi. Più di una volta l'ho fatto e mi sono trovata ad assistere ad un tentativo di macellazione delle mie emozioni in nome di una pretesa di razionalità o di oggettività. Non me la sono presa, perché era chiaro che tale macellazione era un semplice errore di calcolo, l'uso di un metro di giudizio non adatto ad accogliere ciò che stavo dicendo. Di rado ho avuto voglia di esplicitare ciò che provavo, non tanto per evitare il ridicolo, quanto perché sapevo che non sarei stata in grado di sostenere un nuovo tentativo di frantumazione del mio disagio senza crollare.
Questa forma del parlare, così affine al nostro abitare l'accademia, impone premesse al parlare di se stessi; "ciò che sto per dire non è rappresentativo della popolazione di cui stiamo parlando", "ciò che sto per dire non ha alcun valore scientifico".
("Non vocalizzerò ciò che ho sulla punta della lingua, ma mi riservo la possibilità di esplodere tra due mesi").
Quando ci concediamo il lusso di parlare di noi stessi lo facciamo entro certi canoni, trattando il nostro vivere come un altrui vivere. Ci facciamo osservatori esterni e avanziamo ipotesi su quegli sfigati che stanno avendo una conversazione ridicola. Il parlare in questo modo dà l'illusione che ci sia molto da ridere, anche quando hai il volto rigato da acqua salata e la netta impressione di avere un criceto nel cervello.
Isaac Asimov scriveva che gli autori di fantascienza sono considerati dei reietti in virtù del loro saldo attaccamento alla ragione. Quando un amico mi ha letto il brano dal quale era tratta quest'osservazione la nebbia è calata e ho visto un universo di sconforto estendersi fino all'orizzonte, dove il mare e il cielo si congiungevano.
Ho pensato a quanta paura e quanto disagio suscitano, talvolta, i miei racconti.
Ho pensato a quanto potere risiede in quella paura e in quel disagio; un potere che viene lasciato svanire, perché vergognoso.