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Ricordo che qualche anno fa andai al cinema a vedere "Primo Amore", un film di Matteo Garrone sceneggiato da Vitaliano Trevisan.
All'epoca andavo spesso al cinema da sola e il più delle volte potevo scegliere il posto che preferivo, dato che la sala era vuota.
"Primo Amore" non è esattamente un film rilassante, motivo per cui rimasi sconvolta nel constatare che un sacco di vecchine avevano avuto la mia stessa idea.
Perchè lo avevano fatto? Cosa ci facevano lì?
La risposta non tardò ad emergere. Dato che Vicenza è, ironicamente, un posto più o meno dimenticato da Dio, le anziane signore erano emozionate all'idea che parte del film fosse stato girato proprio nella città del Palladio. Credo l'avessero letto sul nostro amato quotidiano locale di destra. Potevo cogliere la loro esaltazione quando riconoscevano un luogo noto. Alcune confabulavano dicendo: "Ma sì, Marisa, quel palazzo è vicino a casa di mia nuora".
Poi passarono il resto del tempo insultando il sadico personaggio incarnato da Vitaliano Trevisan, il quale costringe la sua amata all'anoressia.

Vitaliano Trevisan è una delle nostre celebrità locali e credo viva a Sandrigo. A volte mi è capitato di avvistarlo in giro, magari in stazione o mentre contemplava la vetrina di una libreria. Vitaliano Trevisan ha un'aria abbastanza inquietante. Non so se questo dipenda esclusivamente dal suo aspetto o dal fatto che quando lo vedo penso ai suoi libri e al suo personaggio in "Primo Amore". Ovviamente non gli ho mai rivolto la parola.
Cosa potrei dirgli?
"Salve, mi chiamo Margherita Ferrari. Anch'io ho pubblicato un libro per Stile Libero, solo che il mio non è molto serio e ha smesso di esistere nelle librerie un paio d'anni fa. I miei complimenti per avermi fatto fare degli incubi terribili".

Credo che i miei sentimenti nei suoi confronti sarebbero rimasti stabili fino alla mia o alla sua morte, se solo non fosse accaduto ciò che segue.
Qualche mese fa mia madre tornò a casa dal lavoro dicendo: "Ma tu sai chi è Vitaliano Trevisan?"
Naturalmente risposi di sì, mentre nella mia testa cominciavano a formarsi nebbie d'inquietudine.
"Beh - aggiunse Mater - oggi è venuto nel mio ufficio per una pratica."
Mater è una dipendente del Ministero delle Finanze e parte del suo lavoro consiste nell'avere a che fare con persone terrorizzate. Il terrore è in genere scatenato dalla ricezione di una lettera che invita il Gentile Contribuente a recarsi nell'ufficio xy per un controllo fiscale. Da quanto ho capito queste lettere non vengono mandate a caso; i destinatari risultano essere quelli che hanno qualche irregolarità o incoerenza sui modelli 730 o Unico o come si chiama.
Mater odia il fatto che il più delle volte le persone che ricevono queste lettere siano miseri lavoratori dipendenti o migranti, mentre i ricconi berici sono molto più rari.
Mater odia i ricconi berici che si dichiarano nullatenenti o quelli che intestano tutte le loro diciassette ville alla madre inferma. Mater odia inoltre i condoni fiscali e ogni volta che ne viene approvato uno nuovo torna a casa imbestialita. Questo per dire che tali deprecabili manovre hanno conseguenze spiacevoli anche sulla mia vita privata.
Ad ogni modo, ciò che volevo dire è che, da quel giorno, Mater ha ricevuto Vitaliano Trevisan nel suo ufficio altre due o tre volte. Non ho idea di qualche fosse il problema, ma pare che si sia risolto senza problemi.

Da allora Vitaliano Trevisan è diventato per me il personaggio inquietante che scrive della tendenza dei vicentini a suicidarsi utilizzando la tecnica dell'impiccagione, nonché il Contribuente di mia mamma*.
Pare che la sua carriera letteraria sia diventata interessante quanto la mia, entro le mura di casa Ferrari.
Oggi, ad esempio, mi ha riferito di aver visto un nuovo libro del suo contribuente in vetrina da Traverso, la libreria di corso Palladio.

Magari un giorno anch'io diventerò l'inquietante contribuente di qualcuno.

* Mater chiama tutte le persone con cui ha a che fare in ufficio "i contribuenti" o "i miei contribuenti".

La giornata che va concludendosi è stata fruttuosa.
Ho ucciso un numero considerevole di zanzare e sono stata in grado di indossare i vestiti con cui sono uscita di casa.
Inoltre penso di aver finito di delineare la trama del libro per bambini che intendo scrivere nei prossimi mesi. Ora devo solo tradurla in qualcosa di comprensibile al mio prossimo, perché il file che ospita la suddetta trama è stato scritto in una lingua poco affine all'italiano.

Con il passare delle settimane dalla mia laurea mi sento sempre più fuori dal mondo. Forse dovrei prendere dei ricostituenti, delle droghe, delle dosi significative di alcol. Invece bevo tisane alla melissa e mangio le mie fragole a chilometro zero piene di buchi.
So che tutto ciò suona male, perché fa di me una pensionata fuori dal mondo, ma è così che vanno le cose.

Il problema è, con la venuta meno del mio viaggio ad Oslo, sono precipitata nel mondo fatato della nullafacenza. Cerco di studiare, di trovare un lavoro o uno stage di qualche tipo. Cerco di scrivere, di coltivare zucche, di leggere libri che nutrano il mio spirito. Cerco di non farmi annientare dalla fruizione tardiva di Six Feet Under. Cerco di non cedere alla nostalgia per un'epoca durante la quale ero assediata dal cattolicesimo e solo collateralmente mi dedicavo al quel genere di cazzate adolescenziali che rendono la vita gioiosa.
A volte scrivo pagine amorfe piene di idiozia autoreferenziale con il chiaro intento di sentirmi meglio, di dare sfogo ai quei crateri emozionali che popolano i miei sogni ricorrenti sotto forma di volti umani. I volti delle persone che hanno smesso di rivolgermi la parola da anni e che non riesco a dimenticare, neanche sotto meandri di apparente disprezzo ed indifferenza.
Scrivo sapendo che non me ne farò granche di quelle pagine troppo private per essere condivise. Le conservo fingendo che servano a qualcosa.

Mi mancano tremendamente i tempi in cui il mio antagonismo da strapazzo non aveva a che fare con questioni rilevanti, ma si riduceva all'ascolto compulsivo e rigenerante degli Smiths. Ora che Moz ha smesso di essere il mio faro nella tempesta vago a caso domandandomi se è questo ciò che voglio.
Voglio perdere anni di vita inscenando litigi da coppia sposata con Baldra?
Voglio o non voglio farmi deprimere dal fatto che mia nonna non è più mia nonna? Voglio o non voglio convivere serenamente con il fatto che ho bisogno di sentirmi raccontare di nuovo quella storia che lei di certo non ricorda più da un pezzo?
Voglio o non voglio uscire di casa?
Voglio o non voglio imbrattare la porta dei miei vicini di casa con dello sterco di vacca?

Il problema non sta tanto nelle risposte quanto nelle domande. Quando prendevo il treno tutti i giorni facevo fatica a soffermarmi sulle questioni che ho elencato. Mi limitavo ad attraversare la Pianura Padana deprecando Augé e i suoi non luoghi di merda.
"Stupido Augé", pensavo.
Ora trovo conforto nell'incessante interloquire di morte e malattia tipico dei vecchi, forse perché dalla venuta meno del mio nonno paterno ho l'impressione che molte cose si siano sgretolate. Natale e Pasqua sono diventati momenti terribili, che preferirei saltare a pié pari.
A volte mi scopro intenta a preoccuparmi del giorno in cui i miei genitori non saranno più autosufficienti e io, da figlia unica spiantata, dovrò inventarmi qualcosa per evitare il peggio. Tutto ciò non si confà ai miei ventidue anni; ciononostante pare che questi pensieri si siano insediati stabilmente nella mia testa.
Quando guido verso Bassano per andare a trovare mia nonna in ospedale ascolto sempre gli stessi dischi. Quando arrivo cerco di darmi un tono e parlo per un'ora di fila in modo da non dover stare ad ascoltare il processo attraverso cui mia nonna compone frasi. Poco per volta i tempi si sono allungati e ai sinonimi della parola desiderata si sono sostituite strane associazioni che non sempre riesco a capire. Mi fa molta impressione perché mia nonna insegnava lettere alle superiori e quand'ero piccola mi recitava un sacco di poesie o pezzi della Divina Commedia a memoria. Parlava usando espressioni e termini inusuali, che ora compaiono di tanto in tanto sulla sua bocca in modo per lo più incoerente. Sembra che tutti facciano il possibile per tenerla in vita, mentre io mi sento una merda perché penso che a questo punto sarebbe meglio che morisse. Quando la vedo o le parlo al telefono mi sembra sempre così triste o annoiata.
Ogni volta che entro in ospedale vedo la targa con il nome del fondatore e mi torna alla mente il pomeriggio durante il quale mio nonno mi spiegò la storia di quella persona e dell'ospedale stesso. Mio nonno aveva la parlata da professore e pareva che dicesse ogni cosa come se la stesse spiegando davanti ad una classe di giovanotti in cravatta. Era una cosa che mi piaceva di lui, così come mi piaceva il fatto che continuasse a studiare anche anni dopo che era andato in pensione.

Torno con la memoria al periodo in cui tornavo a casa da scuola fumando una sigaretta, perché ero un animale sociale. Il periodo caratterizzato dalle minacce inquietanti della suora della portineria. Minacce che per lo più si riferivano alle malattie veneree, se non ricordo male. Facevo l'esistenzialista tra mura consacrate e cercavo conferme alle mie magre intuizioni nello sguardo del mio Guru.
Mi manca il fatto di avere un Guru.
Non so se Luca sia ancora il mio Guru. In parte sì, in parte no.
Ogni tanto lo rivedo e credo che questo mi faccia bene. Mi aiuta a sentirmi meno stupida. L'ultima volta mi ha regalato un libro di circa mille pagine che non so descrivere a parole. Mia madre ha letto le prime cento e me l'ha restituito con orrore, nonostante il suo rapporto decennale con i volumi più astrusi sull'olocausto. Ogni volta che prendo in mano quel libro apprezzo il fatto di essere viva per poterlo leggere. Penso dipenda dal fatto che non riesco ad accettare l'idea che un essere umano abbia potuto scrivere quelle mille pagine così ostili e magnetiche.
Lo rigiro tra le mani con stupore, senso d'inadeguatezza e, ancora una volta, nostalgia.
Che ne è stato di quel momento in tutti ci sentivamo tutti artisti? Artisti del salto nella fontana, artisti della pedalata in campagna, artisti dell'olio della frittura che ti brucia il costato, artisti delle notti passate in cantina, artisti del travestimento, artisti del rientrare troppo tardi a casa, artisti nel selezionare i gusti più aberranti di vodka, artisti del nulla eterno.
Lo siamo ancora? Non penso.
Vorrei riuscire a scrollarmi di dosso questa nube di sedentarietà e disillusione? Sì.
Vorrei che qualcuno mi conducesse nuovamente nella landa del "no future"? Ogni tanto sarebbe bello.

In genere non compro quasi mai libri freschi di stampa. Non mi fido delle recensioni e ho sempre più difficoltà a spendere venti euro per un oggetto che potrebbe deludermi. Così va a finire che le soste in libreria diventano un masochistico indugiare su punti interrogativi proibiti e gli acquisti veri e propri il più delle volte li faccio una volta tornata a casa, su qualche sito estero.
Questo mi permette di risparmiare molti soldi, ma mina la base di una pratica che mi ha dato molte soddisfazioni in questi ultimi anni. Con l'esperienza sono diventata una buona prestatrice (o donatrice) di libri. In più di un caso sono riuscita a far apprezzare la lettura anche a gente che sosteneva di odiarla.
Comprando libri in inglese non posso più prestarli a mia nonna, che ha la quinta elementare ed è una delle lettrici più avide che io conosca.
Non posso più prestarli a mia madre e ai miei altri significativi.
È un discorso simile a quello dell'isolazionismo derivante dalla mia passione per i film e le serie televisive in lingua originale, solo molto peggio.

Ho fatto un'eccezione per Eating Animals, il nuovo libro di Safran Foer uscito qualche tempo fa per Guanda con il titolo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?.
L'ho comprato un paio di giorni dopo la sua uscita in libreria. Dietro a questo gesto c'erano molteplici considerazioni: da un lato il desiderio di leggere di un argomento come la filiera alimentare, al quale si accompagna una terminologia tecnica abbastanza complessa, nella mia lingua; dall'altro l'idea che avrei potuto prestare il libro in questione solo se avessi posseduto la traduzione italiana.
Così ho acquistato il libro e, nel giro di un paio di settimane, l'ho letto fino alla fine.

Io sono vegetariana e non passa giorno senza che mi ponga una miriade di problemi su quello che finisce nel mio piatto e in quello dei miei parenti. Ciononostante trovo abbastanza fastidiosi i libri sul vegetarianismo e la scelta vegan che sembrano stati scritti con l'unico scopo di accusare gli onnivori di essere creature malvagie e senza scrupoli. La mia esperienza personale mi dice che colpevolizzando non si va da nessuna parte. Allo stesso modo ho i miei dubbi su una strategia molto diffusa in certi ambienti, che consiste nel causare terribili incubi alla gente e a traumatizzare a vita i più sensibili per mezzo di video che ritraggono mattatoi e allevamenti industriali.
La domenica di Pasqua, ad esempio, sono stata ad una cena vegana organizzata da Vicenza Antispecista presso la Corte del Deposito 95. Lì mi sono nutrita con soddisfazione e ho visionato dei video legati ai temi che il gruppo porta avanti. Uno di essi sembrava la pubblicità di una chiesa pentecostale negli Stati Uniti e per questo mi ha lasciata molto perplessa. L'ultimo, che non era previsto ed è partito per sbaglio, mostrava alcuni episodi di violenza inumana in vari mattatoi e galline mezze morte stipate nelle gabbie dove passano tutta la loro vita prima di essere brutalmente ammazzate. Ad un certo punto ricordo di aver smesso di guardare le immagini e di essermi limitata a subire l'audio, che era straziante di per sé.
Quando colei che si occupa di organizzare le serate alla Corte ha fermato il video dicendo che molte persone si erano sentite male e comunque quel filmato non era in programma, c'è stata una mezza sollevazione popolare da parte di alcuni vegani.
Considerando che i presenti non vegani erano quasi tutti vegetariani, credo di poter affermare con una certa tranquillità che atteggiamenti di questo tipo lasciano il tempo che trovano.

Guardando od ascoltando quell'ultimo video mi sono ritrovata a pensare a ciò che avevo letto nel libro di Safran Foer. Ogni dettaglio, ogni decapitazione mal riuscita, ogni forma di tortura, ogni tacchino geneticamente modificato con le zampe spezzate dal proprio peso, ogni gallina ricoperta di feci, ogni scrofa costretta a partorire in una gabbia che la contiene a malapena comparivano tra quelle pagine aspre. In un certo qual modo ho avuto l'impressione che le descrizioni dell'autore fossero ancor più eloquenti delle immagini. Il video spingeva a chiudere gli occhi, a voltare lo sguardo, ad uscire dalla stanza della proiezione, a dimenticare. Se niente importa, invece, cattura l'attenzione del lettore con raffiche di crudi dettagli che trascendono il mero dato di fatto. I polli di Safran Foer non sono semplici creature che tentano di razzolare su uno schermo così distante, fisicamente e spiritualmente. Nei suoi scritti esse si avvicinano al nostro vissuto quotidiano, ai nostri ricordi. Diventano soggetti con cui relazionarsi, capaci di provare dolore e piacere, consapevoli di essere al mondo.
Non si tratta di una bucolica lode al pollo, bensì di una constatazione di dati di fatto.

Ciò che ho amato profondamente di Se niente importa è l'importanza che l'autore attribuisce all'aspetto conviviale del consumo di cibo, che a mio avviso dovrebbe risultare molto congeniale al pubblico italiano.
Safran Foer, come già detto sopra, non si limita ad esporre gli aspetti crudeli e spudoratamente capitalisti della filiera alimentare. Egli si sofferma anche su considerazioni di tipo antropologico e su digressioni autobiografiche. Si domanda se sia giusto rifiutare il pollo cucinato per le feste da sua nonna, e con esso tutto ciò che quel piatto porta con sé a livello simbolico. Affronta un problema che è comune a chiunque abbia deciso di scegliere una dieta diversa da quella dei propri genitori. Perché la questione è ben più complessa di quanto sembri.
Mia madre, ad esempio, non ha reagito bene alla mia scelta di smettere di mangiare non solo la carne, ma anche il pesce. A volte mi dice che faccio i capricci come quando ero piccola, anche se le ripeto che mi piace il gusto del pesce, ma non lo mangio comunque per altri motivi.
Il fatto è che, se siamo realmente interessati ad evitare una vita di sofferenze ed una morte atroce agli animali che finiscono nei piatti delle persone con cui mangiamo, non conviene mettersi ad urlare o proferire slogan che verranno inevitabilmente percepiti come estremisti. Bisogna trovare il modo di passare certe informazioni anche a chi sostiene di non essere interessato, senza che quest'ultimo svenga o s'incazzi. In realtà non penso che sia un'impresa così difficile, perché abbiamo a disposizione dati che dimostrano gli effetti negativi di una dieta che comprende carne o derivati animali provenienti da creature che hanno vissuto la loro intera vita in un ambiente terribilmente malsano, senza mai uscire all'aria aperta e il più delle volte nutrite con alimenti che le ingrassano, ma che esse fanno una gran fatica a digerire.
In tal senso credo che il libro di Safran Foer sia un grande passo avanti. Il suo voler ribadire la mera eloquenza dei fatti e la non pretesa di evangelizzare, ma semplicemente di informare, dovrebbe essere un esempio per chiunque decida di trattare argomenti così spinosi e che ci toccano da vicino ogni volta che apriamo il frigo o andiamo al supermercato.

Da un lato contemplo chi va ad insultare i cacciatori che entrano in Fiera per l'esposizione annuale denominata "Hunting Show", il cui unico risultato sembra essere quello di far incazzare qualche pensionato. Dall'altro c'è un grande narratore che lavora per quattro anni ad una ricerca sull'industria alimentare, lasciando la parola sia ai proprietari di allevamenti intensivi, sia a chi ha scelto altre vie, e lo fa per suo figlio.
Scrive infatti: "nutrire mio figlio non è come nutrire me stesso: è più importante."
Viste le premesse, penso che Se niente importa sia un libro meritevole di trovare una collocazione nelle nostre librerie domestiche e soprattutto nostro quotidiano interloquire.

"Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l'erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia."
Uochi Toki

Lavori nell'ortoTra due settimane mi laureo. Non mi è ancora chiaro il giorno, poiché la segreteria non sembra intenzionata ad esporre gli orari. La "dissertazione" durerà probabilmente dai tre ai cinque minuti, onde sottolineare l'inutilità della tesi triennale e la scempiaggine di chi, come la sottoscritta, ha ritenuto sensato dedicare sette/otto mesi di vita ad una cosa che vale sei crediti su centosessanta totali. Quando penso a Padova e all'università mi passa ogni parvenza di buon umore che osi solcare la mia faccia. Ciononostante ci sono buone probabilità che mi iscriva alla magistrale a Trento, sperando che lì sia un po' meglio.

Nel frattempo evito di pensarci e mi dedico allo studio dei miei libri di giardinaggio e orticoltura. Durante gli ultimi sedici mesi credo di aver fatto dei buoni progressi, anche se resto ancora molto ignorante.
Negli ultimi giorni ho finito di costruire le bordure per le tre sezioni del giardino che ho adibito ad orto; le prime due sono costituite da rami intrecciati e legati insieme, la rimanente da una rete che giaceva in garage da mesi.
Ogni giorno faccio quale lavoro; oggi ad esempio ho aggiunto dei camminatoi di corteccia a quelli che avevo realizzato l'autunno scorso, onde evitare di compattare troppo il terreno -già semidisastrato- camminandoci sopra.

Quando contemplo il mio giardino esso diventa una fotografia semovente sulla quale sovrappongo un foglio di carta velina, con progetti che mutano di continuo. Essi restano perlopiù fedeli ad una suggestione ballerina frutto dell'ammirazione di giardini altrui.
Amaranto AnnapurnaOnde inseguire quest'ombra di potenzialità, ho azzardato l'acquisto di un sacchetto di semi di amaranto, di cui mi sono innamorata osservando le fotografie del libro "Edible Schoolyard. A Universal Idea" di Alice Waters. L'ho scelto in una varietà chiamata Annapurna, sperando che la sua provenienza indiana lo renda più simpatico agli occhi di Mater.

L'autunno scorso ho realizzato che il mio ideale di giardino è ben lontano da quello parentale e soprattutto da quello del vicinato. Credo che il mio entusiasmo mi faccia passare per scema. Mesi fa la signora del piano di sopra si è sentita in dovere di fermarmi mentre stavo andando a buttare dei rifiuti nella compostiera per dirmi che il mio spazio di sperimentazione non è un giardino, bensì una discarica.
Per questo ho deciso di venire incontro alle paturnie del mio prossimo piantando un po' di bulbi e tenendo a mente l'ideale balordo di giardino "ordinato" che i meno lungimiranti fanno assurgere ad archetipo.
In questo modo, ogni qual volta qualcuno oserà insultare il mio lavoro, io diro: "Ma guarda! Ho piantato questi crochi/tulipani/narcisi solo per te!"
Che ragazza previdente.
Che genio del male.
Crochi

"L'interdipendenza planetaria mette in evidenza che siamo alla fine della causalità lineare e che siamo parte di sistemi in cui la circolarità delle cause richiede una ristrutturazione dei modelli cognitivi e delle aspettative verso la realtà."
A.Melucci, L'invenzione del presente

Passano i giorni, scorrono le settimane. Lentamente la mia "zona tesi" si allarga, invadendo il divano arancione, le poltrone, la panca della cucina o più un generale tutte le superfici piane a portata di mano.
Giovani piante di spinaci, talee e pile di libri popolano i davanzali del salotto. C'è un Touraine dall'aria ostica che prima o poi dovrò affontare, perché l'ha detto il mio relatore. Dato che egli mi lascia molta libertà di movimento, posso affermare in tutta tranquillità che il resto del casino è merito mio, anche se poi molti dei volumi che mi tengono compagnia li ho rinvenuti nella bibliografia di un compendio che ha curato lui.
Tra la saggistica emerge di tanto anche qualche romanzo, un libro di cucina, un manuale di giardinaggio. Se dovessi basarmi esclusivamente su testi grigi e mortalmente complicati finirei per perdere i capelli e tramutarmi in qualcosa che non voglio essere; probabilmente una persona molto depressa che compensa plurime mancanze inseguendo idee balorde.
Una voce dal fondo del mio cervello mi suggerisce che forse lo sono già. Il punto è che io e "il resto del mondo" abbiamo opinioni diverse sul concetto di idea balorda.
Da qualche tempo cerco di spiegare ai miei parenti -molti dei quali mi vorrebbero professoressa o ben sistemata chissà dove- che vale la pena di riflettere a fondo sul problema del lavoro. Non ha senso insistere, calcando lo stesso genere di discorsi da vent'anni. Ad un certo punto si cessa di essere meramente fastidiosi e si diventa sadici.
Il ragionamento che ho ripetuto più volte, spesso a tavola, è questo: considerando lo stato attuale delle cose, non ha senso intraprendere un percorso di studi "ordinario", per lo meno nel campo di mio interesse.
Facciamo un esempio.
Tra qualche mese sarò detentrice di una laurea triennale in sociologia. Se dovessi iscrivermi alla magistrale a Padova mi troverei a dover seguire una serie di corsi che ricalcano quelli già fatti, il più delle volte con gli stessi professori. Inoltre proseguirei i miei studi con la consapevolezza di essere sempre più vecchia e rincoglionita giorno dopo giorno e soprattutto segregata in un luogo in cui molti dei docenti sembrano odiare/disprezzare gli studenti. C'è poi l'annosa questione della qualità degli insegnamenti e della loro effettiva utilità per un eventuale impiego professionale. Dopo aver visionato i programmi di alcune lauree triennali e quadriennali inglesi simili per nome alla mia sono stata colta da plurime ondate di sconforto che tutt'ora riemergono di tanto in tanto.
Dunque ciò che tento di spiegare ai miei parenti, in particolar modo i più senili, è che non ho interesse a deprimermi ulteriormente. Sono già stata martoriata a sufficienza e non ne posso più dover fare esami inutili solo perché il ministero dice così.
Ciò che sconcerta maggiormente il mio prossimo è l'idea che io non voglia diventare una persona adulta "normale", dover per normale intendiamo oppressa dal grigiore della quotidianità e di un lavoro di merda che ti corrode l'anima.
Negli ultimi anni si è diffusa una nuova credenza tra alcuni dei miei parenti. Questa credenza dice: "Margherita ha pubblicato un libro con una grande casa editrice all'età di diciassette anni. Questo significa che non avrà problemi a trovare un lavoro stabile fantastico per cui sarà pagata profumatamente." Dato che la sottoscritta nutre molti dubbi a riguardo, è solitamente apostrofata con aggettivi che la fanno passare per nichilista e inspiegabilmente cinica.
Ciò che molti degli adulti con cui ho a che fare -specificando che in questo caso per adulti intendo coloro che abitano in uno "stato mentale adulto", quindi anche gente più giovane di me corrotta prematuramente da chissà cosa, o forse semplicemente ipersocializzata- non sembrano comprendere, è che il mio atteggiamento, che potrebbe sembrare scemo e portatore di disgrazie, risulta essere il frutto di lunghe ponderazioni.
Quando dico che voglio avere delle galline ed un grandissimo orto, non sto blaterando. Mi sono semplicemente limitata a rielaborare una serie di input parentali e ambientali. Dopo aver osservato per circa due decenni mio padre che torna a casa dal lavoro ad orari indegni e che mette a repentaglio la sua salute in nome di un qualche senso di responsabilità verso il suo "team" temo che questa prospettiva di vita non mi risulti più molto appetibile. Potrei poi dire lo stesso di ciò che solo recentemente sono riuscita a far ammettere a mia madre, cioè che ella riesce a mantersi affabile e comprensiva solo fino ad una certa ora del giorno; quando torna a casa dall'ufficio il più delle volte non può fare a meno di essere intrattabile.
Che dire poi della sottoscritta, che in tre anni da pendolare ha sviluppato fantasie terroristiche?
Tante persone di mezza età sognano di trasferirsi in campagna e di dedicarsi ad una vita fatta di lentezza ed osservazione delle nuvole. Qualcuno poi lo fa anche.
Non vedo perché dovrei constringermi a proseguire su una strada che prescrive una serie di tappe che prendono la forma di punti interrogativi grandi come grattacieli e precariato spappolafegato.
Già ora, a ventidue anni appena compiuti, mi sembra di aver sprecato del tempo prezioso.
Mentre studiavo per l'esame di psicologia del lavoro e delle organizzazioni avrei potuto sperimentare nuove consociazioni tra ortaggi. Invece ero ingabbiata tra atroci tecniche di selezione del personale e testi autoreferenziali nonché di rara inutilità.
Ora che ho la fortuna di poter fare una tesi qualitativa che mi interessa con un professore che mi ha spalancato porte su nuovi mondi di cui ignoravo l'esistenza, non posso fare a meno di sentirmi piena di idee, quasi sul punto di esplodere e, nonostante questo, pietrificata.
Più rifletto su questi temi e più realizzo che non ci sono percorsi comodi da intraprendere. Nessuno ha lasciato segnali lungo il sentiero.
Apparentemente sono ancora sulla strada maestra; ho il mio numero di matricola e so adeguarmi alle richieste ridicole che mi vengono fatte.
Scavando però emergono le prime forme di dissociazione, le scivolate in territori bui. Sfogo il mio sempre più ossessivo bisogno di spazio piantando cavolo broccolo in un'aiuola del mio quartiere, questa volta da sola e in pieno giorno.
Troverò il modo di diventare una contadina e allo stesso tempo una sociologa di qualche tipo. Di questi tempi sembra proprio che ci sia bisogno di gente così. E non sono io a dirlo.
Peccato che, nonostante la crisi ambientale, economica e sociale in cui siamo andati ad infilarci, non siano le giovani come me che vengono lodate, ma i neoiscritti ad ingegneria e giurisprudenza.
Come se negli ultimi vent'anni non fosse cambiato nulla.

In riferimento a quanto detto consiglio la visione del documentario della BBC "A Farm of the Future" di Rebecca Hoskin. Lo potete scaricare qui. Si trova anche sottotitolato in italiano e diviso in sei parti su YouTube.



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Ieri si è concluso quello che, con ogni probabilità, finirà per essere il corso più pregevole della mia carriera universitaria. Sono triste, ma se non altro ho un quaderno pieno di appunti e divagazioni degne di nota, su cui tornerò nei momenti di sconforto.
In un oceano di spunti capaci di mettere in crisi chiunque, ieri il mio professore ci ha indicato una pista per certi versi meno spettacolare, che a qualcuno non suonerà nuova.

Molti si domandano perché l'Italia sia piena di bifolchi che, in risposta alla domanda -”Perché non legge neanche un libro all'anno?”, se ne escono con delle scuse pietose quali “Non ho tempo” e “Ho problemi di vista”.
Al di là delle pregevoli statistiche che ogni anno mi fanno venire voglia di prendere a sassate una vasta gamma di soggetti, dalle sedicenni isteriche semi-analfabete (nonché felici di esserlo) agli idioti che regalano i libri di Vespa a Natale, c'è altro su cui soffermarsi.
Il problema dell'Orgoglio Analfabeta non è una novità e di certo non dipende solo da Berlusconi, anche se fa comodo dare sempre la colpa a lui.
In Veneto, ad esempio, capita spessissimo imbattersi in vecchiotti che, vantandosi affermano: “Parché noialtri non saremo boni a parlar, ma semo boni a lavorar!”
Molto banalmente verrebbe da rispondere: “Certo, ma le due cose sono forse incompatibili?” Il problema è che questa retorica d'accatto non pare destinata a scemare. Tutt'ora il vicentino è pieno di soggetti palesemente dannosi per l'umanità/per l'universo, nonché di genitori che, in modo più o meno manifesto, non apprezzano il fatto che i propri figli “sprechino” tempo e denaro studiando ed andando all'università.
Che dire di questo fenomeno?

Nel 1534 vide la luce la Bibbia tradotta in tedesco da Lutero, sulla quale, com'è noto, una moltitudine di germanici impararono a leggere.
Tra il 1545 il 1563 si tenne il Concilio di Trento (N.B. È sempre simpatico ricordare che la prima scelta era stata Vicenza, scartata in seguito per questioni pratiche) durante il quale si insistette sull'uso della Bibbia nella traduzione latina. Nel 1559 Papa Paolo IV istituì l'Indice dei Libri Proibiti, in cui rientravano quarantacinque versioni del mattonazzo in volgare. La linea vaticana divenne dunque dichiaratamente iconofila, privilegiando l'immagine sacra rispetto alla parola scritta, interpretabile da chiunque. Nel frattempo l'analfabetismo continuava a dilagare.

Questo dovrebbe spiegare, almeno in parte, il fantomatico “gusto” degli italiani in fatto di estetica e le statistiche di cui si parlava sopra.
Se quest'idea non vi convince, provate a pensare ai nordici e fare due conti.
Se quest'idea continua a non convincervi pensate a Vicenza, “città bianca”, dove negli ultimi anni tutte le librerie indipendenti hanno chiuso, ad eccezione di Librarsi, che è stata inglobata da Galla (=il Male).
Vicenza, una città dove una fondazione di preti gestisce parte della biblioteca pubblica e che di recente ha deciso tagliare i fondi, riducendo l'orario di apertura di tre ore al giorno nonché durante le mattinate del sabato e della domenica.

Il fatto che non esistano aule studio o più in generale luoghi silenziosi dove poter leggere è irrilevante, perché non si tratta di un problema sentito dalla cittadinanza. È una questione privata, come sempre.

La mia terra si atteggia a centro culturale perché, del tutto casualmente, Palladio l'ha preferita alla sua nativa Padova. Oggi bastano poche migliaia di stranieri in visita alla Fiera dell'Oro e tutti i problemi passano in secondo piano, perché questo significa che contiamo, che siamo dei gran lavoratori.
Poco importa se le strade sono così devastate che è praticamente impossibile girare in bici. Poco importa se la città è invasa da una massa di adolescenti così profondamente ignare della complessità di questo mondo, così inconsapevoli di ciò che potrebbero fare se la smettessero di comportarsi da oche, che quasi mi fanno stare male.
“Le lingue straniere non sono importanti, la storia non è importante, saper leggere e scrivere correttamente non è importante... Mi basta trovare un lavoro qualunque”. Poco importa se sei così rincoglionita che tutti si prenderanno sempre gioco di te, se non sei neanche in grado di ammettere a te stessa che gli interessi del tuo ragazzo troglodita non coincidono con i tuoi. In ogni caso, hai degli interessi? Davvero trovi affascinante il fatto che i tuoi amici interagiscano minacciandosi?

A volte preferisco ignorare tali questioni, rifugiandomi tra saltuari angoli di sensatezza e lo studio. Poi un giorno capita di andare alla ricerca di silenzio in biblioteca. Ed è lì, entro quelle mura sacre, che per un periodo di tempo apparentemente interminabile il Collega ed io udiamo un chiacchiericcio insistente, fastidioso, futile. I responsabili sono un tizio, che chiameremo il Tamarro, e tre giovinette bisbetiche dall'aspetto curato.
L'incazzoso invito a smettere di parlare, che Baldra rivolge loro quando ormai è al limite della sopportazione, pare inutile.
Dopo circa un'ora l'allegro gruppetto raccoglie i libri intonsi e fa per andarsene. È a quel punto che il Tamarro, il cui abbigliamento sconvolge il mio spirito come una secchiata d'acqua gelida, si piazza di fronte al nostro tavolo guardandoci con aria di sfida. Dentro di sé sta dicendo: “Quel tizio biondo vestito di stracci è la persona che ha osato zittirmi! RISSA!”
Non dimenticherò mai quegli istanti. Mentre il Tamarri fissava Baldra con aria brutale e violenta, segno di una mente brillante, quest'ultimo si è limitato a fargli un grande sorriso, salutarlo con la manina e mandargli un bel bacio.
A quel punto abbiamo potuto assistere allo spiazzamento totale del Tamarro che, non solo è stato demolito da un gesto sarcastico di rara bellezza, ma che inoltre non ha più potuto reggere la facciata da duro che stava mostrando alle tre bimbe isteriche nonché seminude.
Qual è la morale di questa fiaba? É molto semplice amici miei: mai sfidare un sociologo in erba. Egli troverà sempre un modo per umiliarti e farti fare una figura di merda davanti ai tuoi amici*.

* questo compensa, almeno in parte, la mancanza di sbocchi professionali sensati (in Italia) per i sociologi

[l'immagine in alto rappresenta lo sguardo incattivito dell'amico Max Weber, di cui apprezzammo, tra le altre opere, "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo"]

In breve, Ketman intende che la realizzazione del sé si attua contro qualcosa. Colui che segue Ketman soffre per gli ostacoli che incontra; ma se questi ostacoli fossero improvvisamente rimossi, si troverebbe il vuoto che forse gli risulterebbe molto più doloroso. Una rivolta interna è a volte essenziale per la salute spirituale, e può creare una forma particolare di felicità. Ciò che può essere detto apertamente è spesso molto meno interessante della magia emotiva, implicita nel difendere il proprio santuario¹.

Ho riscontrato lo stesso fenomeno nelle istituzioni totali. Ma questo non potrebbe essere tuttavia essere il caso anche della società libera?
Senza qualcosa cui appartenere, non esiste sicurezza per il sé e, tuttavia, un inglobamento totale e un coinvolgimento con una qualsiasi unità sociale, implica un tipo di riduzione di sé. Il senso della nostra identità personale può risultare dall'uscire da una più vasta unità sociale; esso può risiedere dunque nelle piccole tecniche con le quali resistiamo alla pressione. Il nostro status è reso più resistente dai solidi edifici del mondo, ma il nostro senso di identità personale, spesso risiede nelle loro incrinature.

¹C. Milosz “The Captive Mind”

Erving Goffman “Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza”

Un post scritto qualche notte fa.

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In questo periodo soffro d'insonnia. Uno dei motivi per cui non riesco ad addormentarmi è assai banale. Continuo a pensare. Mi trovo nel bel mezzo di uno dei soliti vecchi giochini per crollare nel sonno ed ecco che dal nulla sto scrivendo mentalmente un post che non sarà mai pubblicato. Non so se la memoria m'inganna. Ho l'impressione di aver cominciato a raffinare il mio dialogo interiore nel periodo in cui la gestione di un blog è divenuta per me una pratica inderogabile, vagamente compulsiva. Stanotte ho tentato di tutto per addormentarmi.
Dopo essere giunta al metodo estremo, ovvero l'accomodarmi con i piedi al posto del cuscino à la Pippi Calzelunghe, ho notato che il mio cervello era fin troppo popolato di spiritelli isterici per darmi un minimo di tregua.
Quando non scrivo per più di qualche giorno tendo a sragionare, perché mi manca un metodo per stendere i miei pensieri e poterli giudicare con calma.

A volte chiedo alle persone di raccontarmi una storia. Quando mi vergogno di rendere esplicito questo desiderio mi limito ad ascoltare i logorroici. Sono un'ottima ascoltatrice di logorroici.
Molto banalmente credo mi manchino i tempi in cui avevo l'età giusta per poter richiedere la ripetizione di determinate storie verso sera. La mia nonna materna ogni tanto mi ricorda che da piccola non volevo mai mangiare e tendevo a scendere a compromessi solo in cambio di una storia. Non ho memoria di questi episodi, ma immaginarli è molto confortante.

Qualche giorno fa ho rivisto il mio Guru e con la sua ricomparsa mi sono tornati alla mente i tempi in cui stavo delineando la mia filosofia di vita idiota. All'epoca ero molto turbata da fenomeni quali la prima stagione del Grande Fratello e il fatto che tutti i miei coetanei sembrassero preferire la spregevole musica radiofonica ai dischi tristi e stridenti con cui mi deprimevo ogni giorno. Fu proprio in quel periodo che realizzai una serie di cose fondamentali che finirono per confluire nella costruzione di quello che chiamerei il mio self blogghico. Ad esempio scoprii che provavo piacere nel mettere in atto un isolamento costruttivo. Lo stesso isolamento costruittivo che qualche anno dopo mi spinse a candidarmi come Rappresentante della Consulta insieme ad un collega relativamente popolare. Quando persi e mi incazzai con il pubblico indossavo una maglietta di “The Queen is Dead”. Fu un momento memorabile nonché di rara idiozia.

Parlare di filosofia di vita idiota mi sembra abbastanza improprio, ma in questo momento il mio cervello sfiancato da Trenitalia non è in grado di produrre di meglio. Ad ogni modo, le rare volte in cui mi trovo a fare conversazione con il mio Guru finisco per pensare a quanto mi fa schifo quello che ho scritto nel mio libercolo chiamato “Guide Pratiche per Adolescenti Introversi”. Egli afferma che è normale sentirsi così nei confronti delle proprie opere dopo qualche tempo.
Un'idea del tutto condivisibile. In questo momento mi limito ad apprezzare il senso complessivo delle mie Guide in versione cartacea, non i contenuti dei singoli capitoli. Godo invece ricordando la sensazione che provai contemplando per la prima volta la copertina di “Guida Ragionevole al Frastuono più Atroce” di Lester Bangs. Dopo qualche minuto realizzai che mi ricordava quella della mia creatura.
Tutto questo ciarpame per dire che dopo aver steso quelle affermazioni su Harry Potter che turbarono parte dei lettori delle Guide, in particolar modo quelli che ancora mi odiano per una lunga serie di motivi, non ho cessato di riflettere sul caro maghetto.
Qualche giorno fa stavo camminando verso la stazione di Padova quando sono stata colta da un'epifania. Pensai:
I miei discorsi vagamente snob sul giovine occhialuto avevano senso fino ad un certo punto. E allo stesso tempo la mia idolatria nei confronti di Roald Dahl non era stata espressa in modo sufficientemente inattaccabile.
La voragine che, ai miei occhi, separa Harry Potter e le creature di Dahl si era finalmente manifestata. Nella mia mente assume le forme di un canyon. Non dubito che nelle vostre possa continuare ad apparire come una boiata.
Ad ogni modo ciò che intendevo dire è che ricordo molto bene cosa provavo quando da piccola leggevo e rileggevo di nascosto, fino a mezzanotte, i libri di Dahl. Mi sentivo esattamente come quando i miei nonni mi raccontavano delle storie prima di dormire. Il fatto poi che i protagonisti fossero, per diversi motivi, fondalmentalmente degli outsiders rendeva il tutto più accattivante.
I libri di Harry Potter sono molto piacevoli da leggere, ben costruiti e di certo non privi di contenuti educativi. Eppure non sono mai riusciti a farmi sentire in quel modo. Dubito dipenda dal fatto che li ho incontrati durante la prima adolescenza. La mia impressione è che il tema centrale -la magia- allontai il giovane lettore da un'esperienza più profonda dell'opera. Anche in Dahl troviamo la magia, ma si tratta di qualcosa di ben diverso. Non è la magia delle formule, dell'esercizio, del talento naturale e delle scuole arroccate non si sa dove. È piuttosto la magia che ogni bambino sa di avere in sé, perché vede cose che i grandi non riescono proprio a percepire, o perché sa di avere potenziale, anche quando le maestre lo etichettano negativamente e i compagnetti sono crudeli.
I libri di Harry Potter tendono a piacere a tutti. Personalmente ho avuto difficoltà ad ammettere a me stessa che il primo della saga mi aveva letteralmente tenuta incollata alle pagine. Non sto dunque dicendo che siano schifezze scritte male. Anzi.
Il punto è che vedendoli nelle mani dei bambini ho sempre provato sensazioni ambivalenti. Meno ambivalenti sono invece i sentimenti che provo osservando le quindicenni/sedicenni che si presentano nella sede centrale della biblioteca di Vicenza per prendere a prestito libri situati nel reparto “Ragazzi”, dove si trovano volumi che credevo potessero soddisfare un pubblico al massimo tredicenne. È molto strano.
In passato mi domandata se ci sia un nesso tra un consumo di libri di questo tipo ed opere come quelle della Rowling nelle mani di un bimbo. Sarebbe necessario indagare più a fondo.
Se siete abituali frequentatori di biblioteche, anche voi avete osservato un fenomeno simile? Ma soprattutto, conoscete qualche metodo alternativo per ammazzare l'insonnia?

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