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C'è un romanzo la cui lettura mi sto portando dietro da più di un anno. Dopo pagina 415 mi fermai per prendere fiato e, poco per volta, mi disinnamorai della grandezza di ciò che aveva penetrato i miei incubi e il mio quieto vivere da sveglia.
La voce del narratore mi parve così reale e disturbante da spingermi a nascondere il libro in un angolo del mio armadio di Trento, tra le lenzuola invernali e gli asciugamani. Nasconderlo alla mia vista. Perché risulta difficile accettare di immedesimarsi in un SS prono alle peggiori bassezze, opportunista, incestuoso, senza scrupoli.

Eppure Le Benevole di Jonathan Littel fa questo ed altro.
Mi fu presentato come un grande romanzo degno di forme letterarie del passato che oggi vanno scomparendo. Non mi sento in grado di dare giudizi del genere ma, in quanto lettrice autodidatta, capisco il motivo di questo paragone. Non è solo la mole del romanzo (circa 950 pagine) a richiamarlo. Per me è stato soprattutto l'impatto difficile con le prime pagine, la prosa talvolta ostica che, lentamente, ti cattura e ti porta dove avresti creduto di non poter essere portato. In tal senso mi ricorda molto Dostoevskij, il mio Dostoevskij.

Le Benevole è uscito dal mio armadio qualche giorno fa e da allora ho fatto il possibile per far avanzare la storia (volendo attribuirmi un ruolo di lettrice simile a quello descritto dei deliziosi romanzi distopici e meta-letterari del ciclo di Thursday Next di Jasper Fforde), perché vorrei riuscire a finirlo prima di andare New York, in modo da non dover sospendere una seconda volta la lettura. Stavo leggendo di Maximilien Aue e della sua ferita alla testa, quando mi sono imbattuta nell'aggettivo "tonitruante". Era un sacco di tempo che non incrociato questa parola e, nel rivederla, ne ho sentito retroattivamente la mancanza. Ma si può sentire la mancanza di una parola, soprattutto se non la si incontrava da così tanto tempo da averne quasi dimenticato l'esistenza? A me capita, di tanto in tanto. Sarà che mi affeziono alle parole e trovo poco piacevole il fatto che alcune di esse siano relegate a registri linguistici alti ed altissimi, prerogativa di pochi.

"Jordana and I enjoyed an atavistic, glorious fortnight of lovemakin'; humiliatin' teachers and bullies in the week. I have already turned these moments into the Super-8 footage of memory."

Oliver Tate in Submarine


Se la disposizione di mobili e suppellettili nel bagno del mio appartamento fosse dipendente dal mio personale giudizio e non dalla mediazione di quattro individui con idee discordanti su ciò che costituisca un bagno funzionale, propenderei per l'accumulo sfrenato di riviste.
Le riviste da bagno mi danno gioia, così come gli articoli di costume sull'ennesima subcultura fasulla e le interviste a giovani scrittori in cui si nota con facilità la mano dell'autore del pezzo, che mette in bocca all'intervistato parole improbabili.
Scorrendo gli indici delle riviste da bagno vado sempre alla ricerca degli articoli dedicati a romanzi i cui protagonisti sono adolescenti problematici. Spesso si tratta di libri pensati per un pubblico adulto e marchiati di conseguenza dalla casa editrice di turno. Non frequento il reparto "novità" delle librerie da un bel po' di tempo, ma l'impressione è che di libri del genere ne escano di continuo.
Di recente ho letto diversi articoli su romanzi tradotti da poco in italiano che raccontavano la storia di ragazzi dediti al consumo ricreativo di droghe sintetiche o di ragazze rinchiuse in collegi dove succedeva di tutto. In genere l'enfasi dei giornalisti cade sulla natura depravata dei protagonisti e delle protagoniste di queste storie. È come se ci fosse un canovaccio già scritto cui adeguarsi nella stesura dei pezzi; a volte so già cosa aspettarmi mano a mano che avanzo nella lettura, proprio perché molti di questi articoli tendono a somigliarsi. I più divertenti sono quelli in cui gli adolescenti, veri o narrati che siano, vengono presentati come delle specie di mostri, i cui sbalzi d'umore e comportamenti contraddittorii spaventano le persone adulte, che si mettono le mani nei capelli. I ragazzi depravati protagonisti dei romanzi di cui ho letto di recente sono tutti a mollo in un brodo di arroganza o di egocentrismo. Dagli articoli passa l'idea che siano soggetti unici, che la loro natura ribelle sia a dir poco peculiare, che dovrei acquistare la tal opera prima perché mi conquisterà. Eppure le recensioni che leggo mi portano a pensare che a conti fatti non ci sia nulla di ribelle e di unico in questi personaggi.
Anche i gesti più estremi sono andati normalizzandosi. Non vedo perché dovrei comprare un libro la cui trama ricalchi qualche pessima puntata di Skins. Non capisco cosa ci sia di affascinante nei soliti quattro cliché sull'adolescente ribelle, dove "ribelle" è una parola che personalmente non userei se stessi cercando di vendere un libro sulla truce esistenza di personaggi ricalcanti esseri umani veri.

La mia impressione è che gli articoli cui sto parlando siano a loro volta pensati per un pubblico adulto. Ormai sono portata ad includermi in questa categoria, nonostante non abbia un reddito e sia quotidianamente pervasa dal desiderio di mettermi a urlare, inforcare la bici e fuggire. Leggo quindi questi pezzi e penso: "Cosa stanno cercando di dirmi? Vogliono forse allarmarmi? Vogliono farmi credere che i figli che fortunatamente non ho diventeranno depravati a loro volta, se già non lo sono ora?". È strano, perché più vengo risucchiata nel vortice dei miei doveri di persona cresciuta, seria e responsabile, meno voglia ho di leggere di adolescenti cretini e privi di cervello che assumono droghe sintetiche e fanno sesso a caso. Allo stesso modo trovo tristi e piatti i resoconti di gesti inconsulti presentati al di fuori del contesto che li ha originati.
Quando penso all'adolescenza per come l'ho vissuta io e per come l'ho letta e vista nei libri e nei film che mi hanno tenuta in vita in quel periodo, ciò che vedo è la frizione tra un'immobilità imposta dall'alto e un desiderio talvolta bruciante di fuga. Per me la chiave sta proprio in quell'immobilità apparente, che in realtà è solo una scorza, al cui interno risiede la storia interessante, che vale la pena di essere raccontata. Per me l'adolescenza è stata un solcare di continuo lo stesso percorso, fino a scavare la terra con le suole delle scarpe. Sempre gli stessi luoghi, scarsa variabilità tra volti amici, nemici e indifferenti. Al contempo, se ripenso agli anni delle scuole superiori, i momenti che credo siano degni di essere raccontati - quelli che non sfigurerebbero in un bel romanzo - da fuori sembrano banali. Eppure sono quei momenti che conservo come vecchie polaroid mentali e che ora mi fanno sentire così distante, incanalata in un percorso che, nel darmi tanto, mi sta anche togliendo tanto.
Quindi non mi va di leggere di storie raccontate dal punto di vista di ragazzini stupidi, perché quelle storie non mi danno nulla in cambio del mio tempo. Leggo recensioni di libri che hanno per protagonisti dei personaggi del genere per farmi qualche risata, anche se sotto sotto spero sempre di imbattermi in un pezzo che mi indichi un libro in grado di parlarmi.
Mi rattrista il fatto che quando si parla di adolescenti si tenda spesso a prendere vie allarmiste. Gli stessi autori di narrativa talvolta indugiano nell'agghindare i loro personaggi con attributi di asocialità che prendono la forma di descrizioni chirurgiche e fredde, che scorrono con agilità, ma che vengono presto dimenticate. A volte sembra quasi che debba per forza accadere qualcosa di terribile o comunque di enorme. Qualcosa che torni utile per riassumere l'intera trama. Qualcosa che implichi movimento, che allarmi, ma che sia anche cool.

Spesso è proprio nei libri cosiddetti "per ragazzi" che trovo un chiaro superamento della corsa per raccontare il disagio giovanile così come piace leggerlo a chi si considera adulto e dice cose come: "La tua è solo una fase". Oppure in quei libri e in quei film che sono pensati per essere fruiti indiscriminatamente da adulti e da ragazzi, ma che i primi tendono a cassare a priori come un qualcosa di non adatto a persone cresciute.
Spesso sono storie in cui sembra che non succeda un granché, in cui la scorza del protagonista sembra sempre uguale, nonostante lo scrosciare vitale che si consuma al suo interno.
Queste sono le storie che mi dicono qualcosa; le storie che, pur divergendo radicalmente dalla mia, mostrano tratti nei quali posso riconoscermi. Se sono ben scritte funzionano e suonano oneste, mentre tanti dei romanzi dai protagonisti iperattivi e cool sembrano fatti apposta per stupire e proprio per questo falliscono nel loro intento.

Pensavo a tutto ciò dopo aver concluso la visione di Submarine, il primo film scritto e diretto da Richard Ayoade (il Maurice Moss di The It Crowd). Submarine è tratto dall'omonimo romanzo per ragazzi di Joe Dunthorne, che occupa da svariati mesi il mio scaffale dei libri cominciati e mai terminati per mancanza di tempo. Ho letto solo una minima parte del libro, quindi non ho modo di parlarne con cognizione di causa. L'unica cosa che posso dire è che la voce narrante mi è parsa accattivante come quella di un personaggio vagamente nevrotico di Wes Anderson. Una sorta di Max Fischer inglese che però investe le sue energie in attività che poco hanno a che fare con i mille club cui è iscritto il protagonista di Rushmore. Nel film di Ayoade l'altrettanto quindicenne Oliver Tate mi è parso un po' diverso dall'Oliver Tate che mi ero immaginata leggendo i primi capitoli del libro di Dunthorne. Ma questo ha un'importanza relativa.
Ciò che invece è degno di nota è il modo in cui Ayoade è riuscito a traslare sul grande schermo un romanzo di formazione che poteva essere tradotto in mille modi sbagliati. Le vicende private di Oliver Tate, le difficoltà tra i suoi genitori, il rapporto altalenante con Jordana, i momenti di sconforto consumati in riva al mare sono resi con una grazia e un'onestà quasi miracolosa. Ad uno sguardo esterno, potrebbero sembrare dettagli insignificanti: il ferire i compagni di scuola lievemente più sfigati per proteggere sé stessi, l'affetto nei confronti di un animale, il chiudersi nella propria camera come se la porta fosse un ponte levatoio, il vedere nei propri genitori molto più di quanto si sarebbe portati ad ammettere. In Submarine questi dettagli apparentemente insignificanti sono invece al centro della narrazione, anche se talvolta solo per mezzo di piccoli espedienti registici. Ciò che ho amato di questo film è soprattutto lo spazio dato alle situazioni in cui sembra che non succeda nulla, a parte una corsa lungo la spiaggia o il sostare in una vasca da bagno abbandonata. In quei momenti vengono meno anche i dialoghi tra Oliver e Jordana, eppure siamo perfettamente in grado di capire cosa si sono detti prima che il nostro sguardo si poggiasse su di loro. Gli sguardi e la gestualità dei personaggi sono sufficienti a comunicare tutto il necessario. Sono immobili, eppure accostando l'orecchio al loro costato possiamo udire un intenso scrosciare; tuoni ed elettricità statica.


Il giorno del mio ventiquattresimo compleanno una tizia del Barnard College mi ha scritto per comunicarmi che la mia attesa non è stata vana. Da gennaio a giugno seguirò una manciata di corsi a New York e comincerò a lavorare alla parte empirica della tesi.
Ho l'impressione di essermi sovraccaricata di lavoro ancor prima di partire, ma questo per il momento non è ancora un problema.

In queste settimane sto cercando di conciliare i miei doveri accademici con l'incubo burocratico rappresentato dal visto per gli Stati Uniti e le mille idee folli che mi assalgono ogni volta che mi fermo a riflettere sulla creatura Soft Revolution.
Sono inoltre tornata allo stato semi-letargico che mi caratterizza nei mesi più freddi dell'anno. Poco importa che il vero freddo non sia ancora calato su Trento. Poca importa, perché a conti fatti le giornate si sono già accorciate e i miei piedi tendono a congelarsi quando sto china alla scrivania leggendo le riflessioni uno storico francese che fu catturato, torturato e infine ammazzato dai nazisti o l'ennesimo testo illuminante sulle mie lacune come ricercatrice sociale.

Ora che sono al secondo anno della magistrale comincio a vedere colleghi terrorizzati dall'idea di abbandonare le aule in cui hanno ripetutamente preso coscienza della necessità di lavorare tutto il weekend sotto soavi luci al neon. "Che ne sarà di me?", dicono i loro occhi annebbiati dalla birra annacquata del Picaro.
Personalmente non sono ancora stata assalita dalla paura dell'ignoto, in parte perché ho l'impressione che dedicherò diversi mesi alla stesura della tesi. Non si tratta di una scelta programmatica; il fatto è che scrivo lentamente, specialmente quando mi esprimo in sociologhese.
Alla fine ho deciso di lavorare sulle fanzine raccolte alla biblioteca del Barnard College e di intervistare delle persone da definirsi che abbiano a che fare con la collezione. Il progetto è ancora molto nebuloso, motivo per cui non ve ne parlerò oltre, ma se non altro la mia neo-relatrice si è detta molto contenta di seguirmi e questo mi conforta.

Da quando sono ricominciate le lezioni la popolazione del mio appartamento è mutata, nel senso che abbiamo perso una coinquilina e ne abbiamo guadagnata una nuova. Si tratta di una filosofa. Non ho ancora avuto una conversazione che possa dirsi tale con la suddetta, motivo per cui la conosco solo attraverso i libri che ha collocato nella libreria del corridoio.

Nel tempo non-libero che fingo sia libero mi sto dedicando alla lettura alternata di Asimov, Rigoni Stern e di una saga di fantasy/fantascienza di un'autrice australiana che non è mai stata tradotta in italiano. Sono particolarmente affranta dalla bellezza di una raccolta di racconti di Rigoni Stern, che è dedicata agli animali. Diversi anni fa fui costretta a leggere "Il sergente nella neve" e, a differenza di tante altre letture obbligatorie, lo apprezzai. Poi non toccai più la sua opera, rivolgendomi spesso e volentieri ad autori stranieri.
Ora non posso fare a meno di avanzare nella lettura senza commuovermi di fronte alla pacatezza dei suoi racconti e della sua prosa, al modo in cui racconta la morte, la caccia e le vite degli animali dei boschi. In parte credo dipenda dal fatto che alcuni elementi del suo linguaggio sono gli stessi che trovo inscritti nel mio e in quello dei miei nonni materni. Non è una parentela stretta, esplicita come quella che ho ritrovato in Luigi Meneghello, che era di Malo come mio nonno, però il legame c'è.

Leggere di animali e di popoli dotati di una coscienza collettiva mi rende particolarmente tollerante nei confronti dell'altrui isteria, delle consegne e dei ladri di biciclette. Al contempo, mi fornisce un rifugio quando sulle bocche di chi mi circonda prendono forma frasi che preferirei non ascoltare, perché la mia stabilità resta problematica.
I mondi che occupano i libri che tengo sul comodino, nella loro profonda diversità, sottendono una costante lotta per la sopravvivenza e un rapporto stretto e quasi fraterno con la morte. Sono mondi in cui riesco ad entrare senza disagio, abbandonandomi alle spalle tutto ciò che di spiacevole e doloroso permane nella mia vita quotidiana.

Immagino di aver sfogliato qualche libro di Isaac Asimov da ragazzina. Quasi posso vedermi mentre lambisco la sezione fantascienza della libreria in cui ero solita fare i miei acquisti. Mi vedo intenta a soppesare un Oscar Mondadori destinato a sfasciarsi con la lettura, tra le dita di un fruitore manesco. Mi vedo assorbita nelle prime due pagine di un romanzo che mi è ostile e che finisco per riporre senza rimorsi. È un'ostilità che, da ragazzina amante della fuga nei libri quale sono, non so spiegare.

A distanza di anni eccomi in spiaggia; il sole schermato da una raccolta di romanzi di Asimov. Se mi fosse concesso il silenzio potrei balzare su Terminus e confrontare la mia umanità con quella di personaggi i cui volti sono maschere monodimensionali. Aprirei bocca per non essere compresa. Il mio parlare, seppur allenato alle discussioni che si chiudono con un perdente e un vincitore, sarebbe chiamato "dialetto".

Il disegno di Asimov è rassicurante e maestoso. Non posso fare a meno di ammirarlo, mano a mano che i secoli si susseguono e la storia fa il suo corso.
Il volume che stringo tra le mani è un approdo scarno, cui sono giunta dopo settimane di peregrinazioni tra incipit di libri che dicevano troppo, agevolando il mio prendere quota, il mio lento ma inesorabile distacco dalle pagine. Ero la carne di ogni personaggio, pur sentendo come un peso insostenibile il confronto con la bellezza della finzione. Non potevo far altro che rifuggirla. Non c'era guarigione nella prosa caustica di Edith Wharton. Non c'era pace in case che non fossero la mia, in persone le cui esperienze si accostassero con agilità alle mie, esaltandone le imperfezioni.

I personaggi di Asimov, invece, non mi dicono granché e, a quanto pare, è giusto che sia così. Non sono che suggestioni funzionali al dipanarsi di una storia che li trascende. Le loro emozioni si traducono in una fronte corrugata, in un gesto impulsivo, per poi essere inghiottite da un balzo temporale che rende superfluo qualsiasi tentativo di entrare nella loro mente, di comprenderne la prospettiva. Tutto ciò che potrebbe renderli memorabili è solo accennato. La loro crudeltà, la loro ambizione, la loro impulsività si condensano in una riga. Non riesco ad essere turbata o anche solo colpita dal modo in cui Asimov racconta l'umanità.
La mia risposta al suo restare saldamente sul piano macro è un semplice godimento razionale. Mi inchino di fronte al suo lavoro così come mi inchinerei di fronte ad un disegno analitico in grado di spiegare una società intera.

Come avrei potuto trovare qualcosa di me, da ragazzina, nella prosa di Asimov? L'avrei forse cassata parafrasando Morrissey: "The Foundation series says nothing to me about my life". Osservavo il mio prossimo con una pretesa di alterità e scrivevo fingendo ch'esso potesse essere fatto a pezzi come una colonia di topi, eppure non ero in grado di trascendere dalla componente emotiva della lettura. Non volevo farlo.
Non avrei scorto alcuna bellezza in pagine e pagine di dialoghi in cui i personaggi si spiegano reciprocamente come funziona la storia, con il fine ultimo di prevalere, di imporre una visione del suo dipanarsi che sia suffragata da dati e da analisi sulle quali tutti possano concordare. Quelli in cui mi sono imbattuta finora sono dialoghi che mancano dell'effervescenza che io stessa sperimento quando mi trovo incastrata in conversazioni dello stesso tipo, in cui vince chi riesce a dimostrare le incoerenze delle altrui argomentazioni. Certo, Asimov non voleva l'effervescenza e su questo non ho nulla da ridire.
Mi limito a leggere il mio nuovo apprezzamento nei confronti di certa fantascienza come un riflesso dell'allenamento cui mi sono sottoposta negli ultimi mesi. Ho imparato a mettere a tacere le mie emozioni e ad evitare il racconto del mio vissuto, privilegiando invece un approccio più formale alla conversazione. Mi sono allineata, anche se solo in parte, allo stile comunicativo del gruppo che mi ha accolta. Il più delle volte interagire fingendo di essere dei boia mi ha dato soddisfazione, mi ha fatta sentire nel mio elemento. Altre volte, invece, mi sono resa conto che era necessario che io condividessi frammenti del mio vissuto, pur sapendo ch'essi sarebbero stati trattati come un dato qualsiasi. Più di una volta l'ho fatto e mi sono trovata ad assistere ad un tentativo di macellazione delle mie emozioni in nome di una pretesa di razionalità o di oggettività. Non me la sono presa, perché era chiaro che tale macellazione era un semplice errore di calcolo, l'uso di un metro di giudizio non adatto ad accogliere ciò che stavo dicendo. Di rado ho avuto voglia di esplicitare ciò che provavo, non tanto per evitare il ridicolo, quanto perché sapevo che non sarei stata in grado di sostenere un nuovo tentativo di frantumazione del mio disagio senza crollare.
Questa forma del parlare, così affine al nostro abitare l'accademia, impone premesse al parlare di se stessi; "ciò che sto per dire non è rappresentativo della popolazione di cui stiamo parlando", "ciò che sto per dire non ha alcun valore scientifico".
("Non vocalizzerò ciò che ho sulla punta della lingua, ma mi riservo la possibilità di esplodere tra due mesi").

Quando ci concediamo il lusso di parlare di noi stessi lo facciamo entro certi canoni, trattando il nostro vivere come un altrui vivere. Ci facciamo osservatori esterni e avanziamo ipotesi su quegli sfigati che stanno avendo una conversazione ridicola. Il parlare in questo modo dà l'illusione che ci sia molto da ridere, anche quando hai il volto rigato da acqua salata e la netta impressione di avere un criceto nel cervello.
Isaac Asimov scriveva che gli autori di fantascienza sono considerati dei reietti in virtù del loro saldo attaccamento alla ragione. Quando un amico mi ha letto il brano dal quale era tratta quest'osservazione la nebbia è calata e ho visto un universo di sconforto estendersi fino all'orizzonte, dove il mare e il cielo si congiungevano.
Ho pensato a quanta paura e quanto disagio suscitano, talvolta, i miei racconti.
Ho pensato a quanto potere risiede in quella paura e in quel disagio; un potere che viene lasciato svanire, perché vergognoso.

La prima settimana di lezioni del secondo semestre della magistrale è andata. Con essa credo sia dipartita anche la mia convinzione di poter continuare a lavorare al *romanzo* con una certa sistematicità, per lo meno per il prossimi tre mesi.
L'aspetto divertente della faccenda è che mi sono iscritta al corso di Ricerca Sociale dell'università di Trento perché volevo che mi facessero fare ricerca. Ero stanca di marcire sui libri e di pregare affinché i miei docenti di Padova mi facessero scrivere qualche paper.
Ecco, al momento sto seguendo cinque corsi, di cui tre strettamente sociologici, uno di pianificazione territoriale e uno di inglese. I primi quattro prevedono tutti del lavoro di ricerca. Si va dall'elaborazione di questionari alla somministrazione di interviste discorsive passando per la caccia a documenti catastali e l'osservazione etnografica di aree problematiche (e molto altro ancora). Sto imparando ad usare nuovi software dall'aspetto poco user-friendly. Se tutto va bene tra un anno circa potrei vantare un'infarinatura di tre diversi programmi di calcolo, ognuno con il proprio linguaggio.
Quando ci penso mi viene da ridere, perché mai e poi avrei pensato di trovarmi a studiare queste cose.
Nel frattempo faccio il possibile per continuare a scrivere, più che altro per una questione di pulizia mentale. Per dirla con il gergo che uso nella quotidianità, quando parlo, ho decisamente troppo casino in testa. Ci sono questi personaggi che vivono nella mia mente, che mutano senza preavviso e che mi costringono a prendere continuamente appunti, a riscrivere decine di pagine, nel tentativo di arginare le incoerenze. Se li abbandonassi di nuovo, come ho fatto qualche mese fa in concomitanza con il mio trasferimento a Trento, sono certa che aggraverei la situazione, aumentando esponenzialmente la confusione, dimenticando dettagli chiave e perdendomi per strada.
Spero di resistere, perché questa città, questa univerisità che sto frequentando non sono lievi sul mio corpo e sul mio spirito. Proprio per niente. A Padova il clima era più rilassato. Puntavo a prendere voti alti, ma con uno spirito diverso, anche se di poco. Qui la pressione a raggiungere l'eccellenza si sente molto di più, perché non viene solo dall'istituzione universitaria; è fomentata, seppur tacitamente, dai colleghi studenti. Il problema è che, a conti fatti, all'interno dell'università italiana molto spesso non si impara la sociologia (e cito la sociologia solo perché è il mio campo, ma vi si potrebbero tranquillamente sostituire molte altre discipline), ma si impara a passare gli esami di sociologia.
Io non sono mai stata una di quelle persone che muoiono sui libri, anche se di recente sono arrivata a compromettere la mia salute a forza di studiare e stressarmi per l'università, per cui tendo sempre a preferire un voto in meno se da quella minima differenza dipende la mia serenità. Qui a Trento il tenersi lontano dal confine oltre il quale c'è l'esaurimento nervoso è una vera arte, dal mio punto di vista. Ci sono persone che vivono con i nervi perennemente a fior di pelle. Io stessa finisco spesso per crollare su me stessa, ripetendomi che ho fatto la scelta sbagliata. Solo pochi giorni fa, durante una lezione di mio gusto, mi sono sentita così schiacciata dal nervosismo altrui, che fomentava il mio, da trovarmi sul punto di raccogliere le mie cose e tornarmene a casa. Senza un vero motivo.
Per questo trovo conforto osservando i miei personaggi e le loro battaglie, che in parte sono state anche le mie. Sono personaggi che non hanno niente a che fare con questo posto, perché sono radicati nei miei ricordi delle strade mal asfaltate di Vicenza e soprattutto nella terra, sia quella ben azotata dal trifoglio di Monte Berico, sia quella arida e argillosa delle aiuole pubbliche.
Il tenerli in vita e il descriverli di continuo cozza con la possibilità di ottenere risultati accademici stellari, poiché è fin troppo chiaro che non sono un genio né una di quella persone piene di energie e con una buona memoria. Questa consapevolezza mi deprime un poco, soprattutto sapendo che sono circondata da persone che puntano al dottorato, ma credo proprio di non poterne fare a meno. Di scrivere. Di fare le mie cose.
Perché se non fosse la scrittura sarebbe sicuramente qualcos'altro.

Per rendere l'idea, ho impiegato più di un mese a leggere "La signora Dalloway" di Virginia Woolf. Più di un mese.
Non ho più il coraggio di cominciare romanzi troppo lunghi o troppo complessi, perché so che tanto non avrei le forze per finirli in tempi umani.
I miei consumi culturali, se eccettuate le cataste di materiale dell'università, si sono ridotte ad una manciata di serie televisive, tonnellate di libri mai terminati (molta saggistica americana di matrice femminista e/o dedicata a specifiche scene musicali, narrativa per ragazzi e poco altro), un film di tanto in tanto. Poi blog, telegiornali, gli inserti dei quotidiani che Baldra porta a casa quasi tutti i giorni e che costituiscono cataste sulle sedie della cucina, in bagno, sui mobili del corriodoio, sul mio comodino.
Trento ha fatto di me una giovane donna che guarda i telegiornali con passione masochistica, che parla con gli elettrodomestici e che guarda L'Infedele dell'amico Gad preparando torte per la colazione.
Ieri ho appeso in camera un post gigantesco di "Lost In Traslation", che occupa buona parte di una parete. Sto colonizzando i muri con i miei disegni bidimensionali e con immagini feline di varia natura. Mi manca il fatto di avere un animale domestico.
Mi manca il mio giardino; mi manca un giardino qualsiasi. Ciononostante in bagno c'è un semenzaio di pomodorini rosa di una varietà antica di cui mi sfugge il nome.
Attendo con ansia le domeniche per poter scaricare una nuova puntata di Portlandia, che per certi versi chiude il cerchio del mio fanastismo relativamente immotivato e di vecchia data nei confronti di una città americana in cui non sono mai stata, ma che ho venerato dai tempi dell'incontro con un'edizione economica di un romanzo di Chuck Palanhiuk.
Immagino che lì gli inverni siano ancora più freddi e ostili che a Trento, ma poco importa.
Due ore fa mi sono imbattuta nel blog di una sedicenne di Portland che scatta belle foto e che, nel suo ultimo post, ritrae i suoi amici nelle loro camere da letto.
Non so perché, ma li trovo tutti bellissimi. Così belli da spingermi a scrivere un post relativamente insensato solo per segnalarveli.

Il sito americano CareerCast.com ha recentemente pubblicato la classifica del 2010 delle dieci professioni meno stressanti. (via @chiaraland)
Tra di esse troneggia senza clamore alcuno la figura in tweed-vestita del bibliotecario.

In circostanze normali ci saremmo dette: "Ok. Ha senso".
Stavolta, invece, la sopraccitata classifica americana (inapplicabile quindi al nostro mesto Paese) ci rabbuia.
"Perché?", domanderete voi, Amati Lettori, che per tanti anni avete condiviso con noi il mito della vita tranquilla e odorosa di carta del bibliotecario.
La risposta è molto semplice. La trovate nell'ultimo post di Loredana Lipperini.

edit: Scrittori contro il #rogodilibri



A Trento succedono un sacco di cose.
Per questo la gente lascia traccia del proprio elevato pensiero sui muri cittadini usando il pennarello indelebile e Il Trentino ci riferisce notizie a dir poco sconvolgenti ogni giorno.
Io faccio la mia parte dormendo fino a tardi e dedicando il mio venerdì sera alla creazione di piccoli quiz per Baldra. Quello che vedete nell'ultima foto è ispirato dal libro che sua sorella deve riassumere come compito per casa ("La Coscienza di Zeno"). Gli altri due personaggi (Virginia Woolf e James Joyce) c'entrano, ma anche no.

* foto di Baldra

Aspettavamo con ansia l'ennesima edificante dichiarazione di Elena Donazzan, che molti di voi ricorderanno come assessore all'istruzione della Regione Veneto. E la bassanese non si è fatta attendere più di un paio di giorni.
Dopo lo scandalo del libercolo sull'Europa delle Nazioni pagato con denaro pubblico (ma copiato spudoratamente, come è poi emerso) e la deliziosa promessa di donare una Bibbia ad ogni bambino iscritto ad una scuola elementare veneta, Donazzan raccoglie il testimone abbandonato da Speranzon e annuncia di voler scrivere una lettera a tutti gli istituti superiori della mia ridente regione per esortare "insegnanti e bibliotecari a non diffondere tra i ragazzi i libri di questi autori".
"Sono diseducativi", dice. Aggiunge poi che questa è "una censura morale".
Forse nel tentativo di mettere le mani avanti, come altri suoi colleghi hanno fatto negli ultimi giorni, Donazzan precisa che tale censura consiste solo in un indirizzo politico. "Nessun obbligo", afferma "voglio [solo] evitare che i ragazzi vengano a contatto con le idee di chi difende a spada tratta un furfante, un delinquente, un assassino conclamato".

Cosa dovremmo fare a questo punto? Ringraziare forse questa donna piena di spirito d'iniziativa, che tanto ama i ragazzi veneti, al punto da impedir loro di leggere gli avvincenti romanzi dei Wu Ming, gli istruttivi saggi di Loredana Lipperini o le deliziose opere di Daniel Pennac? I seguaci di Luca Zaia, che come sempre ha appoggiato le sparate fasciste di Donazzan, direbbero che l'assessore ha ragione e che forse sarebbe il caso di mandarle una pianta o un cesto di bigoli, tagliatella e teste di comunisti.
D'altronde è noto che le giovani menti sono malleabili come il pongo e che le opere degli autori presenti nella famigerata lista nera trasformerebbero tanti potenziali cittadini responsabili (nonché elettori dell'asse PDL-Lega Nord) in pericolosi terroristi.

Come altri prima di me hanno fatto notare, andando avanti di questo passo ci troveremo a difendere non solo gli scrittori contemporanei presenti nella lista nera di Speranzon, ma anche le opere capitali della nostra letteratura, che a scuola si studiano da sempre. Personalmente, oltre ai tanto citati Dante, Manzoni e Fogazzaro, prefiguro la censura del Parini e della sua satira della nobilità decaduta e corrotta, che tanto amai alle scuole superiori.
Di fronte a tanta ignoranza e sprezzo della decenza non resta che alzare la voce ed opporsi allo scempio che si sta consumando sotto i nostri occhi.

Per quanto riguarda la deprecabile figura di Elena Donazzan, infine, mi limito a condividere con i lettori che dell'assessore veneto hanno solo sentito parlare di sfuggita il suo curriculum politico.
* Iscritta al Fronte della Gioventù nel 1989
* Presidente provinciale di Vicenza del movimento giovanile del MSI Fronte della Gioventù e poi Dirigente Nazionale di Azione Giovani dal 1996 al 2005
* Membro dell'Assemblea Nazionale di Alleanza Nazionale - partecipa al congresso di fondazione di AN - Fiuggi 1995
* Membro della Commissione nazionale di AN per l'Agricoltura
* Responsabile del Dipartimento di Pari Opportunità per il Veneto di AN
* Consigliere Particolare del Ministro Alemanno
* Membro della Fondazione Triveneto "Più società meno Stato"
* Promotrice della rete Identità e Libertà (rete degli under 40 presente nel nord Italia)
[consiglio di dare un'occhiata al link per farvi quattro risate]
* Rappresentante della Regione nel CdA della Fondazione Studi Universitari di Vicenza
[permettetemi una crassa risata alla voce Fondazione Studi Universitari di Vicenza ai tempi della riforma Gelmini]

C'è altro da aggiungere al nostro grazioso quadretto fascista? Non credo.

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