Non ho toccato il suolo berico per settimane. Guardando fuori dal finestrino ho visto un nuovo spartitraffico, nuova segnaletica orizzontale. In giardino ho notato la presenza di una sottospecie di prato. Significa ha avuto luogo la semina da me evitata per circa due anni. Il verde dell'erba è fin troppo vivido e chiassoso rispetto allo strato di foglie in via di decomposizione che avevo salvaguardato e alimentato per tanto tempo, attirando gli insulti dei vicini e talvolta anche dei miei parenti. Eppure credo dovranno ammettere che l'opera di pacciamatura che ho portato avanti contro la volontà di tutti gli esseri umani del circondario (ma non degli animali, che amano il mio giardino) ha dato i suoi frutti: per la prima volta dopo vent'anni di tentativi mal riusciti mio padre ha ottenuto un prato folto.
Quando cominciai a scavare e a smuovere la terra ne estrassi per lo più sassi, piastrelle rotte e pezzi di mattone (vi ricordo che dentro alle rotatorie e alle aiuole del vicentino ci sono le stesse cose), mentre la terra era argillosa e difficile da lavorare.
Ora c'è molta vita in giardino. Un sacco di piante da me messe a dimora durante gli ultimi quattro anni e che i miei genitori radono al suolo periodicamente, nonché quelle che ha portato il vento e che io ho conservato.
Certo, non ci sono più gli angoli adibiti ad orto, ma ieri sera ho comunque notato che uno dei semi di zucca hokkaido che avevo collocato vicino alle fragole è diventato pianta e che il ribes nero è carico di frutti. Durante il mio mese di assenza, che mi ha vista occupare il balcone trentino con una piccola foresta pensile di piante di pomodoro, qui si è consumata la fioritura dei miei delphinium.
Ormai mi sono adattata al vivere altrove e riesco finalmente ad assaporare la distanza da una rete di relazioni problematica e da una città che, seppur amata, preferisco ricreare a parole piuttosto che solcare con i miei passi. Ogni sanpietrino del centro è un ricordo spiacevole, un conflitto irrisolto, un amicizia venuta meno. Per quanto ami indugiare presso certi frammenti spazio-temporali, finisco sempre per tornarmene a casa con un carico di amarezza non voluto.
Questo non avviene in giardino. I miei fallimenti vanno a costituire una lista lunghissima, eppure ciò non suscita in me vergogna. So che su quei fallimenti ho costruito qualcosa di buono e spesso con quel qualcosa di buono ho condito un piatto di pasta o nutrito insetti e volatili. I miei vicini di casa sono quasi tutti anziani e usano da molto tempo concimi chimici per ottenere imponenti fioriture dalle loro rose. Io non mi sono mai posta il problema e, anno dopo anno, ho lasciato che gli afidi succhiassero la linfa dalle due rose che ho collocato in giardino, con la speranza che prima o poi i loro predatori anticipino la discesa e che l'ecosistema-giardino si stabilizzi.
Posso dunque dire di vivere a tutti gli effetti altrove e di essermi abituata al giardinaggio pensile, con tutte le sue enormi limitazioni. Eppure ieri sera, quando il sole era ormai tramontato, mi sono sorpresa a contemplare la mia delusione mentre i miei occhi calavano sul cespuglio di delphinium sfioriti, che anno dopo anno di esplande.
Quei delphinium vengono da un paio di piante da me seminate durante il primo anno d'università. Da allora si sono propagate autonomamente, lasciandomi il tempo di proseguire il mio lavoro altrove, ma soprattutto di perdere ore osservando il gran viavai di insetti che si gettavano sui loro fiori.
Due primavere fa stavo scrivendo le note etnografiche della mia ricerca per la tesi e passavo molto tempo osservando il giardino, le rotatorie e le aiuole segnate dalla mano della Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi e il disastro edilizio che chiamo "il mio quartiere e ciò che ci sta attorno".
Credo di aver scattato questa foto nel periodo in cui un paio di paragrafi di Antonio Perazzi mi trascinarono nel magico mondo dei paesaggisti, dal quale uscii con un capitolo sulla costruzione sociale dei parchi pubblici e sugli effetti territorializzanti delle aiuole pubbliche mal gestite.
Un anno dopo eccomi intenta a tentar di estrapolare qualcosa - qualsiasi cosa - da sei telefonate d'emergenza al 113, mentre quasi riesco a sentire sul mio corpo che sto interiorizzando i limiti e i vincoli di certa scrittura imposta dall'alto. Mi mancano le metafore, soprattutto.
Come ben sapete, non sono certo una di quelle persone che ripudiano la propria adolescenza o si limitano ad etichettarla come un periodo difficile, al termine del quale è necessario "passare oltre", dimenticare. Io conservo gelosamente il ricordo di ciò che la mia adolescenza è stata e ci ritorno sopra di continuo, nella perpetua ricerca di risposte e domande mal celate sotto chilometri di cotone nero, poster dei Nirvana e la lunghissima lista delle cose che non ho fatto semplicemente perché era troppo strano che le facessi. Tendo dunque a rattristarmi se lungo un percorso intrapreso già altre centinaia di volte scopro improvvisamente un piccolo buco nero, che si sta allargando poco a poco, mangiandosi profumi, insicurezze mai scomparse del tutto, battaglie quotidiane che io consideravo fondamentali ed irrinunciabili, mentre gli adulti che mi circondavano ripetevano, per il mio bene, che non era il caso di fasciarsi la testa per simili sciocchezze, che conveniva che stessi zitta e passassi oltre. Se sullo sfondo dei ricordi di queste battaglie c'è anche un Pacci sedicenne, la rielaborazione si fa problematica.





