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Nelle foto: la creazione di un'aiuola di erbe aromatiche con i bambini della scuola elementare di Ospedaletto, le mie gatte tra le piante di pomodoro e l'insalata, piantine di tagete in contenitori di alluminio riciclati, fragole.

Una significativa serie di eventi spiacevoli mi ha costretta lontano dal mio pigiama.
Per due giorni ho percorso e ripercorso le stesse strade provinciali, constatando per l'ennesima volta che il Veneto è un'enorme zona industriale priva d'anima.
Google Maps mi dice che tra ieri e oggi ho solcato circa 250 chilometri d'asfalto, quasi tutti senza uscire dal vicentino.
Ho raccolto mia nonna a Magré e l'ho portata all'ospedale di Bassano da mio nonno che, pur avendo avuto un infarto, continua a bestemmiare con l'usuale cadenza. Poi l'ho riaccompagnata a casa.
Oggi sono andata a trovare l'altra nonna in casa di riposo a Crespano.
Mentre guidavo ho scritto mentalmente un post. Spero di trovare la forza di tradurlo in qualcosa di leggibile prima che voli via dalle mie orecchie.

Oggi pomeriggio, quando mi sono accasciata sul divano, ho assaportato una sensazione strana, che somigliava alla frustrazione derivante dalla sconfitta.
Ero troppo stanca per fare qualsiasi cosa. Allora ho chiuso gli occhi e ho dormito.

Sono stata svegliata qualche minuto dopo dalle urla della mia vicina del 1° piano, che aveva suonato il campanello per vomitare odio su un qualsiasi residente della mia dimora.
Tra le altre cose, pare che la sua opinione sullo stato del mio giardino si sia radicalizzata.
Almeno questo è ciò che Mater mi ha riferito.
Nonostante i miei tentativi di rendere il mio fazzoletto di terra appetibile agli stolti, esso resta una discarica ai suoi occhi.

Mesi fa, di fronte a questa stessa osservazione, mi limitai a far sparire un po' di roba e a covare l'odio non sfogato. Questa volta, invece, sono stata risucchiata in un turbine di disprezzo per l'aberrante e prepotente convenzionalità di chi sputa sui miei esperimenti botanici. Ho immaginato scene di distruzione e vendetta.
Ciò che mi irrita maggiormente è il fatto che queste persone sempre pronte ad insultare il mio giardino sono anche quelle che mi vedono dalla finestra quando sto ore ad annusare i fiori, a seminare, a progettare nuovi modi per stipare ortaggi in ogni angolo. Immaginavo avessero colto la passione che mi spinge ad attirare insetti con fiori ricchi di polline e a lasciare che l'erba cresca senza tagliarla ogni due settimane.
Invece no. Per loro sono solo una scema amante delle discariche. Una scema che non merita neanche di potersi difendere, perché le sue argomentazioni sono irrilevanti di fronte alla bruttura che si erge entro la siepe di lauro.

Queste situazioni mi fanno sempre pensare a quando il mio relatore mi disse che, per risolvere una situazione conflittuale in cui ero rimasta incastrata, dovevo darmi al dialogo interculturale. Aggiunse che spesso è necessario intraprendere questa via anche con persone che apparentemente appartengono alla nostra stessa cultura. Anche con i nostri vicini di casa italiani, veneti, vicentini. Perché, se ci pensiamo, il fatto sorprendente è che magari queste persone che ci somigliano in tutto e per tutto ci fanno anche schifo. Non so allora se il concetto di cultura sia adeguato per descrivere ciò che mi trovo tra le mani. Di certo quello di subcultura è fuori luogo. Si tratta piuttosto di piccole divergenze apparentemente insanabili che rendono tutto molto complicato.

Vorrei che i miei vicini mi ascoltassero quando cerco di parlare. Invece mi voltano le spalle, salgono le scale e sigillano il ponte levatoio del loro piccolo Stato nello Stato nello Stato.
E' allora che emergono le scene di distruzione nella mia testa.
Dopo lo sguardo perso nel vuoto di mia nonna, le bestemmie di mio nonno, la disoccupazione, i libri sul nazismo, il senso di inadeguatezza e il bruciante desiderio di una persona a caso che mi dica che prima o poi smetterò di sentirmi così.

A seguito dell'esplorazione del centro di Vicenza in data 24 aprile 2010 concludo che l'unica cosa da fare ieri sera era ubriacarsi.
Qualche ora dopo vengo svegliata da Mater che, agonizzante, mi manda alla ricerca della farmacia di turno. Pedalo dormendo.
Una vecchina mi prende per il culo perché mi sono fermata per farla passare.

Torno a casa. Le medicine sono sigillate così bene che mi serve il martello per aprirle.
Bevo la tisana che mi ero fatta alle due e mezza.
Esco in giardino. Contemplo l'area dove Pater ha tagliato l'erba, incurante delle piante di patate, dei narcisi sfioriti e di tutte le leguminose che avevo seminato l'autunno scorso.
Maledico l'ideale retrogrado del prato all'inglese.
Poi mi abbasso al livello del suolo e noto che i piselli stanno cominciando ad arrampicarsi sui rami che ho raccolto da un'aiuola pubblica dietro casa. Ho seguito il consiglio di Gayla Trail e ora aspetto con pazienza la fioritura.
A sinistra di una delle piante scopro che il germoglio ignoto che avevo notato la settimana scorsa ha messo le prime foglie vere.
Mi complimento con l'acero rosso per aver figliato.

Mater è convinta che io sia estremamente depressa a causa di Eyjafjallajökull. Per questo ieri ha deciso di farmi guidare fino a Padova. Più precisamente fino alla sede locale di Decathlon.
Lì ho comprato una lucina a led per la mia bici, perché non ho voglia di aggiustare l'impianto elettrico e con l'età ho imparato a temere la morte. Mi sono poi concessa una corda per saltare, direttamente dal reparto cardiofitness.
Non so voi, ma io da piccola amavo saltare la corda; trovarla nel reparto delle attività sportive masochiste mi ha fatto una certa impressione.

Il fatto è che, inspiegabilmente, posso dire di essere di abbastanza di buon umore.
Ieri sera, ad esempio, non me la sono presa quando gli avventori del Sabotage hanno urlano "BASTA!" al dj set della sottoscritta e di Baldra. Ho continuato a bere e ho messo i Queens of the Stone Age, che piacciono a tutti.
Sono contenta perché è primavera e non ci sono ancora le zanzare. Posso stare in giardino a leggere Hannah Arendt e godere del mio status di disoccupata.
Oggi ho saltato la corda senza spaccarmi una caviglia, il ché è un gran risultato.
Poi mi sono abbassata al livello del suolo, ho osservato la lenta avanzata di una lumaca e ho colto un ravanello.
Il mio primo ravanello autoprodotto.
L'ho mangiato scondito e tiepido. Era delizioso.
Alla faccia di Galan.

Stasera, invece, il fronte berico di guerrilla gardening festeggerà l'Earth Day con grappe e plurimi attacchi in giro per la città. Questo mi allieta, soprattutto perché uno dei probabili obiettivi è un'aiuola che ho ignorato per anni e che, dal mio punto di vista, potrebbe diventare un guerrilla garden fantastico.
L'aspetto divertente della questione è che l'attacco è stato deciso ieri sera a causa di un improvviso eccesso di piante. Inoltre l'adesione all'Earth Day è solo un pretesto per stordirci.
Poche cose sono infelici come l'Earth Day. Ed ogni giorno è buono per sfondare il muro apparentemente invalicabile del suolo pubblico.

♪ Guided by Voices: Awful Bliss


(nelle foto: la rosa rampicante che nessuno credeva sarei riuscita a far fiorire, scilla siberica in fiore, il mio primo ravanello, trifolium incarnatum, ribes)


Magari cercando tra le varietà antiche ne troverò una che produca zucche grandi abbastanza da fungere da monolocale.

"Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l'erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia."
Uochi Toki

Lavori nell'ortoTra due settimane mi laureo. Non mi è ancora chiaro il giorno, poiché la segreteria non sembra intenzionata ad esporre gli orari. La "dissertazione" durerà probabilmente dai tre ai cinque minuti, onde sottolineare l'inutilità della tesi triennale e la scempiaggine di chi, come la sottoscritta, ha ritenuto sensato dedicare sette/otto mesi di vita ad una cosa che vale sei crediti su centosessanta totali. Quando penso a Padova e all'università mi passa ogni parvenza di buon umore che osi solcare la mia faccia. Ciononostante ci sono buone probabilità che mi iscriva alla magistrale a Trento, sperando che lì sia un po' meglio.

Nel frattempo evito di pensarci e mi dedico allo studio dei miei libri di giardinaggio e orticoltura. Durante gli ultimi sedici mesi credo di aver fatto dei buoni progressi, anche se resto ancora molto ignorante.
Negli ultimi giorni ho finito di costruire le bordure per le tre sezioni del giardino che ho adibito ad orto; le prime due sono costituite da rami intrecciati e legati insieme, la rimanente da una rete che giaceva in garage da mesi.
Ogni giorno faccio quale lavoro; oggi ad esempio ho aggiunto dei camminatoi di corteccia a quelli che avevo realizzato l'autunno scorso, onde evitare di compattare troppo il terreno -già semidisastrato- camminandoci sopra.

Quando contemplo il mio giardino esso diventa una fotografia semovente sulla quale sovrappongo un foglio di carta velina, con progetti che mutano di continuo. Essi restano perlopiù fedeli ad una suggestione ballerina frutto dell'ammirazione di giardini altrui.
Amaranto AnnapurnaOnde inseguire quest'ombra di potenzialità, ho azzardato l'acquisto di un sacchetto di semi di amaranto, di cui mi sono innamorata osservando le fotografie del libro "Edible Schoolyard. A Universal Idea" di Alice Waters. L'ho scelto in una varietà chiamata Annapurna, sperando che la sua provenienza indiana lo renda più simpatico agli occhi di Mater.

L'autunno scorso ho realizzato che il mio ideale di giardino è ben lontano da quello parentale e soprattutto da quello del vicinato. Credo che il mio entusiasmo mi faccia passare per scema. Mesi fa la signora del piano di sopra si è sentita in dovere di fermarmi mentre stavo andando a buttare dei rifiuti nella compostiera per dirmi che il mio spazio di sperimentazione non è un giardino, bensì una discarica.
Per questo ho deciso di venire incontro alle paturnie del mio prossimo piantando un po' di bulbi e tenendo a mente l'ideale balordo di giardino "ordinato" che i meno lungimiranti fanno assurgere ad archetipo.
In questo modo, ogni qual volta qualcuno oserà insultare il mio lavoro, io diro: "Ma guarda! Ho piantato questi crochi/tulipani/narcisi solo per te!"
Che ragazza previdente.
Che genio del male.
Crochi

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