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La mia casa sta perdendo progressivamente il suo usuale aspetto. Scrivo dalla mia camera, anziché dalla scrivania del salotto. Sono ricoperta da oggetti. I tappetti sono scomparsi. Uno dei due bagni è stato smantellato. I mobili li abbiamo portati in garage Mater ed io.


Mater propone che io mi trasferisca temportaneamente dai miei nonni, che abitano in fondo ad un vicolo cieco su par la riva de Magré.
Ho detto: "Madre, non posso andare dai nonni. Non c'è internet lì".
E lei: "Beh, ma puoi attaccarti al cavo del telefono, no?"
Madre non comprende la mia dipendenza dall'adsl.

Inoltre è importante che io stia qui, a cuocermi a fuoco lento e ad espormi al sole fino all'autocombustione.
Questo sabato, a partire dalle 17, sarò al Festecchio con gli amici guerriglieri, con tanto di banchetto natalizio. Durante il pomeriggio sfideremo l'umidità mortale e i 60°C percepiti pimpando [scusate il termine] un pezzo di aiuola pubblica a Villaggio del Sole. Festeggeremo insieme il tripudio di girasoli che la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi ha infilato nelle aiuole della malvagia Banca Popolare di Vicenza e che in questi giorni stanno allietando i bancari e gli assicuratori che lavorano in zona con il loro splendore.



Successivamente diverrò Teenage e Baldra diverrà Lobotomy, anche se stavolta useremo il mio computer e non le usuali scatole da scarpe per il dj set. Tra un concerto e l'altro mettermo musica estiva e danzereccia. Infine, dopo l'esibizione degli I Melt la dancefloor sarà nostra.
Compilation in dono a chi ci farà le richieste più sceme.

Hot Freaks

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Il bello del guerrilla gardening è che, se praticato con passione, ti porta a fare cose totalmente aliene dal tuo agire consuetudinario.

Ecco una breve lista di esperienze anomale della sottoscritta e dei colleghi della Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi:
- raccogliere alberi mezzi morti per strada
- frugare nei bidoni dell'immondizia
- andare alla ricerca di materiali in ricicleria
- lanciare palle di terra in piena notte circondati da prostitute
- decorare un lenzuolo vecchio con vernice per legno, colla vinilica e glitter
- diventare maestri del cutter "a bisturi"
- andare a fare shopping in un negozio di decoupage
- togliersi gli strati di colla vinilica dalle mani
- farsi venire i calli alle mani con una macchina per fare le spillette
- dipingere delle borse fatte a mano fino alla cecità
- infilarsi tra i nidi di ragno della soffitta per raccogliere le decorazioni di natale (in piena estate)
- dare nuovo lustro all'espressione "baracconata"

Venite a trovarci al nostro banchetto natalizio presso Festambiente ed aiutateci a raccogliere i soldini necessari per Bulbami 2010.

L'idea idiota del giorno è quella di convertire la mia tesi in un pamphlet sulla presunta inutilità del guerrilla gardening nella terra dei capannoni e dell'asfalto mangia-terra.

piante di cisto e salvia farinacea a pochi passi dalla rotonda

Mater è convinta che io sia estremamente depressa a causa di Eyjafjallajökull. Per questo ieri ha deciso di farmi guidare fino a Padova. Più precisamente fino alla sede locale di Decathlon.
Lì ho comprato una lucina a led per la mia bici, perché non ho voglia di aggiustare l'impianto elettrico e con l'età ho imparato a temere la morte. Mi sono poi concessa una corda per saltare, direttamente dal reparto cardiofitness.
Non so voi, ma io da piccola amavo saltare la corda; trovarla nel reparto delle attività sportive masochiste mi ha fatto una certa impressione.

Il fatto è che, inspiegabilmente, posso dire di essere di abbastanza di buon umore.
Ieri sera, ad esempio, non me la sono presa quando gli avventori del Sabotage hanno urlano "BASTA!" al dj set della sottoscritta e di Baldra. Ho continuato a bere e ho messo i Queens of the Stone Age, che piacciono a tutti.
Sono contenta perché è primavera e non ci sono ancora le zanzare. Posso stare in giardino a leggere Hannah Arendt e godere del mio status di disoccupata.
Oggi ho saltato la corda senza spaccarmi una caviglia, il ché è un gran risultato.
Poi mi sono abbassata al livello del suolo, ho osservato la lenta avanzata di una lumaca e ho colto un ravanello.
Il mio primo ravanello autoprodotto.
L'ho mangiato scondito e tiepido. Era delizioso.
Alla faccia di Galan.

Stasera, invece, il fronte berico di guerrilla gardening festeggerà l'Earth Day con grappe e plurimi attacchi in giro per la città. Questo mi allieta, soprattutto perché uno dei probabili obiettivi è un'aiuola che ho ignorato per anni e che, dal mio punto di vista, potrebbe diventare un guerrilla garden fantastico.
L'aspetto divertente della questione è che l'attacco è stato deciso ieri sera a causa di un improvviso eccesso di piante. Inoltre l'adesione all'Earth Day è solo un pretesto per stordirci.
Poche cose sono infelici come l'Earth Day. Ed ogni giorno è buono per sfondare il muro apparentemente invalicabile del suolo pubblico.

♪ Guided by Voices: Awful Bliss


(nelle foto: la rosa rampicante che nessuno credeva sarei riuscita a far fiorire, scilla siberica in fiore, il mio primo ravanello, trifolium incarnatum, ribes)

Più passano gli anni e più realizzo di essere destinata ad arroccarmi nello spazio tempo indie.
Indie in senso lato, ovviamente.

Tutto cominciò quando scoprii che Anita e Michele avevano la simpatica abitudine di etichettare cose non strettamente musicali come "indie" e "non indie". Un esempio che possiamo capire tutti è il seguente:
evidenziatore = non indie
matite colorate = indie.

In seguito Baldra ed io rielaborammo questa dicotomia adattandola ai nostri studi. Come è noto, esiste una cosiddetta sociologia "mainstream", che noi per lo più deprechiamo. Essa è fautrice di quel modo di fare e di presentarsi ai profani che contribuisce non poco a far passare i sociologi stessi per dei soggetti inutili e deleteri.
Un classico sociologo mainstrem esordisce spesso dicendo: "Incrociando i dati... bla bla bla."
Fu così che, scoprendo di amare i filoni più sfigati e scarsamente riconosciuti della disciplina in questione, il Collega ed io finimmo per denominarli "sociologia indie".
Un esempio:
Talcott Parsons: sociologia mainstream spaccaballe
H. S. Becker: sociologia indie moderatamente considerata dai sociologi mainstream (vedi Outsiders)
Marianella Sclavi: nulla è più indie della metodologia umorista

Un discorso analogo può essere fatto per una delle mie occupazioni non remunerative preferite: il guerrilla gardening.
Il guerrilla gardening sembra tanto simpatico ed accattivante; nonostante ciò esso è oggetto di denigrazione velata da parte di chiunque ritenga di avere una bocca per sparare sentenze a destra e a manca.
Alex Foti, portatore di un punto di vista disobbediente, afferma* che il guerrilla gardening è troppo moderato, soprattutto in ragione del fatto che nessuno potrebbe mai essere contrario ad una composizione floreale in uno spartitraffico.
Su questo mi permetto di dissentire e per esempi di anziani irati rimando alla mia tesi.
Un punto di vista antitetico rispetto a quello di Foti proviene invece dalle realtà istituzionali ed istituzionalizzate, che spesso accusano i guerrilla gardeners di essere dei fuori legge.
Non a caso esistono carte bollate che regolamentano il tipo di piante da collocare nelle cosiddette aree verdi. Questo permette di agevolare di lavoro dei giardinieri comunali e di far sì che i parchi pubblici delle nostre città siano molto tristi.
Nella maggior parte dei casi, un attacco di guerrilla gardening scombinerà l'ordine delle cose. Nel caso specifico berico che mi vede coinvolta, gli attacchi sono inoltre portatori di valori imprescindibili quali l'asimmetria e l'ironia.
Ai miei occhi, tutto ciò è indie e vagamente situazionista (sul lungo periodo)**.

Un'altra cosa molto indie è il tenere un workshop di bombe di semi da ubriachi, distribuendo agli astanti dei guanti di lattice verdi e sprecandosi in battute sulle categorie sociali dominanti a Vicenza (cattolici, anziani, leghisti).
Faccio presente a chi non lo sapesse, che fare bombe di semi è la cosa più simile al preparare torte di fango cui ci possa dedicare dopo aver finito le elementari.

Ancor più indie è recarsi ad una manifestazione culturale il cui programma sembra un'accozzaglia di cose a caso con qualche nome noto e trovarci:
1. il sociologo mainstream per eccellenza del dipartimento di Padova, ex presidente del mio corso di laurea nonché nemico acerrimo
2. quelle caramelle di zucchero tonde che mangiavo da piccola
3. un workshop di bombe di semi (denominato "Introduzione al guerrilla gardening") tenuto da Pia Pera e un'altra persona che, pur conoscendo la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi, non ci*** ha presentati a colei che chiamo "il mio mito botanico".

Magari altrove non è così, ma a Vicetia la parola "indie" tende ancora ad accompagnarsi a sguardi vacui o, peggio, a sparate di gente rimasta ferma agli Strokes che pensa di saper tutto sull'argomento. Da qui nasce l'ironia di certi volantini del suo djistico Teenage Lobotomy.
Siamo consapevoli del fatto di essere anormali, perché non possediamo un impianto e mettiamo Patrick Wolf. L'aspetto divertente della questione è che, rispetto a cinque anni fa, l'abbigliamento "indie" si è diffuso anche nelle terre beriche. Nonostante ciò la conoscenza del mercato musicale che diverge dalla radio è rimasta abbastanza stabile.

Cinque anni fa una mia compagna di scuola mi chiese: "Che musica ascolti?"
Io, imbarazzata, le risposi: "Mah, cose varie... cose indie per lo più".
E lei disse: "Ah sì? Musica indiana?"
Oggi ritroviamo queste stesse implicazioni idiote nelle serie televisive adolescenziali.

Lancio dunque un appello ai miei colleghi fautori delle pratiche indie residenti in luoghi dove questo stile di vita (?) velatamente masochista non è apprezzato:
abbiate il coraggio delle vostre azioni e siate demenziali!
Questo è l'unico modo a me noto per generare cerchie sociali e rifuggire la solitudine.
Più si è demenziali e più si riesce a sopportare l'idiozia diffusa.
Mettere a tacere la propria brama di ironia e riso per entrare in cerchie preesistenti (gente non pensante, discotecari di bassa lega, politicanti privi di senso dell'umorismo, coloro che andranno al concerto degli ZZ Top a Piazzola sul Brenta) fa male allo spirito e al fegato.

* nel libro Anarchy in the EU
** come fa una cosa ad essere situazionista sul lungo periodo? Boh.
*** dico "ci" perché con me c'erano altre persone del gruppo

Slow Show

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Oggi ho notato che faccio un po' di fatica a parlare di guerrilla gardening senza lanciarmi in considerazioni che al cittadino medio poco importano. Devo complicare per bene le cose fino a raggiungere quello stato in cui sto parlando di quando Reagan era governatore della California, pensando al contempo che forse dovrei cambiare registro. Ed è qui che la faccenda diventa ingestibile.

La questione è che sul guerrilla gardening c'è molto da dire, come lascia intendere David Tracey. L'unico libro che tratti della questione reperibile in italiano ha delle belle illustrazioni, ma poca sostanza.
Io penso che abbia senso insistere proprio su quella sostanza, che poco ha a che fare con la "rivoluzione" di cui hanno parlato tanti giornalisti.
Forse sono io che vivo su un altro pianeta, dove le parole hanno un peso e i libri di giardinaggio sono tutti per principianti o per tecnici. Un altro pianeta dove improvvisamente ho perso il mio status di studentessa e mi trovo a volteggiare nel nulla.

Non saprei dire cosa sto facendo. So invece cosa sto evitando: i telegiornali e le notizie in genere, qualsiasi cosa implichi l'uscire di casa, il dentista, buona parte della gente. Sono scema? Non lo escluderei. La mia proverbiale timidezza si sta evolvendo in modo inatteso? E' probabile.
A volte mi guardo attorno e mi sembra che tutto funzioni nel modo più insensato possibile, ma con un tocco comico, come quando si è in uno stato alternato di coscienza e i documentari sugli animali della savana fanno ridere.
Capite cosa intendo dire?
Il peggio è quando mi addentro in una situazione sapendo già che prenderà quella piega straniante.

In biblioteca a Scienze Politiche ho trovato un libro sullo squatting ad Amsterdam negli anni Ottanta, con tanto di piantine dei quartieri interessati e testimonianze. Nella tesi non l'ho scritto, ma dal mio punto di vista guerrilla gardening e squatting hanno molti punti in comune, anche se apparentemente prevalgono le divergenze. L'apparente mancanza di un'identità definita da parte degli squatters sembra il problema più grosso. Dicevano di aver semplicemente bisogno di un posto dove stare. Non erano interessati alla politica. Molti non votavano. Al contrario, l'immagine dei guerrilla gardeners filtrata dai mass media fa pensare a persone moderate amanti dell'ecologia, non necessariamente in polemica con la politica tradizionale.
Oserei affermare che l'immaginario mediatico suggerisce addirittura un'iconografia fatta di persone di mezza età, benestanti ed educate.

Ciò che posso dire, in base alla mia esperienza e a quanto raccontatomi dai miei colleghi, è che ci sono dei punti cardine che nessuno sembra voler cogliere.
Squatting e guerrilla gardening coincidono nel momento in cui scegli di rifiutare un'ideologia balorda e totalizzante, in cui fai ciò che fai senza dover necessariamente metterti una maglietta con su scritto "cosa" sei. Anzi, scegli l'anonimato, perché conviene.
Vuoi continuare a svolgere le tue attività più o meno illegali senza attirare gli sguardi altrui, perché ne hai bisogno o perché ti piace farlo. Non sei realmente un guerrilla gardener o uno squatter. O meglio, lo sei, ma sei anche molte altre facce, molte altre maschere.
Per quanto riguarda queste due particolari attività, sono i limiti fisici che ti fanno cambiare ruolo. Prima eri un passante, una persona comune. Poi, improvvisamente, non lo sei più. Hai fatto un passo fuori dal senso comune. A volte questa transizione ti fa venire il batticuore; ti tremano le mani.
Per gli squatters è l'accesso ad una casa abbandonata che segue la scassinatura della porta. Per i guerrilla gardeners il più delle volte si tratta semplicemente di chianarsi a terra e di saggiare la consistenza del terreno.

Dopo un po' ci si fa l'abitudine, ma le prime volte, il solo fatto di essersi fermati presso un luogo irrilevante, marginale, ti fa sentire strano. Su un altro pianeta, appunto.
La gente passa facendo finta di non vederti e tu lo sai. Sei come i folli, i mendicanti, gli ex amici che non ti rivolgono più la parola. Sei interessante e temibile.
Un'immagine offuscata.
Eppure stai solo piantando fiori.

Oggi, dietro le mie spalle, dietro le nostre spalle, c'era quello che amiamo chiamare Paese Reale.
Eravamo in una trentina, lungo l'argine, a scrivere "no war" sull'erba. Il nostro inchiostro erano delle violette del pensiero.
Dall'altro lato del fiume, una coppia di mezza età il cui immobile sarà inevitabilmente svalutato a causa della costruzione della Ederle 2. Una coppia che, nonostante l'aspetto spettrale del cantiere del Dal Molin, ci ha urlato che stavamo facendo qualcosa di sbagliato. Stavamo "rovinando l'argine" con dei fiori. A pochi metri da lì c'erano crateri, gru a non finire, una falda acquifera devastata, montagne di terra di cui onestalmente non saprei indicare l'altezza. Oltre il ponte, una macchina di vedetta contenente agenti della DIGOS. All'interno del cantiere, lampeggianti che si accendono e corpi in divisa che compaiono all'orizzonte. Le vie attorno al presidio che si popolano di volanti dei carabinieri. Nessuno viene ad interromperci, ma i militari sono lì e ci guardano.

Questo per dire che non si fanno le rivoluzioni con le violette del pensiero, come forse avevate già intuito.
Si cerca piuttosto di muovere qualcosa nelle budella della gente. E in alternativa si misura il livello di cecità di chi da tempo ha delegato la propria facoltà di ragionare ad altri.
Piantare violette fuori da un controverso cantiere militare in mano agli Stati Uniti è solo un modo come un altro per farsi un'idea sul comune sentire degli italiani, senza dover necessariamente ricorrere ai questionari.
Come direbbe Demetri Martin: "Think about it".

edit:
no war

banchetto in presidio

Non so se vi è mai capitato di ordinare duemila bulbi su internet. Io l'ho fatto qualche mese fa a nome del gruppo di guerrilla gardening.
Scille siberiche, crochi, anemoni, narcisi, iris. Tutte varietà da inselvatichimento.
Il bello era dire: "Sai che noi del gruppo abbiamo comprato duemila bulbi da spargere in giro?" E poi stare a contemplare lo stupore altrui.
Sono arrivati in una scatola piena di buchi, non particolarmente grande. Quando la signora del corriere mi ha consegnato il pacco, per poco non sono caduta per terra. Era molto più pesante del previsto.

Adesso questi duemila bulbi -che nel frattempo sono stati sparsi in giro per la città- stanno cominciando a fiorire. Proprio quest'oggi ho intravisto per la prima volta il giallo dei petali dei narcisi, mentre i crochi si sono manifestati già qualche settimana fa, tra una nevicata e l'altra.

Spartitraffico a San Lazzaro

Parchetto di via Sasso

Non mi è mai capitato di imbattermi in una tesi di laurea di un amico blogger. Evidentemente non si usa condividere le proprie produzioni accademiche con schiere più o meno folte di lettori.
Immagino che questa scelta dipenda almeno in parte dal timore di annoiare. In effetti sappiamo fin troppo bene quando intollerabile e rivoltante possa essere lo "stile accademico".

Quando cominciai a scrivere la mia tesi, ricordo che consultai una piccola guida redatta da uno dei miei docenti, che conteneva alcune indicazioni tratte dal noto manualetto di Umberto Eco, nonché altri suggerimenti che immagino fossero opera sua. Quello che mi è rimasto più impresso prescriveva che i paragrafi fossero più o meno tutti della stessa lunghezza.
Dopo aver scorso l'intero contenuto del file, decisi di non cestinarlo, ma di lasciarlo a marcire sul desktop del mio computer come monito.
Il monito in questione era ed è tutt'ora: "L'accademia ti vuole noiosa e scarsamente creativa. Cerca di scrivere forzando i limiti del tuo mezzo e sii divertente."
Fu così che la mia ricerca e la conseguente stesura della tesi divennero una sfida personale, moderatamente aliena alle strategie adottate da buona parte dei miei colleghi.
Per mesi ho osservato il susseguirsi di colleghe impegnate con le loro tesi speculative, dichiaratamente "copia e incolla", così insipide da essere meramente prosciuganti. Scrutandole pensavo: "Cosa ci fanno qui?"
Con questo non voglio proclamare la supremazia del mio lavoro, che per forza di cose è incompleto. Sto solo facendo notare che studiare sociologia per tre anni senza sviluppare un minimo di senso critico non è una bella cosa.
E non ha neanche senso investire mesi (o settimane, in alcuni casi) di lavoro in un qualcosa che finisce poi per essere anonimo e vuoto. Scrivere in modo impersonale fa male allo spirito, almeno stando alla mia esperienza.
Ovviamente buona parte del problema dipende dal modo in cui è gestita l'università italiana. Io ho semplicemente avuto la fortuna di imbattermi nel mio relatore, il cui modo di fare lezione ha poco o nulla a che fare con la barbosità accademica che i masochisti adorano. Quel genere di disgustosa barbosità di cui spesso parlano gli studenti di Giurisprudenza, ma che ho avuto modo di sperimentare anche Scienze Politiche.
aica.jpg
L'ultimo esame che ho fatto è stato una degna conclusione della mia carriera come studentessa presso l'Ateneo di Padova. Verso la fine di novembre mi sono tramutata in vaso. Per settimane mi sono ingozzata di nozioni che andavano imparate più o meno a memoria. Il libro su cui ho studiato era snello, eppure ho impiegato settimane a finirlo. Gli argomenti affrontati erano così astratti e criptici da costringermi a ricercare nei meandri del mio cervello degli esempi pieni di falle per memorizzarli. L'aspetto triste della questione è che i temi dell'esame mi interessavano, eppure giunsi ad odiarli. Avevo l'impressione di essere tra le mani stritolanti di un sadico.
Alle superiori non riuscivo quasi mai ad ottenere voti molto alti in filosofia e la mia professoressa mi diceva sempre che i miei ragionamenti erano impeccabili, ma c'erano lacune nella terminologia. Questo perché io odio imparare a memoria cose che poi dimenticherò di lì a poco.
Con quest'ultimo esame feci del mio meglio per mantenere vivide nella mia testa il maggior numero possibile di nozioni vuote. Se non l'avessi passato non avrei potuto laureami a marzo. Aspettai su di un pavimento sconnesso per qualche ora; poi mi accomodai di fronte al mio giudice e mi produssi in una sessione di vomito di nozioni, che oggi posso dire di aver in gran parte dimenticato. [La metafora del vaso e del vomito sfortunatamente non è opera mia, ma del mio relatore].
Per certi versi sono contenta che la mia carriera a Padova si sia chiusa con un miserevole 19, che sul mio libretto imbrattava una pagina di 30 e 30 e lode.
Vuol dire che in questi anni ho imparato a riconoscere il marcio nel nostro sistema scolastico e a riderne, entro i limiti del possibile.

Ho scritto la mia tesi consapevole del fatto che, se mi fossi attenuta alle regole, avrei lavorato esclusivamente per me stessa. Inoltre avrei annoiato il mio unico lettore.
Avanzando poco a poco, mi trovai tra le mani degli scritti che non avrei esitato a rivedere un minimo e a pubblicare poi sotto forma di post.
So di essere stata autoreferenziale. D'altronde il fatto di aver studiato un gruppo di cui faccio parte ha reso il lavoro quasi dissociante. Ci sono stati giorni in cui ho fatto veramente fatica a ripetermi che la Margherita ricercatrice e la Margherita guerrilla gardener erano solo due self tra tanti.

Tutto ciò per dire che vi consegno il frutto della mia consunzione. Spero di essere riuscita nel mio intento e di non aver annoiato troppo.
Le mie manchevolezze sul fronte sociologico dipendono dal fatto che non sono una dottoranda, bensì una miserimma vittima del 3+2.

La mia tesi è scaricabile qui sotto:
Guerrilla gardeners tra gli scarti urbani: nuovi attori del movimento ecologista?

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