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C'è un'aiuola pubblica nel mio immediato sud-ovest. Sembra una banale aiuola pubblica del vicentino, una crepa nell'asfalto cui nessuno presta ascolto. Calpestandola e avvicinandosi al suolo si possono scorgere i residui delle piante che vi ponemmo a dimora, ma è necessario conoscerne gli ultimi due anni di vita per rendersene conto.
Seguo un percorso ormai automatico che fende le aree più brutte del mio quartiere e che costeggia le aiuole che ero solita tenere sott'occhio. Torno a controllarle una ad una pur non permettendomi la speranza che qualche nativo abbia colto il senso del nostro vangare notturno e si sia dato a sua volta al guerrilla gardening.
So che dovrei sentirmi a disagio di fronte alla palese inefficacia del mio entusiasmo nel quartiere che più di tutti speravo di poter scuotere. Eppure mi sembra di non provare nulla, di non avere più alcun legame con i letargici narcisi che vegetano sotto terra, lontano dalle mani ostili di chi ha raso al suolo tutte le perenni che avevamo ammassato in quello spazio.

Azione di ripristino presso le due aiuole di San Beppe (24/03/10)


Il centro storico racconta invece una storia molto diversa. In corso Fogazzaro c'è il presepe delle erbe aromatiche, che gli omini del Comune inaugurarono qualche mese fa, forse con l'intento di permettere alla cittadinanza di insaporire i propri arrosti con ingredienti freschi. Vicino al Teatro Astra c'è un'altra aiuola dalle dimensioni consistenti, ben tenuta e gradevole alla vista. É il risultato di un'azione di guerrilla gardening organizzata da un'associazione locale con cui si collaborò in passato, la quale dispone di fondi e quello che pare essere imperituro entusiasmo.
L'amministrazione comunale e alcuni gruppi dalla natura stabile hanno colto ciò che di gradevole andavamo propagandando. Questo mi fa piacere, anche se sullo sfondo restano le nostre conversazioni eversive, le velleità situazioniste e la sensazione che sia andato tutto perso quando abbiamo rinunciato alla costruzione del tanto millantato cubo d'erba.

Spartitraffico ai Ferrovieri

Le tracce della Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi finiscono spesso per condurmi ad un'amara riflessione sulla natura effimera delle mie infatuazioni. Sono bastate una manciata di presentazioni pubbliche piegatesi al buonismo e ai complimenti gratuiti per farci sentire a disagio. Eravamo pur sempre degli sfigati. Le nostre aiuole ne erano la dimostrazione tangibile. Quindi perché la nostra tensione verso l'asimmetria e l'uso di piante malconce suscitava tanti sorrisi beati? E soprattutto: dov'erano tutti i ragazzi delle superiori che avevo previsto nel mio piano pro-svago?
Il presepe delle aromatiche rappresenta l'antitesi di ciò che avevo disegnato nella mia testa. É pensato per un consumo passivo, è collocato in una zona abitata da gente danarosa, è posizionato in modo tale da rendere difficile il piegarsi sulle piante per annusarle e prelevarne un rametto o una manciata di foglie.
Eppure quando lo lambisco, diretta verso uno spritz economico, l'unico pensiero nitido che mi attraversa è quello della mia inadeguatezza, della volatilità delle mie passioni.

Sono a casa da qualche giorno. Riconosco le buche nell'asfalto e i volti dei miei non-più-amici che mi salutano solo dopo essersi accertati che la prima a sventolare la mano destra sia stata io. Sento uno scostamento tra la familiarità dei luoghi che torno ad abitare e il senso di vuotezza che provo constatando che nell'immobilità tutto è cambiato, almeno per me.
Al contempo trovo pace nello stare da sola, nel potermi ripetere quello che voglio, senza dover dare spiegazioni o dimostrare una coerenza che non è propria degli esseri umani, nonostante siano in molti ad aspettarsela.
Fatico a leggere, fatico a scrivere, mi perdo in pensieri che sono vicoli ciechi. Mia madre mi telefona dal lavoro per sapere se sono ancora smorta come ieri sera, quando mi ha trovata seduta accanto allo stereo della mia camera, armata di cuffie giganti e persa nella composizione di un nastrone.
Mi limito a cambiare argomento, perché la faccenda del nastrone è complicata e non mi va di delineare i motivi che mi hanno spinta a sovrascrivere una cassetta di musica religiosa.
Temo l'agosto berico, la mancanza d'ispirazione, le altrui dipartite e il tempo che passerà prima di potermi sentire di nuovo come la seconda sera della maratona di Harry Potter, quando tutto sembrava funzionare e Trento era un parco giochi.

Non ho toccato il suolo berico per settimane. Guardando fuori dal finestrino ho visto un nuovo spartitraffico, nuova segnaletica orizzontale. In giardino ho notato la presenza di una sottospecie di prato. Significa ha avuto luogo la semina da me evitata per circa due anni. Il verde dell'erba è fin troppo vivido e chiassoso rispetto allo strato di foglie in via di decomposizione che avevo salvaguardato e alimentato per tanto tempo, attirando gli insulti dei vicini e talvolta anche dei miei parenti. Eppure credo dovranno ammettere che l'opera di pacciamatura che ho portato avanti contro la volontà di tutti gli esseri umani del circondario (ma non degli animali, che amano il mio giardino) ha dato i suoi frutti: per la prima volta dopo vent'anni di tentativi mal riusciti mio padre ha ottenuto un prato folto.
Quando cominciai a scavare e a smuovere la terra ne estrassi per lo più sassi, piastrelle rotte e pezzi di mattone (vi ricordo che dentro alle rotatorie e alle aiuole del vicentino ci sono le stesse cose), mentre la terra era argillosa e difficile da lavorare.
Ora c'è molta vita in giardino. Un sacco di piante da me messe a dimora durante gli ultimi quattro anni e che i miei genitori radono al suolo periodicamente, nonché quelle che ha portato il vento e che io ho conservato.
Certo, non ci sono più gli angoli adibiti ad orto, ma ieri sera ho comunque notato che uno dei semi di zucca hokkaido che avevo collocato vicino alle fragole è diventato pianta e che il ribes nero è carico di frutti. Durante il mio mese di assenza, che mi ha vista occupare il balcone trentino con una piccola foresta pensile di piante di pomodoro, qui si è consumata la fioritura dei miei delphinium.
Ormai mi sono adattata al vivere altrove e riesco finalmente ad assaporare la distanza da una rete di relazioni problematica e da una città che, seppur amata, preferisco ricreare a parole piuttosto che solcare con i miei passi. Ogni sanpietrino del centro è un ricordo spiacevole, un conflitto irrisolto, un amicizia venuta meno. Per quanto ami indugiare presso certi frammenti spazio-temporali, finisco sempre per tornarmene a casa con un carico di amarezza non voluto.
Questo non avviene in giardino. I miei fallimenti vanno a costituire una lista lunghissima, eppure ciò non suscita in me vergogna. So che su quei fallimenti ho costruito qualcosa di buono e spesso con quel qualcosa di buono ho condito un piatto di pasta o nutrito insetti e volatili. I miei vicini di casa sono quasi tutti anziani e usano da molto tempo concimi chimici per ottenere imponenti fioriture dalle loro rose. Io non mi sono mai posta il problema e, anno dopo anno, ho lasciato che gli afidi succhiassero la linfa dalle due rose che ho collocato in giardino, con la speranza che prima o poi i loro predatori anticipino la discesa e che l'ecosistema-giardino si stabilizzi.
Posso dunque dire di vivere a tutti gli effetti altrove e di essermi abituata al giardinaggio pensile, con tutte le sue enormi limitazioni. Eppure ieri sera, quando il sole era ormai tramontato, mi sono sorpresa a contemplare la mia delusione mentre i miei occhi calavano sul cespuglio di delphinium sfioriti, che anno dopo anno di esplande.
Quei delphinium vengono da un paio di piante da me seminate durante il primo anno d'università. Da allora si sono propagate autonomamente, lasciandomi il tempo di proseguire il mio lavoro altrove, ma soprattutto di perdere ore osservando il gran viavai di insetti che si gettavano sui loro fiori.

Due primavere fa stavo scrivendo le note etnografiche della mia ricerca per la tesi e passavo molto tempo osservando il giardino, le rotatorie e le aiuole segnate dalla mano della Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi e il disastro edilizio che chiamo "il mio quartiere e ciò che ci sta attorno".
Credo di aver scattato questa foto nel periodo in cui un paio di paragrafi di Antonio Perazzi mi trascinarono nel magico mondo dei paesaggisti, dal quale uscii con un capitolo sulla costruzione sociale dei parchi pubblici e sugli effetti territorializzanti delle aiuole pubbliche mal gestite.
Un anno dopo eccomi intenta a tentar di estrapolare qualcosa - qualsiasi cosa - da sei telefonate d'emergenza al 113, mentre quasi riesco a sentire sul mio corpo che sto interiorizzando i limiti e i vincoli di certa scrittura imposta dall'alto. Mi mancano le metafore, soprattutto.

Gli alberi delle aiuole pubbliche di Trento sono tutti in fiore e le forsizie cominciano già a produrre foglie. Il caldo è sopraggiunto senza che ce ne rendessimo conto, chiusi com'eravamo nei nostri bunker. I bar si sono aperti agli spazi pedonali che circondano Piazza Duomo. Un gran pullulare di tavolini e gente neolaureata che si fa prendere a sberle sulla schiena, secondo la migliore tradizione patavina.
Tutto ciò è bello e triste al contempo. Le cerimonie degradanti dell'immediato post-laurea, cui i veneti non riescono proprio a fare a meno, risultano talvolta forzate e, per questo, tristanzuole. C'è poi il buco nero che si apre di fronte ai sociologi coperti d'alloro.
Un buco nero che torna ripetutamente nelle minacce dei professori più indisponenti e al quale noi animali da soma di Ricerca Sociale reagiamo in modo quanto mai vario.
La speranza sulla quale sto edificando la mia quiete interiore è che l'ideologia dominante a Trento sia una profezia che si autoadempie solo sulle terga dei colleghi che l'hanno abbracciata in pieno. Dico questo perché non riesco a conciliare l'idea di tortura con quella di passione. Lavorare in perenne stato di sconforto mi porta a produrre elaborati rinsecchiti e incerti. Ma la vita è crudele, diceva Tal Dei Tali.
Fortunatamente le gran fioriture di questi giorni e il caldo non troppo umido di Trento mi hanno risollevata al punto da concepire la possibilità di un futuro degno al di là dei bunker e dell'isteria che li permea.

I bulbi della Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi, messi a dimora sotto l'appartamento di Trento, cominciano a fare capolino tra i cumuli di corteccia e terra fertile.
Anche quelli di Ponte Pusterla, che credevamo periti a causa dell'alluvione che ha colpito Vicenza non molto tempo fa, paiono in forze. O almeno questo è ciò che mi è stato comunicato.
E' dunque ricominciata la stagione del guerrilla gardening. Le idee non mancano, nonostante gli ostacoli organizzativi e il radicale cambio di strategia che si è profilato durante l'incontro informale della settimana scorsa.

A proposito di guerrilla gardening: segnalo l'intervista a Giulia Blasi su Finzioni relativa al suo nuovo libro, ora in fase di editing. Il suddetto, ancora senza nome, parla -tra le altre cose- di quella che l'amico Ivan definì "la forma di protesta più lenta in assoluto". Sono inoltre lieta di farvi notare che i miei resoconti fanatici sul guerrilla gardening berico hanno avuto una qualche utilità, dato che Giulia li cita tra le fonti d'ispirazione del suo nuovo libro. Yuppie!

Tutto qui. Domani spero di riuscire a fare qualche bella foto di Ponte Pusterla, così anche i lettori non vicentini potranno gustare i risultati di uno dei tanti attacchi dell'operazione Bulbami 2010.
Buon weekend a tutti!

La mia casa sta perdendo progressivamente il suo usuale aspetto. Scrivo dalla mia camera, anziché dalla scrivania del salotto. Sono ricoperta da oggetti. I tappetti sono scomparsi. Uno dei due bagni è stato smantellato. I mobili li abbiamo portati in garage Mater ed io.


Mater propone che io mi trasferisca temportaneamente dai miei nonni, che abitano in fondo ad un vicolo cieco su par la riva de Magré.
Ho detto: "Madre, non posso andare dai nonni. Non c'è internet lì".
E lei: "Beh, ma puoi attaccarti al cavo del telefono, no?"
Madre non comprende la mia dipendenza dall'adsl.

Inoltre è importante che io stia qui, a cuocermi a fuoco lento e ad espormi al sole fino all'autocombustione.
Questo sabato, a partire dalle 17, sarò al Festecchio con gli amici guerriglieri, con tanto di banchetto natalizio. Durante il pomeriggio sfideremo l'umidità mortale e i 60°C percepiti pimpando [scusate il termine] un pezzo di aiuola pubblica a Villaggio del Sole. Festeggeremo insieme il tripudio di girasoli che la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi ha infilato nelle aiuole della malvagia Banca Popolare di Vicenza e che in questi giorni stanno allietando i bancari e gli assicuratori che lavorano in zona con il loro splendore.



Successivamente diverrò Teenage e Baldra diverrà Lobotomy, anche se stavolta useremo il mio computer e non le usuali scatole da scarpe per il dj set. Tra un concerto e l'altro mettermo musica estiva e danzereccia. Infine, dopo l'esibizione degli I Melt la dancefloor sarà nostra.
Compilation in dono a chi ci farà le richieste più sceme.

Hot Freaks

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Il bello del guerrilla gardening è che, se praticato con passione, ti porta a fare cose totalmente aliene dal tuo agire consuetudinario.

Ecco una breve lista di esperienze anomale della sottoscritta e dei colleghi della Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi:
- raccogliere alberi mezzi morti per strada
- frugare nei bidoni dell'immondizia
- andare alla ricerca di materiali in ricicleria
- lanciare palle di terra in piena notte circondati da prostitute
- decorare un lenzuolo vecchio con vernice per legno, colla vinilica e glitter
- diventare maestri del cutter "a bisturi"
- andare a fare shopping in un negozio di decoupage
- togliersi gli strati di colla vinilica dalle mani
- farsi venire i calli alle mani con una macchina per fare le spillette
- dipingere delle borse fatte a mano fino alla cecità
- infilarsi tra i nidi di ragno della soffitta per raccogliere le decorazioni di natale (in piena estate)
- dare nuovo lustro all'espressione "baracconata"

Venite a trovarci al nostro banchetto natalizio presso Festambiente ed aiutateci a raccogliere i soldini necessari per Bulbami 2010.

L'idea idiota del giorno è quella di convertire la mia tesi in un pamphlet sulla presunta inutilità del guerrilla gardening nella terra dei capannoni e dell'asfalto mangia-terra.

piante di cisto e salvia farinacea a pochi passi dalla rotonda

Mater è convinta che io sia estremamente depressa a causa di Eyjafjallajökull. Per questo ieri ha deciso di farmi guidare fino a Padova. Più precisamente fino alla sede locale di Decathlon.
Lì ho comprato una lucina a led per la mia bici, perché non ho voglia di aggiustare l'impianto elettrico e con l'età ho imparato a temere la morte. Mi sono poi concessa una corda per saltare, direttamente dal reparto cardiofitness.
Non so voi, ma io da piccola amavo saltare la corda; trovarla nel reparto delle attività sportive masochiste mi ha fatto una certa impressione.

Il fatto è che, inspiegabilmente, posso dire di essere di abbastanza di buon umore.
Ieri sera, ad esempio, non me la sono presa quando gli avventori del Sabotage hanno urlano "BASTA!" al dj set della sottoscritta e di Baldra. Ho continuato a bere e ho messo i Queens of the Stone Age, che piacciono a tutti.
Sono contenta perché è primavera e non ci sono ancora le zanzare. Posso stare in giardino a leggere Hannah Arendt e godere del mio status di disoccupata.
Oggi ho saltato la corda senza spaccarmi una caviglia, il ché è un gran risultato.
Poi mi sono abbassata al livello del suolo, ho osservato la lenta avanzata di una lumaca e ho colto un ravanello.
Il mio primo ravanello autoprodotto.
L'ho mangiato scondito e tiepido. Era delizioso.
Alla faccia di Galan.

Stasera, invece, il fronte berico di guerrilla gardening festeggerà l'Earth Day con grappe e plurimi attacchi in giro per la città. Questo mi allieta, soprattutto perché uno dei probabili obiettivi è un'aiuola che ho ignorato per anni e che, dal mio punto di vista, potrebbe diventare un guerrilla garden fantastico.
L'aspetto divertente della questione è che l'attacco è stato deciso ieri sera a causa di un improvviso eccesso di piante. Inoltre l'adesione all'Earth Day è solo un pretesto per stordirci.
Poche cose sono infelici come l'Earth Day. Ed ogni giorno è buono per sfondare il muro apparentemente invalicabile del suolo pubblico.

♪ Guided by Voices: Awful Bliss


(nelle foto: la rosa rampicante che nessuno credeva sarei riuscita a far fiorire, scilla siberica in fiore, il mio primo ravanello, trifolium incarnatum, ribes)

Più passano gli anni e più realizzo di essere destinata ad arroccarmi nello spazio tempo indie.
Indie in senso lato, ovviamente.

Tutto cominciò quando scoprii che Anita e Michele avevano la simpatica abitudine di etichettare cose non strettamente musicali come "indie" e "non indie". Un esempio che possiamo capire tutti è il seguente:
evidenziatore = non indie
matite colorate = indie.

In seguito Baldra ed io rielaborammo questa dicotomia adattandola ai nostri studi. Come è noto, esiste una cosiddetta sociologia "mainstream", che noi per lo più deprechiamo. Essa è fautrice di quel modo di fare e di presentarsi ai profani che contribuisce non poco a far passare i sociologi stessi per dei soggetti inutili e deleteri.
Un classico sociologo mainstrem esordisce spesso dicendo: "Incrociando i dati... bla bla bla."
Fu così che, scoprendo di amare i filoni più sfigati e scarsamente riconosciuti della disciplina in questione, il Collega ed io finimmo per denominarli "sociologia indie".
Un esempio:
Talcott Parsons: sociologia mainstream spaccaballe
H. S. Becker: sociologia indie moderatamente considerata dai sociologi mainstream (vedi Outsiders)
Marianella Sclavi: nulla è più indie della metodologia umorista

Un discorso analogo può essere fatto per una delle mie occupazioni non remunerative preferite: il guerrilla gardening.
Il guerrilla gardening sembra tanto simpatico ed accattivante; nonostante ciò esso è oggetto di denigrazione velata da parte di chiunque ritenga di avere una bocca per sparare sentenze a destra e a manca.
Alex Foti, portatore di un punto di vista disobbediente, afferma* che il guerrilla gardening è troppo moderato, soprattutto in ragione del fatto che nessuno potrebbe mai essere contrario ad una composizione floreale in uno spartitraffico.
Su questo mi permetto di dissentire e per esempi di anziani irati rimando alla mia tesi.
Un punto di vista antitetico rispetto a quello di Foti proviene invece dalle realtà istituzionali ed istituzionalizzate, che spesso accusano i guerrilla gardeners di essere dei fuori legge.
Non a caso esistono carte bollate che regolamentano il tipo di piante da collocare nelle cosiddette aree verdi. Questo permette di agevolare di lavoro dei giardinieri comunali e di far sì che i parchi pubblici delle nostre città siano molto tristi.
Nella maggior parte dei casi, un attacco di guerrilla gardening scombinerà l'ordine delle cose. Nel caso specifico berico che mi vede coinvolta, gli attacchi sono inoltre portatori di valori imprescindibili quali l'asimmetria e l'ironia.
Ai miei occhi, tutto ciò è indie e vagamente situazionista (sul lungo periodo)**.

Un'altra cosa molto indie è il tenere un workshop di bombe di semi da ubriachi, distribuendo agli astanti dei guanti di lattice verdi e sprecandosi in battute sulle categorie sociali dominanti a Vicenza (cattolici, anziani, leghisti).
Faccio presente a chi non lo sapesse, che fare bombe di semi è la cosa più simile al preparare torte di fango cui ci possa dedicare dopo aver finito le elementari.

Ancor più indie è recarsi ad una manifestazione culturale il cui programma sembra un'accozzaglia di cose a caso con qualche nome noto e trovarci:
1. il sociologo mainstream per eccellenza del dipartimento di Padova, ex presidente del mio corso di laurea nonché nemico acerrimo
2. quelle caramelle di zucchero tonde che mangiavo da piccola
3. un workshop di bombe di semi (denominato "Introduzione al guerrilla gardening") tenuto da Pia Pera e un'altra persona che, pur conoscendo la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi, non ci*** ha presentati a colei che chiamo "il mio mito botanico".

Magari altrove non è così, ma a Vicetia la parola "indie" tende ancora ad accompagnarsi a sguardi vacui o, peggio, a sparate di gente rimasta ferma agli Strokes che pensa di saper tutto sull'argomento. Da qui nasce l'ironia di certi volantini del suo djistico Teenage Lobotomy.
Siamo consapevoli del fatto di essere anormali, perché non possediamo un impianto e mettiamo Patrick Wolf. L'aspetto divertente della questione è che, rispetto a cinque anni fa, l'abbigliamento "indie" si è diffuso anche nelle terre beriche. Nonostante ciò la conoscenza del mercato musicale che diverge dalla radio è rimasta abbastanza stabile.

Cinque anni fa una mia compagna di scuola mi chiese: "Che musica ascolti?"
Io, imbarazzata, le risposi: "Mah, cose varie... cose indie per lo più".
E lei disse: "Ah sì? Musica indiana?"
Oggi ritroviamo queste stesse implicazioni idiote nelle serie televisive adolescenziali.

Lancio dunque un appello ai miei colleghi fautori delle pratiche indie residenti in luoghi dove questo stile di vita (?) velatamente masochista non è apprezzato:
abbiate il coraggio delle vostre azioni e siate demenziali!
Questo è l'unico modo a me noto per generare cerchie sociali e rifuggire la solitudine.
Più si è demenziali e più si riesce a sopportare l'idiozia diffusa.
Mettere a tacere la propria brama di ironia e riso per entrare in cerchie preesistenti (gente non pensante, discotecari di bassa lega, politicanti privi di senso dell'umorismo, coloro che andranno al concerto degli ZZ Top a Piazzola sul Brenta) fa male allo spirito e al fegato.

* nel libro Anarchy in the EU
** come fa una cosa ad essere situazionista sul lungo periodo? Boh.
*** dico "ci" perché con me c'erano altre persone del gruppo

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