In genere non compro quasi mai libri freschi di stampa. Non mi fido delle recensioni e ho sempre più difficoltà a spendere venti euro per un oggetto che potrebbe deludermi. Così va a finire che le soste in libreria diventano un masochistico indugiare su punti interrogativi proibiti e gli acquisti veri e propri il più delle volte li faccio una volta tornata a casa, su qualche sito estero.
Questo mi permette di risparmiare molti soldi, ma mina la base di una pratica che mi ha dato molte soddisfazioni in questi ultimi anni. Con l'esperienza sono diventata una buona prestatrice (o donatrice) di libri. In più di un caso sono riuscita a far apprezzare la lettura anche a gente che sosteneva di odiarla.
Comprando libri in inglese non posso più prestarli a mia nonna, che ha la quinta elementare ed è una delle lettrici più avide che io conosca.
Non posso più prestarli a mia madre e ai miei altri significativi.
È un discorso simile a quello dell'isolazionismo derivante dalla mia passione per i film e le serie televisive in lingua originale, solo molto peggio.
Ho fatto un'eccezione per Eating Animals, il nuovo libro di Safran Foer uscito qualche tempo fa per Guanda con il titolo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?.
L'ho comprato un paio di giorni dopo la sua uscita in libreria. Dietro a questo gesto c'erano molteplici considerazioni: da un lato il desiderio di leggere di un argomento come la filiera alimentare, al quale si accompagna una terminologia tecnica abbastanza complessa, nella mia lingua; dall'altro l'idea che avrei potuto prestare il libro in questione solo se avessi posseduto la traduzione italiana.
Così ho acquistato il libro e, nel giro di un paio di settimane, l'ho letto fino alla fine.
Io sono vegetariana e non passa giorno senza che mi ponga una miriade di problemi su quello che finisce nel mio piatto e in quello dei miei parenti. Ciononostante trovo abbastanza fastidiosi i libri sul vegetarianismo e la scelta vegan che sembrano stati scritti con l'unico scopo di accusare gli onnivori di essere creature malvagie e senza scrupoli. La mia esperienza personale mi dice che colpevolizzando non si va da nessuna parte. Allo stesso modo ho i miei dubbi su una strategia molto diffusa in certi ambienti, che consiste nel causare terribili incubi alla gente e a traumatizzare a vita i più sensibili per mezzo di video che ritraggono mattatoi e allevamenti industriali.
La domenica di Pasqua, ad esempio, sono stata ad una cena vegana organizzata da Vicenza Antispecista presso la Corte del Deposito 95. Lì mi sono nutrita con soddisfazione e ho visionato dei video legati ai temi che il gruppo porta avanti. Uno di essi sembrava la pubblicità di una chiesa pentecostale negli Stati Uniti e per questo mi ha lasciata molto perplessa. L'ultimo, che non era previsto ed è partito per sbaglio, mostrava alcuni episodi di violenza inumana in vari mattatoi e galline mezze morte stipate nelle gabbie dove passano tutta la loro vita prima di essere brutalmente ammazzate. Ad un certo punto ricordo di aver smesso di guardare le immagini e di essermi limitata a subire l'audio, che era straziante di per sé.
Quando colei che si occupa di organizzare le serate alla Corte ha fermato il video dicendo che molte persone si erano sentite male e comunque quel filmato non era in programma, c'è stata una mezza sollevazione popolare da parte di alcuni vegani.
Considerando che i presenti non vegani erano quasi tutti vegetariani, credo di poter affermare con una certa tranquillità che atteggiamenti di questo tipo lasciano il tempo che trovano.
Guardando od ascoltando quell'ultimo video mi sono ritrovata a pensare a ciò che avevo letto nel libro di Safran Foer. Ogni dettaglio, ogni decapitazione mal riuscita, ogni forma di tortura, ogni tacchino geneticamente modificato con le zampe spezzate dal proprio peso, ogni gallina ricoperta di feci, ogni scrofa costretta a partorire in una gabbia che la contiene a malapena comparivano tra quelle pagine aspre. In un certo qual modo ho avuto l'impressione che le descrizioni dell'autore fossero ancor più eloquenti delle immagini. Il video spingeva a chiudere gli occhi, a voltare lo sguardo, ad uscire dalla stanza della proiezione, a dimenticare. Se niente importa, invece, cattura l'attenzione del lettore con raffiche di crudi dettagli che trascendono il mero dato di fatto. I polli di Safran Foer non sono semplici creature che tentano di razzolare su uno schermo così distante, fisicamente e spiritualmente. Nei suoi scritti esse si avvicinano al nostro vissuto quotidiano, ai nostri ricordi. Diventano soggetti con cui relazionarsi, capaci di provare dolore e piacere, consapevoli di essere al mondo.
Non si tratta di una bucolica lode al pollo, bensì di una constatazione di dati di fatto.
Ciò che ho amato profondamente di Se niente importa è l'importanza che l'autore attribuisce all'aspetto conviviale del consumo di cibo, che a mio avviso dovrebbe risultare molto congeniale al pubblico italiano.
Safran Foer, come già detto sopra, non si limita ad esporre gli aspetti crudeli e spudoratamente capitalisti della filiera alimentare. Egli si sofferma anche su considerazioni di tipo antropologico e su digressioni autobiografiche. Si domanda se sia giusto rifiutare il pollo cucinato per le feste da sua nonna, e con esso tutto ciò che quel piatto porta con sé a livello simbolico. Affronta un problema che è comune a chiunque abbia deciso di scegliere una dieta diversa da quella dei propri genitori. Perché la questione è ben più complessa di quanto sembri.
Mia madre, ad esempio, non ha reagito bene alla mia scelta di smettere di mangiare non solo la carne, ma anche il pesce. A volte mi dice che faccio i capricci come quando ero piccola, anche se le ripeto che mi piace il gusto del pesce, ma non lo mangio comunque per altri motivi.
Il fatto è che, se siamo realmente interessati ad evitare una vita di sofferenze ed una morte atroce agli animali che finiscono nei piatti delle persone con cui mangiamo, non conviene mettersi ad urlare o proferire slogan che verranno inevitabilmente percepiti come estremisti. Bisogna trovare il modo di passare certe informazioni anche a chi sostiene di non essere interessato, senza che quest'ultimo svenga o s'incazzi. In realtà non penso che sia un'impresa così difficile, perché abbiamo a disposizione dati che dimostrano gli effetti negativi di una dieta che comprende carne o derivati animali provenienti da creature che hanno vissuto la loro intera vita in un ambiente terribilmente malsano, senza mai uscire all'aria aperta e il più delle volte nutrite con alimenti che le ingrassano, ma che esse fanno una gran fatica a digerire.
In tal senso credo che il libro di Safran Foer sia un grande passo avanti. Il suo voler ribadire la mera eloquenza dei fatti e la non pretesa di evangelizzare, ma semplicemente di informare, dovrebbe essere un esempio per chiunque decida di trattare argomenti così spinosi e che ci toccano da vicino ogni volta che apriamo il frigo o andiamo al supermercato.
Da un lato contemplo chi va ad insultare i cacciatori che entrano in Fiera per l'esposizione annuale denominata "Hunting Show", il cui unico risultato sembra essere quello di far incazzare qualche pensionato. Dall'altro c'è un grande narratore che lavora per quattro anni ad una ricerca sull'industria alimentare, lasciando la parola sia ai proprietari di allevamenti intensivi, sia a chi ha scelto altre vie, e lo fa per suo figlio.
Scrive infatti: "nutrire mio figlio non è come nutrire me stesso: è più importante."
Viste le premesse, penso che Se niente importa sia un libro meritevole di trovare una collocazione nelle nostre librerie domestiche e soprattutto nostro quotidiano interloquire.



Tra qualche mese sarò detentrice di una laurea triennale in sociologia. Se dovessi iscrivermi alla magistrale a Padova mi troverei a dover seguire una serie di corsi che ricalcano quelli già fatti, il più delle volte con gli stessi professori. Inoltre proseguirei i miei studi con la consapevolezza di essere sempre più vecchia e rincoglionita giorno dopo giorno e soprattutto segregata in un luogo in cui molti dei docenti sembrano odiare/disprezzare gli studenti. C'è poi l'annosa questione della qualità degli insegnamenti e della loro effettiva utilità per un eventuale impiego professionale. Dopo aver visionato i programmi di alcune lauree triennali e quadriennali inglesi simili per nome alla mia sono stata colta da plurime ondate di sconforto che tutt'ora riemergono di tanto in tanto. 






