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In genere non compro quasi mai libri freschi di stampa. Non mi fido delle recensioni e ho sempre più difficoltà a spendere venti euro per un oggetto che potrebbe deludermi. Così va a finire che le soste in libreria diventano un masochistico indugiare su punti interrogativi proibiti e gli acquisti veri e propri il più delle volte li faccio una volta tornata a casa, su qualche sito estero.
Questo mi permette di risparmiare molti soldi, ma mina la base di una pratica che mi ha dato molte soddisfazioni in questi ultimi anni. Con l'esperienza sono diventata una buona prestatrice (o donatrice) di libri. In più di un caso sono riuscita a far apprezzare la lettura anche a gente che sosteneva di odiarla.
Comprando libri in inglese non posso più prestarli a mia nonna, che ha la quinta elementare ed è una delle lettrici più avide che io conosca.
Non posso più prestarli a mia madre e ai miei altri significativi.
È un discorso simile a quello dell'isolazionismo derivante dalla mia passione per i film e le serie televisive in lingua originale, solo molto peggio.

Ho fatto un'eccezione per Eating Animals, il nuovo libro di Safran Foer uscito qualche tempo fa per Guanda con il titolo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?.
L'ho comprato un paio di giorni dopo la sua uscita in libreria. Dietro a questo gesto c'erano molteplici considerazioni: da un lato il desiderio di leggere di un argomento come la filiera alimentare, al quale si accompagna una terminologia tecnica abbastanza complessa, nella mia lingua; dall'altro l'idea che avrei potuto prestare il libro in questione solo se avessi posseduto la traduzione italiana.
Così ho acquistato il libro e, nel giro di un paio di settimane, l'ho letto fino alla fine.

Io sono vegetariana e non passa giorno senza che mi ponga una miriade di problemi su quello che finisce nel mio piatto e in quello dei miei parenti. Ciononostante trovo abbastanza fastidiosi i libri sul vegetarianismo e la scelta vegan che sembrano stati scritti con l'unico scopo di accusare gli onnivori di essere creature malvagie e senza scrupoli. La mia esperienza personale mi dice che colpevolizzando non si va da nessuna parte. Allo stesso modo ho i miei dubbi su una strategia molto diffusa in certi ambienti, che consiste nel causare terribili incubi alla gente e a traumatizzare a vita i più sensibili per mezzo di video che ritraggono mattatoi e allevamenti industriali.
La domenica di Pasqua, ad esempio, sono stata ad una cena vegana organizzata da Vicenza Antispecista presso la Corte del Deposito 95. Lì mi sono nutrita con soddisfazione e ho visionato dei video legati ai temi che il gruppo porta avanti. Uno di essi sembrava la pubblicità di una chiesa pentecostale negli Stati Uniti e per questo mi ha lasciata molto perplessa. L'ultimo, che non era previsto ed è partito per sbaglio, mostrava alcuni episodi di violenza inumana in vari mattatoi e galline mezze morte stipate nelle gabbie dove passano tutta la loro vita prima di essere brutalmente ammazzate. Ad un certo punto ricordo di aver smesso di guardare le immagini e di essermi limitata a subire l'audio, che era straziante di per sé.
Quando colei che si occupa di organizzare le serate alla Corte ha fermato il video dicendo che molte persone si erano sentite male e comunque quel filmato non era in programma, c'è stata una mezza sollevazione popolare da parte di alcuni vegani.
Considerando che i presenti non vegani erano quasi tutti vegetariani, credo di poter affermare con una certa tranquillità che atteggiamenti di questo tipo lasciano il tempo che trovano.

Guardando od ascoltando quell'ultimo video mi sono ritrovata a pensare a ciò che avevo letto nel libro di Safran Foer. Ogni dettaglio, ogni decapitazione mal riuscita, ogni forma di tortura, ogni tacchino geneticamente modificato con le zampe spezzate dal proprio peso, ogni gallina ricoperta di feci, ogni scrofa costretta a partorire in una gabbia che la contiene a malapena comparivano tra quelle pagine aspre. In un certo qual modo ho avuto l'impressione che le descrizioni dell'autore fossero ancor più eloquenti delle immagini. Il video spingeva a chiudere gli occhi, a voltare lo sguardo, ad uscire dalla stanza della proiezione, a dimenticare. Se niente importa, invece, cattura l'attenzione del lettore con raffiche di crudi dettagli che trascendono il mero dato di fatto. I polli di Safran Foer non sono semplici creature che tentano di razzolare su uno schermo così distante, fisicamente e spiritualmente. Nei suoi scritti esse si avvicinano al nostro vissuto quotidiano, ai nostri ricordi. Diventano soggetti con cui relazionarsi, capaci di provare dolore e piacere, consapevoli di essere al mondo.
Non si tratta di una bucolica lode al pollo, bensì di una constatazione di dati di fatto.

Ciò che ho amato profondamente di Se niente importa è l'importanza che l'autore attribuisce all'aspetto conviviale del consumo di cibo, che a mio avviso dovrebbe risultare molto congeniale al pubblico italiano.
Safran Foer, come già detto sopra, non si limita ad esporre gli aspetti crudeli e spudoratamente capitalisti della filiera alimentare. Egli si sofferma anche su considerazioni di tipo antropologico e su digressioni autobiografiche. Si domanda se sia giusto rifiutare il pollo cucinato per le feste da sua nonna, e con esso tutto ciò che quel piatto porta con sé a livello simbolico. Affronta un problema che è comune a chiunque abbia deciso di scegliere una dieta diversa da quella dei propri genitori. Perché la questione è ben più complessa di quanto sembri.
Mia madre, ad esempio, non ha reagito bene alla mia scelta di smettere di mangiare non solo la carne, ma anche il pesce. A volte mi dice che faccio i capricci come quando ero piccola, anche se le ripeto che mi piace il gusto del pesce, ma non lo mangio comunque per altri motivi.
Il fatto è che, se siamo realmente interessati ad evitare una vita di sofferenze ed una morte atroce agli animali che finiscono nei piatti delle persone con cui mangiamo, non conviene mettersi ad urlare o proferire slogan che verranno inevitabilmente percepiti come estremisti. Bisogna trovare il modo di passare certe informazioni anche a chi sostiene di non essere interessato, senza che quest'ultimo svenga o s'incazzi. In realtà non penso che sia un'impresa così difficile, perché abbiamo a disposizione dati che dimostrano gli effetti negativi di una dieta che comprende carne o derivati animali provenienti da creature che hanno vissuto la loro intera vita in un ambiente terribilmente malsano, senza mai uscire all'aria aperta e il più delle volte nutrite con alimenti che le ingrassano, ma che esse fanno una gran fatica a digerire.
In tal senso credo che il libro di Safran Foer sia un grande passo avanti. Il suo voler ribadire la mera eloquenza dei fatti e la non pretesa di evangelizzare, ma semplicemente di informare, dovrebbe essere un esempio per chiunque decida di trattare argomenti così spinosi e che ci toccano da vicino ogni volta che apriamo il frigo o andiamo al supermercato.

Da un lato contemplo chi va ad insultare i cacciatori che entrano in Fiera per l'esposizione annuale denominata "Hunting Show", il cui unico risultato sembra essere quello di far incazzare qualche pensionato. Dall'altro c'è un grande narratore che lavora per quattro anni ad una ricerca sull'industria alimentare, lasciando la parola sia ai proprietari di allevamenti intensivi, sia a chi ha scelto altre vie, e lo fa per suo figlio.
Scrive infatti: "nutrire mio figlio non è come nutrire me stesso: è più importante."
Viste le premesse, penso che Se niente importa sia un libro meritevole di trovare una collocazione nelle nostre librerie domestiche e soprattutto nostro quotidiano interloquire.

La neve si sta sciogliendo. I giacinti e i crochi cominciano a fare capolino tra i ciuffi d'erba umida.
Li osservo dalla finestra pregustandone la fioritura, progettando nuovi lavori in giardino.
Poi torno alle mie sudate carte, all'ultimo esame, al capitolo mancante della tesi, l'unico che consiste in mera elaborazione di scritti altrui.

Mi distraggo, scrivo un post di cui nessuno sentiva l'esigenza, cerco una citazione di Proust scoprendo che tutti la riportano tronca.
La colloco in apertura, prima dell'indice, fingendo che questa perdita di tempo conti come "lavoro".

Alle nove devo essere oltre il cavalcavia dei Ferrovieri per l'assemblea del Bocciodromo, il futuro centro sociale di Vicenza. Molti hanno polemizzato dicendo che non deve essere un centro sociale, bensì un centro giovanile. Poiché è noto che i primi sono immancabilmente governati dai bolscevichi, mentre i secondi sono apolitici.
Poco importa che il Bocciodromo fosse in origine il centro di aggregazione degli anziani del quartiere. A noi berici senza cervello piace fare polemica senza avere consapevolezza di cosa stiamo dicendo. "Sociale" e "socialità" sono parole comuniste, come è noto a chiunque sappia stare al mondo.

Poi -per carità- non posso dire di non condividere l'iniziale turbamento di chi ha scoperto che il popolo del Capannone Sociale era coinvolto della vicenda e si è poi visto decine di immagini tristi fluttuare davanti agli occhi.
Qualcuno ha creato un gruppo su Facebook con l'intento di esprimere il desiderio che il Bocciodromo non diventi come il defunto Capannone, ovvero un luogo rifuggito dai più.
Molte persone che conosco si sono iscritte a questo gruppo. So per certo che alcuni di essi non sono degli idioti. Semplicemente non hanno investito qualche minuto della loro vita per informarsi sulla questione. Si sono limitati a fare il pensiero che io faccio quasi sempre quando ho a che fare con agglomerati umani del Capannone (N.B. agglomerati, non singoli), ovvero: "Perché mi sento di merda? Perché ho l'impressione che tutti mi disprezzino?"
Il fatto è che senza la gente del Capannone il bando per il Bocciodromo non sarebbe stato vinto e la gioventù berica non avrebbe un luogo sul quale investire le proprie speranze.
Il progetto del centro sociale -perché del tipo più nobile di centro sociale si tratta- è così esaltante da sembrare finto. Lo leggo e lo rileggo strabuzzando gli occhi.

Berici, anziché nascondervi dietro al muro di un gruppo di Facebook, affrontate chi credete di disprezzare o temere. Fatevi avanti e siate propositivi. Al massimo sarete derisi e non penso che questo rappresenti un problema particolarmente grave.
Personalmente sono stata derisa così tante volte che ormai ho imparato a vedere il ridicolo in chi mi osserva con aria deprecante e dice: "Ma tu sei fuori!"
Basta rispondere: "Io sono fuori? E tu hai una cazzo di divisa addosso."

Tutto ciò per dire che stasera all'assemblea indosserò il costume da guerrilla gardener insieme ad alcuni colleghi e proporrò una seconda volta di dedicare una parte del giardino alle piante aromatiche, da usare eventualmente per le tisane biologiche del bar.

Potrà sembrare una stupidaggine insignificante, eppure poche cose scaldano il cuore come una tisana dal retrogusto erbaceo, aliena da ogni tipo di packing.
Lo so che sembro "fuori" quando faccio questi discorsi; quando contrappongo il pragmatismo dei vegetali alla volatilità della rivoluzione.
Lo faccio perché penso che tutti abbiano il diritto di assaggiare un pomodoro appena colto, tiepido e succoso, o di sorseggiare una tisana contemplando il giardino da cui vengono i suoi ingredienti. Io l'ho fatto solo di recente e da allora il mio modo di vedere le cose è cambiato.

A Vicenza ci sono ancora persone convinte che la Ederle 2 sia una buona cosa, probabilmente perché sono come il ministro Zaia e ritengono che la cosa più importante a questo mondo sia il denaro.
Parlando con questi soggetti emergono inevitabilmente degli elementi che li accomunano. Si tratta in genere di persone che per partito preso si dichiarano favorevoli alla costruzione del nuovo aereoporto NATO -magari perché l'ha detto Berlusconi o qualche altra figura politica di spicco- o di berici convinti che gli Stati Uniti non farebbero mai del male ai cittadini di Vicenza, soprattutto considerando le dichiarazioni "progressiste" di Obama su questioni ecologiste. In ogni caso questa è gente che ignora deliberatamente l'eloquenza dei fatti.
Mi domando come facciano a continuare a credere che il No Dal Molin sia composto da facinorosi. Hanno visto gli attivisti all'opera per più di tre anni. Possibile che una frase sentita in tv o letta sul Giornale di Vicenza sia più potente della tangibilità di quanto accade fuori dalle proprie case, entro i confini della propria città?
Per loro e per i nostri governanti i contenuti delle rassegne stampa del presidio permanente e di tutti gli altri presidii sparsi in giro per l'Italia -accomunati dalla lotta contro la costruzione infrastrutture deleterie- non sono altro che menzogne.

Mi domando dunque dove sia andata a finire la decenza di queste persone, che pretendono rispetto e che si considerano tanto sapienti, quando i fatti emergono dal sottosuolo, facendosi così evidenti che non esiste gioco retorico capace di ricacciarli da dove sono venuti.
Piantare migliaia di pali in una falda acquifera senza fare le dovute valutazioni di impatto ambientare dovrà pur avere delle conseguenze, o siamo così stupidi da fingere il contrario?

Ora che la falda si sta ribellando, ora che cominciano a presentarsi i primi problemi concreti, non posso far a meno di osservare la staticità di chi, da vicentino, continua ad insultare i suoi concittadini che si oppongono allo stupro che sta avendo luogo da mesi, turandosi il naso per non sentire la propria puzza di ignoranza e odio.

Per certi versi quest'atteggiamento disdicevole non fa che alimentare la brama di resistenza di chi, invece, continua a lottare dichiarando il proprio no di fronte ad un abuso di potere indegno di un paese che vuole credersi democratico.
Ed è così che questa mattina cinquanta attivisti del presidio No Dal Molin sono entrati nel cantiere innevato dell'aereoporto -una zona militare invalicabile- e si sono incatenati alle gru.

Domandiamoci dunque: "Da tre anni a questa parte, chi ha realmente difeso la propria terra? I presidianti o i leghisti?"
Tenetelo a mente quando voterete alle regionali.

"L'interdipendenza planetaria mette in evidenza che siamo alla fine della causalità lineare e che siamo parte di sistemi in cui la circolarità delle cause richiede una ristrutturazione dei modelli cognitivi e delle aspettative verso la realtà."
A.Melucci, L'invenzione del presente

Passano i giorni, scorrono le settimane. Lentamente la mia "zona tesi" si allarga, invadendo il divano arancione, le poltrone, la panca della cucina o più un generale tutte le superfici piane a portata di mano.
Giovani piante di spinaci, talee e pile di libri popolano i davanzali del salotto. C'è un Touraine dall'aria ostica che prima o poi dovrò affontare, perché l'ha detto il mio relatore. Dato che egli mi lascia molta libertà di movimento, posso affermare in tutta tranquillità che il resto del casino è merito mio, anche se poi molti dei volumi che mi tengono compagnia li ho rinvenuti nella bibliografia di un compendio che ha curato lui.
Tra la saggistica emerge di tanto anche qualche romanzo, un libro di cucina, un manuale di giardinaggio. Se dovessi basarmi esclusivamente su testi grigi e mortalmente complicati finirei per perdere i capelli e tramutarmi in qualcosa che non voglio essere; probabilmente una persona molto depressa che compensa plurime mancanze inseguendo idee balorde.
Una voce dal fondo del mio cervello mi suggerisce che forse lo sono già. Il punto è che io e "il resto del mondo" abbiamo opinioni diverse sul concetto di idea balorda.
Da qualche tempo cerco di spiegare ai miei parenti -molti dei quali mi vorrebbero professoressa o ben sistemata chissà dove- che vale la pena di riflettere a fondo sul problema del lavoro. Non ha senso insistere, calcando lo stesso genere di discorsi da vent'anni. Ad un certo punto si cessa di essere meramente fastidiosi e si diventa sadici.
Il ragionamento che ho ripetuto più volte, spesso a tavola, è questo: considerando lo stato attuale delle cose, non ha senso intraprendere un percorso di studi "ordinario", per lo meno nel campo di mio interesse.
Facciamo un esempio.
Tra qualche mese sarò detentrice di una laurea triennale in sociologia. Se dovessi iscrivermi alla magistrale a Padova mi troverei a dover seguire una serie di corsi che ricalcano quelli già fatti, il più delle volte con gli stessi professori. Inoltre proseguirei i miei studi con la consapevolezza di essere sempre più vecchia e rincoglionita giorno dopo giorno e soprattutto segregata in un luogo in cui molti dei docenti sembrano odiare/disprezzare gli studenti. C'è poi l'annosa questione della qualità degli insegnamenti e della loro effettiva utilità per un eventuale impiego professionale. Dopo aver visionato i programmi di alcune lauree triennali e quadriennali inglesi simili per nome alla mia sono stata colta da plurime ondate di sconforto che tutt'ora riemergono di tanto in tanto.
Dunque ciò che tento di spiegare ai miei parenti, in particolar modo i più senili, è che non ho interesse a deprimermi ulteriormente. Sono già stata martoriata a sufficienza e non ne posso più dover fare esami inutili solo perché il ministero dice così.
Ciò che sconcerta maggiormente il mio prossimo è l'idea che io non voglia diventare una persona adulta "normale", dover per normale intendiamo oppressa dal grigiore della quotidianità e di un lavoro di merda che ti corrode l'anima.
Negli ultimi anni si è diffusa una nuova credenza tra alcuni dei miei parenti. Questa credenza dice: "Margherita ha pubblicato un libro con una grande casa editrice all'età di diciassette anni. Questo significa che non avrà problemi a trovare un lavoro stabile fantastico per cui sarà pagata profumatamente." Dato che la sottoscritta nutre molti dubbi a riguardo, è solitamente apostrofata con aggettivi che la fanno passare per nichilista e inspiegabilmente cinica.
Ciò che molti degli adulti con cui ho a che fare -specificando che in questo caso per adulti intendo coloro che abitano in uno "stato mentale adulto", quindi anche gente più giovane di me corrotta prematuramente da chissà cosa, o forse semplicemente ipersocializzata- non sembrano comprendere, è che il mio atteggiamento, che potrebbe sembrare scemo e portatore di disgrazie, risulta essere il frutto di lunghe ponderazioni.
Quando dico che voglio avere delle galline ed un grandissimo orto, non sto blaterando. Mi sono semplicemente limitata a rielaborare una serie di input parentali e ambientali. Dopo aver osservato per circa due decenni mio padre che torna a casa dal lavoro ad orari indegni e che mette a repentaglio la sua salute in nome di un qualche senso di responsabilità verso il suo "team" temo che questa prospettiva di vita non mi risulti più molto appetibile. Potrei poi dire lo stesso di ciò che solo recentemente sono riuscita a far ammettere a mia madre, cioè che ella riesce a mantersi affabile e comprensiva solo fino ad una certa ora del giorno; quando torna a casa dall'ufficio il più delle volte non può fare a meno di essere intrattabile.
Che dire poi della sottoscritta, che in tre anni da pendolare ha sviluppato fantasie terroristiche?
Tante persone di mezza età sognano di trasferirsi in campagna e di dedicarsi ad una vita fatta di lentezza ed osservazione delle nuvole. Qualcuno poi lo fa anche.
Non vedo perché dovrei constringermi a proseguire su una strada che prescrive una serie di tappe che prendono la forma di punti interrogativi grandi come grattacieli e precariato spappolafegato.
Già ora, a ventidue anni appena compiuti, mi sembra di aver sprecato del tempo prezioso.
Mentre studiavo per l'esame di psicologia del lavoro e delle organizzazioni avrei potuto sperimentare nuove consociazioni tra ortaggi. Invece ero ingabbiata tra atroci tecniche di selezione del personale e testi autoreferenziali nonché di rara inutilità.
Ora che ho la fortuna di poter fare una tesi qualitativa che mi interessa con un professore che mi ha spalancato porte su nuovi mondi di cui ignoravo l'esistenza, non posso fare a meno di sentirmi piena di idee, quasi sul punto di esplodere e, nonostante questo, pietrificata.
Più rifletto su questi temi e più realizzo che non ci sono percorsi comodi da intraprendere. Nessuno ha lasciato segnali lungo il sentiero.
Apparentemente sono ancora sulla strada maestra; ho il mio numero di matricola e so adeguarmi alle richieste ridicole che mi vengono fatte.
Scavando però emergono le prime forme di dissociazione, le scivolate in territori bui. Sfogo il mio sempre più ossessivo bisogno di spazio piantando cavolo broccolo in un'aiuola del mio quartiere, questa volta da sola e in pieno giorno.
Troverò il modo di diventare una contadina e allo stesso tempo una sociologa di qualche tipo. Di questi tempi sembra proprio che ci sia bisogno di gente così. E non sono io a dirlo.
Peccato che, nonostante la crisi ambientale, economica e sociale in cui siamo andati ad infilarci, non siano le giovani come me che vengono lodate, ma i neoiscritti ad ingegneria e giurisprudenza.
Come se negli ultimi vent'anni non fosse cambiato nulla.

In riferimento a quanto detto consiglio la visione del documentario della BBC "A Farm of the Future" di Rebecca Hoskin. Lo potete scaricare qui. Si trova anche sottotitolato in italiano e diviso in sei parti su YouTube.



Personalmente vorrei un Veneto più laico e con meno truzzi.
Poi c'è tutta la questione dell'associazionismo diffuso e tappeto e della totale assenza di comunicazione tra quest'ultimo e la nostra classe dirigente.
Per questo ed altri motivi sabato 17 ottobre sarò a Forte Marghera per "Il Veneto che vogliamo" ovvero un incontro dei gruppi spontanei di cittadinanza attiva, dei comitati e delle associazioni a difesa del territorio, dell'ambiente e della convivenza sociale presenti in tutta la nostra regione weberianamente dominata dalla razionalità orientata allo scopo.
Ovviamente non sarò sola. Mi troverete infatti al gazebo del gruppo vicentino di guerrilla gardening.
Se siete in zona venite a trovarci. Vi delizieremo con la narrazione della nostra iniziativa "Bulbami 2009".

Forse dovrei aprire un tumblr, ma temo che finirei per disperdere quel poco che riesco a pubblicare di tanto in tanto.

coniglietti.png
Galleria fotografica di Repubblica
"Il 91% delle pubblicità automobilistiche è illegale": questa la denuncia dell'associazione ambientalista Terra! che questa mattina ha invaso Piazza Venezia a Roma con tantissimi modelli di automobili di cartone.
All'insegna dello slogan 'Vietato calpestare il pianeta', lanciato da 30 attivisti di Terra!, è stato così presentato una vera e propria inchiesta sulle pubblicità delle auto, nell'ambito della campagna sull'efficienza energetica nel settore dell'auto.

(continua a leggere)

(via Critical Garden)

Link:
No auto (associazione per una mobilità urbana alternativa)

Il manuale di legislazione minorile mi fissa ricordandomi che sono ignorante, che se tutto va bene prenderò un voto vergognoso che mi abbasserà la media.
Nonostante ciò non posso fare a meno di abbandonare di continuo l'angolo per lo studio che ho allestito in giardino per controllare lo stato delle zucchine, dei pomodori e dei fiori delle piante di pisello odoroso.
Sogno inoltre il giorno in cui avrò lo spazio per poter ospitare una di queste galline, il cui suggestivo nome è "olandese ciuffata".



Nelle ultime due settimane ho assistito al collasso del rapporto che intrattenevo con la mia oramai ex migliore amica.
Il tutto ebbe inizio più di un anno fa, quand'ella rese pubblica la sua relazione con questo tizio, comunemente definito "nazi" dal popolo del Capannone Sociale, poi confluito nel No Dal Molin. Nonostante questo decisi di far finta di niente e di sorvolare sulle nostre divergenze, sperando che la mia amica continuasse a disprezzare l'omofobia e a non odiare "gli extracomunitari".
Sfortunatamente il tutto degenerò e io me ne resi contro il giorno in cui constatai che non avrei più potuto esprimermi come un tempo.
I motivi sono molteplici.
Come prima cosa non volevo risultare inopportuna ed offendere la mia amica. Volevo dimostrare a me stessa di poter avere una conversazione civile anche con persone che hanno votato Borghezio alle ultime politiche e che raccontano come se niente fosse di aver pestato degli stranieri e di essersi divertiti un mondo. Inoltre constatai ben presto la tendenza di Tizio a buttare i discorsi problematici in vacca.
A questo si aggiunse l'evento che per primo minò la mia fiducia nello stato delle cose. Ricordo che la mia ex amica, Baldra ed io ci trovavamo al bar; stavo riferendo il racconto di un professore sulla ricerca di una collega sul No Dal Molin e sulle difficoltà che stava incontrando nell'analizzare tutto il materiale che aveva a disposizione. A quel punto la mia ex amica mi disse che Tizio sarebbe arrivato a breve e mi fece intendere che, per evitare casini, forse avrei dovuto evitare argomenti come quello del No Dal Molin.
Al di là della totale incoerenza di una persona che vota Lega, va in giro con i nazi e ritiene che l'ampliamento della base Nato, piena di militari extracomunitari, sia una buona cosa, percepii come il caos si stesse sostituendo alla mia pace mentale.
In seguito riuscii a limitare le incazzature alle questioni più agghiaccianti, come il giorno in cui stavano mostrando un concerto per Mandela in tv, e Tizio disse che lo festeggiavano così tanto solo perché si trattava di "un negro". Fu poi straordinario porre delle domande e constatare che tizio ignorava completamente la storia della persona che aveva appena insultato. Non sapeva neanche quale fosse il suo paese d'origine.
La mia ex amica se l'è presa parecchio quando non sono più riuscita a sopportare la situazione e, qualche giorno fa, le ho chiesto come facesse a stare con una persona che dice cose simili, come potesse ridere alle sue battute squallide.

Tutti mi dicono che avrei dovuto cambiare aria fin da subito.
Nonostante io abbia cercato di portare avanti questa amicizia sono stata accusata di avere pregiudizi, di non sapermi relazionare con chi è diverso da me.
È triste notare come tanti concetti vengano mescolati e confusi. In questo caso opinione ed appartenenza, neonazisti e diversità.
Ciò che Tizio e la mia ex amica non sono riusciti a capire, nonostante abbia espresso il mio risentimento in varie occasioni, è che insultare qualcuno non significa insultare solo lui/lei. Ad esempio, al termine della frase, i miei valori potrebbero essere stati insultati, oppure alcuni dei miei amici, o magari le persone che subiscono violenza inaudite per fuggire dal loro paese, e poi magari, prima ancora di poter mettere piede sul suolo italiano, vengono rispedite "a casa".

Constatare che, molte delle persone in cui avevo riposto fiducia in passato, oggi banchettano con qualunquisti e gente che non sembra in grado di sostenere una conversazione, mi turba un po'. Fortunatamente ho ancora i miei punti di riferimento, che però vedo di rado.
Il motivo per cui mi sono trovata a scrivere questo post è semplice. Nel corso di questi ultimi giorni ho ricevuto appellativi interessanti e coloriti. Io stessa, dopo aver chiesto che ci vedessimo per parlare varie volte, non avendo ottenuto risposte accettabili, mi sono vista costretta ad usare il vile mezzo dell'email per spiegare la mia isteria e successivamente per porre fine alla nostra amicizia ormai putrescente.
Una delle ultime email che ho ricevuto mi descriveva come persona incoerente e giudicona, ma soprattutto maniaca dello studio.
Questo è un punto tragico, su cui spesso mi trovo a riflettere. Perché mai una persona che si informa e, amando ciò che studia, si trova talvolta a raccontare ciò che ha letto o sentito all'università, deve passare per megalomane, snob e rompiballe? Perché?
Come ho già spiegato varie volte, non ho problemi ad ammettere la mia ignoranza. Ma dovrei forse fingere che ciò che mi sta a cuore non mi interessi per non turbare nessuno? Perché in questo paese, la persona deliberatamente ignorante vince sempre? Non sto parlando di mio nonno comunista scledense con la seconda elementare, che mi risulta abbia vinto molto di rado. Sto parlando di chi, indipendentemente dal proprio titolo di studio, se ne fotte di tutto ciò che non lo riguardi in prima persona.
Interrogo voi, amati lettori. Dovremmo forse far finta di niente? Farci insultare, star zitti quando disponiamo dell'arte dialettica per denigrare chiunque dimostri di meritarselo, purché non sia un avvocato o abbia un avvocato sotto mano.
L'idiozia di questa vicenda ha raggiunto il suo apice quando, dopo essere stata accusata di essere incoerente, ho portato quest'esempio: a differenza della mia ex amica, che può dirsi vegetariana perché sua mamma le compra puntualmente seitan e simili, io affronto quotidianamente conversazioni sfibranti e ridicole con i miei genitori che, nonostante siano persone sensate, mi considerano una fanatica e di certo non mi facilitano sul fronte "alimentazione sostenibile e responsabile". GiardinoCiò che mi ha permesso di dimostrare dialetticamente che la mia ex amica è stata plagiata e che non ha mai preso in considerazione i miei discorsi più accorati è stata la risposta alla seconda parte dell'esempio. Ho infatti scritto che, dato che sono incoerente e irresponsabile, ho passato circa due settimane infernali perché mio padre ritiene che il giardino debba essere composto da prato, siepe e fiori, mentre io ho occupato l'unica zona in cui batte il sole con un piccolo orto, nel quale ho piantato pomodori.
Questo gesto è l'ennesimo tentativo che faccio di produrre qualcosa di commestibile a casa mia, in modo del tutto biologico.
La mia ex amica, che si dice amante della natura, ha denigrato tutto ciò definendo i miei pomodori "pomodorini" e dicendo che conflitti domestici derivati dal mio disperato tentativo di fare qualcosa di buono per l'ambiente (in un paese in cui sembra strutturalmente impossibile) non sono "veri problemi".

Se solo non vivessi in un paese dove, nonostante tutto quello che è successo, Berlusconi è ancora al governo, potrei far finta di niente e tornare al mio quieto vivere. Sfortunatamente sono qui; Berlusconi e la sua faccia di merda non si sono mossi di un millimetro e io sto scrivendo questa cosa nonostante mi fossi ripromessa di evitarlo. Sotto lo sguardo impassibile, le battute postume e lo stile granitico, la vostra blogger incostante non-più-preferita piange la perdita della sua migliore amica e il suo passaggio al lato oscuro*.
Amen.

*se non altro è un'astensionista di ferro, il ché significa che non dovrebbe mai votare PdL, Lega o Forza Nuova.

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