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Oggi ho terminato le mie (poche) ore di lavoro come rilevatrice/somministratrice di questionari per l'anno accademico corrente. E' un lavoro non particolarmente esaltante, ma devo dire che il più delle volte mi fa piacere interagire con gli studenti delle superiori e aiutarli a ridurre la complessità della loro vita al fine di superare lo scoglio di una domanda dotata di risposte che appaiono troppo astratte o lontane dalla loro esperienza. Mi piace la sensazione che provo nell'incontrare ragazze e ragazzi che hanno dieci anni meno di me e che fanno osservazioni perspicaci sulle domande che si trovano davanti.
Lunedì sono stata in una prima superiore popolata da ragazze vivaci. Sono stata sommersa dalle domande. Ogni mano alzata richiamava l'idea di diligenza ed impegno, anche nella compilazione di un questionario di provenienza esterna alla scuola e quindi - ovviamente - non oggetto di valutazione. Nelle classi di sole ragazze finisco sempre per sentirmi come il Visconte Dimezzato: la Margherita della chiacchiera da bar ringrazia i Cieli per il lavoro che scorre liscio, i questionari in ordine e la compagnia piacevole; la Margherita costruzionista, invece, opera un confronto con le classi di soli ragazzi e si mette le mani nei capelli.
Nelle classi di soli ragazzi ho avuto delle conversazioni folli, mi sono incazzata oltremisura e ho toccato con mano ciò che mi raccontavano gli amici di Vicenza che frequentavano il Tecnico Industriale del centro. Nelle classi di sole ragazze ho visto in azione il risultato di aspettative condivise circa la desiderabilità di una ragazzina. Quieta, in ordine, cordiale, ubbidiente, generosa, ridacchiante.
Certo, sono state solo parentesi di poche ore, incontri fugaci dai quali non posso trarre generalizzazioni, ma certe riflessioni risultano quasi inevitabili, perché la differenza è enorme e lo si vede anche sui volti degli insegnanti, sui cartelloni alle pareti, nel clima dei corridoi. Entrare in classi in cui il genere, appartentemente, è uno solo, mette in moto l'immaginazione sociologica. In letteratura c'è chi parla male di queste segregazioni per genere, che talvolta sono operate volontariamente, mentre in alcuni casi sono involontarie e dovute ad una forma di segregazione che avviene a monte, che è quella che riferita a ciò che i parrucconi definiscono field of study (es. i liceo socio-psico-pedagogici sono pieni di ragazze, mentre i tecnici industriali sono pieni di ragazzi). C'è poi chi ritiene che i gruppi classe non-misti o, più in generale, i girls-only spaces permettano alle ragazze di muoversi con maggiore libertà rispetto alle classi miste e, sul lungo periodo, le rendano più assertive.
Alla luce di questo, io leggo, mi documento, rifletto, pedalo sotto la pioggia, osservo e continuo a sentirmi come il Visconte Dimezzato.

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Su La Repubblica di ieri Loredana Lipperini parla di Bitch Media e di Soft Revolution. Quando l'ho scoperto c'è mancato poco che mi venisse un infarto.

A proposito di SR, stiamo ancora cercando collaboratrici. Qui trovate le nostre linee guida. Fatevi avanti e, se conoscete ragazze che potrebbero aver interesse a scrivere per noi, fatemi il piacere di segnalar loro la nostra attività di reclutamento.
Grazie.

Le vacanze di Pasqua sono state molto interessanti, per lo meno agli occhi della sottoscritta. Ho lavorato come una matta, certo, ma una volta tanto sono riuscita a fare anche dell'altro.
Ad esempio ho avuto modo di trascorrere una serata deliziosa in compagnia di due donne eccezionali (e di Baldra), con le quali ho intavolato discussioni di cui sento perennemente la mancanza, tanto sono rare nella mia vita. Discussioni sceme per lo più, ma pur sempre rare come l'aglio egiziano.
Ho poi trascorso qualche mezz'ora lavorando in giardino, per lo più dialogando con il contenuto del bidone del compost, che irato mi respinge, incapace com'è di cogliere il dolore che provo ogni qual volta mi vedo costretta ad abbandonarlo per settimane. I miei genitori non lo capiscono, non gli si avvicinano se non per compromettere il precario equilibrio da me instaurato tra scarti della cucina, cartone, foglie, rametti ed erba tagliata. Non posso dunque chiedere ai miei berici coinquilini di mescolare per me il contenuto del bidone, poiché essi non comprendono la problematicità di ciò che avviene tra quelle cinque pareti in plastica riciclata.

Durante le vacanze di Pasqua mi sono tagliata i capelli e li ho tinti di rosso per l'ennesima volta. Uno dei miei compagni di corso ha reagito dicendo che ora ho un look da Uomo Torcia e io ho riso, perché era la cosa giusta da fare.

Il 21 aprile è inoltre venuto meno il mio sociologo (non più) vivente preferito, Harold Garfinkel, che su queste pagine ho più volte descritto come "matto", ma nel senso buono del termine. Per celebrare i suoi 93 anni di vita, Baldra ed io abbiamo fatto un piccolo epitaffio su cui c'era scritto "Harold Garfinkel, fondatore dell'etnometodologia e maestro di tutti noi".
L'abbiamo appeso nell'atrio della Facoltà di Sociologia su una delle bacheche più evidenti. E' rimasto lì solo per qualche ora.
Ammetto di esserci rimasta un po' male quando ho visto che era sparito, anche se non so di preciso chi l'abbia tolto. Garfinkel si studia in tutti i corsi avanzati di sociologia e a volte anche in quelli introduttivi. Le sue ricerche ci hanno fatto ridere come degli imbecilli e ci hanno messi profondamente in crisi, sia a livello umano sia a livello intellettuale. Mi ha stupita il fatto che nessuno abbia menzionato il suo passaggio a miglior vita negli ultimi giorni, soprattutto i professori, che suppongo siano più informati degli studenti su questo genere di faccende. Tutto ciò suona ancor più sconcertante dal momento in cui Anne Rawles, una dei massimi esperti dell'opera di Garfinkel nonché responsabile della recente pubblicazione di alcuni scritti inediti del suddetto, è al momento visiting professor proprio presso la mia facoltà.

Per concludere il mio resoconto, durante queste brevi ma intense vacanze, ho poi avuto il piacere di riaffrontare, anche se solo per venti secondi, il muro d'odio e disprezzo che il mio ex - Pacci, per chi si ricordasse di lui - ha da circa cinque anni innalzato ai miei piedi, continuando ad aggiungere mattoni e malta ogni volta che ci incrociamo.
Rivederlo fuori da casa mia è stato strano e difficile, non tanto a causa del suo atteggiamento da "se solo fossi un po' più incivile ti avrei già ammazzata e sepolta da qualche parte", quanto piuttosto in ragione di tutto ciò che la nostra dolorosa compresenza mi ha ricordato. Non avrei mai pensato di arrivare ad odiarlo o disprezzarlo, mentre di recente ho scoperto che è proprio questo ciò che provo quando me lo trovo di fronte o ripenso al fatto che ha preferito credere a stupide voci false messe in giro da qualcuno piuttosto che a me. Lo odio perché il suo atteggiamento artificiosamente virile ha progressivamente intaccato l'immagine che io avevo di lui, rendendola incredibilmente ardua da ricostruire. Non m'importa di tutto il resto, ma fatico ad accettare certi revisionismi sentimentali che metto in atto senza rendermene conto.
Come ben sapete, non sono certo una di quelle persone che ripudiano la propria adolescenza o si limitano ad etichettarla come un periodo difficile, al termine del quale è necessario "passare oltre", dimenticare. Io conservo gelosamente il ricordo di ciò che la mia adolescenza è stata e ci ritorno sopra di continuo, nella perpetua ricerca di risposte e domande mal celate sotto chilometri di cotone nero, poster dei Nirvana e la lunghissima lista delle cose che non ho fatto semplicemente perché era troppo strano che le facessi. Tendo dunque a rattristarmi se lungo un percorso intrapreso già altre centinaia di volte scopro improvvisamente un piccolo buco nero, che si sta allargando poco a poco, mangiandosi profumi, insicurezze mai scomparse del tutto, battaglie quotidiane che io consideravo fondamentali ed irrinunciabili, mentre gli adulti che mi circondavano ripetevano, per il mio bene, che non era il caso di fasciarsi la testa per simili sciocchezze, che conveniva che stessi zitta e passassi oltre. Se sullo sfondo dei ricordi di queste battaglie c'è anche un Pacci sedicenne, la rielaborazione si fa problematica.
So che non si tratta di una questione di vita o di morte e so anche che qualcuno di voi potrebbe suggerire la tanto calpestata via del "non pensarci", "passa oltre", solo che io proprio non riesco. Se ci riuscissi so che non scriverei; non ne sentirei l'esigenza, probabilmente.
Sono circa quattro anni che tento di elaborare un discorso logico che mi aiuti a guardare questa situazione conflittuale con un minimo di serenità. Solo negli ultimi tempi ho capito che conviene affontare il problema assalendolo dai fianchi, smembrandolo in tanti piccoli post e scritti che forse mai pubblicherò, concentrandomi non tanto su di lui come personaggio monodimensionale, ma su di lui come creatura sociale mutevole.
Fino a qualche mese fa avevo paura a scrivere di lui perché temevo che qualcuno potesse leggere i miei post e segnalarglieli, con il conseguente rischio di passare per quella che è ancora persa, che si mangia le mani e via dicendo. Ora vedo cose che prima non vedevo e il fatto di aver tessuto nuove relazioni - soprattutto con ragazze molto savie - mi ha permesso di superare almeno in parte il senso di solitudine che per anni mi ha tormentata, dopo che quasi tutti i miei amici hanno deciso di stare dalla parte di Pacci e ripudiarmi. Agli occhi di molti io sono ancora chiusa in una scatola rosa sulla quale credo ci sia scritto "troia" o qualcosa del genere. E' anche per questo che volevo così intensamente andarmene da Vicenza e che a volte mi viene da prendere a calci l'universo quando penso ai miei amici dei tempi delle superiori che ora a malapena mi salutano per strada.
Più ci penso e più mi convinco della necessità di insegnare alle bambine e ai bambini a decostruire gli stereotipi di genere, poiché vivendo in Italia è assai probabile che finiscano per esserne vittime, in un modo o nell'altro.
Tutto qua.

INOLTRE:

A proposito di genere e di traumi adolescenziali, sono molto lieta di segnalarvi questo post di Superqueen, nel quale trovate una mia intervista in formato Questionario di Proust nonché una presentazione della sottoscritta dopo la cui pubblicazione posso indubbiamente morire felice. Il suddetto post fa parte di una rubrica (il cui titolo è You've got no reason not to fight) nella quale Teresa cerca di fare il punto su cosa sia il femminismo oggi e io sono molto molto onorata di essere stata scelta accanto a, uhm, Christina Kelly di Sassy (!!!) e molte altre pregevoli donne.

Mentre gli studenti di tutta Italia tornano mestamente alle loro scomode sedie e panche di proprietà dello Stato, io permango sul mio divano. Niente treni questa settimana per la vostra blogger berica preferita. Niente uccelli che defecano sui miei vestiti stesi al sole.
Sono stata omaggiata con i titoli di house sitter e cat sitter. Devo controllare che le gatte si nutrano regolarmente, che non si deprimano, che non si sentano abbandonate. Nel frattempo mi dedico ad una delle attività più amate dai sociologi, ovvero lo sbobinamento.
In realtà non si tratta di vero sbobinamento, poiché l'attività non implica la presenze di vere bobine. Ma quest'anacronismo mi piace e lo uso spesso per evocare romantici scenari hanno a che fare solo in parte con le ore di snervante trascrizione cui devo dedicarmi in questi giorni.
Sto trascrivendo materiali di due diversi tipi:
1. interviste da me svolte con professoresse di lettere del Trentino
2. telefonate al 113 di Verona svoltesi mentre io stavo "facendo osservazione" in Questura.
Questo lavoro apparentemente insensato è in realtà molto utile, nonché parte fondante di due corsi che sto seguendo. Due corsi tutto sommato apprezzabili, cui dedico con piacere il mio tempo.
Il problema è che lo sbobinamento manda fuori di testa la gente. Specialmente se non si tratta di trascrizioni blande e approssimative. Nelle telefonate al 113, ad esempio, vanno indicate anche le sovrapposizioni tra i parlanti, la durata delle pause e i sospiri. Detta così non sembra una cosa così difficile da fare, ma vi assicuro che impiegare quaranta minuti per trascrivere una telefonata di due può essere un po' frustrante.

Oltre alle trascrizioni e allo stato catatonico che le accompagna, il mio tempo libero tende ad esaurirsi per lo più dando da bere ai pomodori dell'orto vicentino, leggendo quel poco che riesco a leggere e scrivendo o occupandomi della gestione di Soft Revolution.
Qualche giorno fa c'è stata la prima riunione ufficiale della redazione. Ammetto di essere stata molto soddisfatta del pomeriggio, non tanto per la lista di idee più o meno balzane che abbiamo prodotto insieme, quanto per il fatto di aver conosciuto di persona anche le colleghe che mi erano note solo attraverso testi da loro prodotti e qualche foto sparuta.
Prima di scrivere il post attraverso il quale speravo di reclutare collaboratrici, più di qualcuno mi aveva detto che ero senza speranze. Che la mia proverbiale ossessione per i traumi adolescenziali mi stava conducendo al fallimento, ad imbarcarmi per un'impresa vana. L'argomentazione dei miei interlocutori, per quanto carica d'umorismo, tendeva a combaciare con un leitmotiv vecchio quanto l'umanità: "I giovani d'oggi sono smorti; non sono come eravamo noi alle superiori".
Ecco, io questo leitmotiv lo adoro, perché lo si trova ovunque; dalle tavolette marcate con caratteri cuneiformi alla cavità orale di ragazzi di vent'anni. Ogni volta che lo sento o lo leggo da qualche parte vengo assalita da una ridarola interiore, non tanto perché trovi ridicola quest'affermazione o le persone che ritengono sensato estrinsecarla, ma perché sono una sociologa e noi sociologi tendiamo a sembrare fuori di testa.
"Deformazione professionale", dico sempre, quando ritengo necessario giustificare il mio comportamento da guardona o da problematizzatrice di micro-interazioni della durata di due secondi.
Di fronte al leitmotiv sopraccitato mi sono limitata a dire - in base ai dati raccolti nel corso degli ultimi quattro anni - che quand'ero alle superiori esistevano altri berici con cui sarei andata d'accordo, se solo li avessi conosciuti. Alcuni di questi berici - umoristi, sfigati ma nel senso bello del termine, ascoltatori di musica pregevole, avidi consumatori di libri - erano addirittura lettori del mio blog. Ciononostante ho passato anni ed anni sentendomi un pesce fuor d'acqua, convinta com'ero che i miei interessi non fossero condivisi dagli abitanti delle aride terre sulle quali ho consumato tante suole e tante lacrime. Per questo bramavo la fuga e passavo moltissimo tempo guardano fuori dalla finestra. Speravo che oltre i colli berici ci fosse un'altra persona come me. Ero, insomma, un personaggio dei Peanuts.

Dal mio miserrimo punto di vista Soft Revolution si sta dimostrando un artefatto fruttuoso, poiché la sua esistenza agisce proprio su questi meccanismi autosegreganti, che portano i ragazzi (o le ragazze, in questo caso) a sentirsi destinati all'isolamento. Alla riunione eravamo in poche, per carità, però è stato chiaro fin da subito che eravamo strette attorno a quei due tavolini perché condividevamo un passato ed un presente stonato rispetto ad una melodia sparata ad un volume più forte della nostra.
E' stato veramente strano trovarmi così bene con un gruppo di persone semi-sconosciute, proprio perché sono abituata a dare per scontato che i miei interlocutori non condividano le mie esperienze e le mie passioni. So che in parte è colpa mia. Sono consapevole del male che mi faccio aspettandomi sempre e solo incomprensione, per lo meno a Trento. Il fatto è che talvolta mi sembra davvero di vivere su un altro pianeta. Questo non perché io pratichi una religione minoritaria o mi vesta solo di lamiere fucsia, ma - a conti fatti - perché so sfruttare le opportunità che internet offre e perché mi annoio facilmente.
Al contempo, sarebbe ridicolo credere che non ci siano altre persone attraversate dagli stessi pensieri. Lo sapevo già a tredici anni che c'erano altre ragazze "sfigate" come me, perché leggevo i loro blog. Solo che mi ci sono voluti anni per arrivare alla conclusione che poteva aver senso creare uno spazio per mettere in relazione queste ragazze "sfigate".
Ecco, magari Soft Revolution come webzine sarà una mezza calzetta, però mi sembra che il fatto di esserci trovate in sette a ridere della nostra presunta sfiga sia già una grande conquista.

Per concludere, se questo post incredibilmente autoreferenziale (ma quando mai Margherita Ferrari non è autoreferenziale?) vi ha fatto venir voglia di leggere qualcosa di più serio (per modo di dire), vi consiglierei di proseguire con gli ultimi due articoli che ho scritto per SR: il primo è sul reality show di Mtv "I Used to Be Fat" mentre il secondo inaugura una nuova rubrica sulla young adult literature e contiene una presentazione del bel libro di Laurie Halse Anderson "Wintergirls".

Avere lezione fino alle otto o alle nove di sera non è bello, come potrete immaginare anche voi. Non è bello soprattutto se il tuo intelletto è stato ininiterrottamente massacrato per dieci, dodici ore.
Quando entri in aula constatando che mezza facoltà è già buia e che gli ultimi superstiti sono i disperati che trascorrono la loro intera esistenza nell'aula studio bunker [a Trento vanno molto le aule studio interrate e conseguentemente prive di illuminazione naturale], sai già che ne uscirai sotto forma di bidoncino dell'umido, dove tutta la tua gioia di vivere e la tua spensieratezza si stanno decomponendo poco a poco.
Però tu ci vai lo stesso a lezione alle sette di sera, a fare questi corsi opzionali di inglese C1b e di analisi della conversazione, perché è solo e soltanto in quelle date circostanze che riesci a convincerti di essere nel posto giusto, nonostante tutto.
Sì, ok, l'analisi della conversazione non ti è ancora così chiara, ma se non altro ti sono chiari tutti quei discorsi non spendibili sul mercato del lavoro che ne rappresentano le premesse. Quelli che Goffman fa ne "L'ordine dell'interazione", per (non) interderci. E ciò che dice il signor Garfinkel.
Al corso di inglese ci vai per rispolverare, riassettare e riscoprire. In previsione di un bando che potrebbe condurti altrove.

Ecco. Vai dunque a lezione all'ora di cena. A volte resti fuori a bere uno spritz aperol a tre euro e trenta centesimi con le tue colleghe e il tuo Collega, investendo ciò che resta delle tue energie nel gossip, nella nostalgia del clima patavino e nello scambio di nuove, vitali informazioni su questo e quest'altro corso.
Quando torni a casa non c'è più nulla che possa ridestarti. Nulla. Non Porta a Porta. Non Santoro. Non l'ennessimo reality show di merda su Mtv.
Mangi il tuo riso basmati biologico e semiscondito in catalessi finché, girando a caso tra i canali del digitale terrestre, non ti imbatti in una cosa terribile.
Una cosa terribile che si chiama "Adolescenti: Istruzioni per l'uso" e che ben presto identifichi come un nuovo programma di La7.

Guardi la puntata dall'inizio alla fine, rapita dal modo in cui un problema di comunicazione tra madre e figlia quidicenne viene progressivamente declinato come un problema esclusivamente della ragazza. Il format prevede la presenza di una psicologa o di uno psicologo, denominati per l'occasione "coach".
Il coach entra nella vita della famiglia oggetto della puntata analizzando "immagini di repertorio", dalle quali emerge in modo lampante una rottura tra genitori e figli. Nel caso della punta visionata ieri sera, una madre poco espansiva impedisce alla figlia di chattare su MSN e critica fortemente i suoi gusti in fatto di abbigliamento (tendenzialmente scollacciato) e di trucco (vistoso). La figlia depreca la madre per questo e continua a chattare su MSN biascicando imprecazioni.
La psicologa/coach analizza ciò che abbiamo appena visto dicendo che c'è un problema di comunicazione tra le due e gettando poi su di noi un'informazione che, nel caso in cui fino a quel momento avessimo simpatizzato per le istanze della figlia, ci farà sicuramente cambiare idea. A quanto pare la madre ha impedito alla giovane di Sharon di usare la chat di MSN perché tempo addietro quest'ultima vi pubblicò delle sue foto in cui compariva in mutande e reggiseno.
E' qui che l'ago della bilancia viene spostato per la prima volta. La coach, che fino a quel momento era parsa abbastanza imparziale, focalizza la sua attenzione solo ed esclusivamente su Sharon, facendo così passare un messaggio molto chiaro: Il problema è dei figli; sono loro che devono mutare per adeguarsi ai desideri dei genitori.
Come emergerà poi dalla visione della puntata, buona parte dello spazio è dedicato a Sharon e al percorso ch'ella deve intraprendere per diventare una buona figlia. I genitori non vengono considerati, come se essi non avessero peso nell'equazione della comunicazione domestica. Sono figure statiche, che vengono allontanate da casa "per prendersi una vacanze". Il dato implicito è che al loro ritorno troveranno una Sharon diversa, più aperta e disposta a condividere i suoi segreti (in barba al fatto che la segregazione degli spazi e l'emersione di segreti sono parte integrante e fondamentale del processo di crescita di una persona).
E' dunque Sharon l'unica a dover intraprendere il percorso che dovrebbe migliorarne l'atteggiamento nei confronti della sua famiglia. Per fare ciò, la coach la porta in Liguria, dove le farà fare una passeggiata in spiaggia e la costringerà poi a scrivere una pagina di diario sulle sue emozioni. Tale pagina verrà poi trasformata nel testo di una canzone con l'aiuto di un Emerito Nessuno (che a quanto pare ha partecipato a X-Factor).
Sharon ed Emerito Nessuno ("grande cantautore", secondo la coach) compongono così una canzone nel giro di venti minuti e la registrano anche. Successivamente la coach la fa lavorare per un paio d'ore in un centro di animazione per bambini, dove ella si dimostra competente. La coach non perde l'occasione per sottolineare che il successo di Sharon è dovuto alla sua indole dolce e premurosa, il che ti porta a pensare che, se l'adolescente protagonista della puntata fosse stato un ragazzo, di certo non gli avrebbero fatto svolgere lo stesso lavoro, così coerente con le "innate virtù femminili". Lo avrebbero mandato a scalare una montagna, a caccia di bisonti o ad iscriversi ad un corso di laurea di Ingegneria.
Il sospetto che la trasmissione sia una scemenza, in cui per altro vengono rinsaldati i soliti stereotipi di genere, trova conferma nell'ultima parte del "percorso" di Sharon. E' qui che il programma si rivela per ciò che è: l'ennesima declinazione del format del "make-over", questa volta in salsa pseudo-psicologica.
Dopo aver scoperto che Sharon ha tutte le carte in regola per essere una giovane donna per bene (ricordiamo che è dolce e premurosa), la coach le presenta una stylist e una truccatrice, che la costringono a scegliere vestiti che non la convincono e a truccarsi in un certo modo (usando comunque una tonnellata di fondotinta, per la cronaca). Sharon non dice niente, ma si vede benissimo che non è convinta di ciò che la stylist sta scegliendo per lei.
Alla fine della trasmissione madre e figlia si riuniscono. Figlia trucca Madre (che non ama dipingersi la faccia, ma accetta comunque la tortura per trovare uno spazio d'incontro con la prole), Madre e Padre ascoltano la canzone che Figlia ed Emerito Nessuno hanno scritto e poi tutti si abbracciano e si vogliono tanto bene. Nel frattempo la coach se ne va, come una novella Mary Poppins.

Alla fine del programma non sai se ridere o piangere. Ti alzi dalla sedia della cucina, fai i cinque passi necessari a raggiungere il letto e crolli addormentata. I piatti restano da lavare.

E' confortante sapere che, per quanto io mi distragga o dedichi ad altro, Elena Donazzan continuerà a fare dichiarazioni ridicole o a redarguire colleghi e colleghe colpevoli di tutti i mali del mondo.
E' di un paio di giorni fa la notizia (già segnalata da Loredana Lipperini) di un botta e risposta tra Elena Donazzan (appoggiata da Morena Martini, assessore alla Scuola del comune di Bassano del Grappa) e la concittadina Annalisa Toniolo, assessore alle Pari Opportunità e alla Pubblica Istruzione.
A quanto pare il nostro amato assessore regionale ha fatto nuovamente ricorso alla via epistolare per bacchettare la "strumentalizzazione" operata dalla Toniolo, colpevole aver trasmesso una nota informativa ai presidi delle scuole superiori della sua città.
Il testo della nota è questo:
"Egregi dirigenti scolastici,
vi comunico che il 13 febbraio p.v. si discuterà nelle piazze del problema dell'immagine femminile come appare sui mass media. Vi trasmetto il documento allegato, affinchè tale iniziativa non venga politicizzata o strumentalizzata, ma vi sia l'occasione per parlarne in classe con i ragazzi. L'Assessore alle Pari Opportunità, Annalisa Toniolo".
L'allegato sarebbe, stando all'articolo di Bassanonet, "il documento "Se non ora, quando" senza alcun commento e senza alcuna immagine".

Ammetto di aver pensato, mentre leggevo per la prima volta di questa notizia, che il gesto della Toniolo sia stato forse un po' azzardato, visto il clima politico da caccia alle streghe (n.b. dove per streghe intendiamo i potenziali detrattori di sua santità Silvio Berlusconi) che domina in Veneto da (non) poco tempo a questa parte.
Ciò non toglie che la mia prima reazione sia stata pesantemente influenzata da quello che definirei istinto di autoconservazione. Con il senno di poi non ho potuto far a meno di riflettere sull'idiozia di una classe politica che, quando fa comodo, si attacca alla Costituzione e demonizza i docenti colpevoli di "aver fatto politica in classe".
Poco importa che questa regola valga solo per chi viene etichettato come comunista, terrorista e nemico di Berlusconi, mentre nel frattempo viene inaugurata una scuola ricoperta da tetto a zerbini di simboli di partito.
Una scuola in cui non si dedichi qualche spazio alla discussione dei fatti d'attualità è una scuola monca. Una scuola che si permetta di ignorare le notizie che ci martellano in testa da mesi, anzi da anni, è una scuola isolata, priva di contatto con la realtà.
Infine, trovo come sempre riprovevoli le sparate della Donazzan, che hanno come focus un'idea degli studenti delle scuole superiori come di creature prive di idee, fragili, costantemente attaccate da pericolose ideologie di stampo marxista e anarchico. Mi sembra sia un'immagine che ha poco a che fare con la realtà, nonostante i tanti problemi che oggi affliggono le nostre scuole. Non a caso le manifestazioni del 13 hanno visto una forte partecipazione anche dei ragazzi più giovani, il cui entusiasmo palpabile non era certo eterodiretto dai "pericolosi partiti della sinistra".
Ostinarsi a sostenere il contrario non fa altro che rinsaldare un'immagine deleteria dei ragazzi italiani; immagine che, alla lunga, ricade sui ragazzi stessi come richiamo all'inazione, al lasciare che siano gli altri ad occuparsi della politica.

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