In certi ambienti dell'Accademia trentina fluttua la convinzione che gli studenti del mio corso di laurea siano dei martiri, dei masochisti o comunque delle persone prone al sacrificio.
Da studentessa del secondo anno, ho accolto i colleghi appena immatricolati pregustando il giorno in cui sarebbero diventati isterici, incazzosi e vagamente insonni come ero io durante lo scorso anno accademico.
Mi sono detta che un anno intero di deadline perpetue e di lavori di gruppo rigettati come immondizia mi avrebbero preparata a tutto.
Stamattina sono andata alla prima lezione di un corso della Columbia che intendo seguire. Da quello che ho capito, si tratta di un corso avanzato del dipartimento di Antropologia. Si chiama The Ethnographic Imagination e il dato per scontato è che gli studenti abbiano già seguito corsi metodologici su questa tecnica. Io non ho mai seguito un corso di etnografia, ma ho fatto etnografia. In un certo senso faccio etnografia sempre, solo che prendo appunti solo di tanto in tanto.
Inoltre non studio antropologia. Ho fatto un esame di antropologia in triennale, il cui ricordo più nitido che conservo è il seguente:
Franz Boas morì tra le braccia di Claude Lévi-Strauss poco dopo aver annunciato la sua recente elaborazione di una nuova teoria sul linguaggio. Teoria che non espose mai, ça va sans dir.
Ecco. Credevo di essere preparata a tutto. Ma ero una povera illusa.
Questo modesto corso, che si articola in due lezioni e un'ora di discussione sui testi alla settimana, prevede la consegna di sei paper.
Nella sezione readings dell'imponente plico contenente le istruzioni per il corso, che mi è stata consegnato prima che cominciasse la lezione, ci sono quattordici libri, svariati articoli
scientifici e una lista apparentemente infinita di capitoli pescati da altri volumi. Sono alquanto turbata dal fatto di dover leggere Benjamin, Evans-Pritchard, Malinowski, Geertz, Boas, Lévi-Strauss, Clastres, Barthes, Sartre, Bachtin, Marx e un'altra ventina nomi sconosciuti in una lingua che non è la mia, dato che in genere mi inquietano anche in italiano. Sono ancora più sconvolta dall'idea di avere due giorni (stando alla schedule del corso) per cominciare e finire Tentative d'épuisement d'un lieu parisien di Perec in inglese, perché con Perec ho un rapporto molto difficile, nonostante lo abbia amato fin dal giorno in cui vidi per la prima volta la sua faccia da matto e i suoi capelli nella mia antologia di letteratura francese delle superiori. Tra i quattordici libri che devo leggere c'è davvero un po' di tutto: da Cuore di tenebra a qualche migliaio di pagine contenenti gli studi etnografici più disparati, passando per Jazz di Toni Morrison.
E questo è solo un corso. Ne ho altri tre da seguire, altrimenti niente borsa di studio.
E pensare che il motivo principale per cui sono cui è raccogliere materiale per la tesi, il che significa leggere e catalogare svariate centinaia di fanzine, intervistare gente del settore, entrare a far parte del Barnard Zine Club per studiare le riunioni e fare etnografia e networking durante i due Zine Fest che si terranno a New York tra febbraio e aprile.
A proposito di fanzine: oggi ne ho lette un po' e ho cominciato a catalogarle in uno splendido documento Excel.
Ne ho trovate due di assolutamente spettacolari e nonsense di cui avrò modo di condividere qualche immagine.
La prima si chiama SID. A zine for people who treat their cats better that they treat their lovers e sostanzialmente si tratta di una lunga lettera d'amore che l'autrice ha indirizzato al suo gatto. Immaginerete la mia faccia quando me ne sono resa conto.
La seconda s'intitola Nuns I've Known. A differenza di tutte le altre fanze che ho maneggiato, questa non contiene immagini, ma solo testo. Il titolo riflette molt
o bene il contenuto, perchè in effetti questa fanza contiene solo descrizioni di tutte le suore conosciute dall'autrice durante la sua esperienza da studentessa di istituti cattolici. Anche in questo caso ho apprezzato molto, mettendo per un attimo da parte il mio self di ricercatrice.
Tra le altre cose, mi sono imbattuta in:
- una marea di fanze sul mestruo
- una fanza inglese dal meraviglioso titolo All My Heroes are Virgins
- una fanza dei tardi anni '90 che si accompagnava ad un nastrone dall'aspetto interessantissimo.
E ho appena cominciato! Chissà che perle spunteranno dagli archivi della Barnard Library...
La domanda che mi pongo a questo punto è: "Arriverò a giugno senza farmi venire un esaurimento nervoso?". E soprattutto: "Riuscirò a trovare un modo per seguire l'assurdo corso del dipartimento di Religione del Barnard chiamato Ghosts and Kami?"
Al momento non lo so, però in compenso venerdì sera me ne vado a Brooklyn ad un concerto di Jeff Mangum dei Neutral Milk Hotel, che per me è più o meno l'equivalente di passare una settimana al cospetto di Dio. (Argh! Blasfemia!)


