Non rimpiango granché dei tempi in cui non avevo la patente ed ero solita circolare in bici e Converse anche quando Vicenza era ricoperta da decine di centimetri di neve. All'epoca i miei averi erano in realtà di proprietà dei miei genitori e una gang di suore irate mi teneva in pugno. Un diciassettenne alto e smilzo che frequentava la mia scuola aveva deciso che il mio soprannome sarebbe stato ONU, dato che una volta mi era capitato di correggerlo mentre vocalizzava un commento xenofobo sugli abitanti della Repubblica Ceca. Inoltre in quel periodo cominciai a constatare che il mondo non era mosso da grandi ideali; realizzai ben presto che nemmeno le spose di Cristo agivano secondo i dettami dei Vangeli e della Costituzione. Se per tenere buona la studentessa dotata di notevole literacy tecnologica era necessario mentire spudoratamente alla stessa buttando sul tavolo una denuncia in potenza, Vangeli e Costituzione potevano essere ignorati per qualche minuto. Quelli erano però tempi in cui ero solita frequentare un gruppo di scout metallari che avevano declinato gli insegnamenti di Baden Powell in precetti di vita quali "se non sai come vestirti oggi prova a scavare in cantina" e "se la tua bici ha dei freni funzionanti forse è il caso che tu prenda delle tenaglie per intervenire al più presto". Con loro sapevo che ogni festa in costume sarebbe stata presa sul serio e che se fuori pioveva copiosamente con ogni probabilità qualcuno si sarebbe messo a correre in direzione della fontana più vicina per infradiciarsi una volta per tutte.
Con l'avanzare dell'età, l'emigrazione e la scoperta dei fasti dell'Accademia scoprii che persino le persone interiormente più ridicole, mano a mano che cominciano ad ospitare sul proprio capo i primi capelli bianchi o l'assenza degli stessi, ad un certo punto archiviano i travestimenti come un giuoco giovanile. Frasi come: "Sono travestito da me stesso" e "Sapevo che tanto nessun altro si sarebbe travestito" divennero poco a poco causa di profonda nostalgia. Nostalgia questa che, come potrete immaginare, ha corroso il mio spirito soprattutto a seguito del mio trasferimento in terra tridentina, dove nessuno ha cantine piene di vestiti assurdi e odorosi di muffa.
A titolo esemplificativo vi propongo il seguente aneddoto, che vi darà un'idea di quanto sia scarsa la propensione al travestimento da parte del mio prossimo: l'ultima volta che ebbi occasione di mettere musica in presenza di altri esseri umani fu ad una festa di Carnevale in una parrocchia del vicentino. Baldra ed io eravamo travestiti da supereroi, perché quello era il tema della festa, organizzata da un mio amico per la gioventù del paese. L'età media degli astanti era circa dodici anni. Io ero vestita da Super Massaia. Baldra da Scott Pilgrim. Due amiche che ci eravamo portati dietro erano rispettivamente Super Mario e un'Incredibile.
Se avete abitualmente a che fare con gente che frequenta le scuole medie avrete forse intuito che eravamo noi gli unici in costume. Tutti i dodicenni e le dodicenni erano abbigliati normalmente e chiedevano a gran voce "musica house", Fabri Fibra e Rihanna.
Da allora il massimo che ho fatto in ambito carnevalesco è stato travestirmi da uno dei miei compagni di corso, ottenendo per sbaglio un look da ragazza dell'Azione Cattolica vagamente succinta. Ho poi chiesto a gran voce una maratona di film di Wes Anderson per vestirmi da Margot Tenenbaum e fumare legittimamente delle sigarette vecchie di dieci anni, bagnate e schiacciate sotto un mattone, ma per il momento il mio sogno non è ancora divenuto realtà.
Immaginerete dunque di quale portata sono stati i miei conflitti interiori pre-Halloween. Negli ultimi giorni ho continuato a leggere splendidi suggerimenti per i costumi da sfoggiare lo scorso lunedì (tra i quali ho attribuito il primato a "Cylon umanoide") ma, sapendo che nessuno si sarebbe travestito con adeguato trasporto, ho preferito indossare la mia maglietta autoreferenziale dei Beach House* e andarmene al collegio di merito con altra gente non travestita a guardare un film horror a caso.
Dopo aver intavolato una discussione poco fruttuosa ed aver cassato nel giro di dieci minuti un osceno film americano in cui c'era una specie di alien a forma di larva gigante, siamo approdati su Let Me In, che alcuni di voi ricorderanno come il remake della pellicola svedese del 2008 Låt den rätte komma in. In genere è raro che un film horror mi comunichi qualcosa di diverso dalla noia, dal terrore o dalla promessa di un mese di notti piene di incubi. In questo caso, invece, posso quasi dirmi felice di abbandonato la prospettiva di una notte di travestimenti e bagordi alcolici, perché altrimenti dubito che avrei trovato il coraggio per guardare un film come Let Me In che, sulla carta, sembrava in grado di traumatizzarmi. In realtà il remake di Matt Reeves non è così terrificante come l'avevo immaginato. I primi dieci minuti dell'originale di Tomas Alfredson, invece, erano stati sufficienti a farmi perdere almeno un paio di settimane di vita.
Let Me In racconta la storia dell'amicizia nata tra un dodicenne (Owen) che per semplicità definiremo esile sfigato vittima di bullismo e una finta ragazzina perennemente scalza (Abby), interpretata da Chloë Moretz. La finta ragazzina è in realtà una vampira, il che significa che nel film ci sono un sacco di persone che vengono dissanguate brutalmente.

Uno dei grandi pregi di Let Me In è che rappresenta la dimostrazione empirica di come si possa realizzare un film in cui alcuni dei personaggi sono non-morti senza per questo ricoprirsi di ridicolo. A differenza di tanti altri film di cui non occorre che faccia il nome, Let Me In evita di spiegare per filo e per segno come funzionano i vampiri, da dove vengono e quali sono i loro punti deboli. Viene dato per scontato che queste informazioni siano ormai di dominio pubblico. Questo permette di dare spazio a questioni ben più importanti, come l'amicizia tra Owen e Abby e il rapporto tra il primo e i compagni di scuola che si divertono a tormentarlo. Personalmente sono un'appassionata di film che affrontano i problemi quotidiani di chi passa buona parte della propria giornata tra le mura scolastiche, sia che il punto di vista sia quello di degli "sfigati", sia che sia di insegnanti, gente popolare e via dicendo. Se sono fatti bene, per quanto piegati al nonsense, tendo sempre ad apprezzarli. Let Me In, per quanto horror e per quanto solo collateralmente dedicato alla vita scolastica, funziona. Il terrore, la rabbia e l'impotenza di Owen sono palpabili. Le sue reazioni estreme, il suo scatto violento fomentato da Abby risultano comprensibili e, almeno in parte, condivisibili.

Il personaggio di Abby è invece ambiguo. L'ho trovato inquietante non tanto nei momenti in cui diviene un animale affamato, al punto da assumere movenze simili a quelle di un lupo, ma soprattutto nel suo rapporto ambiguo con gli uomini adulti.
E' rispetto a questo disagio lieve, quasi impalpabile, che fatico a trovarmi d'accordo con chi ha descritto Let Me In dicendo che si tratta di un film romantico. Un horror romantico.
Credo che questo giudizio sia frutto di una lettura superficiale della vicenda e dei tanti piccoli indizi che costellano i due appartamenti in cui sono ambientate alcune delle scene più belle. Una foto che ci rivela un nuovo vincolo che è venuto a crearsi tra i protagonisti, ad esempio, e che suona come una condanna.
Questi dettagli inquietanti valgono molto più di un bacio approssimativo, che per altro credo abbia schifato le persone che erano in mia compagnia durante la visione del film e che speravano in una deriva splatter.
* dieci punti gloria a chi indovina perché la maglietta dei Beach House è per me autoreferenziale.



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