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Vampiri

Vampiri  | No TrackBacks

Non rimpiango granché dei tempi in cui non avevo la patente ed ero solita circolare in bici e Converse anche quando Vicenza era ricoperta da decine di centimetri di neve. All'epoca i miei averi erano in realtà di proprietà dei miei genitori e una gang di suore irate mi teneva in pugno. Un diciassettenne alto e smilzo che frequentava la mia scuola aveva deciso che il mio soprannome sarebbe stato ONU, dato che una volta mi era capitato di correggerlo mentre vocalizzava un commento xenofobo sugli abitanti della Repubblica Ceca. Inoltre in quel periodo cominciai a constatare che il mondo non era mosso da grandi ideali; realizzai ben presto che nemmeno le spose di Cristo agivano secondo i dettami dei Vangeli e della Costituzione. Se per tenere buona la studentessa dotata di notevole literacy tecnologica era necessario mentire spudoratamente alla stessa buttando sul tavolo una denuncia in potenza, Vangeli e Costituzione potevano essere ignorati per qualche minuto. Quelli erano però tempi in cui ero solita frequentare un gruppo di scout metallari che avevano declinato gli insegnamenti di Baden Powell in precetti di vita quali "se non sai come vestirti oggi prova a scavare in cantina" e "se la tua bici ha dei freni funzionanti forse è il caso che tu prenda delle tenaglie per intervenire al più presto". Con loro sapevo che ogni festa in costume sarebbe stata presa sul serio e che se fuori pioveva copiosamente con ogni probabilità qualcuno si sarebbe messo a correre in direzione della fontana più vicina per infradiciarsi una volta per tutte.
Con l'avanzare dell'età, l'emigrazione e la scoperta dei fasti dell'Accademia scoprii che persino le persone interiormente più ridicole, mano a mano che cominciano ad ospitare sul proprio capo i primi capelli bianchi o l'assenza degli stessi, ad un certo punto archiviano i travestimenti come un giuoco giovanile. Frasi come: "Sono travestito da me stesso" e "Sapevo che tanto nessun altro si sarebbe travestito" divennero poco a poco causa di profonda nostalgia. Nostalgia questa che, come potrete immaginare, ha corroso il mio spirito soprattutto a seguito del mio trasferimento in terra tridentina, dove nessuno ha cantine piene di vestiti assurdi e odorosi di muffa.
A titolo esemplificativo vi propongo il seguente aneddoto, che vi darà un'idea di quanto sia scarsa la propensione al travestimento da parte del mio prossimo: l'ultima volta che ebbi occasione di mettere musica in presenza di altri esseri umani fu ad una festa di Carnevale in una parrocchia del vicentino. Baldra ed io eravamo travestiti da supereroi, perché quello era il tema della festa, organizzata da un mio amico per la gioventù del paese. L'età media degli astanti era circa dodici anni. Io ero vestita da Super Massaia. Baldra da Scott Pilgrim. Due amiche che ci eravamo portati dietro erano rispettivamente Super Mario e un'Incredibile.
Se avete abitualmente a che fare con gente che frequenta le scuole medie avrete forse intuito che eravamo noi gli unici in costume. Tutti i dodicenni e le dodicenni erano abbigliati normalmente e chiedevano a gran voce "musica house", Fabri Fibra e Rihanna.
Da allora il massimo che ho fatto in ambito carnevalesco è stato travestirmi da uno dei miei compagni di corso, ottenendo per sbaglio un look da ragazza dell'Azione Cattolica vagamente succinta. Ho poi chiesto a gran voce una maratona di film di Wes Anderson per vestirmi da Margot Tenenbaum e fumare legittimamente delle sigarette vecchie di dieci anni, bagnate e schiacciate sotto un mattone, ma per il momento il mio sogno non è ancora divenuto realtà.
Immaginerete dunque di quale portata sono stati i miei conflitti interiori pre-Halloween. Negli ultimi giorni ho continuato a leggere splendidi suggerimenti per i costumi da sfoggiare lo scorso lunedì (tra i quali ho attribuito il primato a "Cylon umanoide") ma, sapendo che nessuno si sarebbe travestito con adeguato trasporto, ho preferito indossare la mia maglietta autoreferenziale dei Beach House* e andarmene al collegio di merito con altra gente non travestita a guardare un film horror a caso.
Dopo aver intavolato una discussione poco fruttuosa ed aver cassato nel giro di dieci minuti un osceno film americano in cui c'era una specie di alien a forma di larva gigante, siamo approdati su Let Me In, che alcuni di voi ricorderanno come il remake della pellicola svedese del 2008 Låt den rätte komma in. In genere è raro che un film horror mi comunichi qualcosa di diverso dalla noia, dal terrore o dalla promessa di un mese di notti piene di incubi. In questo caso, invece, posso quasi dirmi felice di abbandonato la prospettiva di una notte di travestimenti e bagordi alcolici, perché altrimenti dubito che avrei trovato il coraggio per guardare un film come Let Me In che, sulla carta, sembrava in grado di traumatizzarmi. In realtà il remake di Matt Reeves non è così terrificante come l'avevo immaginato. I primi dieci minuti dell'originale di Tomas Alfredson, invece, erano stati sufficienti a farmi perdere almeno un paio di settimane di vita.
Let Me In racconta la storia dell'amicizia nata tra un dodicenne (Owen) che per semplicità definiremo esile sfigato vittima di bullismo e una finta ragazzina perennemente scalza (Abby), interpretata da Chloë Moretz. La finta ragazzina è in realtà una vampira, il che significa che nel film ci sono un sacco di persone che vengono dissanguate brutalmente.

Uno dei grandi pregi di Let Me In è che rappresenta la dimostrazione empirica di come si possa realizzare un film in cui alcuni dei personaggi sono non-morti senza per questo ricoprirsi di ridicolo. A differenza di tanti altri film di cui non occorre che faccia il nome, Let Me In evita di spiegare per filo e per segno come funzionano i vampiri, da dove vengono e quali sono i loro punti deboli. Viene dato per scontato che queste informazioni siano ormai di dominio pubblico. Questo permette di dare spazio a questioni ben più importanti, come l'amicizia tra Owen e Abby e il rapporto tra il primo e i compagni di scuola che si divertono a tormentarlo. Personalmente sono un'appassionata di film che affrontano i problemi quotidiani di chi passa buona parte della propria giornata tra le mura scolastiche, sia che il punto di vista sia quello di degli "sfigati", sia che sia di insegnanti, gente popolare e via dicendo. Se sono fatti bene, per quanto piegati al nonsense, tendo sempre ad apprezzarli. Let Me In, per quanto horror e per quanto solo collateralmente dedicato alla vita scolastica, funziona. Il terrore, la rabbia e l'impotenza di Owen sono palpabili. Le sue reazioni estreme, il suo scatto violento fomentato da Abby risultano comprensibili e, almeno in parte, condivisibili.

Il personaggio di Abby è invece ambiguo. L'ho trovato inquietante non tanto nei momenti in cui diviene un animale affamato, al punto da assumere movenze simili a quelle di un lupo, ma soprattutto nel suo rapporto ambiguo con gli uomini adulti.
E' rispetto a questo disagio lieve, quasi impalpabile, che fatico a trovarmi d'accordo con chi ha descritto Let Me In dicendo che si tratta di un film romantico. Un horror romantico.
Credo che questo giudizio sia frutto di una lettura superficiale della vicenda e dei tanti piccoli indizi che costellano i due appartamenti in cui sono ambientate alcune delle scene più belle. Una foto che ci rivela un nuovo vincolo che è venuto a crearsi tra i protagonisti, ad esempio, e che suona come una condanna.
Questi dettagli inquietanti valgono molto più di un bacio approssimativo, che per altro credo abbia schifato le persone che erano in mia compagnia durante la visione del film e che speravano in una deriva splatter.

* dieci punti gloria a chi indovina perché la maglietta dei Beach House è per me autoreferenziale.

C'è un dilemma che mi spezza in due, talvolta con una frequenza preoccupante. So che è un dilemma condiviso. Già vi immagino annuire mentalmente dopo che avrete colto ciò di cui sto parlando. Mentalmente, poiché sono rari i lettori di blog che annuiscono davanti allo schermo del computer. Magari in pubblico.
Viviamo nell'epoca dell'iPhone, eppure basta far ondeggiare assertivamente la testa di fronte ad un oggetto che supponiamo inanimato ed ecco che ci siamo trasformati negli sfigati del villaggio.

Il dilemma di cui vi parlavo è il seguente: se sono pervaso dal desiderio vedere il film y tratto dal fumetto/libro x e ho l'impressione che lo stesso fumetto/libro x possa piacermi molto, conviene che io guardi prima il film y o legga il fumetto/libro x?
"Che fare?", direbbe quel tizio russo con la faccia da gatto demoniaco.
Il più delle volte ci si limita a procedere a caso, mettendo le mani sul primo capita.
Eccetto casi eccezionali, le situazioni che si dispiegano tendono ad essere di questo tipo:

A) guardo prima il film e poi non leggo il libro perché il film mi ha rovinato il finale et similia.
B) guardo prima il film e poi leggo anche il libro esaltandomi come un armadillo fatto di acidi.
C) leggo prima il libro e poi mi rovino la visione del film poiché non posso far a meno di notare tutte le differenze con l'opera cartacea.
D) leggo prima il libro e poi apprezzo il lavoro degli sceneggiatori, del registra e via dicendo nella trasposizione del pregevole libro in un altrettanto pregevole formato cinematografico.
E) leggo prima il libro e poi non guardo il film perché sono un fanatico purista.

Citando casi estremi tratti dalla mia esperienza personale, potrei rivelare il mio vergognoso blocco nei confronti della lettura di "Fight Club" di Palahniuk (caso A) o dei film tratti da classici della letteratura russi e francesi (caso E).

Qualcuno penserà che questo discorso abbia una parvenza di senso, ma che esso non sia degno d'impedirmi il sonno, per lo meno se al centro della questione troneggiano i sei volumi di Scott Pilgrim o Watchmen, anziché qualche mattone composto in mezzo alla tundra. Questo qualcuno - un deprecabile qualcuno - è colui che, ignaro dell'ormai canuta polemica sulla questione, se ne va in giro a dire che i fumetti sono roba da adulti cretini o da bimbi ignoranti. (N.B. Questo qualcuno è lo stesso che ci rovina l'esistenza piazzando le proiezioni dei film di Miyazaki o di pellicole deprimentissime ma ad alto tasso di pelosità come Where the Wild Things Are solo in orario pomeridiano)

Scott Pilgrim di O'Malley si presta particolarmente bene allo sberleffo, in virtù della sua estetica cicciosa e nippo-derivata. Difatti la mia componente snob - quella che mi ha permesso di uscire dalle superiori senza riportare troppi danni mentali - all'inizio era diffidente.
All'epoca era appena uscito il trailer del film su YouTube. Mancavano mesi all'uscita del film nelle sale americane. (Mesi+x) alla possibilità di visionarlo in qualità accettabile in queste lande desolate.

Fu così che, onde mettere freno all'isteria, il coinquilino Baldra scaricò il pdf del primo volume e diede poi l'ok all'acquisto. Nel frattempo io me ne stavo accartocciata sul divano ad elaborare il trauma causato dall'ultima puntata di Six Feet Under, che tutt'ora mi tormenta.
Il fatto è che Baldra non è sempre stato il raffinato maniaco di sconosciuti dischi canadesi fuori catalogo che voi Lettori non conoscete. Quel genere di raffinato maniaco dal quale - a meno che non vi troviate in città popolate da un discreto numero di persone altrettanto fanatiche - riceverete solo cenni che stanno a significare "Sì, ho presente chi sono i Kings of Leon. Non scaldarti", "Sì, non occorre bullarsi del fatto che tuo cugino conosce Vasco Brondi".
Un tempo Baldra era un caso umano come tutti noi. La prima volta che esplorai la sua camera vi trovai dettagli spiacevoli, come l'immancabile poster del Signore degli Anelli, un'icona della Madonna identica a quelle che erano appese in ogni locale dell'Istituto Cattolico e una gravissima assenza di iconografia smithsiana. E non avevo visto la collezione di manga di Dragon Ball celata nell'armadio. O la foto sulla patente e quella sulla carta d'identità, dove indossava due diverse magliette dei Millencolin.
Baldra era dunque la persona perfetta per acquistare tutti e sei i volumi di Scott Pilgrim. Se si fosse rivelato un prodotto scrauso, nessuno (=la sottoscritta) si sarebbe stracciato le vesti accusandolo di avere una collezione nascosta di cicciate kawaii sotto il letto.




Quando Scott Pilgrim - Precious Little Life entrò nelle nostre vite avevamo già fatto una drammatica scelta; sapevamo che avremmo letto il fumetto prima di vedere il film. Sapevamo che difficilmente la trasposizione di Edgar Wright ci avrebbe fatto sconquassare come i volumetti di O'Malley. Dico "sconquassare" perché nel frattempo avevamo cominciato ad odorare la carta e a constatare che Scott Pilgrim era un'opera fumettistica deliziosa.
Abbiamo dunque letto ed atteso il film. Personalmente ho costruito aspettative totalmente ridicole nella mia testa. Ho persino tentato di spiegare a Mater il motivo del mio tormento mostrandole una foto di Michael Cera as Scott. Immaginerete la sua reazione.
Io: "Mamma! Scott Pilgrim!" (indicando la foto di Michael Cera)
Mater: "Eh?"

Come altri hanno sottolineato prima di me, il bello dell'opera Scott Pilgrim è che parla alla ragazzetta che ignora chi siano gli Smashing Pumpkins così come al cultore della scena di Halifax. E lo fa grazie ad una trama semplice ed efficace, condita con pizzichi di umorismo demenziale e personaggi nei quali è arduo non riconoscersi.


A conti fatti, Scott Pilgrim vs. The World si produce nello stesso risultato. O, per lo meno, lo fa agli occhi di colui/colei che non ha letto il fumetto. Colui/colei che ha letto il fumetto accoglie la fine del film urlando "Dov'è l'apparato criogenico?" e s'incupisce pensando al modo in cui è stata compressa la storia d'amore tra Scott e Ramona Flowers. Ciò non toglie che il film sia quel genere succulenta cicciata che tutti voi desiderate vedere e che io stessa rivedrò a breve.
Procuratevene una copia. E poi leggete il fumetto.

Scialla!!!

Scialla!!!  | No TrackBacks

Giaccio scompostamente sul divano, sorseggiando il mio caffè post prandiale freddo. Sono reduce da una mattinata di commisioni, giri a vuoto in bici, visite oculistiche e lunghe attese al mio ufficio postale. Non riesco a muovermi. Lo stress oculare è tal da impedirmi di guardare la tv con mera passività.
Decido dunque di aggravare la mia condizione, fruendo i primi tre o quattro minuti di Amore 14, il film di Federico Moccia tratto dall'omonimo libro di Federico Moccia.

Una voce fuori campo da bimba isterica dice: "Questo è il giorno più bello della mia vita. Questo è il giorno in cui ho fatto l'amore!"
Reagisco aggrottando la fronte e cercando il telecomando per cambiare canale. Nel frattempo la voce narrante ha annunciato il ricorso alla tecnica del flashback. Dice: "Ma come sono arrivata al giorno in cui ho fatto l'amore?". E comincia a spiegare. Non so di preciso cosa mi abbia spinta a raccogliere carta e penna. So solo che di lì a poco ero pronta a prendere appunti.
Carolina, detta Caro, si rivela allo spettatore grazie una versione stiminzita di quei brillanti test con cui anni fa la gente si intasava le caselle di posta elettronica.
"Nome? Caro!
Età? 13 anni!
Tre buoni propositi per il mese corrente? Andare in palestra, far parte della Tim Tribù e andare con gli amici al concerto dei Finley!"
Non riesco a credere ai miei occhi. Sto guardando un film e all'interno di questo film c'è un logo lampeggiante della Tim Tribù, qualsiasi cosa essa sia.

Amore 14 è dunque uno di quei film la cui la cui stupidità è tale da mettere in imbarazzo anche una fetta significativa del suo presunto target: le adolescenti isteriche. Non avendo letto il libro, scavo nei miei ricordi alla ricerca del post delle Malvestite sull'opera in questione. E rido, ovviamente.
La protagonista di Amore 14 è Caro, una tredicenne senza cervello che fa un uso improprio delle preposizioni. Le sue due migliori amiche sono, com'è giusto, stereotipate: c'è quella piena di soldi, nonché moderatamente stronza, che spende e spande e c'è quella che mangia in continuazione. Quest'ultima attrae fin da subito la mia attenzione, poiché Moccia la ritrae come una divoratrice compulsiva di ogni tipo di cibo immaginabile. Si alza addirittura in piena notte per svuotare il frigo. Eppure non è né immensamente obesa né bulimica. Un vero miracolo!
Caro ha una famiglia amabile ma attraversata da elementi problematici. C'è il fratello ventenne, detto Rusty James, che vorrebbe fare lo scrittore, ma è costretto dal padre a studiare medicina. La sorella rincoglionita e priva d'altre peculiarità. Il padre dispotico e lievemente violento, ma che sotto sotto ha un cuore d'oro. La madre banderuola e sottomessa, che mi ricorda tanto certi melodrammi strappalacrime ambientati tre secoli fa. Infine, ci sono i nonni, tanto cari e giovanili.
Caro è una bimba per bene che vuole tanto bene a tutti i suoi parenti, eccetto forse alla sorella rincoglionita; eppure c'è qualcosa che la turba. Insieme alle sue amiche bisbetiche, non fa altro che parlare di sesso.
"Ma insomma", gracchiano le tre tredicenni nel cortile della scuola, "come si fa questo famigerato sesso di cui tutti parlano?"
Moccia ci rivela però che non tutte sono poi così sprovvedute. Caro, ad esempio, ha già avuto un'esperienza rivelatrice. Durante l'estate si è fatta inseguire, insieme ad un gruppo di amici idioti, da quello che pare essere un guardiabosco con contratto a tempo determinato. Nel caos della fuga, Caro si è ritrovata nella grotta dell'orso insieme ad uno dei amici incredibilmente fighi. Nella scena orchestrata con astuzia da Moccia, i due si avvinghiano nell'oscurità ed ella dice: "Ho paura!"
A questo punto l'amico la bacia. Moccia ci propone un primo piano eccezionale sulla cintura di lei, che viene slacciata con maestria. Nel raccontare ciò che segue alle sue amiche, Caro dice: "E poi mi ha toccata lì! Ih ih ih ih! Che solletico!" L'amica ricca suggerisce che forse il tredicenne fruga mutande non abbia toccato "i punti giusti". Caro reagisce domandando: "Ma quanti ce ne sono di punti giusti?"
Questo è un chiaro esempio dell'idiozia di Moccia, che descrive i suoi personaggi femminili come arrapati ma inconsapevoli del funzionamento del proprio corpo, se non addirittura del posizionamento delle ascelle rispetto alle braccia o roba simile. Conseguentemente sono dei tredicenni esperti e talentuosi a calare dall'alto per dire: "Caro, non so se l'hai mai notato, ma hai una vagina!" [questo non c'è nel film, ma ci manca poco].

La vicenda comincia a complicarsi e a farsi interessante quando Caro incontra Massi in una Feltrinelli. I due si guardano ed è subito LOVE. Massi è un tizio dallo sguardo fatale e i capelli effetto Pantene, che conquista la nostra protagonista con un gesto che trascende le leggi della fisica. Dopo essere scomparso del nulla, Massi ferma Caro per strada facendole sentire con il cellulare la canzone [un qualche singolo di James Blunt] ch'ella stava ascoltando nel reparto musica della Feltrinelli. Il problema è che Massi non aveva modo di vedere/sentire/intuire quale canzone stesse effettivamente ascoltando Caro. Ma poco importa! I due vanno subito a fare un giro al parco e si prendono per mano. Il tutto senza mai presentarsi [Lo faranno dopo svariate ore]. Massi accompagna poi Caro a guardare le stelle con un telescopio e, dopo essere scomparso per pochi istanti, torna con un certificato che dice: "Signor Massi, congratulazioni per il suo acquisto della stella XY, che da oggi si chiama Carolina". Oltre al fatto che non mi risulta sia possibile "comprare" le stelle, credo sia anche difficile procedere a tale transazione e ricevere un certificato con tanto di bolla papale nel giro di pochi minuti. Ad ogni modo, Caro è colpita da questo gesto e attribuisce a Massi il punteggio più alto nella classifica dei ragazzi che le piacciono [Nel corso del film la classifica viene aggiornata più volte]. Nel separarsi, Massi scrive il suo numero di cellulare sulla vetrina di un negozio di abbigliamento, scatenendo l'adorazione di Caro.
Nel frattempo Rusty James, il fratello ventenne interpretato da un attore ultratrentenne e visibilmente stempiato, abbandona l'università e va a lavorare in condizioni inumane presso una casa editrice, il cui direttore è Biascica di Boris. Qui Rusty James scopre il lato oscuro dell'editoria italiana: gli stipendi da fame, la mancanza di rispetto per i giovani talentuosi e pieni di sogni, la tristezza imperante. È memorabile la scena in qui Rusty racconta ad una collega spazientita del suo amore per David Foster Wallace e della tristezza che ha provato dopo essere venuto a conoscenza del suicidio del suddetto. Cita poi Infinite Jest, che Moccia non ha evidentemente letto, dicendo: "Le note finali sono la parte più bella del libro".

Come se tutto ciò non bastasse, la faccenda si complica ulteriormente, poiché dei vili criminali rubano a Caro il cellulare, dove la fanciulla aveva salvato in numero i Massi. Scatta il panico. Caro passa mesi e mesi cercando di rimettersi in contatto con il suo amore imberbe. Va dall'amico cartomante, mette degli annunci su internet, torna al negozio vandalizzato dicendo alla commessa: "Scusa, non è che ti ricordi il numero che avevamo scritto sulla vetrina l'altra sera?".
Insomma, un vero disastro. Ma il tempo passa e Caro si vede costretta a guardarsi intorno. In una delle tante scene agghiaccianti del film, la biondina dal cuore d'oro bacia il compagno di classe nerd "fissato con i numeri e le percentuali", che è anche il fondatore della band Equazioni. Successivamente si mette con un diciottenne dalla capigliatura fluente, che fa l'istruttore di tennis e che la costringe a giocare fino allo sfinimento ogni giorno. Infine, accetta la sfida del figlio tamarro del benzinaio, che le dice: "Dimostrami che non sei una snobbetta! Esci con me". La loro relazione sarà breve e compromessa infine da un bacio alla cipolla [non sto scherzando].

Un pomeriggio qualsiasi, l'amica mangiatrice compulsiva smette di masticare [N.B. Si metterà a dieta solo dopo essersi messa con un certo Aldo] e dice: "Ma quanto fico è questo pezzo dei Justice!". Caro ricorda allora un dettaglio fondamentale, che per qualche motivo era rimasto celato nei meandri del suo cervello. Il giorno fatale del cd di James Blunt, Massi aveva detto: "Oltre ad essere studente [minorenne e sfigato] sono anche dj al Cube e metto sempre i Justice". Le tre amiche gracchianti decidono allora di organizzare una spedizione al Cube, dove entrano senza problemi pur avendo cinque anni in meno dell'età minima tollerata nel locale. Sfortunatamente però, Massi non lavora più lì da mesi.
Per rendere ancor più triste la situazione, Moccia decide di ammazzare il personaggio più amabile del film, il povero nonno di Caro, che avevamo deriso per la sua battuta: "Certo che è brava questa Dolcenera! Molto meglio di quelle cantanti americane come Rihanna e Beyoncé".

I toni cambiano dopo che Caro festeggia il suo quattordicesimo compleanno. La sua amica ricca le ricorda che "su Cosmo dicono sempre che a quattordici anni arriva la botta di ormoni". Difatti, pur non avendo degli uomini da spupazzare, le ragazze sentono la necessità di informarsi sulle tecniche sessuali più in voga. Ma come? Soppesano svariate possibilità: le riviste pornografiche, i siti zozzi e i manuali che vendono alla Feltrinelli [come "Sei vaginale o clitoridea?"]. Alla fine decidono di trovarsi a casa della tipa ricca, in compagnia di altre amiche più o meno esperte. Si scambiano fotocopie ritraenti "svariati tipi di cosi [...] che possono essere a uncino, a microfono o a martello". Poi Caro si dimostra audace e dice: "Ma ragazze! Parliamo di noi! Dov'è questo punto G di cui tutti parlano? Davvero ci sono donne che non lo trovano mai per tutta la loro vita? Sob sob!"
A rispondere alle domande più scabrose è l'amica esperta che, essendo stata bocciata più volte, ha più esperienza con gli uomini. Ella consiglia, tra le altre cose, di non mostrarsi troppo disponibili con i ragazzi. Anziché darla via subito, è meglio mantere un certo contegno e limitarsi ad offrire una sega.

Caro è molto colpita da questo pomeriggio dedicato allo scambio di informazioni. Nella scena successiva, infatti, la troviamo nella vasca da bagno, mentre riflette sulla sua conformazione anatomica.
Pensa: "Non sarò mica una di quelle che non trovano il punto G, no? Dove potrebbe essere? Sotto le ascelle? Ih ih ih ih! Magari è proprio dove dovrebbe essere!". Moccia cerca di farci intendere che, esplorando a caso per circa cinque secondi, Caro ha trovato il suo punto G. Caro dice infatti: "AH!", come se avesse finalmente trovato la soluzione di un rebus.

Nel frattempo Massi è ricomparso nella storia, più o meno come se fosse caduto dal cielo. Caro lo ritrova del tutto casualmente in discoteca, dove il suddetto chiede al dj di mettere quella canzone di James Blunt per la sua amata. Che romantico!
Il susseguirsi di eventi mi fa pensare al fatto che il cervello di Massi debba essere vuoto, poiché egli non sembra essersela presa con Caro, che non gli ha telefonato per circa sei mesi, dopo ch'egli ha avuto la raffinatezza di regalarle una stella e di baciarla in modo pudico. I due si rimettono insieme come se niente fosse. Vanno al cinema, si prendono per mano e sono tanto felici. Ma la vita di Caro sta per essere toccata una seconda volta dal demone della tristezza.
Il fratello talentuoso riceve un rifiuto dalla casa editrice dove lavora; il suo libro "Come un cielo al tramonto" non è piaciuto. Rusty James pare cadere in depressione. Litiga con la morosa, beve e fuma come solo i veri artisti sanno fare e si convince di essere un fallito. Eppure continua a scrivere.
Caro, che sta ancora pregustando le pratiche erotiche studiate con le amiche, programma tutto nei minimi dettagli. Nel corso di un serata meravigliosa, durante la quale va a cavallo in un bosco con Massi (!), egli le dice: "Caro, vuoi fare l'amore con me?". Ella risponde di sì.
E così torniamo alla prima scena del film, dove Caro se ne va al mercato tutta contenta dicendo: "Questo è il giorno più bello della mia vita. Questo è il giorno in cui faccio l'amore". Compra dei fiori per Massi e si siede ad aspettarlo su una panchina del parco. Da lì lo scorge in lontananza. Sono ch'egli, anziché fare una di quelle cose che succedono di solito nei film romantici, sta baciando l'amica ricca di Caro, che è comparsa dal nulla e senza alcun preavviso da parte di Moccia. "Maledetto infame", pensa allora la nostra amica decerebrata.

Caro è disperata e se ne va. Le sue lacrime allagano le vie di Roma. Fortunatamente Rusty James la intercetta per strada e la porta al mare.
Viste le premesse del film, penso che a questo punto Caro dovrà comunque "fare l'amore" con qualcuno. L'ha detto! Ma è improbabile che il prescelto sia suo fratello. Così il film finisce e Caro ci fa presente che il suo imene è ancora integro.

Dopo aver visto Amore 14 ho creduto di dover vomitare. Invece ho sistemato gli ultimi appunti e sono uscita a bermi una birra con Baldra, per festeggiare la buona riuscita del suo ultimo esame. Per il resto della serata ho sentito gli effetti del film. Sono difatti stata colpita da strani attacchi di isteria, che mi hanno portata a cantare i testi di Vasco Brondi - in particolar modo il noto verso "E invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare!" - prendendo a mazzate Baldra, che era già semidormiente. Penso dunque che Amore 14 sia un film dannoso per la salute e che mi sento di sconsigliare a chiunque non sia alla ricerca di una pellicola idiota da fruire insieme al consumo di sostanze illegali.

Le settimane passano e io sono sempre qui, ricoperta dalla polvere. I buchi nei muri sono stati tappati, le porte rimangono in garage insieme a buona parte dei miei averi e voci ufficiose dicono che il casino non se ne andrà prima di settembre. Questo significa che il casino ed io ce ne andremo insieme. Egli troverà una nuova famiglia amante della ristrutturazione disposta ad ospitarlo, mentre la sottoscritta occuperà un letto e mezza stanza nell'ultima città in cui avrei mai pensato di finire.
Da ciò che ho potuto osservare, Trento ha molti pregi e altrettanti difetti. In primis, pare che non ci siano né locali di mio gusto né pratiche orientate alla devastazione analoghe a quelle diffuse in altre città universitarie che ho avuto modo di conoscere. Ci sono però un sacco di spazi dove è possibile darsi allo studio fino all'implosione, nonché una palestra interrata dentro alla Facoltà di Sociologia. Non sto scherzando. Dentro alla Facoltà di Sociologia.

Pare che alla fine mi iscriverò alla specialistica chiamata Ricerca Sociale. Il bello di questo corso è contiene la parola "ricerca" nel nome. Inoltre, a giudicare da ciò che mi hanno riferito da alcuni dei miei futuri compagni di corso, l'anno prossimo perderò la ragione a forza di studiare. Una bella notizia, insomma. La mia speranza è che si ripresenti una situazione analoga a quella patavina, nella quale sembravo una specie di genio, semplicemente perché i miei colleghi erano convinti di essere ancora alle superiori. Temo però che saranno mazzate e non complimenti a calare sul mio capo. Se non altro vivrò circondata da sociologi e potrò dedicarmi ad uno dei miei passatempi preferiti: la dissertazione sociologica priva di fondamento empirico.

Che cos'è la dissertazione sociologica priva di fondamento empirico? Anziché proporvi stupide definizioni non immaginifiche, opterò per un banale esempio. Ricordate ciò che scrivevo ai tempi di Underbreath? Ecco, quello.
Un giorno mi piacerebbe rileggere tutti quei post su cui spesi giorni e giorni di vita, per poi valutarne il valore etnografico. Se si rivelassero sensati, potrei dire di aver fatto un'etnografia della durata di tre anni e mezzo. Ma so di dire cazzate, cari Lettori. All'epoca scrivevo e basta. Ad imbrogliarmi è il ricordo dei grafici che facevo prelevando informazioni sui miei compagni di classe.

Il bello di questo periodo è che non posso girare per casa in mutande, dato che corro sempre il rischio di imbattermi in un elettricista o in un muraro. Non posso neanche scrivere in pace, perché il mio flusso di coscienza è perennemente disturbato da gente che bestemmia e dalle melodie dei trapani che fanno a pezzi i muri. Inoltre tendo a stare quasi tutto il tempo da sola, dato che il Collega è a sua volta costretto alla clausura. Io scrivo il nuovo libro ed egli scrive la sua brillante tesi al cospetto della quale la mia sembra il prodotto di un folle. E difatti credo che in parte lo sia. Senza contare il fatto che William Corsaro pensa che le autoetnografie siano stupide.

Se non altro, la clausura mi ha permesso di riflettere su molti temi e di dedicarmi al consumo di una gran quantità di prodotti culturali. In primo luogo, ho individuato buona parte delle aree sociologiche che credo ignorerò negli anni a venire, anche se una parte di me teme il contagio con lo strutturalismo dominante in quel di Trento. Mi sono inoltre cavata gli occhi guardando un sacco di film e leggendo un discreto numero di libri, più o meno come quando frequentavo la quarta superiore. Solo che all'epoca non c'erano i torrent e io dilapidavo tutti i miei soldi in dischi, dvd e vhs usati. Come voi trentenni.

L'altro giorno sono andata a Padova e in treno ho intravisto questo tizio smaccatamente nerd che stringeva tra le mani un walkman identico a quello che possedevo alle medie. Non so quanti anni avesse. Poteva avere la mia età o essere un po' più vecchio. Ho pensato a quando prendevo l'autobus e ascoltavo la mia cassetta del primo album di John Frusciante e allo scotch che teneva chiuso lo sportello. E ai nastroni che facevo per me stessa e per i pochi esseri umani che mi rivolgevano la parola. Che anni d'oro! Gli anni in cui feci il possibile per assumere le sembianze di un cesso deambulante. Gli anni in cui le suore non avevano ancora colto il mio potenziale distruttivo. Gli anni in cui ascoltavo il primo album di John Frusciante e pensavo: "Quest'uomo era strafatto di eroina mentre stava registrando questa roba".
Alle superiori mi comprai il primo iPod. Lo presi rosa, così per ridere. Ci feci incidere una citazione deviata da "Bigmouth Strikes Again" degli Smiths, anticipando di poco il vecchio Moz. Nel frattempo le suore bocciarono tutte le mie proposte per il "cineforum" della scuola, optando infine per due pellicole molto stimolanti: "Patch Adams" e "L'ultimo samurai". Erano passati anni dal periodo in cui pensavo: "John Frusciante era strafatto di eroina mentre registrava questa roba", eppure le suore sostenevano che fossi troppo giovane e pura per vedere un film traumatico come "I am Sam".

I risultati di questa politica culturale sono assai evidenti sulla gente che ha frequentato la mia scuola. Oltre alla miriade di persone che si sono iscritte all'università per poi fallire di lì a pochi mesi, temo che molti dei miei ex compagni non abbiano mai avuto l'opportunità di vedere uno o due film decenti durante quello che i vecchi chiamano "il periodo più bello della nostra vita". Ora, non sto dicendo che la scuola debba formare i ragazzi, anziché limitarsi ad educarli in senso stretto, però a volte sarebbe bello poter avere fede nella Provvidenza Manzoniana. Sapere che anche i miei ex compagni più malvagi covano nel cuore qualche frammento di un lungometraggio dotato di un'anima.
Invece no; "I am Sam" è un film troppo avanguardista, troppo crudo per un pubblico giovane. Meglio propinare a tutti per la cinquantesima volta "Patch Adams". Non sia mai che qualcuno si faccia delle cattive idee. Inoltre lo stesso "Patch Adams" costituisce un rischio. Come dimenticare la scena pornografica in cui la porta dell'ospedale dei bambini è trasformata in una gigantesca vagina?

Dico tutto ciò perché le mie letture mi portano a rivangare quel periodo quasi quotidianamente. Ripenso al mio status di sfigata. Al prete delle due ore settimanali di religione, con i suoi articoli antiabortisti dell'Avvenire. E i suoi discorsi tutti fru fru e gne gne sul fatto che i gay non sono necessariamente persone cattive, ma che è il caso che non si facciano vedere in giro. Al prof di educazione fisica che scrutava le mie spillette dicendo: "Non saranno mica simboli politici, vero?", continuando poi i suoi discorsi sul fatto che, dal suo punto di vista, era sbagliato adottare bambini stranieri o con problemi di salute. Mi nutro di prodotti culturali per adolescenti o che hanno per protagonisti degli adolescenti, ponendomi un'infinità di domande sulla piega che avrei preso se mi fossero capitati tra le mani anni fa e non ora. Penso in particolar modo ai romanzi di Blake Nelson che, per la cronaca, è l'autore del libro da cui è stato tratto il film "Paranoid Park". In Italia è da poco uscito il suo ultimo romanzo, che s'intitola "Destroy All Cars". Credo che il resto della sua opera non sia ancora stata tradotta e mi riferisco soprattutto a "Girl", uno dei suoi primi libri.

"Girl" è il libro che avrei usato per prendere a mazzate i miei detrattori sette o otto anni fa, se molte cose fossero state un po' diverse. Solo che ho dovuto fare a meno di quel tipo di supporto morale, motivo per cui ora passo i pomeriggi romanzando un istituto cattolico.

A volte guardo Baldra e mi preoccupo. Lo vedo fuori di sé, carico di fotocopie e testi accademici inquietanti.
Ora che sono sola in casa scruto quelle montagne di carta stampata e vi riconosco le stesse montagne di carta stampata che per mesi hanno invaso il salotto, la mia camera, la mia scrivania, i davanzali e i pavimenti. Tonnellate di fotocopie inutili e di libri presi a prestito a causa di un capitolo dal titolo fuorviante e di una tesi la cui forma mi era ancora ignota.
Dovrei pulire il fornello, ma ho ancora un paio di giorni prima che i miei tornino.

Baldra differisce dai miei amori passati sotto molti punti di vista.
Pacci, il mio più recente ex, ad esempio, stava simpatico a tutti. Anche quando fece i test per entrare nell'Aeronautica Militare. Era il periodo dell'esplosione della questione Dal Molin a Vicenza. Ciononostante tutti continuarono ad amarlo e ho motivo per credere che quella fase della sua vita sia stata ormai dimenticata. Il suo nuovo gruppo rap tanto seguito dai miei giovani concittadini ha insabbiato il suo passato. Basta citare Luttazzi e Travaglio in un testo per assurgere allo status di artisti politicamente attivi.
Baldra, al contrario, fa fatica a suscitare questo genere di sentimenti.
Parla lentamente, beve acqua calda, non ha l'abitudine di picchiare la gente e pinza i quotidiani.

Baldra ed io siamo quelli che raggiungono gli amici al bar e, pur sforzandosi di non fare discorsi "pallosi", finiscono sempre per sbagliare qualcosa.
Recentemente mi è capitato di provare sentimenti di vergogna e brama di fuga mentre stavo tessendo le lodi di Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson.
Tutto è crollato mentre stavo dicendo: "La colonna sonora è deliziosa".
Questo genere di situazione è una tale costante nella mia vita da aver ormai minato alla base la mia capacità di fingere interesse o condiscendenza per cose che mi disgustano o che ritengo idiote.
Un tempo non avrei riso con sarcasmo di fronte all'affermazione: "Il biglietto per i Prodigy allo Sherwood costerà 40 euro."
Al contrario, avrei detto: "Ah sì?"

Baldra ed io facciamo dell'ironia su questo genere di cose. Sui Prodigy odierni, sui Prodigy di dieci anni fa, sulla gente che spende 40 euro per andare a vedere i Prodigy, sulla gente convinta che i Prodigy abbiano una qualche rilevanza.
Goffman direbbe che siamo un'équipe di rappresentazione e che questo nostro accanirci sui nostri detrattori prende il nome di denigrazione del pubblico.
Molti tendono a sottovalutare rapporti interpersonali come il nostro. Se quattro anni fa non ci fossimo conosciuti, forse a quest'ora saremmo disposti a spendere quei 40 euro pur di avere una parvenza di vita sociale.
Forse ci saremmo buttati nel Bacchiglione. Forse avremmo abbandonato la società umana per entrare in quella delle nutrie.
Forse Baldra avrebbe continuato a fallire ad Ingegneria Gestionale e si sarebbe suicidato. Forse gli avrebbero fatto un funerale cattolico.
Forse non avremmo comprato i biglietti per andare a sentire i Pavement a Bologna.
Forse non avrei mai imparato a ruttare [devono avermi fatto un discreto lavaggio del cervello, perché ho imparato a ruttare solo l'anno scorso]*
Forse non avremmo costruito un instabile edificio teorico secondo il quale noi giovani sociologi indie abbiamo capito tutto, mentre i neuropsicologi tanto amati dalla redazione di Internazionale sono il nemico.
E la società ha bisogno di edifici teorici come questo, di miti, di nemesi, di capri espiatori.

Io dico che è giunta l'ora di porre fine alla denigrazione dei giovani sociologi che non si limitano ad incrociare i dati e di individuare nei neuropsicologi il nuovo obiettivo contro cui scagliarsi.
Non è corretto prendersela con chi non ha neanche uno stupido albo cui iscriversi. I neuropsicologi, invece, stanno tentando di farci credere di aver trovato ogni risposta nel cervello umano. Quasi vivessimo totalmente isolati. Come se non ci influenzassimo in alcun modo tra di noi.
Come se i calvinisti fossero portatori del genere capitalista. Anzi; come se alcune persone fossero portatrici del gene calvinista. Come se il capitalismo e il calvinismo fossero stati calati dall'alto.
Bah.

Gli articoli dei neuropsicologi che escono di continuo su Internazionale mi lasciano spesso molto perplessa. C'era bisogno di un tizio con i camice bianco e trenta lauree per arrivare alla conclusione che i bambini sono più creativi degli adulti?
Ma soprattutto, era necessario etichettare come visionario un neuropsicologo fuori di testa che sostiene di aver scoperto che il cervello maschile prescrive il conflitto e quello femminile il lavoro di cura? (vedi Beautiful Minds su Current tv).
Procedendo in tal senso propongo di lasciare tutte le donne a casa, di bruciare i libri di Simone de Beauvoir, di bombardare la Svezia e la Norvegia, di impiccare i più raffinati teorici del Welfare State e di far precipitare anche le famiglie che ancora se la cavano nella povertà più nera.
L'aspetto geniale della teoria di questo neuropsicologo fuori di testa è, che secondo il suo punto di vista, il cervello maschile è "superato", perché oggigiorno per sopravvivere l'uomo non ha più bisogno di picchiare i suoi simili e di andare a caccia di mufloni.
Questo lo porta a sostenere che l'uomo contemporaneo, per vivere all'interno della società, deve sviluppare competenze "eminentemente femminili" e, almeno in parte, farsi donna.
Questo discorso mi fa accapponare la pelle perché mi ricorda di quando lessi che fino a non molti decenni fa, in alcuni contesti, era diffusa l'idea che le lesbiche non esistessero e, conseguentemente, che le donne che amavano altre donne fossero in realtà uomini in un corpo femminile.

Tutto ciò potrebbe sembrare irrilevante così come la mia apparente incapacità di fare battute di successo. Al contrario, propongo di smetterla di parlare del nulla e di focalizzarci invece su questioni chiave; questioni cui nessun neuropsicologo ha dato una risposta convincente.
Ad esempio: "Perché sembra impossibile parlare di Fantastic Mr. Fox con un disobbediente? Perché i disobbedienti non guardano film come Fantastic Mr. Fox?"
Ma soprattutto: "Perché mi viene voglia di urlare quando sento l'odore di una chiesa se sono portatrice del gene cattolico?"

* perdonate la volgarità

Per qualche motivo ero convinta che, una volta divenuta disoccupata, avrei avuto un sacco di tempo di libero per scrivere tutti i post arretrati che ho accumulato nelle ultime settimane.
In realtà ho realizzato che, tra ricerca di un'occupazione, attività connesse al gruppo di guerrilla gardening, riunioni del Bocciodromo, orti ed insostenibile leggerezza dell'essere, il tempo scarseggia.
E come se non bastasse, ora che sono a tutti gli effetti una dottora in sociologia, devo subire i motteggiamenti di Mater, che fin dai tempi del mio abbandono del corso di laurea in Politica ed Integrazione Europea, sostenne l'insensatezza occupazionale di un titolo di studio come quello che oggi detengo.
D'altronde, così va la vita. Avrei potuto scegliere tra almeno un centinaio di corsi di laurea presso facoltà di suo gradimento (Giurisprudenza, Economia, tutti i corsi di Scienze Politiche eccetto Scienze Sociologiche, Psicologia, Statistica e via dicendo), invece sono approdata sulle spiagge di una delle discipline meno legittimate, per lo meno in Italia.
E' quindi una gioia imbattersi di continuo in offerte di lavoro presso cooperative che sembrano volere solo laureati in discipline che uno dei miei professori preferiti ha indicato fin dal principio come "il Nemico".
L'unico antidoto alla disperazione pare concretizzarsi nella gente che mi dice: "Tu sei Margherita? La scrittrice?" e nelle forme più deliranti di creatività botanica (e non solo).
Inoltre la visione di un film pregevole può aiutare nell'imperitura ricerca della catarsi.

Di recente mi sono recata all'Odeon per la proiezione settimanale dei film in lingua originale. Ho così visionato "The Lovely Bones", avendo ben a mente che, durante le svariate presentazioni della pellicola, i membri del cast avevano più volte usato la parola "uplifting".

Ora, io non capisco cosa ci sia di così "uplifting" in un film del genere, pieno di personaggi che sembrano buttati lì a caso (es. la tizia "che vede la gente morta") e di effetti speciali che alla lunga fanno venire voglia di prendere a calci lo schermo.
Considerando che nei due giorni successivi alla visione del film sono stata pervasa da una sorta di odio per l'umanità e dal desiderio irrefrenabile di guardare "Dexter", temo che "The Lovely Bones" abbia fallito nel suo intento di farmi apprezzare le gioie del trapasso.
Detto ciò, ritengo sia doveroso segnalarvi un altro film, che ho visionato presso le lodevoli mura del Deposito 95, uno spazio relativamente nuovo che ha contribuito non poco ad alzare il livello culturale di Vicenza.
L'opera in questione si chiama "Sita Sings the Blues". Si tratta di un musical d'animazione ad opera di Nina Paley, che ripropone in chiave femminista le vicende narrate nel Ramayana, uno dei più grandi poemi epici della mitologia induista.
Vi consiglio di recuperare questo film perché è un qualcosa di assolutamente anomalo rispetto a quanto siamo abituati a vedere, sia che si tratti di opere d'animazione sia di musical. Oltre a trattarsi di un'opera deliziosa e punteggiata da una colonna sonora anni '20 che vi farà squagliare il cuore, "Sita Sings the Blues" ha un altro pregio che pochi altri film del genere possono vantare: esso è infatti distribuibile e proiettabile liberamente, in quanto coperto da una licenza Creative Commons del tipo "Share Alike".
Lo potete scaricare o visionare sul sito ufficiale. I sottotitoli in italiano, invece, li trovate qui.

N.B. Questo post non particolarmente dotato di senso è rimasto a fare la muffa sul mio desktop per qualche giorno. A voi!

Talvolta l'assenza di eventi è tale da spingerti a fare cose che reputi stupide.
Recentemente mi sono recata al cinema per assistere ad una proiezione di "Angeli e Demoni". La scelta era tra il suddetto e "Transformers 2".
L'anno scorso e l'anno precedente mi sono trovata in situazioni analoghe. È stato così che ho visto capolavori d'inutilità come "Transformers" e "Miami Vice".
Quest'anno Baldra ed io abbiamo resistito a lungo prima di cedere, anche se sapevamo che prima o poi sarebbe accaduto.
Di "Angeli e Demoni" dirò solo che non mi sono vergognata di scartare delle caramelle durante la proiezione. Da un lato posso capire che sia apprezzato da un pubblico americano che ignori totalmente il sistema burocratico su cui si regge la Chiesa Cattolica o l'esistenza di un tizio chiamato Bernini.
Trovo però agghiacciante la sola idea che sia stato distribuito in Italia così come l'ho visto. Ma dato che nessuno si è lamentato evidentemente il problema non sussiste.
Ciò su cui vorrei soffermarmi non è il ridicolo film che mi ha tenuto compagnia durante una serata afosa, bensì sui trailer che ho visto prima dell'inizio della proiezione.
Vedere i trailer in un cinema dove il volume è costantemente altissimo mi piace molto. Ad esempio l'altro giorno sono rimasta colpita da due film. Il primo è "Il Messaggero", un horror basato sull'usuale formula arraffa-idioti che tutti noi conosciamo. Il secondo è "2012", l'ennesima scempiaggine apocalittica, direttamente dal regista di "The Day After Tomorrow" (che comunque aveva un suo senso) e "Independence Day".
Questi due film rappresentano l'ennesimo disperato tentativo di spaventare e al contempo far godere il pubblico sfruttando due temi -i morti viventi e l'Apocalisse- che dall'alba dei tempi scatenano terrore atavico nel cervello umano.

Oggi pomeriggio sono tornata a riflettere su tale questione mentre stavo schematizzando uno dei libri che devo preparare per l'esame di scienza politica.
Fin dagli anni delle superiori nutro una particolare passione per un'opera -che non ho mai letto- del carissimo Thomas Hobbes.
L'opera in questione è il Leviatano. Anni fa, non ricordo né come né quando, ebbi una visione. Tale visione consisteva in un trailer fracassone sullo stile di quelli dei vari "Transformers", solo che l'opera ivi rappresentata era un certo LEVIATHAN - THE MOVIE.
Oggi ho scoperto che esiste già un film che porta questo nome, solo che il titolo fa riferimento al mostro marino biblico, non allo Stato hobbesiano.

La mia proposta di oggi, che spero raggiunga qualche produttore di Hollywood e che sono lieta di condividere con voi, consiste nel porre fine allo scempio rappresentato dalle migliaia di film inutili ed oggettivamente senza senso che ogni settimana occupano sale cinematografiche che potrebbero ospitare ben altro. Anziché farci martellare il cervello od adattarci a stare a stare inevitabilmente a casa con i nostri film scaricati, perché non godere invece di una pellicola sanguinolenta, piena di effetti speciali, ma soprattutto tratta da una delle opere più importanti che siano mai state scritte?
Il film potrebbe aprirsi su uno scenario accattivante, che di certo soddisferà gli amanti delle pellicole piene di esplosioni e combattimenti all'ultimo sangue. Sto parlando ovviamente della trasposizione banalizzata di una serie espressioni di memoria hobbesiana, quali "homo homini lupus" e "bellum omnium contra omnes". Fiumi di sangue e paura agghiacciante, dunque.
Come tutti voi saprete, Hobbes afferma che per uscire dallo stato di natura sia necessario stipulare un patto con il quale gli uomini cedono i loro diritti naturali ad un sovrano. Citando Wikipedia:
"Hobbes nega decisamente la possibilità dell'insurrezione. Definisce legittima la resistenza del suddito al sovrano nell'unico caso in cui questi non minacci l'incolumità fisica del suddito; tuttavia, nel momento in cui il suddito resiste al sovrano, anche legittimamente, il sovrano ha ancora il diritto di combattere contro il suddito che gli resiste, e di ucciderlo: difatti la resistenza del suddito al sovrano non è altro che una riproposizione dello stato di natura, all'interno del quale tutti hanno diritto a tutto, e la vittoria è del più forte.
Da notare inoltre che Hobbes assegna al sovrano la possibilità di stabilire cosa sia omicidio, furto o minaccia alla sicurezza: per questo il sovrano può legittimamente ordinare ai sudditi di uccidere un altro suddito, o di andare in guerra, nel momento in cui lo ritenga necessario alla sicurezza dello Stato. Per quanto riguarda la forma dello Stato, Hobbes afferma che il sovrano può essere un individuo solo (un monarca) o un'assemblea. Tuttavia, esprime chiaramente la sua preferenza per la monarchia, in quanto un'assemblea può più facilmente dividersi in fazioni e giungere alla guerra civile. La guerra civile, in cui una parte dello Stato avoca a sé il potere del sovrano, è definita da Hobbes come una ricaduta nello stato di natura, e dunque nel peggiore dei mali. Se Hobbes afferma che il suo Stato assoluto può degenerare in una tirannide, tuttavia ripete a più riprese che questa situazione sarà sempre migliore e più sopportabile della guerra civile."
Devo aggiungere altro? Qui abbiamo il materiale per un film estremamente rumoroso, pieno di personaggi di buon cuore schiacchiati dalla tirannide e pronti a tutto per sovvertire il malvagio Leviathan, chiunque egli sia.
Poniamo fine una volta per tutte ai film basati sul vuoto siderale. Cominciamo a sfruttare le opere dei grandi pensatori del passato!

Domani ho il primo esame della sessione estiva. Non riesco a concentrarmi sullo studio, per cui faccio cose geniali come fissare il giardino progettando i prossimi lavori da fare, controllare ripetutamente la cassetta della posta per vedere se è passato il postino e aggiornare google reader.
Stavo per farmi sopraffare dalla noia, quando mi sono imbattuta nell'ultimo post di Junkiepop, che inviatava a guardare il video che vi incollo qui sotto. Si tratta di un filmato che raccoglie le reazioni isteriche di alcuni esemplari di adolescenti alla visione del trailer di "New Moon".

Se non l'avete già fatto, vi invito a visionare personalmente il trailer del film, per rendere l'esperienza ancor più allucinante.
Concludo poi ricordandovi che il vampiro-figo protagonista di "Twilight" guida una Volvo. Quando vidi il film al cinema (del Patronato di Vicenza) non ero in grado di intendere e di volere, fuori nevicava tantissimo e la sala era piena di vecchiotti. Intendo ripetere l'esperienza quando uscirà il seguito, anche se ammetto che vorrei avere otto euro da cestinare per andarlo a vedere in qualche multisala pieno di gioventù urlante, per poter toccare con mano l'idiozia incarnata.

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