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Più passano gli anni e più realizzo di essere destinata ad arroccarmi nello spazio tempo indie.
Indie in senso lato, ovviamente.

Tutto cominciò quando scoprii che Anita e Michele avevano la simpatica abitudine di etichettare cose non strettamente musicali come "indie" e "non indie". Un esempio che possiamo capire tutti è il seguente:
evidenziatore = non indie
matite colorate = indie.

In seguito Baldra ed io rielaborammo questa dicotomia adattandola ai nostri studi. Come è noto, esiste una cosiddetta sociologia "mainstream", che noi per lo più deprechiamo. Essa è fautrice di quel modo di fare e di presentarsi ai profani che contribuisce non poco a far passare i sociologi stessi per dei soggetti inutili e deleteri.
Un classico sociologo mainstrem esordisce spesso dicendo: "Incrociando i dati... bla bla bla."
Fu così che, scoprendo di amare i filoni più sfigati e scarsamente riconosciuti della disciplina in questione, il Collega ed io finimmo per denominarli "sociologia indie".
Un esempio:
Talcott Parsons: sociologia mainstream spaccaballe
H. S. Becker: sociologia indie moderatamente considerata dai sociologi mainstream (vedi Outsiders)
Marianella Sclavi: nulla è più indie della metodologia umorista

Un discorso analogo può essere fatto per una delle mie occupazioni non remunerative preferite: il guerrilla gardening.
Il guerrilla gardening sembra tanto simpatico ed accattivante; nonostante ciò esso è oggetto di denigrazione velata da parte di chiunque ritenga di avere una bocca per sparare sentenze a destra e a manca.
Alex Foti, portatore di un punto di vista disobbediente, afferma* che il guerrilla gardening è troppo moderato, soprattutto in ragione del fatto che nessuno potrebbe mai essere contrario ad una composizione floreale in uno spartitraffico.
Su questo mi permetto di dissentire e per esempi di anziani irati rimando alla mia tesi.
Un punto di vista antitetico rispetto a quello di Foti proviene invece dalle realtà istituzionali ed istituzionalizzate, che spesso accusano i guerrilla gardeners di essere dei fuori legge.
Non a caso esistono carte bollate che regolamentano il tipo di piante da collocare nelle cosiddette aree verdi. Questo permette di agevolare di lavoro dei giardinieri comunali e di far sì che i parchi pubblici delle nostre città siano molto tristi.
Nella maggior parte dei casi, un attacco di guerrilla gardening scombinerà l'ordine delle cose. Nel caso specifico berico che mi vede coinvolta, gli attacchi sono inoltre portatori di valori imprescindibili quali l'asimmetria e l'ironia.
Ai miei occhi, tutto ciò è indie e vagamente situazionista (sul lungo periodo)**.

Un'altra cosa molto indie è il tenere un workshop di bombe di semi da ubriachi, distribuendo agli astanti dei guanti di lattice verdi e sprecandosi in battute sulle categorie sociali dominanti a Vicenza (cattolici, anziani, leghisti).
Faccio presente a chi non lo sapesse, che fare bombe di semi è la cosa più simile al preparare torte di fango cui ci possa dedicare dopo aver finito le elementari.

Ancor più indie è recarsi ad una manifestazione culturale il cui programma sembra un'accozzaglia di cose a caso con qualche nome noto e trovarci:
1. il sociologo mainstream per eccellenza del dipartimento di Padova, ex presidente del mio corso di laurea nonché nemico acerrimo
2. quelle caramelle di zucchero tonde che mangiavo da piccola
3. un workshop di bombe di semi (denominato "Introduzione al guerrilla gardening") tenuto da Pia Pera e un'altra persona che, pur conoscendo la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi, non ci*** ha presentati a colei che chiamo "il mio mito botanico".

Magari altrove non è così, ma a Vicetia la parola "indie" tende ancora ad accompagnarsi a sguardi vacui o, peggio, a sparate di gente rimasta ferma agli Strokes che pensa di saper tutto sull'argomento. Da qui nasce l'ironia di certi volantini del suo djistico Teenage Lobotomy.
Siamo consapevoli del fatto di essere anormali, perché non possediamo un impianto e mettiamo Patrick Wolf. L'aspetto divertente della questione è che, rispetto a cinque anni fa, l'abbigliamento "indie" si è diffuso anche nelle terre beriche. Nonostante ciò la conoscenza del mercato musicale che diverge dalla radio è rimasta abbastanza stabile.

Cinque anni fa una mia compagna di scuola mi chiese: "Che musica ascolti?"
Io, imbarazzata, le risposi: "Mah, cose varie... cose indie per lo più".
E lei disse: "Ah sì? Musica indiana?"
Oggi ritroviamo queste stesse implicazioni idiote nelle serie televisive adolescenziali.

Lancio dunque un appello ai miei colleghi fautori delle pratiche indie residenti in luoghi dove questo stile di vita (?) velatamente masochista non è apprezzato:
abbiate il coraggio delle vostre azioni e siate demenziali!
Questo è l'unico modo a me noto per generare cerchie sociali e rifuggire la solitudine.
Più si è demenziali e più si riesce a sopportare l'idiozia diffusa.
Mettere a tacere la propria brama di ironia e riso per entrare in cerchie preesistenti (gente non pensante, discotecari di bassa lega, politicanti privi di senso dell'umorismo, coloro che andranno al concerto degli ZZ Top a Piazzola sul Brenta) fa male allo spirito e al fegato.

* nel libro Anarchy in the EU
** come fa una cosa ad essere situazionista sul lungo periodo? Boh.
*** dico "ci" perché con me c'erano altre persone del gruppo

In genere non compro quasi mai libri freschi di stampa. Non mi fido delle recensioni e ho sempre più difficoltà a spendere venti euro per un oggetto che potrebbe deludermi. Così va a finire che le soste in libreria diventano un masochistico indugiare su punti interrogativi proibiti e gli acquisti veri e propri il più delle volte li faccio una volta tornata a casa, su qualche sito estero.
Questo mi permette di risparmiare molti soldi, ma mina la base di una pratica che mi ha dato molte soddisfazioni in questi ultimi anni. Con l'esperienza sono diventata una buona prestatrice (o donatrice) di libri. In più di un caso sono riuscita a far apprezzare la lettura anche a gente che sosteneva di odiarla.
Comprando libri in inglese non posso più prestarli a mia nonna, che ha la quinta elementare ed è una delle lettrici più avide che io conosca.
Non posso più prestarli a mia madre e ai miei altri significativi.
È un discorso simile a quello dell'isolazionismo derivante dalla mia passione per i film e le serie televisive in lingua originale, solo molto peggio.

Ho fatto un'eccezione per Eating Animals, il nuovo libro di Safran Foer uscito qualche tempo fa per Guanda con il titolo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?.
L'ho comprato un paio di giorni dopo la sua uscita in libreria. Dietro a questo gesto c'erano molteplici considerazioni: da un lato il desiderio di leggere di un argomento come la filiera alimentare, al quale si accompagna una terminologia tecnica abbastanza complessa, nella mia lingua; dall'altro l'idea che avrei potuto prestare il libro in questione solo se avessi posseduto la traduzione italiana.
Così ho acquistato il libro e, nel giro di un paio di settimane, l'ho letto fino alla fine.

Io sono vegetariana e non passa giorno senza che mi ponga una miriade di problemi su quello che finisce nel mio piatto e in quello dei miei parenti. Ciononostante trovo abbastanza fastidiosi i libri sul vegetarianismo e la scelta vegan che sembrano stati scritti con l'unico scopo di accusare gli onnivori di essere creature malvagie e senza scrupoli. La mia esperienza personale mi dice che colpevolizzando non si va da nessuna parte. Allo stesso modo ho i miei dubbi su una strategia molto diffusa in certi ambienti, che consiste nel causare terribili incubi alla gente e a traumatizzare a vita i più sensibili per mezzo di video che ritraggono mattatoi e allevamenti industriali.
La domenica di Pasqua, ad esempio, sono stata ad una cena vegana organizzata da Vicenza Antispecista presso la Corte del Deposito 95. Lì mi sono nutrita con soddisfazione e ho visionato dei video legati ai temi che il gruppo porta avanti. Uno di essi sembrava la pubblicità di una chiesa pentecostale negli Stati Uniti e per questo mi ha lasciata molto perplessa. L'ultimo, che non era previsto ed è partito per sbaglio, mostrava alcuni episodi di violenza inumana in vari mattatoi e galline mezze morte stipate nelle gabbie dove passano tutta la loro vita prima di essere brutalmente ammazzate. Ad un certo punto ricordo di aver smesso di guardare le immagini e di essermi limitata a subire l'audio, che era straziante di per sé.
Quando colei che si occupa di organizzare le serate alla Corte ha fermato il video dicendo che molte persone si erano sentite male e comunque quel filmato non era in programma, c'è stata una mezza sollevazione popolare da parte di alcuni vegani.
Considerando che i presenti non vegani erano quasi tutti vegetariani, credo di poter affermare con una certa tranquillità che atteggiamenti di questo tipo lasciano il tempo che trovano.

Guardando od ascoltando quell'ultimo video mi sono ritrovata a pensare a ciò che avevo letto nel libro di Safran Foer. Ogni dettaglio, ogni decapitazione mal riuscita, ogni forma di tortura, ogni tacchino geneticamente modificato con le zampe spezzate dal proprio peso, ogni gallina ricoperta di feci, ogni scrofa costretta a partorire in una gabbia che la contiene a malapena comparivano tra quelle pagine aspre. In un certo qual modo ho avuto l'impressione che le descrizioni dell'autore fossero ancor più eloquenti delle immagini. Il video spingeva a chiudere gli occhi, a voltare lo sguardo, ad uscire dalla stanza della proiezione, a dimenticare. Se niente importa, invece, cattura l'attenzione del lettore con raffiche di crudi dettagli che trascendono il mero dato di fatto. I polli di Safran Foer non sono semplici creature che tentano di razzolare su uno schermo così distante, fisicamente e spiritualmente. Nei suoi scritti esse si avvicinano al nostro vissuto quotidiano, ai nostri ricordi. Diventano soggetti con cui relazionarsi, capaci di provare dolore e piacere, consapevoli di essere al mondo.
Non si tratta di una bucolica lode al pollo, bensì di una constatazione di dati di fatto.

Ciò che ho amato profondamente di Se niente importa è l'importanza che l'autore attribuisce all'aspetto conviviale del consumo di cibo, che a mio avviso dovrebbe risultare molto congeniale al pubblico italiano.
Safran Foer, come già detto sopra, non si limita ad esporre gli aspetti crudeli e spudoratamente capitalisti della filiera alimentare. Egli si sofferma anche su considerazioni di tipo antropologico e su digressioni autobiografiche. Si domanda se sia giusto rifiutare il pollo cucinato per le feste da sua nonna, e con esso tutto ciò che quel piatto porta con sé a livello simbolico. Affronta un problema che è comune a chiunque abbia deciso di scegliere una dieta diversa da quella dei propri genitori. Perché la questione è ben più complessa di quanto sembri.
Mia madre, ad esempio, non ha reagito bene alla mia scelta di smettere di mangiare non solo la carne, ma anche il pesce. A volte mi dice che faccio i capricci come quando ero piccola, anche se le ripeto che mi piace il gusto del pesce, ma non lo mangio comunque per altri motivi.
Il fatto è che, se siamo realmente interessati ad evitare una vita di sofferenze ed una morte atroce agli animali che finiscono nei piatti delle persone con cui mangiamo, non conviene mettersi ad urlare o proferire slogan che verranno inevitabilmente percepiti come estremisti. Bisogna trovare il modo di passare certe informazioni anche a chi sostiene di non essere interessato, senza che quest'ultimo svenga o s'incazzi. In realtà non penso che sia un'impresa così difficile, perché abbiamo a disposizione dati che dimostrano gli effetti negativi di una dieta che comprende carne o derivati animali provenienti da creature che hanno vissuto la loro intera vita in un ambiente terribilmente malsano, senza mai uscire all'aria aperta e il più delle volte nutrite con alimenti che le ingrassano, ma che esse fanno una gran fatica a digerire.
In tal senso credo che il libro di Safran Foer sia un grande passo avanti. Il suo voler ribadire la mera eloquenza dei fatti e la non pretesa di evangelizzare, ma semplicemente di informare, dovrebbe essere un esempio per chiunque decida di trattare argomenti così spinosi e che ci toccano da vicino ogni volta che apriamo il frigo o andiamo al supermercato.

Da un lato contemplo chi va ad insultare i cacciatori che entrano in Fiera per l'esposizione annuale denominata "Hunting Show", il cui unico risultato sembra essere quello di far incazzare qualche pensionato. Dall'altro c'è un grande narratore che lavora per quattro anni ad una ricerca sull'industria alimentare, lasciando la parola sia ai proprietari di allevamenti intensivi, sia a chi ha scelto altre vie, e lo fa per suo figlio.
Scrive infatti: "nutrire mio figlio non è come nutrire me stesso: è più importante."
Viste le premesse, penso che Se niente importa sia un libro meritevole di trovare una collocazione nelle nostre librerie domestiche e soprattutto nostro quotidiano interloquire.

Come ben sapete, sono una grande amante della polemica sterile.
Si tratta senza dubbio di una delle poche cose che mi tengono in vita, considerando quanta poca soddisfazione mi dà questa città di morti.
Vista la scarsità di soggetti cui sottoporre le mie arringhe insensate e le soventi minacce di defenestrazione provenienti dai miei irati genitori, ho deciso di considividere parte delle mie riflessioni con voi, Amati Lettori.

Quest'oggi l'oggetto della mia analisi poco seria è il video di "Kings and Queens" dei 30 Seconds to Mars, una band che ho sempre ignorato, probabilmente perché costruita per rispondere alle esigenze di un target in cui non rientro. Quel genere di target che comprende gente che va in visibilio di fronte ad un video da svariati milioni di dollari e roba simile.
Quindi, premesso che l'unica cosa che so dei 30 Seconds to Mars è che il leader della band è Jared Leto, a me noto esclusivamente come attore, chiedo remore per l'incompletezza di ciò che segue.

Ma veniamo al dunque.
Cosa mi turba di questo video?

Quando lo vidi per la prima volta su Mtv mi lasciò dubbiosa.
Cos'erano tutti quei ciclisti? Perché alla fine del video sembra che vadano a suicidarsi giù dal molo? Che senso ha la vicenda del tizio che viene investito e che poi si rialza come se niente fosse? È forse un superuomo? Un dio? Un'incarnazione di Santa Caterina da Alessandria (protettrice dei ciclisti)? E il cavallo? Che senso ha il cavallo?
Il video è forse un riferimento alla pratica chiamata Critical Mass? Se sì, che senso ha se viene praticata di notte, con le strade deserte? Nessuno, ovviamente.
Quindi, se non è Critical Mass, che cos'è? Generico nulla? Qualcosa che vuole sembrare accattivante, cool, politicamente schierato?
Apparentemente sì, a giudicare dal trionfo di splendidi/e ciclicisti/e e dallo sfoggio di iconografia palesemente banksiana.

Per trovare una risposta a tutte queste attanaglianti domande, mi rivolsi a Wikipedia. In un'intervista citata nella pagina dedicata al singolo "Kings and Queens", il nostro amico Jared Leto, che è anche il regista del video, afferma:
"Ma l'idea della biciclettata notturna... Ho alcuni amici che stavano partecipando a Critical Mass, Crank Mob e People's Ride a Los Angeles ed è una di quelle cose scoperte per caso, quando alcune persone hanno cominciato a parlarmene. Poi un mio amico ha cominciato ad avere l'attrezzatura, poi un altro ancora... Ho pensato che il mondo fosse davvero interessante e che potesse essere un bellissimo sfondo per il nostro video."

D'accordo Jared, il video ha un certo impatto. Non per niente mi ha spinta a scrivere questo post.
Eppure non penso che delle motivazioni estetiche giustifichino l'uso che qui viene fatto di una pratica con un forte significato politico. Il modo in cui è stata trasposta la fa sembrare una semplice parata di gente in bici.
Soprattutto se facciamo riferimento ad un'altra dichiarazione di Jared Leto, che spiega la scelta di girare il video a Los Angeles:
"Penso che questa città sia un posto bellissimo di notte, le strade deserte. È come se fosse un paesaggio dimenticato... Molto sereno." (da Wikipedia)
Ora, che senso ha collocare una scena di critical mass in un posto dove non c'è traffico? Non ci vuole un genio per rispondere a questa domanda.
E non apro parentesi sul numero esponenziale di fixed bike che compaiono nel video, altrimenti potrei scrivere per altri due giorni.

In conclusione, pare proprio che il video di "Kings and Queens" millanti un'anima che non ha. E pensare che qui in redazione (=nel mio cervello) speravamo che si trattasse di un qualcosa di pregevole, di cui poter scrivere con gioia.

"L'interdipendenza planetaria mette in evidenza che siamo alla fine della causalità lineare e che siamo parte di sistemi in cui la circolarità delle cause richiede una ristrutturazione dei modelli cognitivi e delle aspettative verso la realtà."
A.Melucci, L'invenzione del presente

Passano i giorni, scorrono le settimane. Lentamente la mia "zona tesi" si allarga, invadendo il divano arancione, le poltrone, la panca della cucina o più un generale tutte le superfici piane a portata di mano.
Giovani piante di spinaci, talee e pile di libri popolano i davanzali del salotto. C'è un Touraine dall'aria ostica che prima o poi dovrò affontare, perché l'ha detto il mio relatore. Dato che egli mi lascia molta libertà di movimento, posso affermare in tutta tranquillità che il resto del casino è merito mio, anche se poi molti dei volumi che mi tengono compagnia li ho rinvenuti nella bibliografia di un compendio che ha curato lui.
Tra la saggistica emerge di tanto anche qualche romanzo, un libro di cucina, un manuale di giardinaggio. Se dovessi basarmi esclusivamente su testi grigi e mortalmente complicati finirei per perdere i capelli e tramutarmi in qualcosa che non voglio essere; probabilmente una persona molto depressa che compensa plurime mancanze inseguendo idee balorde.
Una voce dal fondo del mio cervello mi suggerisce che forse lo sono già. Il punto è che io e "il resto del mondo" abbiamo opinioni diverse sul concetto di idea balorda.
Da qualche tempo cerco di spiegare ai miei parenti -molti dei quali mi vorrebbero professoressa o ben sistemata chissà dove- che vale la pena di riflettere a fondo sul problema del lavoro. Non ha senso insistere, calcando lo stesso genere di discorsi da vent'anni. Ad un certo punto si cessa di essere meramente fastidiosi e si diventa sadici.
Il ragionamento che ho ripetuto più volte, spesso a tavola, è questo: considerando lo stato attuale delle cose, non ha senso intraprendere un percorso di studi "ordinario", per lo meno nel campo di mio interesse.
Facciamo un esempio.
Tra qualche mese sarò detentrice di una laurea triennale in sociologia. Se dovessi iscrivermi alla magistrale a Padova mi troverei a dover seguire una serie di corsi che ricalcano quelli già fatti, il più delle volte con gli stessi professori. Inoltre proseguirei i miei studi con la consapevolezza di essere sempre più vecchia e rincoglionita giorno dopo giorno e soprattutto segregata in un luogo in cui molti dei docenti sembrano odiare/disprezzare gli studenti. C'è poi l'annosa questione della qualità degli insegnamenti e della loro effettiva utilità per un eventuale impiego professionale. Dopo aver visionato i programmi di alcune lauree triennali e quadriennali inglesi simili per nome alla mia sono stata colta da plurime ondate di sconforto che tutt'ora riemergono di tanto in tanto.
Dunque ciò che tento di spiegare ai miei parenti, in particolar modo i più senili, è che non ho interesse a deprimermi ulteriormente. Sono già stata martoriata a sufficienza e non ne posso più dover fare esami inutili solo perché il ministero dice così.
Ciò che sconcerta maggiormente il mio prossimo è l'idea che io non voglia diventare una persona adulta "normale", dover per normale intendiamo oppressa dal grigiore della quotidianità e di un lavoro di merda che ti corrode l'anima.
Negli ultimi anni si è diffusa una nuova credenza tra alcuni dei miei parenti. Questa credenza dice: "Margherita ha pubblicato un libro con una grande casa editrice all'età di diciassette anni. Questo significa che non avrà problemi a trovare un lavoro stabile fantastico per cui sarà pagata profumatamente." Dato che la sottoscritta nutre molti dubbi a riguardo, è solitamente apostrofata con aggettivi che la fanno passare per nichilista e inspiegabilmente cinica.
Ciò che molti degli adulti con cui ho a che fare -specificando che in questo caso per adulti intendo coloro che abitano in uno "stato mentale adulto", quindi anche gente più giovane di me corrotta prematuramente da chissà cosa, o forse semplicemente ipersocializzata- non sembrano comprendere, è che il mio atteggiamento, che potrebbe sembrare scemo e portatore di disgrazie, risulta essere il frutto di lunghe ponderazioni.
Quando dico che voglio avere delle galline ed un grandissimo orto, non sto blaterando. Mi sono semplicemente limitata a rielaborare una serie di input parentali e ambientali. Dopo aver osservato per circa due decenni mio padre che torna a casa dal lavoro ad orari indegni e che mette a repentaglio la sua salute in nome di un qualche senso di responsabilità verso il suo "team" temo che questa prospettiva di vita non mi risulti più molto appetibile. Potrei poi dire lo stesso di ciò che solo recentemente sono riuscita a far ammettere a mia madre, cioè che ella riesce a mantersi affabile e comprensiva solo fino ad una certa ora del giorno; quando torna a casa dall'ufficio il più delle volte non può fare a meno di essere intrattabile.
Che dire poi della sottoscritta, che in tre anni da pendolare ha sviluppato fantasie terroristiche?
Tante persone di mezza età sognano di trasferirsi in campagna e di dedicarsi ad una vita fatta di lentezza ed osservazione delle nuvole. Qualcuno poi lo fa anche.
Non vedo perché dovrei constringermi a proseguire su una strada che prescrive una serie di tappe che prendono la forma di punti interrogativi grandi come grattacieli e precariato spappolafegato.
Già ora, a ventidue anni appena compiuti, mi sembra di aver sprecato del tempo prezioso.
Mentre studiavo per l'esame di psicologia del lavoro e delle organizzazioni avrei potuto sperimentare nuove consociazioni tra ortaggi. Invece ero ingabbiata tra atroci tecniche di selezione del personale e testi autoreferenziali nonché di rara inutilità.
Ora che ho la fortuna di poter fare una tesi qualitativa che mi interessa con un professore che mi ha spalancato porte su nuovi mondi di cui ignoravo l'esistenza, non posso fare a meno di sentirmi piena di idee, quasi sul punto di esplodere e, nonostante questo, pietrificata.
Più rifletto su questi temi e più realizzo che non ci sono percorsi comodi da intraprendere. Nessuno ha lasciato segnali lungo il sentiero.
Apparentemente sono ancora sulla strada maestra; ho il mio numero di matricola e so adeguarmi alle richieste ridicole che mi vengono fatte.
Scavando però emergono le prime forme di dissociazione, le scivolate in territori bui. Sfogo il mio sempre più ossessivo bisogno di spazio piantando cavolo broccolo in un'aiuola del mio quartiere, questa volta da sola e in pieno giorno.
Troverò il modo di diventare una contadina e allo stesso tempo una sociologa di qualche tipo. Di questi tempi sembra proprio che ci sia bisogno di gente così. E non sono io a dirlo.
Peccato che, nonostante la crisi ambientale, economica e sociale in cui siamo andati ad infilarci, non siano le giovani come me che vengono lodate, ma i neoiscritti ad ingegneria e giurisprudenza.
Come se negli ultimi vent'anni non fosse cambiato nulla.

In riferimento a quanto detto consiglio la visione del documentario della BBC "A Farm of the Future" di Rebecca Hoskin. Lo potete scaricare qui. Si trova anche sottotitolato in italiano e diviso in sei parti su YouTube.



Sarà che sto attraversando un triste periodo sul fronte uditivo, sarà che non riesco più a studiare ascoltando dischi. Sarà che sto imparando ad immergermi nei rumori ambientali, ad apprezzare di più la musica ponendomi di fronte ad essa in tutta la mia ignoranza e la mia lentezza nel trovare le influenze, identificare i generi, attribuire un giudizio.

Ai concerti di band che attraggono un pubblico misto, che tra l'indie e il metallaro, ci sono sempre quei tizi che si esaltano osservando l'abilità tecnica dei musicisti, la strumentazione e i mille effetti delle pedaliere.
Io sono alquanto negata su quel fronte e in realtà non penso di avere molto orecchio, al di là delle periodiche fasi di semisordità che mi affligono.
Penso sia per questo motivo che, le due volte in cui ho visto i Mogwai dal vivo, ho avuto l'impressione che la musica non venisse dagli amplificatori, ma dal cielo, o da un vortice suono di ignota origine, e che i Mogwai stessi fossero degli sciamani muniti di strumenti muti.

Mogwai - Mogwai Fear Satan from La Blogotheque on Vimeo.


Grazie a Baldra per la segnalazione.

Domani ho il primo esame della sessione estiva. Non riesco a concentrarmi sullo studio, per cui faccio cose geniali come fissare il giardino progettando i prossimi lavori da fare, controllare ripetutamente la cassetta della posta per vedere se è passato il postino e aggiornare google reader.
Stavo per farmi sopraffare dalla noia, quando mi sono imbattuta nell'ultimo post di Junkiepop, che inviatava a guardare il video che vi incollo qui sotto. Si tratta di un filmato che raccoglie le reazioni isteriche di alcuni esemplari di adolescenti alla visione del trailer di "New Moon".

Se non l'avete già fatto, vi invito a visionare personalmente il trailer del film, per rendere l'esperienza ancor più allucinante.
Concludo poi ricordandovi che il vampiro-figo protagonista di "Twilight" guida una Volvo. Quando vidi il film al cinema (del Patronato di Vicenza) non ero in grado di intendere e di volere, fuori nevicava tantissimo e la sala era piena di vecchiotti. Intendo ripetere l'esperienza quando uscirà il seguito, anche se ammetto che vorrei avere otto euro da cestinare per andarlo a vedere in qualche multisala pieno di gioventù urlante, per poter toccare con mano l'idiozia incarnata.

Questi sono i giorni dello stordimento profondo e delle pile di fotocopie alte fino al soffitto.
I giorni in cui finalmente torno ad ascoltare musica, persino quella distorta che fino ad una settimana fa mi causava nausea e dolore acuto da qualche parte all'interno della testa.
I giorni in cui raggiungo l'apice delle mie capacità mentali sul treno del ritorno, pochi minuti prima di collassare e spegnermi.
I giorni in cui vorrei andare all'università in birkenstock e calzetti, ma non sono ancora sufficientemente forte per farlo.
I giorni passati sentendomi in colpa perché la pila di fotocopie mi fissa deprecandomi.

Questi sono i giorni del distacco dalla routine per mezzo della scoperta del suolo. Anche se continuo a fare sempre le solite cose -cioé studiare, prendere il treno, spostarmi in bici, riempire lo zaino di cose che potrebbero essermi utili, sottolineare con le matite colorate, fare fotocopie, andare a lezione, dormire male- tendo a non sentirmi più di merda.
Ho ancora la costante impressione di trovarmi nel posto sbagliato e provo sentimenti terribili osservando oggetti inanimati e persone che fanno finta di non conoscermi. Però ho trovato una valvola di sfogo.
Il mio problema con il mondo storicamente è stato definito in vari modi. La mia ex compagna di classe delle superiori nota come La Nobile o Miss Ballo delle Debuttanti, ad esempio, un giorno mi disse: "Ma tu hai dei problemi mentali."
Se per "problemi mentali" intendiamo scrivere post molto divertenti sulle proprie compagne di classe fuori fase, allora ammetto di aver un chiodo figurato piantato nel cervello.
In un'altra occasione mio padre mi regalò, con fare burlone, una copia del deprecabile best seller chiamato "Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita". Sfortunatamente leggendo il testo in questione scoprii che quello dedito alle seghe mentali era l'autore e non la sottoscritta.

Nel corso degli anni ho constatato che la filosofia spicciola è sufficiente per chiudere la bocca a buona parte della popolazione berica, mentre frasi come "Ciò che dici non ha senso perché l'ordine delle portate è una costruzione sociale" non funzionano.
Ho quindi riflettuto sulle poche cose che ricordo del Socrate studiato il terza superiore e le ho assemblate con il ricordo dei miei drammi adolescenziali, ottenendo Il Mio Grande Dramma.
Del tutto casualmente oggi ho scoperto che esso coincide con il Grande Dramma della Modernità secondo Durkheim, il baffuto padre della sociologia.
Me l'ha detto Baldra in treno, che l'ha appreso durante il corso di Storia del pensiero sociologico. Anch'io ho fatto quel corso, ma il programma era diverso.
Durkheim diceva che un tempo gli uomini che sapevano un po' di tutto (a livello sia pratico sia intellettuale) erano considerati assai pregevoli. Nella modernità invece un soggetto di questo genere è visto come un derelitto incapace, poiché a trionfare è la specializzazione, non solo in ambito lavorativo, ma anche per quanto riguarda i propri passatempi.
Fare ordineQuante e quali considerazioni possiamo trarre da una affermazione di questo tipo?
La prima risposta è molte. La seconda risposta è troppo complessa per essere espressa in modo serio a mezzanotte, dopo una giornata di distruzione.
Mi limiterò a dire che ricordo il giorno in cui mi domandai, stupidamente, se valeva la pena si dedicare il mio tempo libero ad un solo interesse, in modo da poter essere sapiente almeno in un ambito. Ovviamente, avendo dovuto scegliendere, avrei optato per la lettura. Ma pare che nessuno sia mai riuscito a leggere tutti i libri mai scritti.
Oggi posso definirmi fanatica dell'accumulo di conoscenze e conseguentemente provo frustrazione con venature di ribrezzo di fronte ai giovini che si lasciano marcire al sole come cadaveri.
Ciò non significa che io sia brillante. So abbastanza cose e posso fare una discreta figura se circondata da beoti, ma in linea di massima tendo a sentire il peso della mia ignoranza e delle mie scarse capacità relazionali.
Questo si traduce in un costante brusio che popola la mia testa e talvolta mi impedisce di dormire. In genere scrivo preventivamente per spegnere il brusio prima di andare a letto. A volte mi domando se riuscirei a dormire meglio non sapendo certe cose. Non credo si tratti di paranoia o di qualche altra patologia che preferisco ignorare.
Le mie fallimentari zucchine dell'anno scorsoIl trucco sta nel gestire il flusso di informazioni proporzionandolo al proprio masochismo. Io, ad esempio, non ho l'ho ancora perfezionato e dico cose come: "Non comprerò mai più vestiti" oppure "perché la gente non problematizza il maiale?"

Fino a qualche tempo fa temevo non ci fosse limite al peggio. Mi veniva da piangere di fronte al rumore infernale di un treno in frenata e facevo incubi popolati da compiti per casa delle superiori.
In questi giorni ho scoperto che esiste un modo per spegnere il brusio: il giardinaggio.
Non so perché, ma quando sto in giardino per un'ora a mescolare il compost, a dare acqua alle piante e a seminare l'attività speculativa del mio cervello si ferma. Solo una volta riposti i guanti e gli attrezzi torno ad essere l'idiota di sempre, il self primario.

Vorrei diventare una esperta di botanica ma credo che mi limiterò ad imparare qualche nome in latino, a leggere i manuali ereditati da mio nonno e ad affondare le mani nella terra sperando che qualcosa si degni di crescere sul mio suolo argilloso.

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