Non mi è mai capitato di imbattermi in una tesi di laurea di un amico blogger. Evidentemente non si usa condividere le proprie produzioni accademiche con schiere più o meno folte di lettori.
Immagino che questa scelta dipenda almeno in parte dal timore di annoiare. In effetti sappiamo fin troppo bene quando intollerabile e rivoltante possa essere lo "stile accademico".
Quando cominciai a scrivere la mia tesi, ricordo che consultai una piccola guida redatta da uno dei miei docenti, che conteneva alcune indicazioni tratte dal noto manualetto di Umberto Eco, nonché altri suggerimenti che immagino fossero opera sua. Quello che mi è rimasto più impresso prescriveva che i paragrafi fossero più o meno tutti della stessa lunghezza.
Dopo aver scorso l'intero contenuto del file, decisi di non cestinarlo, ma di lasciarlo a marcire sul desktop del mio computer come monito.
Il monito in questione era ed è tutt'ora: "L'accademia ti vuole noiosa e scarsamente creativa. Cerca di scrivere forzando i limiti del tuo mezzo e sii divertente."
Fu così che la mia ricerca e la conseguente stesura della tesi divennero una sfida personale, moderatamente aliena alle strategie adottate da buona parte dei miei colleghi.
Per mesi ho osservato il susseguirsi di colleghe impegnate con le loro tesi speculative, dichiaratamente "copia e incolla", così insipide da essere meramente prosciuganti. Scrutandole pensavo: "Cosa ci fanno qui?"
Con questo non voglio proclamare la supremazia del mio lavoro, che per forza di cose è incompleto. Sto solo facendo notare che studiare sociologia per tre anni senza sviluppare un minimo di senso critico non è una bella cosa.
E non ha neanche senso investire mesi (o settimane, in alcuni casi) di lavoro in un qualcosa che finisce poi per essere anonimo e vuoto. Scrivere in modo impersonale fa male allo spirito, almeno stando alla mia esperienza.
Ovviamente buona parte del problema dipende dal modo in cui è gestita l'università italiana. Io ho semplicemente avuto la fortuna di imbattermi nel mio relatore, il cui modo di fare lezione ha poco o nulla a che fare con la barbosità accademica che i masochisti adorano. Quel genere di disgustosa barbosità di cui spesso parlano gli studenti di Giurisprudenza, ma che ho avuto modo di sperimentare anche Scienze Politiche.

L'ultimo esame che ho fatto è stato una degna conclusione della mia carriera come studentessa presso l'Ateneo di Padova. Verso la fine di novembre mi sono tramutata in vaso. Per settimane mi sono ingozzata di nozioni che andavano imparate più o meno a memoria. Il libro su cui ho studiato era snello, eppure ho impiegato settimane a finirlo. Gli argomenti affrontati erano così astratti e criptici da costringermi a ricercare nei meandri del mio cervello degli esempi pieni di falle per memorizzarli. L'aspetto triste della questione è che i temi dell'esame mi interessavano, eppure giunsi ad odiarli. Avevo l'impressione di essere tra le mani stritolanti di un sadico.
Alle superiori non riuscivo quasi mai ad ottenere voti molto alti in filosofia e la mia professoressa mi diceva sempre che i miei ragionamenti erano impeccabili, ma c'erano lacune nella terminologia. Questo perché io odio imparare a memoria cose che poi dimenticherò di lì a poco.
Con quest'ultimo esame feci del mio meglio per mantenere vivide nella mia testa il maggior numero possibile di nozioni vuote. Se non l'avessi passato non avrei potuto laureami a marzo. Aspettai su di un pavimento sconnesso per qualche ora; poi mi accomodai di fronte al mio giudice e mi produssi in una sessione di vomito di nozioni, che oggi posso dire di aver in gran parte dimenticato. [La metafora del vaso e del vomito sfortunatamente non è opera mia, ma del mio relatore].
Per certi versi sono contenta che la mia carriera a Padova si sia chiusa con un miserevole 19, che sul mio libretto imbrattava una pagina di 30 e 30 e lode.
Vuol dire che in questi anni ho imparato a riconoscere il marcio nel nostro sistema scolastico e a riderne, entro i limiti del possibile.
Ho scritto la mia tesi consapevole del fatto che, se mi fossi attenuta alle regole, avrei lavorato esclusivamente per me stessa. Inoltre avrei annoiato il mio unico lettore.
Avanzando poco a poco, mi trovai tra le mani degli scritti che non avrei esitato a rivedere un minimo e a pubblicare poi sotto forma di post.
So di essere stata autoreferenziale. D'altronde il fatto di aver studiato un gruppo di cui faccio parte ha reso il lavoro quasi dissociante. Ci sono stati giorni in cui ho fatto veramente fatica a ripetermi che la Margherita ricercatrice e la Margherita guerrilla gardener erano solo due self tra tanti.
Tutto ciò per dire che vi consegno il frutto della mia consunzione. Spero di essere riuscita nel mio intento e di non aver annoiato troppo.
Le mie manchevolezze sul fronte sociologico dipendono dal fatto che non sono una dottoranda, bensì una miserimma vittima del 3+2.
La mia tesi è scaricabile qui sotto:
Guerrilla gardeners tra gli scarti urbani: nuovi attori del movimento ecologista?

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Prendiamo ad esempio un ipotetico veneto, diviso interiormente dal suo amore per Lega Nord e per la Chiesa Cattolica Romana. Egli sarà indubbiamente un sostenitore della moralità, della pudicizia e di tutte queste cose tristi. Al contempo dirà cose spregevoli sugli omosessuali, sulla gente che convive al di fuori del sacro vincolo del matrimonio e probabilmente anche sulle donne con un minimo di cervello.




