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Avere lezione fino alle otto o alle nove di sera non è bello, come potrete immaginare anche voi. Non è bello soprattutto se il tuo intelletto è stato ininiterrottamente massacrato per dieci, dodici ore.
Quando entri in aula constatando che mezza facoltà è già buia e che gli ultimi superstiti sono i disperati che trascorrono la loro intera esistenza nell'aula studio bunker [a Trento vanno molto le aule studio interrate e conseguentemente prive di illuminazione naturale], sai già che ne uscirai sotto forma di bidoncino dell'umido, dove tutta la tua gioia di vivere e la tua spensieratezza si stanno decomponendo poco a poco.
Però tu ci vai lo stesso a lezione alle sette di sera, a fare questi corsi opzionali di inglese C1b e di analisi della conversazione, perché è solo e soltanto in quelle date circostanze che riesci a convincerti di essere nel posto giusto, nonostante tutto.
Sì, ok, l'analisi della conversazione non ti è ancora così chiara, ma se non altro ti sono chiari tutti quei discorsi non spendibili sul mercato del lavoro che ne rappresentano le premesse. Quelli che Goffman fa ne "L'ordine dell'interazione", per (non) interderci. E ciò che dice il signor Garfinkel.
Al corso di inglese ci vai per rispolverare, riassettare e riscoprire. In previsione di un bando che potrebbe condurti altrove.

Ecco. Vai dunque a lezione all'ora di cena. A volte resti fuori a bere uno spritz aperol a tre euro e trenta centesimi con le tue colleghe e il tuo Collega, investendo ciò che resta delle tue energie nel gossip, nella nostalgia del clima patavino e nello scambio di nuove, vitali informazioni su questo e quest'altro corso.
Quando torni a casa non c'è più nulla che possa ridestarti. Nulla. Non Porta a Porta. Non Santoro. Non l'ennessimo reality show di merda su Mtv.
Mangi il tuo riso basmati biologico e semiscondito in catalessi finché, girando a caso tra i canali del digitale terrestre, non ti imbatti in una cosa terribile.
Una cosa terribile che si chiama "Adolescenti: Istruzioni per l'uso" e che ben presto identifichi come un nuovo programma di La7.

Guardi la puntata dall'inizio alla fine, rapita dal modo in cui un problema di comunicazione tra madre e figlia quidicenne viene progressivamente declinato come un problema esclusivamente della ragazza. Il format prevede la presenza di una psicologa o di uno psicologo, denominati per l'occasione "coach".
Il coach entra nella vita della famiglia oggetto della puntata analizzando "immagini di repertorio", dalle quali emerge in modo lampante una rottura tra genitori e figli. Nel caso della punta visionata ieri sera, una madre poco espansiva impedisce alla figlia di chattare su MSN e critica fortemente i suoi gusti in fatto di abbigliamento (tendenzialmente scollacciato) e di trucco (vistoso). La figlia depreca la madre per questo e continua a chattare su MSN biascicando imprecazioni.
La psicologa/coach analizza ciò che abbiamo appena visto dicendo che c'è un problema di comunicazione tra le due e gettando poi su di noi un'informazione che, nel caso in cui fino a quel momento avessimo simpatizzato per le istanze della figlia, ci farà sicuramente cambiare idea. A quanto pare la madre ha impedito alla giovane di Sharon di usare la chat di MSN perché tempo addietro quest'ultima vi pubblicò delle sue foto in cui compariva in mutande e reggiseno.
E' qui che l'ago della bilancia viene spostato per la prima volta. La coach, che fino a quel momento era parsa abbastanza imparziale, focalizza la sua attenzione solo ed esclusivamente su Sharon, facendo così passare un messaggio molto chiaro: Il problema è dei figli; sono loro che devono mutare per adeguarsi ai desideri dei genitori.
Come emergerà poi dalla visione della puntata, buona parte dello spazio è dedicato a Sharon e al percorso ch'ella deve intraprendere per diventare una buona figlia. I genitori non vengono considerati, come se essi non avessero peso nell'equazione della comunicazione domestica. Sono figure statiche, che vengono allontanate da casa "per prendersi una vacanze". Il dato implicito è che al loro ritorno troveranno una Sharon diversa, più aperta e disposta a condividere i suoi segreti (in barba al fatto che la segregazione degli spazi e l'emersione di segreti sono parte integrante e fondamentale del processo di crescita di una persona).
E' dunque Sharon l'unica a dover intraprendere il percorso che dovrebbe migliorarne l'atteggiamento nei confronti della sua famiglia. Per fare ciò, la coach la porta in Liguria, dove le farà fare una passeggiata in spiaggia e la costringerà poi a scrivere una pagina di diario sulle sue emozioni. Tale pagina verrà poi trasformata nel testo di una canzone con l'aiuto di un Emerito Nessuno (che a quanto pare ha partecipato a X-Factor).
Sharon ed Emerito Nessuno ("grande cantautore", secondo la coach) compongono così una canzone nel giro di venti minuti e la registrano anche. Successivamente la coach la fa lavorare per un paio d'ore in un centro di animazione per bambini, dove ella si dimostra competente. La coach non perde l'occasione per sottolineare che il successo di Sharon è dovuto alla sua indole dolce e premurosa, il che ti porta a pensare che, se l'adolescente protagonista della puntata fosse stato un ragazzo, di certo non gli avrebbero fatto svolgere lo stesso lavoro, così coerente con le "innate virtù femminili". Lo avrebbero mandato a scalare una montagna, a caccia di bisonti o ad iscriversi ad un corso di laurea di Ingegneria.
Il sospetto che la trasmissione sia una scemenza, in cui per altro vengono rinsaldati i soliti stereotipi di genere, trova conferma nell'ultima parte del "percorso" di Sharon. E' qui che il programma si rivela per ciò che è: l'ennesima declinazione del format del "make-over", questa volta in salsa pseudo-psicologica.
Dopo aver scoperto che Sharon ha tutte le carte in regola per essere una giovane donna per bene (ricordiamo che è dolce e premurosa), la coach le presenta una stylist e una truccatrice, che la costringono a scegliere vestiti che non la convincono e a truccarsi in un certo modo (usando comunque una tonnellata di fondotinta, per la cronaca). Sharon non dice niente, ma si vede benissimo che non è convinta di ciò che la stylist sta scegliendo per lei.
Alla fine della trasmissione madre e figlia si riuniscono. Figlia trucca Madre (che non ama dipingersi la faccia, ma accetta comunque la tortura per trovare uno spazio d'incontro con la prole), Madre e Padre ascoltano la canzone che Figlia ed Emerito Nessuno hanno scritto e poi tutti si abbracciano e si vogliono tanto bene. Nel frattempo la coach se ne va, come una novella Mary Poppins.

Alla fine del programma non sai se ridere o piangere. Ti alzi dalla sedia della cucina, fai i cinque passi necessari a raggiungere il letto e crolli addormentata. I piatti restano da lavare.

E' confortante sapere che, per quanto io mi distragga o dedichi ad altro, Elena Donazzan continuerà a fare dichiarazioni ridicole o a redarguire colleghi e colleghe colpevoli di tutti i mali del mondo.
E' di un paio di giorni fa la notizia (già segnalata da Loredana Lipperini) di un botta e risposta tra Elena Donazzan (appoggiata da Morena Martini, assessore alla Scuola del comune di Bassano del Grappa) e la concittadina Annalisa Toniolo, assessore alle Pari Opportunità e alla Pubblica Istruzione.
A quanto pare il nostro amato assessore regionale ha fatto nuovamente ricorso alla via epistolare per bacchettare la "strumentalizzazione" operata dalla Toniolo, colpevole aver trasmesso una nota informativa ai presidi delle scuole superiori della sua città.
Il testo della nota è questo:
"Egregi dirigenti scolastici,
vi comunico che il 13 febbraio p.v. si discuterà nelle piazze del problema dell'immagine femminile come appare sui mass media. Vi trasmetto il documento allegato, affinchè tale iniziativa non venga politicizzata o strumentalizzata, ma vi sia l'occasione per parlarne in classe con i ragazzi. L'Assessore alle Pari Opportunità, Annalisa Toniolo".
L'allegato sarebbe, stando all'articolo di Bassanonet, "il documento "Se non ora, quando" senza alcun commento e senza alcuna immagine".

Ammetto di aver pensato, mentre leggevo per la prima volta di questa notizia, che il gesto della Toniolo sia stato forse un po' azzardato, visto il clima politico da caccia alle streghe (n.b. dove per streghe intendiamo i potenziali detrattori di sua santità Silvio Berlusconi) che domina in Veneto da (non) poco tempo a questa parte.
Ciò non toglie che la mia prima reazione sia stata pesantemente influenzata da quello che definirei istinto di autoconservazione. Con il senno di poi non ho potuto far a meno di riflettere sull'idiozia di una classe politica che, quando fa comodo, si attacca alla Costituzione e demonizza i docenti colpevoli di "aver fatto politica in classe".
Poco importa che questa regola valga solo per chi viene etichettato come comunista, terrorista e nemico di Berlusconi, mentre nel frattempo viene inaugurata una scuola ricoperta da tetto a zerbini di simboli di partito.
Una scuola in cui non si dedichi qualche spazio alla discussione dei fatti d'attualità è una scuola monca. Una scuola che si permetta di ignorare le notizie che ci martellano in testa da mesi, anzi da anni, è una scuola isolata, priva di contatto con la realtà.
Infine, trovo come sempre riprovevoli le sparate della Donazzan, che hanno come focus un'idea degli studenti delle scuole superiori come di creature prive di idee, fragili, costantemente attaccate da pericolose ideologie di stampo marxista e anarchico. Mi sembra sia un'immagine che ha poco a che fare con la realtà, nonostante i tanti problemi che oggi affliggono le nostre scuole. Non a caso le manifestazioni del 13 hanno visto una forte partecipazione anche dei ragazzi più giovani, il cui entusiasmo palpabile non era certo eterodiretto dai "pericolosi partiti della sinistra".
Ostinarsi a sostenere il contrario non fa altro che rinsaldare un'immagine deleteria dei ragazzi italiani; immagine che, alla lunga, ricade sui ragazzi stessi come richiamo all'inazione, al lasciare che siano gli altri ad occuparsi della politica.

Il sito americano CareerCast.com ha recentemente pubblicato la classifica del 2010 delle dieci professioni meno stressanti. (via @chiaraland)
Tra di esse troneggia senza clamore alcuno la figura in tweed-vestita del bibliotecario.

In circostanze normali ci saremmo dette: "Ok. Ha senso".
Stavolta, invece, la sopraccitata classifica americana (inapplicabile quindi al nostro mesto Paese) ci rabbuia.
"Perché?", domanderete voi, Amati Lettori, che per tanti anni avete condiviso con noi il mito della vita tranquilla e odorosa di carta del bibliotecario.
La risposta è molto semplice. La trovate nell'ultimo post di Loredana Lipperini.

edit: Scrittori contro il #rogodilibri



A Trento succedono un sacco di cose.
Per questo la gente lascia traccia del proprio elevato pensiero sui muri cittadini usando il pennarello indelebile e Il Trentino ci riferisce notizie a dir poco sconvolgenti ogni giorno.
Io faccio la mia parte dormendo fino a tardi e dedicando il mio venerdì sera alla creazione di piccoli quiz per Baldra. Quello che vedete nell'ultima foto è ispirato dal libro che sua sorella deve riassumere come compito per casa ("La Coscienza di Zeno"). Gli altri due personaggi (Virginia Woolf e James Joyce) c'entrano, ma anche no.

* foto di Baldra

Aspettavamo con ansia l'ennesima edificante dichiarazione di Elena Donazzan, che molti di voi ricorderanno come assessore all'istruzione della Regione Veneto. E la bassanese non si è fatta attendere più di un paio di giorni.
Dopo lo scandalo del libercolo sull'Europa delle Nazioni pagato con denaro pubblico (ma copiato spudoratamente, come è poi emerso) e la deliziosa promessa di donare una Bibbia ad ogni bambino iscritto ad una scuola elementare veneta, Donazzan raccoglie il testimone abbandonato da Speranzon e annuncia di voler scrivere una lettera a tutti gli istituti superiori della mia ridente regione per esortare "insegnanti e bibliotecari a non diffondere tra i ragazzi i libri di questi autori".
"Sono diseducativi", dice. Aggiunge poi che questa è "una censura morale".
Forse nel tentativo di mettere le mani avanti, come altri suoi colleghi hanno fatto negli ultimi giorni, Donazzan precisa che tale censura consiste solo in un indirizzo politico. "Nessun obbligo", afferma "voglio [solo] evitare che i ragazzi vengano a contatto con le idee di chi difende a spada tratta un furfante, un delinquente, un assassino conclamato".

Cosa dovremmo fare a questo punto? Ringraziare forse questa donna piena di spirito d'iniziativa, che tanto ama i ragazzi veneti, al punto da impedir loro di leggere gli avvincenti romanzi dei Wu Ming, gli istruttivi saggi di Loredana Lipperini o le deliziose opere di Daniel Pennac? I seguaci di Luca Zaia, che come sempre ha appoggiato le sparate fasciste di Donazzan, direbbero che l'assessore ha ragione e che forse sarebbe il caso di mandarle una pianta o un cesto di bigoli, tagliatella e teste di comunisti.
D'altronde è noto che le giovani menti sono malleabili come il pongo e che le opere degli autori presenti nella famigerata lista nera trasformerebbero tanti potenziali cittadini responsabili (nonché elettori dell'asse PDL-Lega Nord) in pericolosi terroristi.

Come altri prima di me hanno fatto notare, andando avanti di questo passo ci troveremo a difendere non solo gli scrittori contemporanei presenti nella lista nera di Speranzon, ma anche le opere capitali della nostra letteratura, che a scuola si studiano da sempre. Personalmente, oltre ai tanto citati Dante, Manzoni e Fogazzaro, prefiguro la censura del Parini e della sua satira della nobilità decaduta e corrotta, che tanto amai alle scuole superiori.
Di fronte a tanta ignoranza e sprezzo della decenza non resta che alzare la voce ed opporsi allo scempio che si sta consumando sotto i nostri occhi.

Per quanto riguarda la deprecabile figura di Elena Donazzan, infine, mi limito a condividere con i lettori che dell'assessore veneto hanno solo sentito parlare di sfuggita il suo curriculum politico.
* Iscritta al Fronte della Gioventù nel 1989
* Presidente provinciale di Vicenza del movimento giovanile del MSI Fronte della Gioventù e poi Dirigente Nazionale di Azione Giovani dal 1996 al 2005
* Membro dell'Assemblea Nazionale di Alleanza Nazionale - partecipa al congresso di fondazione di AN - Fiuggi 1995
* Membro della Commissione nazionale di AN per l'Agricoltura
* Responsabile del Dipartimento di Pari Opportunità per il Veneto di AN
* Consigliere Particolare del Ministro Alemanno
* Membro della Fondazione Triveneto "Più società meno Stato"
* Promotrice della rete Identità e Libertà (rete degli under 40 presente nel nord Italia)
[consiglio di dare un'occhiata al link per farvi quattro risate]
* Rappresentante della Regione nel CdA della Fondazione Studi Universitari di Vicenza
[permettetemi una crassa risata alla voce Fondazione Studi Universitari di Vicenza ai tempi della riforma Gelmini]

C'è altro da aggiungere al nostro grazioso quadretto fascista? Non credo.

Scialla!!!

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Giaccio scompostamente sul divano, sorseggiando il mio caffè post prandiale freddo. Sono reduce da una mattinata di commisioni, giri a vuoto in bici, visite oculistiche e lunghe attese al mio ufficio postale. Non riesco a muovermi. Lo stress oculare è tal da impedirmi di guardare la tv con mera passività.
Decido dunque di aggravare la mia condizione, fruendo i primi tre o quattro minuti di Amore 14, il film di Federico Moccia tratto dall'omonimo libro di Federico Moccia.

Una voce fuori campo da bimba isterica dice: "Questo è il giorno più bello della mia vita. Questo è il giorno in cui ho fatto l'amore!"
Reagisco aggrottando la fronte e cercando il telecomando per cambiare canale. Nel frattempo la voce narrante ha annunciato il ricorso alla tecnica del flashback. Dice: "Ma come sono arrivata al giorno in cui ho fatto l'amore?". E comincia a spiegare. Non so di preciso cosa mi abbia spinta a raccogliere carta e penna. So solo che di lì a poco ero pronta a prendere appunti.
Carolina, detta Caro, si rivela allo spettatore grazie una versione stiminzita di quei brillanti test con cui anni fa la gente si intasava le caselle di posta elettronica.
"Nome? Caro!
Età? 13 anni!
Tre buoni propositi per il mese corrente? Andare in palestra, far parte della Tim Tribù e andare con gli amici al concerto dei Finley!"
Non riesco a credere ai miei occhi. Sto guardando un film e all'interno di questo film c'è un logo lampeggiante della Tim Tribù, qualsiasi cosa essa sia.

Amore 14 è dunque uno di quei film la cui la cui stupidità è tale da mettere in imbarazzo anche una fetta significativa del suo presunto target: le adolescenti isteriche. Non avendo letto il libro, scavo nei miei ricordi alla ricerca del post delle Malvestite sull'opera in questione. E rido, ovviamente.
La protagonista di Amore 14 è Caro, una tredicenne senza cervello che fa un uso improprio delle preposizioni. Le sue due migliori amiche sono, com'è giusto, stereotipate: c'è quella piena di soldi, nonché moderatamente stronza, che spende e spande e c'è quella che mangia in continuazione. Quest'ultima attrae fin da subito la mia attenzione, poiché Moccia la ritrae come una divoratrice compulsiva di ogni tipo di cibo immaginabile. Si alza addirittura in piena notte per svuotare il frigo. Eppure non è né immensamente obesa né bulimica. Un vero miracolo!
Caro ha una famiglia amabile ma attraversata da elementi problematici. C'è il fratello ventenne, detto Rusty James, che vorrebbe fare lo scrittore, ma è costretto dal padre a studiare medicina. La sorella rincoglionita e priva d'altre peculiarità. Il padre dispotico e lievemente violento, ma che sotto sotto ha un cuore d'oro. La madre banderuola e sottomessa, che mi ricorda tanto certi melodrammi strappalacrime ambientati tre secoli fa. Infine, ci sono i nonni, tanto cari e giovanili.
Caro è una bimba per bene che vuole tanto bene a tutti i suoi parenti, eccetto forse alla sorella rincoglionita; eppure c'è qualcosa che la turba. Insieme alle sue amiche bisbetiche, non fa altro che parlare di sesso.
"Ma insomma", gracchiano le tre tredicenni nel cortile della scuola, "come si fa questo famigerato sesso di cui tutti parlano?"
Moccia ci rivela però che non tutte sono poi così sprovvedute. Caro, ad esempio, ha già avuto un'esperienza rivelatrice. Durante l'estate si è fatta inseguire, insieme ad un gruppo di amici idioti, da quello che pare essere un guardiabosco con contratto a tempo determinato. Nel caos della fuga, Caro si è ritrovata nella grotta dell'orso insieme ad uno dei amici incredibilmente fighi. Nella scena orchestrata con astuzia da Moccia, i due si avvinghiano nell'oscurità ed ella dice: "Ho paura!"
A questo punto l'amico la bacia. Moccia ci propone un primo piano eccezionale sulla cintura di lei, che viene slacciata con maestria. Nel raccontare ciò che segue alle sue amiche, Caro dice: "E poi mi ha toccata lì! Ih ih ih ih! Che solletico!" L'amica ricca suggerisce che forse il tredicenne fruga mutande non abbia toccato "i punti giusti". Caro reagisce domandando: "Ma quanti ce ne sono di punti giusti?"
Questo è un chiaro esempio dell'idiozia di Moccia, che descrive i suoi personaggi femminili come arrapati ma inconsapevoli del funzionamento del proprio corpo, se non addirittura del posizionamento delle ascelle rispetto alle braccia o roba simile. Conseguentemente sono dei tredicenni esperti e talentuosi a calare dall'alto per dire: "Caro, non so se l'hai mai notato, ma hai una vagina!" [questo non c'è nel film, ma ci manca poco].

La vicenda comincia a complicarsi e a farsi interessante quando Caro incontra Massi in una Feltrinelli. I due si guardano ed è subito LOVE. Massi è un tizio dallo sguardo fatale e i capelli effetto Pantene, che conquista la nostra protagonista con un gesto che trascende le leggi della fisica. Dopo essere scomparso del nulla, Massi ferma Caro per strada facendole sentire con il cellulare la canzone [un qualche singolo di James Blunt] ch'ella stava ascoltando nel reparto musica della Feltrinelli. Il problema è che Massi non aveva modo di vedere/sentire/intuire quale canzone stesse effettivamente ascoltando Caro. Ma poco importa! I due vanno subito a fare un giro al parco e si prendono per mano. Il tutto senza mai presentarsi [Lo faranno dopo svariate ore]. Massi accompagna poi Caro a guardare le stelle con un telescopio e, dopo essere scomparso per pochi istanti, torna con un certificato che dice: "Signor Massi, congratulazioni per il suo acquisto della stella XY, che da oggi si chiama Carolina". Oltre al fatto che non mi risulta sia possibile "comprare" le stelle, credo sia anche difficile procedere a tale transazione e ricevere un certificato con tanto di bolla papale nel giro di pochi minuti. Ad ogni modo, Caro è colpita da questo gesto e attribuisce a Massi il punteggio più alto nella classifica dei ragazzi che le piacciono [Nel corso del film la classifica viene aggiornata più volte]. Nel separarsi, Massi scrive il suo numero di cellulare sulla vetrina di un negozio di abbigliamento, scatenendo l'adorazione di Caro.
Nel frattempo Rusty James, il fratello ventenne interpretato da un attore ultratrentenne e visibilmente stempiato, abbandona l'università e va a lavorare in condizioni inumane presso una casa editrice, il cui direttore è Biascica di Boris. Qui Rusty James scopre il lato oscuro dell'editoria italiana: gli stipendi da fame, la mancanza di rispetto per i giovani talentuosi e pieni di sogni, la tristezza imperante. È memorabile la scena in qui Rusty racconta ad una collega spazientita del suo amore per David Foster Wallace e della tristezza che ha provato dopo essere venuto a conoscenza del suicidio del suddetto. Cita poi Infinite Jest, che Moccia non ha evidentemente letto, dicendo: "Le note finali sono la parte più bella del libro".

Come se tutto ciò non bastasse, la faccenda si complica ulteriormente, poiché dei vili criminali rubano a Caro il cellulare, dove la fanciulla aveva salvato in numero i Massi. Scatta il panico. Caro passa mesi e mesi cercando di rimettersi in contatto con il suo amore imberbe. Va dall'amico cartomante, mette degli annunci su internet, torna al negozio vandalizzato dicendo alla commessa: "Scusa, non è che ti ricordi il numero che avevamo scritto sulla vetrina l'altra sera?".
Insomma, un vero disastro. Ma il tempo passa e Caro si vede costretta a guardarsi intorno. In una delle tante scene agghiaccianti del film, la biondina dal cuore d'oro bacia il compagno di classe nerd "fissato con i numeri e le percentuali", che è anche il fondatore della band Equazioni. Successivamente si mette con un diciottenne dalla capigliatura fluente, che fa l'istruttore di tennis e che la costringe a giocare fino allo sfinimento ogni giorno. Infine, accetta la sfida del figlio tamarro del benzinaio, che le dice: "Dimostrami che non sei una snobbetta! Esci con me". La loro relazione sarà breve e compromessa infine da un bacio alla cipolla [non sto scherzando].

Un pomeriggio qualsiasi, l'amica mangiatrice compulsiva smette di masticare [N.B. Si metterà a dieta solo dopo essersi messa con un certo Aldo] e dice: "Ma quanto fico è questo pezzo dei Justice!". Caro ricorda allora un dettaglio fondamentale, che per qualche motivo era rimasto celato nei meandri del suo cervello. Il giorno fatale del cd di James Blunt, Massi aveva detto: "Oltre ad essere studente [minorenne e sfigato] sono anche dj al Cube e metto sempre i Justice". Le tre amiche gracchianti decidono allora di organizzare una spedizione al Cube, dove entrano senza problemi pur avendo cinque anni in meno dell'età minima tollerata nel locale. Sfortunatamente però, Massi non lavora più lì da mesi.
Per rendere ancor più triste la situazione, Moccia decide di ammazzare il personaggio più amabile del film, il povero nonno di Caro, che avevamo deriso per la sua battuta: "Certo che è brava questa Dolcenera! Molto meglio di quelle cantanti americane come Rihanna e Beyoncé".

I toni cambiano dopo che Caro festeggia il suo quattordicesimo compleanno. La sua amica ricca le ricorda che "su Cosmo dicono sempre che a quattordici anni arriva la botta di ormoni". Difatti, pur non avendo degli uomini da spupazzare, le ragazze sentono la necessità di informarsi sulle tecniche sessuali più in voga. Ma come? Soppesano svariate possibilità: le riviste pornografiche, i siti zozzi e i manuali che vendono alla Feltrinelli [come "Sei vaginale o clitoridea?"]. Alla fine decidono di trovarsi a casa della tipa ricca, in compagnia di altre amiche più o meno esperte. Si scambiano fotocopie ritraenti "svariati tipi di cosi [...] che possono essere a uncino, a microfono o a martello". Poi Caro si dimostra audace e dice: "Ma ragazze! Parliamo di noi! Dov'è questo punto G di cui tutti parlano? Davvero ci sono donne che non lo trovano mai per tutta la loro vita? Sob sob!"
A rispondere alle domande più scabrose è l'amica esperta che, essendo stata bocciata più volte, ha più esperienza con gli uomini. Ella consiglia, tra le altre cose, di non mostrarsi troppo disponibili con i ragazzi. Anziché darla via subito, è meglio mantere un certo contegno e limitarsi ad offrire una sega.

Caro è molto colpita da questo pomeriggio dedicato allo scambio di informazioni. Nella scena successiva, infatti, la troviamo nella vasca da bagno, mentre riflette sulla sua conformazione anatomica.
Pensa: "Non sarò mica una di quelle che non trovano il punto G, no? Dove potrebbe essere? Sotto le ascelle? Ih ih ih ih! Magari è proprio dove dovrebbe essere!". Moccia cerca di farci intendere che, esplorando a caso per circa cinque secondi, Caro ha trovato il suo punto G. Caro dice infatti: "AH!", come se avesse finalmente trovato la soluzione di un rebus.

Nel frattempo Massi è ricomparso nella storia, più o meno come se fosse caduto dal cielo. Caro lo ritrova del tutto casualmente in discoteca, dove il suddetto chiede al dj di mettere quella canzone di James Blunt per la sua amata. Che romantico!
Il susseguirsi di eventi mi fa pensare al fatto che il cervello di Massi debba essere vuoto, poiché egli non sembra essersela presa con Caro, che non gli ha telefonato per circa sei mesi, dopo ch'egli ha avuto la raffinatezza di regalarle una stella e di baciarla in modo pudico. I due si rimettono insieme come se niente fosse. Vanno al cinema, si prendono per mano e sono tanto felici. Ma la vita di Caro sta per essere toccata una seconda volta dal demone della tristezza.
Il fratello talentuoso riceve un rifiuto dalla casa editrice dove lavora; il suo libro "Come un cielo al tramonto" non è piaciuto. Rusty James pare cadere in depressione. Litiga con la morosa, beve e fuma come solo i veri artisti sanno fare e si convince di essere un fallito. Eppure continua a scrivere.
Caro, che sta ancora pregustando le pratiche erotiche studiate con le amiche, programma tutto nei minimi dettagli. Nel corso di un serata meravigliosa, durante la quale va a cavallo in un bosco con Massi (!), egli le dice: "Caro, vuoi fare l'amore con me?". Ella risponde di sì.
E così torniamo alla prima scena del film, dove Caro se ne va al mercato tutta contenta dicendo: "Questo è il giorno più bello della mia vita. Questo è il giorno in cui faccio l'amore". Compra dei fiori per Massi e si siede ad aspettarlo su una panchina del parco. Da lì lo scorge in lontananza. Sono ch'egli, anziché fare una di quelle cose che succedono di solito nei film romantici, sta baciando l'amica ricca di Caro, che è comparsa dal nulla e senza alcun preavviso da parte di Moccia. "Maledetto infame", pensa allora la nostra amica decerebrata.

Caro è disperata e se ne va. Le sue lacrime allagano le vie di Roma. Fortunatamente Rusty James la intercetta per strada e la porta al mare.
Viste le premesse del film, penso che a questo punto Caro dovrà comunque "fare l'amore" con qualcuno. L'ha detto! Ma è improbabile che il prescelto sia suo fratello. Così il film finisce e Caro ci fa presente che il suo imene è ancora integro.

Dopo aver visto Amore 14 ho creduto di dover vomitare. Invece ho sistemato gli ultimi appunti e sono uscita a bermi una birra con Baldra, per festeggiare la buona riuscita del suo ultimo esame. Per il resto della serata ho sentito gli effetti del film. Sono difatti stata colpita da strani attacchi di isteria, che mi hanno portata a cantare i testi di Vasco Brondi - in particolar modo il noto verso "E invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare!" - prendendo a mazzate Baldra, che era già semidormiente. Penso dunque che Amore 14 sia un film dannoso per la salute e che mi sento di sconsigliare a chiunque non sia alla ricerca di una pellicola idiota da fruire insieme al consumo di sostanze illegali.

Tutto ebbe inizio il giorno in cui mi recai a casa di un amico per intervistarlo. All'epoca suonava in questo gruppo hardcore non molto esaltante; ciononostante decisi di scrivere un articolo sulla sua band e di usarlo poi per la mia rubrica su Vox Beati, il giornalino del liceo cattolico. Andai a trovarlo insieme al mio ex e ad un vecchio registratore con mangiacassette.
Beppe ci offrì dei popcorn appena fatti ricoperti di zucchero che mi fecero inorridire. Quando rifiutai, egli infilò una mano nella terrina e cominciò a mangiare. Poi ci spostammo in camera sua.
L'immagine del suo letto sfatto e pieno di zucchero mi tormenta ancora a distanza di svariati anni.

Il mio articolo non fu mai pubblicato su Vox Beati e di lì a poco mi fu comunicato che la Preside aveva deciso che non potevo più far parte della redazione. Fu un brutto momento, soprattutto perchè amavo essere il vicedirettore e il mio "capo" era persona adorabile.
Ad ogni modo, imparai molto da quest'esperienza.
In primo luogo constatai che molte persone non hanno senso dell'umorismo. Poi ebbi l'ennesima conferma di ciò che avevo intuito già qualche mese prima: anche le suore giocano sporco. Ero convinta che le spose di Cristo inseguissero irreprensibilmente la santità; poi sperimentai sulla mia pelle le balle stratosferiche e le minacce più o meno esplicite della Preside.
Questo significò non solo che persi la mia fiducia nell'onestà della categoria dei religiosi, ma anche che questa disillusione cominciò ad includere, poco per volta, anche i laici e gli adulti in generale. Avevo appena studiato la Costituzione. Il giorno in cui mi fu impedito senza giustificazione alcuna di scrivere su Vox Beati ed implicitamente anche sul mio blog ricordo che pensai: "Temo che questo sia anticostituzionale".

Il giorno in cui andai a casa di Beppe mi soffermai sulla libreria del salotto. Non ricordo che genere di letteratura vi trovasse posto. A colpirmi fu uno scaffale isolato, situato sopra il divano. Conteneva alcuni libri che oggi definirei di psicologia spicciola; quei manuali di autoaiuto che si trovano anche al supermercato. Ne presi uno e lo sfogliai.
I genitori di Beppe erano persone colte e il fatto che avessero dei libri del genere in casa mi fece intuire che qualcosa non andava. Forse non sapevano proprio più come comportarsi.
In quel periodo Beppe non aveva ancora cominciato a stempiarsi. Si lavava poco e, quando lo faceva, c'era una discreta probabilità che usasse la canna dell'acqua per annaffiare. Inoltre faceva tutte quelle cose che molti adolescenti fanno, come rispondere male a propria madre, ricoprire la porta della propria stanza di cartelli intimidatorii ed imprecare come uno scaricatore di porto.
Magari fu per questo che i genitori di Beppe comprarono quel libro che tenevo tra le mani. Il libro che mi avrebbe poi spinto ad inaugurare una nuova categoria sul mio blog, le "guide pratiche per adolescenti introversi".

Quel libro mi colpì come una bastonata a ciel sereno. L'intento dell'autore pareva essere quello di spiegare o, come dice il mio oramai ex relatore, "togliere le pieghe" all'adolescenza. Ogni comportamento che non rientrasse nella tabella di marcia sviluppata da un certo evoluzionista sadico veniva etichettato come una forma di devianza. L'autore diceva che il fatto che certi ragazzi volessero ribellarsi all'autorità dei genitori o andassero male a scuola era spiacevole, ma normale. "Normale" nel senso che molti ragazzi si ribellano all'autorità dei genitori e/o vanno male a scuola. Quindi suggeriva delle strategie, più o meno figlie del buon senso, per affrontare le imperfezioni dei propri figli. Mentre i miei occhi si appropriavano delle suddette strategie, pensai che molte di esse fossero stupide. O, per lo meno, che non avrebbero funzionato su di me. Mia madre avrebbe potuto essere gentile quanto voleva, ma a sedici anni non le avrei mai detto che la mia migliore amica aveva fatto sesso con questo tizio della sua classe senza provare particolari sentimenti per lui e che questo mi turbava. Mio padre avrebbe potuto passare tutte le sue ore di veglia ripetendomi che ubriacarsi è sbagliato e io mi sarei ubriacata comunque. Perché se non mi fossi sordita con la birra non avrei dato il mio primo bacio e se non mi fossi ubriacata di spritz non avrei avuto il coraggio di crollare addosso a colui che sarebbe diventato il mio primo ragazzo.
Quel libro mi fece stare un po' male perché, dal modo in cui era strutturato, si poteva intuire come l'autore assimilasse modi di fare e comportamenti che non erano per niente "gravi allo stesso livello". Erano un po' come quelle bolle vaticane contenenti la lista dei peccati mortali. Liste che fanno ridere e piangare al contempo, perché pare non facciano distinzione tra omicidio, masturbazione e strage di innocenti. Tutti questi peccati sono lì, sulla carta, e ti fissano. Tu li scorri come figurine e pensi che c'è qualcosa che non va in questo sistema balordo.
Quel libro era così. Tramutava il ragazzo timido nel ragazzo introverso o nel ragazzo depresso. Descriveva il desiderio di farsi tatuaggi e piercing non come un comune effetto del vivere in società, ma come un sintomo di qualcosa di molto brutto. Perché, notoriamente, oggigiorno solo i criminali si tatuano. I calciatori, i musicisti e le persone comuni non lo fanno.
In generale, l'impressione che mi lasciò quel volumetto fu assai negativa. Sembrava un libro d'istruzioni. Mancava solo il paragrafo dal titolo "Le hai provate tutte? Allora forse è giunto il momento di resettare tuo figlio".
La tragicità di quell'opera e, più in generale, di quel filone editoriale giaceva nel fatto che, con la scusa di aiutare i figli dei lettori, li riduceva a figure impersonali ed indegne di essere realmente ascoltate.

Oggi pomeriggio una serie di eventi mi hanno portata a ripensare a quel libro. Stavo pranzando a casa di Baldra. Avevamo acceso la tv, ma essendo domenica non c'era La Signora in Giallo. Il Tg1 era aberrante come al solito e il resto delle reti nazionali non offrivano una programmazione molto interessante. Ad elevarsi era, inspiegabilmente, TVA Vicenza.
Quest'ultima proponeva una puntata di Link, una specie di talk show prodotto dalla diocesi berica, che ricorda vagamente Per un Pugno di Libri.
In studio c'è un gruppo di studenti di un istituto superiore di Vicenza e provincia accompagnato da due o tre professori. Gli stessi presentatori, a quanto pare, sono insegnanti, dato che, nel vederli, Baldra mi ha detto: "Oh, quello era il mio prof di religione e il tizio seduto era il mio prof di matematica".
Da quanto ho capito, l'intento di questo programma è quello di stimolare la discussione su un dato tema e di far così emergere "cosa pensano veramente i giovani". Evidentemente gli autori hanno ritenuto importante sottolineare che gli adolescenti possono differire dalla loro rappresentazione prodotta dai mass media. Questo è senza dubbio un nobile intento. Il problema è che lo stesso Link tendeva a privilegiare le chiacchiere astratte rispetto all'indagine approfondita. Faccio qualche esempio.
Il fatto stesso di scegliere argomenti tremendamente ampi di cui discutere (es. emozioni, sentimenti, speranze) tendeva a farsi controproducente, nel senso che tutti i ragazzi, se interpellati, finivano per proferire delle banalità sconvolgenti, per lo più palesemente autocensurate. Quasi tutti finivano per risultare stupidi quando aprivano bocca, mentre ad essere stupido era il modo in cui venivano formulate le domande.
Ad esempio: "Pinco Pallo, sei un realista o un sognatore?" poteva essere resa molto meglio chiedendo di raccontare esperienze vissute. Sfido chiunque a rispondere in modo sensato ad uno stimolo del genere. Oltre al fatto che non è semplice definire le parole "realista" e "sognatore", ponendo domande del genere si rischia di ottenere risposte preconfezionate e che vanno incontro alle presunte aspettative dell'intervistatore.
Il fastidio che provavo nell'assistere agli interventi degli studenti era aggravato dal fatto che una delle presentatrici continuava a ripetere che i giovani sono dotati di cervello e che differiscono sensibilmente dalla loro immagine negativa che vediamo in tv. Baldra ed io ce la ridevamo mestamente ripetendo: "Ma come? Ma cosa dice?"

Per un Pungo di Libri mi piace molto perché ci fa intendere che in Italia la "situazione giovanile" non è poi così catastrofica come la dipinge Studio Aperto. E lo fa senza misurare la morale dei ragazzi che partecipano al gioco. Link, sfortunatamente, non riesce ad essere così sottile e punta al sodo. Nella puntata che ho visto c'era anche un ospite, che veniva interpellato più volte dall'ex professore di Baldra. L'ospite in questione era un "giovane prete", definito "esperto" in virtù della sua ricerca di dottorato sui giovani e i mass media. Questo giovane prete non era una persona malvagia, anzi. Non ho capito in che disciplina si stesse dottorando, ma sono certa che il suo intento fosse buono. Il fatto è che molte delle domande che i presentatori gli rivolgevano parevano offendere implicitamente i ragazzi in studio o gli adolescenti in generale.
Ad esempio, dopo aver mostrato un servizio tristissimo sui consigli che degli adulti intervistati a caso per strada davano alla generica categoria dei "giovani", all'ospite è stato chiesto di dare a sua volta dei consigli agli "adulti". Anziché scomodare l'esperto, sarebbe stato molto più semplice porre la stessa domanda ai ragazzi in studio, che tra l'altro sembravano abbastanza incazzati.
Molti di essi, quando poi ne hanno avuto l'occasione, hanno ribadito che gli adulti intervistati avevano generalizzato e detto delle cose molto spiacevoli su di loro, come il classico leghista "andate a lavorare".

Tutto ciò mi ha fatto ripensare a quel libro sopraccitato e al modo in cui etichettava negativamente tutti gli adolescenti "anomali". Link sembra lavorare in modo opposto e complementare; cercando di dimostrare a tutti i costi che la gioventù è intelligente e sensibile, trascura il singolo individuo e la sua esperienza. Passano così in secondo piano una serie di indizi molto significativi che potrebbero aiutarci a riflettere su ciò che effettivamente passa per le teste di tanti ragazzi. Ad esempio io sono rimasta molto colpita dal fatto che, alla domanda: "Cosa sogni di diventare da grande?" tutti gli studenti abbiano risposto professioni come cantante, pilota di moto gp e attrice.
Magari qualche sociologo del mainstream mi saprà dare la sua opinione a riguardo.

[Questo post non è stato rimaneggiato, motivo per cui potrebbe apparire incoerente e scritto con i piedi]

Ieri mattina mi sono svegliata alle 5.15. Nel mentre ho tirato un pugno al mio telefono, che giaceva sul davanzale. Alle 5.30 ho chiuso la valigia e ho salutato Anita. Poi ho camminato per qualche minuto fino alla fermata della metropolitana.
All'aeroporto ho cominciato a sentirmi male. Era pieno di connazionali molesti. Un tizio indossava una maglietta tessente le lodi di Milano. Volevo fendere la folla, dagli una sberla e chiedere: "Why?".

Come mi era stato anticipato qualche giorno prima della mia partenza, a Berlino sono stata benissimo. Poi, una volta rientrata in terra berica, tutto mi ha fatto ancora più schifo del solito. Suppongo sia normale.
L'aspetto interessante della vicenda è che, a conti fatti, nel giro di cinque giorni e mezzo sono riuscita ad innamorarmi perdutamente di una città che mi suona incomprensibile. Ascoltavo tutte queste conversazioni in tedesco e leggevo trentacinque volte i cartelli stradali prima di riuscire a memorizzare il nome delle vie; pur capendo pochissimo non ero pervasa dall'angoscia che, in circostanze normali, infesta la mia quotidianità berica.
Ogni giorno trovavo qualcosa di nuovo da appuntare nel mio taccuino. Un pomeriggio, dopo aver vagato fino allo sfinimento tra musei e parchi, ho osservato il modo in cui lo schema che include trama e personaggi della "cosa" che sto scrivendo si ampliava poco per volta, fino a diventare due volte tanto ciò che avevo assemblato in due settimane di rimuginare a casa.
Credo di aver amato Berlino per un motivo abbastanza semplice; mi sentivo allineata e coerente con il paesaggio e con le persone. Ogni giorno vagavo da sola per ore facendo quello che mi andava di fare. Camminavo fino a non sentire più i piedi, fotografavo spazi marginali di mio gusto e trovavo di continuo la versione tangibile e smaccatamente reale dei miei sogni più improbabili. Ovunque mi girassi c'erano meravigliose aiuole incolte e rustici viali alberati che odoravano di giardinaggio informale. Pareva che lì tutti comprendessero il senso del prendersi cura di un quadratino di terra pubblica. Ai piedi degli alberi c'erano garofani, echinacee, calendule in procinto di fiorire, salvie, girasoli, gigli, tageti e deliziosi bossi lasciati liberi di crescere. Non c'era traccia del giardiniere dominatore, del fanatico dell'ordine. Alcuni locali erano addirittura decorati con piante di fagioli coltivate in vaso.

Martedì sera Anita ed io abbiamo preso la metropolitana e siamo scese a Kreuzberg, dove ci aspettava la Bongio. Poi siamo andate a ballare. Ogni tanto pensavo: "E' martedì sera e questo locale è pieno di gente". Assaporavo il mio sconcerto. Un'altra sera siamo andate a sentire un concerto che si è rivelato essere molto apprezzabile. Poi abbiamo rivangato quel momento di incredulità collettiva durante una delle ultime feste alla Casetta Lou Fai, quando Anita mise i Dirty Projectors e ovunque ci voltassimo c'era gente che ballava. Quindi abbiamo chiesto un pezzo della band suddetta al dj, che somigliava vagamente a Antony Hegarty. Ma quello era un dj cattivo; anziché ballare l'imballabile abbiamo contemplato l'inesorabile fluire di tamarrate anni ottanta per un periodo di tempo imprecisato. Gli Animal Collective ci avevano fatto credere che il tizio con gli stessi capelli di Antony fosse un collega nello spirito.
Non ricordo bene il resto della serata. So che abbiamo trovato questo barista che sapeva fare lo spritz Aperol ed è stato a quel punto che il continuo mischiare birra ed ingredienti dello spritz mi ha permesso di ignorare i miei errori di grammatica. Poi mi sono trovata in un posto dove il dj metteva musica che suonava vagamente russa e -non saprei dire come- dopo un po' stavo bevendo Fritz Cola e parlando di post-rock con una persona adorabile in mezzo al traffico della gente che entrava ed usciva dai bagni.

Come dicevo sopra, appena tornata a casa mi sono sentita di merda. Ero di nuovo nella terra delle lotte fratricide, dei poseur sputasentenze e delle sagre dove si va a devastarsi mentre un esercito di cover band rivoltanti ti fa sanguinare le orecchie. Ciononostante oggi sono stata colta un flusso creativo imprevisto che mi ha portata a realizzare un collage e a rimpirmi le mani e i vestiti di colla vinilica. Erano quasi cinque anni che non facevo un collage. Spero che questa parvenza di serenità permanga nel mio corpo ancora per un po'. Eppure temo che gli sguardi deprecanti dei miei concittadini possano corrompere questo stato di grazia.
Ai tempi delle superiori investivo molte energie nel trasformare lo scherno altrui in un qualcosa di fortificante. Ora -duole ammetterlo- mi faccio problemi ad uscire con le calze bucate. Qui solo le persone certificate come punk indossano le calze bucate. Anzi, le tizie punk comprano le calze e poi le bucano per assemblare un certo tipo di look. Io ho solo un numero imprecisato di calze bucate in un cassetto. Le ho rotte quasi tutte incastrandomi in qualche spigolo della macchina o della bici. Me le metterei tranquillamente se solo fossi preparata a sopportare con un sorriso stampato in faccia il chiacchiericcio isterico delle beriche della mia coorte.
"Hai visto che ha le calze bucate?"
"Sì, che schifo".
Cito questo esempio perché a Berlino era pieno di gente con calze, magliette e scarpe bucate e mi sembravano tutti molto sereni. Erano persone che non amano buttare via un vestito solo perché ha smesso di essere perfetto come il giorno in cui era stato comprato. Solo che lì evidentemente tutto ciò è considerato normale e non c'è gente ad ogni angolo pronta ad insultarti in ragione di qualche principio non universalmente valido.
Forse il motivo per cui continuo a sentirmi bene, indipendentemente dal luogo in cui mi trovo ora, è l'aver sperimentato di nuovo che la mia incapacità di adattamento alla viltà e allo spudorato materialismo berico non dipende da una mia presunta indole malvagia o asociale.
Tante persone, negli ultimi anni, mi hanno fatto notare che ciò che scrivo e dico potrebbe essere il risultato di una natura snob che rifiuto di accettare con pienezza. Ovviamente quest'affermazione lascia il tempo che trova. A Vicenza chiunque abbia una visione del mondo non totalmente plagiata potrebbe tranquillamente passare per snob. Non occorre uscire per strada e cominciare a parlare André Gide o dell'annesima serie tv che non passerà mai in Italia. Basta fingere di aver letto Marx, saper scaricare i torrent, aver una vaga idea di chi siano gli Strokes ed avere un hobby da cervellone sfigato come scrivere su di un blog. O, in alternativa, si può essere snob in virtù di ciò che si ignora o non si fa. Ad esempio, sono stata più volte finita in questa categoria perché evito sistematicamente alcuni programmi tv, perché sono vegetariana e perché non ho mai ascoltato i Derozer, nonostante la sede della Derotten Records sia a pochi numeri civici di distanza da casa mia.
Anche quando ascoltavo solo grunge la gente mi diceva che facevo l'intellettuale.

Negli ultimi tempi sono finita più volte incastrata in tristi discorsi su cosa sia giusto e sbagliato in termini di emigrazione in terre più felici. Non so mai cosa dire in queste occasioni, perché so che non è bello abbandonare Vicetia al suo destino fognario, anche se al contempo sono pienamente consapevole del fatto che stando qui sono diventata cinica, tendente all'autocommiserazione e probabilmente anche lievemente stronza. Il più delle volte quando esco devo stordirmi solo per riuscire a sopportare il clima da Amici di Maria De Filippi meets Chiesa Cattolica Romana che domina nel luogo dove vado a prendere lo spritz. Sono costantemente pervasa da un desiderio violento e brutale di ballare musica che qui quasi tutti ignorano; conseguentemente odio tutti i dj della città e apprezzo attività ricreative insensate come i silent rave organizzati da gente nata svariati anni dopo di me.
Oggi ho ascoltato un milione di volte il nuovo album di Wavves ad un volume molesto perché l'idea di fruirlo in cuffia mi sembrava l'ennesima trasposizione comportamentale del mio desiderio di non avere scazzi con i vicini di casa e con il mondo intero. Poi ho pensato che King of the Beach ha un'innegabile sensibilità pop e il pop piace ai miei vicini. Baglioni e Morandi sono i preferiti dalla gente che ha chiamato "discarica" il mio giardino.
Questo disco riesce a farmi sentire più o meno come quando ascoltavo quasi solo i Nirvana, anche se un po' meno di merda. In entrambi i casi troviamo un persisente strato di "rumore" che disgusta la gente per bene, canzoni che ti si ancorano in testa per settimane e soprattutto un riflesso emozionale ambiguo e difficile da descrivere a parole, perché composto dall'orgoglio dello sfigato e dal generico autolesionismo che ne deriva, il tutto all'intero di un qualcosa che è così bello e vero e viscerale che alla fine non sai più se sei terribilmente depresso o in estasi. E i testi parlano di quelle situazioni in cui vorremmo essere dei personaggi di un romanzo ed essere in grado di comportarci e di dire cose che poi nella realtà nessuno dice, o al massimo le dice non credendoci.
Ad esempio:
"I'm not like them, but I can pretend" (1994).
"My own friends hate me, but I don't give a shit" (2010).
Nel caso della opening line di Dumb mi vengono in mente centinaia di situazioni agghiaccianti durante le quali ho tentato di mimetizzare la mia alienazione in modo fallimentare. Non sto dicendo che sono speciale o chissà che. Semplicemente tendo ad impazzire se costretta a fare o dire alcune cose. Una volta tentai persino di mettermi alla prova. Per una settimana feci tutto quello che mi proponeva una mia compagna di classe/vicina di casa. Erano cose che in circostanze normali non avrei mai fatto, tra cui farmi una lampada della durata di ben due minuti e andare al Totem. La serata al Totem fu un incubo terribile. Ricordo che fui colta da panico più o meno un secondo dopo essere entrata e alla fine sfruttai un amico fumato per andarmene, dicendo che mi aveva chiesto un passaggio e che non potevo lasciarlo lì a marcire.
Questo per dire che ho tentato su me stessa lo stile di vita del berico medio della mia età e mi ha causato molteplici effetti collaterali. Potrei inoltre aprire una parentesi sul modo in cui mi sono finta cattolica per anni alle superiori, ma preferisco risparmiarvi. Il punto è che lo stesso uso del verbo to pretend ad opera del mio idolo adolescenziale implica un certo grado di menzogna agli altri e il più delle volte anche a sé stessi.
Wavves invece dice: "my own friends hate me, but I don't give a shit". Amo questa frase perché per certi versi parla la stessa lingua di Cobain. È come se in realtà dicesse: "My own friends hate me. Let's pretend that I don't give a shit".
Negli ultimi mesi mi sono svegliata più volte nel cuore della notte e mi sono messa a scrivere esattamente di ciò che queste due frasi riassumono alla perfezione. Pagine e pagine di considerazioni il cui unico scopo è farmi sentire meno di merda.
La mattina vorrei alzarmi dal letto e trovarmi in una versione californiana di Vicetia, in cui non essere lo schifo ambulante e il disagio perenne che incarno qui. Vorrei essere "cool" e parlare con la gente con degli occhiali da sole giganti in faccia ed una birra tra mani incastrando quella frase di Wavves nel mio discorso. Vorrei che ogni sabato fosse come quello della chiusura della Corte, quando ero totalmente ubriaca e ho messo i dischi con Baldra usando solo iTunes e c'era un casino di gente che ha ballato fino alle quattro. E abbiamo messo Wavves, gli Sleigh Bells, i Ladytron, i Wombats, Patrick Wolf, i These New Puritans e altre cose non particolarmente sorprendenti per voi che ne capite qualcosa di musica indie, ma che qui sono avanguardia.
Vorrei non avere sempre voglia di picchiare la gente.
Vorrei che ai miei rari momenti d'ira non seguissero frasi come: "Ma perchè l'hai fatto? Adesso non sarete più amici come prima. Dovevi fare finta* che non fosse successo niente", dette da gente che considero intelligente.
Perché noi berici fingiamo di amarci e siamo tutti stronzi.

* dovevi fare finta che [persona a caso] non ti abbia deluso tremendamente facendoti stare malissimo per giorni e giorni.

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