Recently in Idiozia Diffusa Category

Tutto ebbe inizio il giorno in cui mi recai a casa di un amico per intervistarlo. All'epoca suonava in questo gruppo hardcore non molto esaltante; ciononostante decisi di scrivere un articolo sulla sua band e di usarlo poi per la mia rubrica su Vox Beati, il giornalino del liceo cattolico. Andai a trovarlo insieme al mio ex e ad un vecchio registratore con mangiacassette.
Beppe ci offrì dei popcorn appena fatti ricoperti di zucchero che mi fecero inorridire. Quando rifiutai, egli infilò una mano nella terrina e cominciò a mangiare. Poi ci spostammo in camera sua.
L'immagine del suo letto sfatto e pieno di zucchero mi tormenta ancora a distanza di svariati anni.

Il mio articolo non fu mai pubblicato su Vox Beati e di lì a poco mi fu comunicato che la Preside aveva deciso che non potevo più far parte della redazione. Fu un brutto momento, soprattutto perchè amavo essere il vicedirettore e il mio "capo" era persona adorabile.
Ad ogni modo, imparai molto da quest'esperienza.
In primo luogo constatai che molte persone non hanno senso dell'umorismo. Poi ebbi l'ennesima conferma di ciò che avevo intuito già qualche mese prima: anche le suore giocano sporco. Ero convinta che le spose di Cristo inseguissero irreprensibilmente la santità; poi sperimentai sulla mia pelle le balle stratosferiche e le minacce più o meno esplicite della Preside.
Questo significò non solo che persi la mia fiducia nell'onestà della categoria dei religiosi, ma anche che questa disillusione cominciò ad includere, poco per volta, anche i laici e gli adulti in generale. Avevo appena studiato la Costituzione. Il giorno in cui mi fu impedito senza giustificazione alcuna di scrivere su Vox Beati ed implicitamente anche sul mio blog ricordo che pensai: "Temo che questo sia anticostituzionale".

Il giorno in cui andai a casa di Beppe mi soffermai sulla libreria del salotto. Non ricordo che genere di letteratura vi trovasse posto. A colpirmi fu uno scaffale isolato, situato sopra il divano. Conteneva alcuni libri che oggi definirei di psicologia spicciola; quei manuali di autoaiuto che si trovano anche al supermercato. Ne presi uno e lo sfogliai.
I genitori di Beppe erano persone colte e il fatto che avessero dei libri del genere in casa mi fece intuire che qualcosa non andava. Forse non sapevano proprio più come comportarsi.
In quel periodo Beppe non aveva ancora cominciato a stempiarsi. Si lavava poco e, quando lo faceva, c'era una discreta probabilità che usasse la canna dell'acqua per annaffiare. Inoltre faceva tutte quelle cose che molti adolescenti fanno, come rispondere male a propria madre, ricoprire la porta della propria stanza di cartelli intimidatorii ed imprecare come uno scaricatore di porto.
Magari fu per questo che i genitori di Beppe comprarono quel libro che tenevo tra le mani. Il libro che mi avrebbe poi spinto ad inaugurare una nuova categoria sul mio blog, le "guide pratiche per adolescenti introversi".

Quel libro mi colpì come una bastonata a ciel sereno. L'intento dell'autore pareva essere quello di spiegare o, come dice il mio oramai ex relatore, "togliere le pieghe" all'adolescenza. Ogni comportamento che non rientrasse nella tabella di marcia sviluppata da un certo evoluzionista sadico veniva etichettato come una forma di devianza. L'autore diceva che il fatto che certi ragazzi volessero ribellarsi all'autorità dei genitori o andassero male a scuola era spiacevole, ma normale. "Normale" nel senso che molti ragazzi si ribellano all'autorità dei genitori e/o vanno male a scuola. Quindi suggeriva delle strategie, più o meno figlie del buon senso, per affrontare le imperfezioni dei propri figli. Mentre i miei occhi si appropriavano delle suddette strategie, pensai che molte di esse fossero stupide. O, per lo meno, che non avrebbero funzionato su di me. Mia madre avrebbe potuto essere gentile quanto voleva, ma a sedici anni non le avrei mai detto che la mia migliore amica aveva fatto sesso con questo tizio della sua classe senza provare particolari sentimenti per lui e che questo mi turbava. Mio padre avrebbe potuto passare tutte le sue ore di veglia ripetendomi che ubriacarsi è sbagliato e io mi sarei ubriacata comunque. Perché se non mi fossi sordita con la birra non avrei dato il mio primo bacio e se non mi fossi ubriacata di spritz non avrei avuto il coraggio di crollare addosso a colui che sarebbe diventato il mio primo ragazzo.
Quel libro mi fece stare un po' male perché, dal modo in cui era strutturato, si poteva intuire come l'autore assimilasse modi di fare e comportamenti che non erano per niente "gravi allo stesso livello". Erano un po' come quelle bolle vaticane contenenti la lista dei peccati mortali. Liste che fanno ridere e piangare al contempo, perché pare non facciano distinzione tra omicidio, masturbazione e strage di innocenti. Tutti questi peccati sono lì, sulla carta, e ti fissano. Tu li scorri come figurine e pensi che c'è qualcosa che non va in questo sistema balordo.
Quel libro era così. Tramutava il ragazzo timido nel ragazzo introverso o nel ragazzo depresso. Descriveva il desiderio di farsi tatuaggi e piercing non come un comune effetto del vivere in società, ma come un sintomo di qualcosa di molto brutto. Perché, notoriamente, oggigiorno solo i criminali si tatuano. I calciatori, i musicisti e le persone comuni non lo fanno.
In generale, l'impressione che mi lasciò quel volumetto fu assai negativa. Sembrava un libro d'istruzioni. Mancava solo il paragrafo dal titolo "Le hai provate tutte? Allora forse è giunto il momento di resettare tuo figlio".
La tragicità di quell'opera e, più in generale, di quel filone editoriale giaceva nel fatto che, con la scusa di aiutare i figli dei lettori, li riduceva a figure impersonali ed indegne di essere realmente ascoltate.

Oggi pomeriggio una serie di eventi mi hanno portata a ripensare a quel libro. Stavo pranzando a casa di Baldra. Avevamo acceso la tv, ma essendo domenica non c'era La Signora in Giallo. Il Tg1 era aberrante come al solito e il resto delle reti nazionali non offrivano una programmazione molto interessante. Ad elevarsi era, inspiegabilmente, TVA Vicenza.
Quest'ultima proponeva una puntata di Link, una specie di talk show prodotto dalla diocesi berica, che ricorda vagamente Per un Pugno di Libri.
In studio c'è un gruppo di studenti di un istituto superiore di Vicenza e provincia accompagnato da due o tre professori. Gli stessi presentatori, a quanto pare, sono insegnanti, dato che, nel vederli, Baldra mi ha detto: "Oh, quello era il mio prof di religione e il tizio seduto era il mio prof di matematica".
Da quanto ho capito, l'intento di questo programma è quello di stimolare la discussione su un dato tema e di far così emergere "cosa pensano veramente i giovani". Evidentemente gli autori hanno ritenuto importante sottolineare che gli adolescenti possono differire dalla loro rappresentazione prodotta dai mass media. Questo è senza dubbio un nobile intento. Il problema è che lo stesso Link tendeva a privilegiare le chiacchiere astratte rispetto all'indagine approfondita. Faccio qualche esempio.
Il fatto stesso di scegliere argomenti tremendamente ampi di cui discutere (es. emozioni, sentimenti, speranze) tendeva a farsi controproducente, nel senso che tutti i ragazzi, se interpellati, finivano per proferire delle banalità sconvolgenti, per lo più palesemente autocensurate. Quasi tutti finivano per risultare stupidi quando aprivano bocca, mentre ad essere stupido era il modo in cui venivano formulate le domande.
Ad esempio: "Pinco Pallo, sei un realista o un sognatore?" poteva essere resa molto meglio chiedendo di raccontare esperienze vissute. Sfido chiunque a rispondere in modo sensato ad uno stimolo del genere. Oltre al fatto che non è semplice definire le parole "realista" e "sognatore", ponendo domande del genere si rischia di ottenere risposte preconfezionate e che vanno incontro alle presunte aspettative dell'intervistatore.
Il fastidio che provavo nell'assistere agli interventi degli studenti era aggravato dal fatto che una delle presentatrici continuava a ripetere che i giovani sono dotati di cervello e che differiscono sensibilmente dalla loro immagine negativa che vediamo in tv. Baldra ed io ce la ridevamo mestamente ripetendo: "Ma come? Ma cosa dice?"

Per un Pungo di Libri mi piace molto perché ci fa intendere che in Italia la "situazione giovanile" non è poi così catastrofica come la dipinge Studio Aperto. E lo fa senza misurare la morale dei ragazzi che partecipano al gioco. Link, sfortunatamente, non riesce ad essere così sottile e punta al sodo. Nella puntata che ho visto c'era anche un ospite, che veniva interpellato più volte dall'ex professore di Baldra. L'ospite in questione era un "giovane prete", definito "esperto" in virtù della sua ricerca di dottorato sui giovani e i mass media. Questo giovane prete non era una persona malvagia, anzi. Non ho capito in che disciplina si stesse dottorando, ma sono certa che il suo intento fosse buono. Il fatto è che molte delle domande che i presentatori gli rivolgevano parevano offendere implicitamente i ragazzi in studio o gli adolescenti in generale.
Ad esempio, dopo aver mostrato un servizio tristissimo sui consigli che degli adulti intervistati a caso per strada davano alla generica categoria dei "giovani", all'ospite è stato chiesto di dare a sua volta dei consigli agli "adulti". Anziché scomodare l'esperto, sarebbe stato molto più semplice porre la stessa domanda ai ragazzi in studio, che tra l'altro sembravano abbastanza incazzati.
Molti di essi, quando poi ne hanno avuto l'occasione, hanno ribadito che gli adulti intervistati avevano generalizzato e detto delle cose molto spiacevoli su di loro, come il classico leghista "andate a lavorare".

Tutto ciò mi ha fatto ripensare a quel libro sopraccitato e al modo in cui etichettava negativamente tutti gli adolescenti "anomali". Link sembra lavorare in modo opposto e complementare; cercando di dimostrare a tutti i costi che la gioventù è intelligente e sensibile, trascura il singolo individuo e la sua esperienza. Passano così in secondo piano una serie di indizi molto significativi che potrebbero aiutarci a riflettere su ciò che effettivamente passa per le teste di tanti ragazzi. Ad esempio io sono rimasta molto colpita dal fatto che, alla domanda: "Cosa sogni di diventare da grande?" tutti gli studenti abbiano risposto professioni come cantante, pilota di moto gp e attrice.
Magari qualche sociologo del mainstream mi saprà dare la sua opinione a riguardo.

[Questo post non è stato rimaneggiato, motivo per cui potrebbe apparire incoerente e scritto con i piedi]

Ieri mattina mi sono svegliata alle 5.15. Nel mentre ho tirato un pugno al mio telefono, che giaceva sul davanzale. Alle 5.30 ho chiuso la valigia e ho salutato Anita. Poi ho camminato per qualche minuto fino alla fermata della metropolitana.
All'aeroporto ho cominciato a sentirmi male. Era pieno di connazionali molesti. Un tizio indossava una maglietta tessente le lodi di Milano. Volevo fendere la folla, dagli una sberla e chiedere: "Why?".

Come mi era stato anticipato qualche giorno prima della mia partenza, a Berlino sono stata benissimo. Poi, una volta rientrata in terra berica, tutto mi ha fatto ancora più schifo del solito. Suppongo sia normale.
L'aspetto interessante della vicenda è che, a conti fatti, nel giro di cinque giorni e mezzo sono riuscita ad innamorarmi perdutamente di una città che mi suona incomprensibile. Ascoltavo tutte queste conversazioni in tedesco e leggevo trentacinque volte i cartelli stradali prima di riuscire a memorizzare il nome delle vie; pur capendo pochissimo non ero pervasa dall'angoscia che, in circostanze normali, infesta la mia quotidianità berica.
Ogni giorno trovavo qualcosa di nuovo da appuntare nel mio taccuino. Un pomeriggio, dopo aver vagato fino allo sfinimento tra musei e parchi, ho osservato il modo in cui lo schema che include trama e personaggi della "cosa" che sto scrivendo si ampliava poco per volta, fino a diventare due volte tanto ciò che avevo assemblato in due settimane di rimuginare a casa.
Credo di aver amato Berlino per un motivo abbastanza semplice; mi sentivo allineata e coerente con il paesaggio e con le persone. Ogni giorno vagavo da sola per ore facendo quello che mi andava di fare. Camminavo fino a non sentire più i piedi, fotografavo spazi marginali di mio gusto e trovavo di continuo la versione tangibile e smaccatamente reale dei miei sogni più improbabili. Ovunque mi girassi c'erano meravigliose aiuole incolte e rustici viali alberati che odoravano di giardinaggio informale. Pareva che lì tutti comprendessero il senso del prendersi cura di un quadratino di terra pubblica. Ai piedi degli alberi c'erano garofani, echinacee, calendule in procinto di fiorire, salvie, girasoli, gigli, tageti e deliziosi bossi lasciati liberi di crescere. Non c'era traccia del giardiniere dominatore, del fanatico dell'ordine. Alcuni locali erano addirittura decorati con piante di fagioli coltivate in vaso.

Martedì sera Anita ed io abbiamo preso la metropolitana e siamo scese a Kreuzberg, dove ci aspettava la Bongio. Poi siamo andate a ballare. Ogni tanto pensavo: "E' martedì sera e questo locale è pieno di gente". Assaporavo il mio sconcerto. Un'altra sera siamo andate a sentire un concerto che si è rivelato essere molto apprezzabile. Poi abbiamo rivangato quel momento di incredulità collettiva durante una delle ultime feste alla Casetta Lou Fai, quando Anita mise i Dirty Projectors e ovunque ci voltassimo c'era gente che ballava. Quindi abbiamo chiesto un pezzo della band suddetta al dj, che somigliava vagamente a Antony Hegarty. Ma quello era un dj cattivo; anziché ballare l'imballabile abbiamo contemplato l'inesorabile fluire di tamarrate anni ottanta per un periodo di tempo imprecisato. Gli Animal Collective ci avevano fatto credere che il tizio con gli stessi capelli di Antony fosse un collega nello spirito.
Non ricordo bene il resto della serata. So che abbiamo trovato questo barista che sapeva fare lo spritz Aperol ed è stato a quel punto che il continuo mischiare birra ed ingredienti dello spritz mi ha permesso di ignorare i miei errori di grammatica. Poi mi sono trovata in un posto dove il dj metteva musica che suonava vagamente russa e -non saprei dire come- dopo un po' stavo bevendo Fritz Cola e parlando di post-rock con una persona adorabile in mezzo al traffico della gente che entrava ed usciva dai bagni.

Come dicevo sopra, appena tornata a casa mi sono sentita di merda. Ero di nuovo nella terra delle lotte fratricide, dei poseur sputasentenze e delle sagre dove si va a devastarsi mentre un esercito di cover band rivoltanti ti fa sanguinare le orecchie. Ciononostante oggi sono stata colta un flusso creativo imprevisto che mi ha portata a realizzare un collage e a rimpirmi le mani e i vestiti di colla vinilica. Erano quasi cinque anni che non facevo un collage. Spero che questa parvenza di serenità permanga nel mio corpo ancora per un po'. Eppure temo che gli sguardi deprecanti dei miei concittadini possano corrompere questo stato di grazia.
Ai tempi delle superiori investivo molte energie nel trasformare lo scherno altrui in un qualcosa di fortificante. Ora -duole ammetterlo- mi faccio problemi ad uscire con le calze bucate. Qui solo le persone certificate come punk indossano le calze bucate. Anzi, le tizie punk comprano le calze e poi le bucano per assemblare un certo tipo di look. Io ho solo un numero imprecisato di calze bucate in un cassetto. Le ho rotte quasi tutte incastrandomi in qualche spigolo della macchina o della bici. Me le metterei tranquillamente se solo fossi preparata a sopportare con un sorriso stampato in faccia il chiacchiericcio isterico delle beriche della mia coorte.
"Hai visto che ha le calze bucate?"
"Sì, che schifo".
Cito questo esempio perché a Berlino era pieno di gente con calze, magliette e scarpe bucate e mi sembravano tutti molto sereni. Erano persone che non amano buttare via un vestito solo perché ha smesso di essere perfetto come il giorno in cui era stato comprato. Solo che lì evidentemente tutto ciò è considerato normale e non c'è gente ad ogni angolo pronta ad insultarti in ragione di qualche principio non universalmente valido.
Forse il motivo per cui continuo a sentirmi bene, indipendentemente dal luogo in cui mi trovo ora, è l'aver sperimentato di nuovo che la mia incapacità di adattamento alla viltà e allo spudorato materialismo berico non dipende da una mia presunta indole malvagia o asociale.
Tante persone, negli ultimi anni, mi hanno fatto notare che ciò che scrivo e dico potrebbe essere il risultato di una natura snob che rifiuto di accettare con pienezza. Ovviamente quest'affermazione lascia il tempo che trova. A Vicenza chiunque abbia una visione del mondo non totalmente plagiata potrebbe tranquillamente passare per snob. Non occorre uscire per strada e cominciare a parlare André Gide o dell'annesima serie tv che non passerà mai in Italia. Basta fingere di aver letto Marx, saper scaricare i torrent, aver una vaga idea di chi siano gli Strokes ed avere un hobby da cervellone sfigato come scrivere su di un blog. O, in alternativa, si può essere snob in virtù di ciò che si ignora o non si fa. Ad esempio, sono stata più volte finita in questa categoria perché evito sistematicamente alcuni programmi tv, perché sono vegetariana e perché non ho mai ascoltato i Derozer, nonostante la sede della Derotten Records sia a pochi numeri civici di distanza da casa mia.
Anche quando ascoltavo solo grunge la gente mi diceva che facevo l'intellettuale.

Negli ultimi tempi sono finita più volte incastrata in tristi discorsi su cosa sia giusto e sbagliato in termini di emigrazione in terre più felici. Non so mai cosa dire in queste occasioni, perché so che non è bello abbandonare Vicetia al suo destino fognario, anche se al contempo sono pienamente consapevole del fatto che stando qui sono diventata cinica, tendente all'autocommiserazione e probabilmente anche lievemente stronza. Il più delle volte quando esco devo stordirmi solo per riuscire a sopportare il clima da Amici di Maria De Filippi meets Chiesa Cattolica Romana che domina nel luogo dove vado a prendere lo spritz. Sono costantemente pervasa da un desiderio violento e brutale di ballare musica che qui quasi tutti ignorano; conseguentemente odio tutti i dj della città e apprezzo attività ricreative insensate come i silent rave organizzati da gente nata svariati anni dopo di me.
Oggi ho ascoltato un milione di volte il nuovo album di Wavves ad un volume molesto perché l'idea di fruirlo in cuffia mi sembrava l'ennesima trasposizione comportamentale del mio desiderio di non avere scazzi con i vicini di casa e con il mondo intero. Poi ho pensato che King of the Beach ha un'innegabile sensibilità pop e il pop piace ai miei vicini. Baglioni e Morandi sono i preferiti dalla gente che ha chiamato "discarica" il mio giardino.
Questo disco riesce a farmi sentire più o meno come quando ascoltavo quasi solo i Nirvana, anche se un po' meno di merda. In entrambi i casi troviamo un persisente strato di "rumore" che disgusta la gente per bene, canzoni che ti si ancorano in testa per settimane e soprattutto un riflesso emozionale ambiguo e difficile da descrivere a parole, perché composto dall'orgoglio dello sfigato e dal generico autolesionismo che ne deriva, il tutto all'intero di un qualcosa che è così bello e vero e viscerale che alla fine non sai più se sei terribilmente depresso o in estasi. E i testi parlano di quelle situazioni in cui vorremmo essere dei personaggi di un romanzo ed essere in grado di comportarci e di dire cose che poi nella realtà nessuno dice, o al massimo le dice non credendoci.
Ad esempio:
"I'm not like them, but I can pretend" (1994).
"My own friends hate me, but I don't give a shit" (2010).
Nel caso della opening line di Dumb mi vengono in mente centinaia di situazioni agghiaccianti durante le quali ho tentato di mimetizzare la mia alienazione in modo fallimentare. Non sto dicendo che sono speciale o chissà che. Semplicemente tendo ad impazzire se costretta a fare o dire alcune cose. Una volta tentai persino di mettermi alla prova. Per una settimana feci tutto quello che mi proponeva una mia compagna di classe/vicina di casa. Erano cose che in circostanze normali non avrei mai fatto, tra cui farmi una lampada della durata di ben due minuti e andare al Totem. La serata al Totem fu un incubo terribile. Ricordo che fui colta da panico più o meno un secondo dopo essere entrata e alla fine sfruttai un amico fumato per andarmene, dicendo che mi aveva chiesto un passaggio e che non potevo lasciarlo lì a marcire.
Questo per dire che ho tentato su me stessa lo stile di vita del berico medio della mia età e mi ha causato molteplici effetti collaterali. Potrei inoltre aprire una parentesi sul modo in cui mi sono finta cattolica per anni alle superiori, ma preferisco risparmiarvi. Il punto è che lo stesso uso del verbo to pretend ad opera del mio idolo adolescenziale implica un certo grado di menzogna agli altri e il più delle volte anche a sé stessi.
Wavves invece dice: "my own friends hate me, but I don't give a shit". Amo questa frase perché per certi versi parla la stessa lingua di Cobain. È come se in realtà dicesse: "My own friends hate me. Let's pretend that I don't give a shit".
Negli ultimi mesi mi sono svegliata più volte nel cuore della notte e mi sono messa a scrivere esattamente di ciò che queste due frasi riassumono alla perfezione. Pagine e pagine di considerazioni il cui unico scopo è farmi sentire meno di merda.
La mattina vorrei alzarmi dal letto e trovarmi in una versione californiana di Vicetia, in cui non essere lo schifo ambulante e il disagio perenne che incarno qui. Vorrei essere "cool" e parlare con la gente con degli occhiali da sole giganti in faccia ed una birra tra mani incastrando quella frase di Wavves nel mio discorso. Vorrei che ogni sabato fosse come quello della chiusura della Corte, quando ero totalmente ubriaca e ho messo i dischi con Baldra usando solo iTunes e c'era un casino di gente che ha ballato fino alle quattro. E abbiamo messo Wavves, gli Sleigh Bells, i Ladytron, i Wombats, Patrick Wolf, i These New Puritans e altre cose non particolarmente sorprendenti per voi che ne capite qualcosa di musica indie, ma che qui sono avanguardia.
Vorrei non avere sempre voglia di picchiare la gente.
Vorrei che ai miei rari momenti d'ira non seguissero frasi come: "Ma perchè l'hai fatto? Adesso non sarete più amici come prima. Dovevi fare finta* che non fosse successo niente", dette da gente che considero intelligente.
Perché noi berici fingiamo di amarci e siamo tutti stronzi.

* dovevi fare finta che [persona a caso] non ti abbia deluso tremendamente facendoti stare malissimo per giorni e giorni.

Ho passato quasi tutti gli anni delle superiori dalle suore, il ché significa che ho un'idea distorta del normale funzionamento dei rituali scolastici. L'ultimo giorno di scuola della quinta sono rimasta a casa. Non ricordo neanche perché.
So che i miei compagni uscenti si sono presentati in classe in pigiama.

Detta così sembra una cosa molto simpatica e sovversiva, ma vi assicuro che i fautori di questo blitz erano per lo più persone cattive che adesso votano Lega Nord e che all'epoca mi facevano raggelare il sangue nelle vene con i loro discorsi aberranti sul fatto che Dio è un figo e che l'omosessualità è contagiosa.

Quando ero costretta a passare sei ore al giorno entro l'instituto cattolico invidiavo tantissimo i miei amici che frequentavano scuole normali. Loro non dovevano fare la preghiera tutte le mattine alle otto meno dieci, potevano fumare in cortile e non erano perseguitati dalla suora della portineria. Inoltre avevano delle vere assemblee d'istituto, una vera festa della creatività e veri rappresentanti.
Noi dell'istituto cattolico avevamo dei surrogati. La parte più bella di questi surrogati è che durante le feste della creatività c'era sempre il laboratorio dei gessetti colorati.
In quarta superiore ricordo che disegnai una pecora. Poi scoprii che la mia pecora non andava bene, perché bisognava disegnare qualcosa che avesse a che fare con un tema deprimentissimo che era stato assegnato dalle suore. Solo che era troppo tardi per ricominciare, così fui costretta a spiegare davanti a tutta la scuola qual era il senso della mia pecora.

Venerdì sera sono andata in piazza S. Lorenzo perché qualcuno aveva organizzato una specie di protesta pacifica.
Pare che da qualche anno a questa parte, l'ultimo giorno di scuola, gli studenti delle scuole della zona abbiano fatto un gran casino nei pressi della piazza che, tanto per cambiare, ospita una chiesa antica e bla bla bla.
Quindi quest'anno i festeggiamenti sono stati controllati da un po' di gente in divisa.
Questa cosa ha fatto incazzare molte persone, motivo per cui venerdì sera, dopo una riunione del gruppo di guerrilla gardening, mi sono recata con i colleghi giardinieri in piazza S. Lorenzo. C'era gente con taniche da cinque litri piene di vino rosso. Elisa, Baldra ed io abbiamo fatto un salto al Cancelletto e abbiamo comprato una bottiglia da un litro e mezzo piena di spritz troppo carico. In genere questa è una cosa che fanno i fattoni e i minorenni truzzi; nulla a che fare con lo spritz già pronto che sta cercando di commercializzare la Aperol. Un insulto ai veneti, all'esercito austro-ungarico, allo spritz Aperol con una spruzzatina di Cynar e più in generale alla creatività della gente.
Ad ogni modo, so che ad un certo punto ero ubriaca e stavo parlando con Marco e Baldra.
Marco ci fa: "Ma voi mettete musica, no? Perché un sacco di gente mi ha detto che siete bravi"
Immaginerete la mia reazione, soprattutto se consideriamo i due anni di fallimenti dj-istici e la quantità di spritz e vino da bar dei vecchi che avevo in corpo.
Poi è emerso che questo "sacco di gente" si riduce a tre persone e che Marco è un estimatore dei Pavement. Difatti li aveva messi durante un aperitivo alla Corte, cosa che aveva turbato Baldra. Sentire i Pavement a Vicenza è molto strano.
Per questo Baldra ed io li mettiamo sempre per i metallari del Sabotage e poi ci anneghiamo nelle pinte di Guinness fingengo che gli insulti non ci tangano.

Ecco, stasera c'è il nostro dj set mensile al Sabotage. Visto il mio umore odierno, penso che cercherò di mettere gli LCD Soundsystem e i Wombats, anche se il rischio di farmi sfregiare la faccia con un bicchiere rotto è alto.
Sabato, invece, saremo al Lioy 10 dalle otto e mezza. Poi, verso le due, cercheremo di fare un salto alla chiusura della Corte (con pregevole festa steampunk e presentazione di Margaret Killjoy). Se ci sarà ancora qualcuno saremo lieti di sfoderare la nostra musica *indie*.

La gioventù berica che si aggrega nel cortile del prete e procede con perizia alla consunzione alcolica.
Il senso di alienazione che provo nel contemplare i miei simili e ciò che da essi deriva.
I quadri in mostra, la cui banalità mi ferisce.
I miei ex compagni di scuola che fingono di non vedermi.
Le scarpe scomode.
La totale assenza di altre cose da fare in città.
La mia amica che compie 21 anni che dice: "Mi portano a Villa Bonin."
Villa Bonin è una discoteca in zona industriale.

L'angoscia al pensiero di tutti gli esami di statistica e di metodologia quantitativa che dovrò fare a Trento.
Il senso di inadeguatezza che ho provato ascoltando William Corsaro.

L'apparente assenza di conversazioni spenseriate nella mia quotidianità post-laurea.

Mia nonna sul divano del salotto. Mater che ha lasciato il cellulare spento ed è irreperibile.
Mio nonno in sala operatoria.

Periodici autoprodotti su carta patinata.

Una significativa serie di eventi spiacevoli mi ha costretta lontano dal mio pigiama.
Per due giorni ho percorso e ripercorso le stesse strade provinciali, constatando per l'ennesima volta che il Veneto è un'enorme zona industriale priva d'anima.
Google Maps mi dice che tra ieri e oggi ho solcato circa 250 chilometri d'asfalto, quasi tutti senza uscire dal vicentino.
Ho raccolto mia nonna a Magré e l'ho portata all'ospedale di Bassano da mio nonno che, pur avendo avuto un infarto, continua a bestemmiare con l'usuale cadenza. Poi l'ho riaccompagnata a casa.
Oggi sono andata a trovare l'altra nonna in casa di riposo a Crespano.
Mentre guidavo ho scritto mentalmente un post. Spero di trovare la forza di tradurlo in qualcosa di leggibile prima che voli via dalle mie orecchie.

Oggi pomeriggio, quando mi sono accasciata sul divano, ho assaportato una sensazione strana, che somigliava alla frustrazione derivante dalla sconfitta.
Ero troppo stanca per fare qualsiasi cosa. Allora ho chiuso gli occhi e ho dormito.

Sono stata svegliata qualche minuto dopo dalle urla della mia vicina del 1° piano, che aveva suonato il campanello per vomitare odio su un qualsiasi residente della mia dimora.
Tra le altre cose, pare che la sua opinione sullo stato del mio giardino si sia radicalizzata.
Almeno questo è ciò che Mater mi ha riferito.
Nonostante i miei tentativi di rendere il mio fazzoletto di terra appetibile agli stolti, esso resta una discarica ai suoi occhi.

Mesi fa, di fronte a questa stessa osservazione, mi limitai a far sparire un po' di roba e a covare l'odio non sfogato. Questa volta, invece, sono stata risucchiata in un turbine di disprezzo per l'aberrante e prepotente convenzionalità di chi sputa sui miei esperimenti botanici. Ho immaginato scene di distruzione e vendetta.
Ciò che mi irrita maggiormente è il fatto che queste persone sempre pronte ad insultare il mio giardino sono anche quelle che mi vedono dalla finestra quando sto ore ad annusare i fiori, a seminare, a progettare nuovi modi per stipare ortaggi in ogni angolo. Immaginavo avessero colto la passione che mi spinge ad attirare insetti con fiori ricchi di polline e a lasciare che l'erba cresca senza tagliarla ogni due settimane.
Invece no. Per loro sono solo una scema amante delle discariche. Una scema che non merita neanche di potersi difendere, perché le sue argomentazioni sono irrilevanti di fronte alla bruttura che si erge entro la siepe di lauro.

Queste situazioni mi fanno sempre pensare a quando il mio relatore mi disse che, per risolvere una situazione conflittuale in cui ero rimasta incastrata, dovevo darmi al dialogo interculturale. Aggiunse che spesso è necessario intraprendere questa via anche con persone che apparentemente appartengono alla nostra stessa cultura. Anche con i nostri vicini di casa italiani, veneti, vicentini. Perché, se ci pensiamo, il fatto sorprendente è che magari queste persone che ci somigliano in tutto e per tutto ci fanno anche schifo. Non so allora se il concetto di cultura sia adeguato per descrivere ciò che mi trovo tra le mani. Di certo quello di subcultura è fuori luogo. Si tratta piuttosto di piccole divergenze apparentemente insanabili che rendono tutto molto complicato.

Vorrei che i miei vicini mi ascoltassero quando cerco di parlare. Invece mi voltano le spalle, salgono le scale e sigillano il ponte levatoio del loro piccolo Stato nello Stato nello Stato.
E' allora che emergono le scene di distruzione nella mia testa.
Dopo lo sguardo perso nel vuoto di mia nonna, le bestemmie di mio nonno, la disoccupazione, i libri sul nazismo, il senso di inadeguatezza e il bruciante desiderio di una persona a caso che mi dica che prima o poi smetterò di sentirmi così.

A volte guardo Baldra e mi preoccupo. Lo vedo fuori di sé, carico di fotocopie e testi accademici inquietanti.
Ora che sono sola in casa scruto quelle montagne di carta stampata e vi riconosco le stesse montagne di carta stampata che per mesi hanno invaso il salotto, la mia camera, la mia scrivania, i davanzali e i pavimenti. Tonnellate di fotocopie inutili e di libri presi a prestito a causa di un capitolo dal titolo fuorviante e di una tesi la cui forma mi era ancora ignota.
Dovrei pulire il fornello, ma ho ancora un paio di giorni prima che i miei tornino.

Baldra differisce dai miei amori passati sotto molti punti di vista.
Pacci, il mio più recente ex, ad esempio, stava simpatico a tutti. Anche quando fece i test per entrare nell'Aeronautica Militare. Era il periodo dell'esplosione della questione Dal Molin a Vicenza. Ciononostante tutti continuarono ad amarlo e ho motivo per credere che quella fase della sua vita sia stata ormai dimenticata. Il suo nuovo gruppo rap tanto seguito dai miei giovani concittadini ha insabbiato il suo passato. Basta citare Luttazzi e Travaglio in un testo per assurgere allo status di artisti politicamente attivi.
Baldra, al contrario, fa fatica a suscitare questo genere di sentimenti.
Parla lentamente, beve acqua calda, non ha l'abitudine di picchiare la gente e pinza i quotidiani.

Baldra ed io siamo quelli che raggiungono gli amici al bar e, pur sforzandosi di non fare discorsi "pallosi", finiscono sempre per sbagliare qualcosa.
Recentemente mi è capitato di provare sentimenti di vergogna e brama di fuga mentre stavo tessendo le lodi di Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson.
Tutto è crollato mentre stavo dicendo: "La colonna sonora è deliziosa".
Questo genere di situazione è una tale costante nella mia vita da aver ormai minato alla base la mia capacità di fingere interesse o condiscendenza per cose che mi disgustano o che ritengo idiote.
Un tempo non avrei riso con sarcasmo di fronte all'affermazione: "Il biglietto per i Prodigy allo Sherwood costerà 40 euro."
Al contrario, avrei detto: "Ah sì?"

Baldra ed io facciamo dell'ironia su questo genere di cose. Sui Prodigy odierni, sui Prodigy di dieci anni fa, sulla gente che spende 40 euro per andare a vedere i Prodigy, sulla gente convinta che i Prodigy abbiano una qualche rilevanza.
Goffman direbbe che siamo un'équipe di rappresentazione e che questo nostro accanirci sui nostri detrattori prende il nome di denigrazione del pubblico.
Molti tendono a sottovalutare rapporti interpersonali come il nostro. Se quattro anni fa non ci fossimo conosciuti, forse a quest'ora saremmo disposti a spendere quei 40 euro pur di avere una parvenza di vita sociale.
Forse ci saremmo buttati nel Bacchiglione. Forse avremmo abbandonato la società umana per entrare in quella delle nutrie.
Forse Baldra avrebbe continuato a fallire ad Ingegneria Gestionale e si sarebbe suicidato. Forse gli avrebbero fatto un funerale cattolico.
Forse non avremmo comprato i biglietti per andare a sentire i Pavement a Bologna.
Forse non avrei mai imparato a ruttare [devono avermi fatto un discreto lavaggio del cervello, perché ho imparato a ruttare solo l'anno scorso]*
Forse non avremmo costruito un instabile edificio teorico secondo il quale noi giovani sociologi indie abbiamo capito tutto, mentre i neuropsicologi tanto amati dalla redazione di Internazionale sono il nemico.
E la società ha bisogno di edifici teorici come questo, di miti, di nemesi, di capri espiatori.

Io dico che è giunta l'ora di porre fine alla denigrazione dei giovani sociologi che non si limitano ad incrociare i dati e di individuare nei neuropsicologi il nuovo obiettivo contro cui scagliarsi.
Non è corretto prendersela con chi non ha neanche uno stupido albo cui iscriversi. I neuropsicologi, invece, stanno tentando di farci credere di aver trovato ogni risposta nel cervello umano. Quasi vivessimo totalmente isolati. Come se non ci influenzassimo in alcun modo tra di noi.
Come se i calvinisti fossero portatori del genere capitalista. Anzi; come se alcune persone fossero portatrici del gene calvinista. Come se il capitalismo e il calvinismo fossero stati calati dall'alto.
Bah.

Gli articoli dei neuropsicologi che escono di continuo su Internazionale mi lasciano spesso molto perplessa. C'era bisogno di un tizio con i camice bianco e trenta lauree per arrivare alla conclusione che i bambini sono più creativi degli adulti?
Ma soprattutto, era necessario etichettare come visionario un neuropsicologo fuori di testa che sostiene di aver scoperto che il cervello maschile prescrive il conflitto e quello femminile il lavoro di cura? (vedi Beautiful Minds su Current tv).
Procedendo in tal senso propongo di lasciare tutte le donne a casa, di bruciare i libri di Simone de Beauvoir, di bombardare la Svezia e la Norvegia, di impiccare i più raffinati teorici del Welfare State e di far precipitare anche le famiglie che ancora se la cavano nella povertà più nera.
L'aspetto geniale della teoria di questo neuropsicologo fuori di testa è, che secondo il suo punto di vista, il cervello maschile è "superato", perché oggigiorno per sopravvivere l'uomo non ha più bisogno di picchiare i suoi simili e di andare a caccia di mufloni.
Questo lo porta a sostenere che l'uomo contemporaneo, per vivere all'interno della società, deve sviluppare competenze "eminentemente femminili" e, almeno in parte, farsi donna.
Questo discorso mi fa accapponare la pelle perché mi ricorda di quando lessi che fino a non molti decenni fa, in alcuni contesti, era diffusa l'idea che le lesbiche non esistessero e, conseguentemente, che le donne che amavano altre donne fossero in realtà uomini in un corpo femminile.

Tutto ciò potrebbe sembrare irrilevante così come la mia apparente incapacità di fare battute di successo. Al contrario, propongo di smetterla di parlare del nulla e di focalizzarci invece su questioni chiave; questioni cui nessun neuropsicologo ha dato una risposta convincente.
Ad esempio: "Perché sembra impossibile parlare di Fantastic Mr. Fox con un disobbediente? Perché i disobbedienti non guardano film come Fantastic Mr. Fox?"
Ma soprattutto: "Perché mi viene voglia di urlare quando sento l'odore di una chiesa se sono portatrice del gene cattolico?"

* perdonate la volgarità

Più passano gli anni e più realizzo di essere destinata ad arroccarmi nello spazio tempo indie.
Indie in senso lato, ovviamente.

Tutto cominciò quando scoprii che Anita e Michele avevano la simpatica abitudine di etichettare cose non strettamente musicali come "indie" e "non indie". Un esempio che possiamo capire tutti è il seguente:
evidenziatore = non indie
matite colorate = indie.

In seguito Baldra ed io rielaborammo questa dicotomia adattandola ai nostri studi. Come è noto, esiste una cosiddetta sociologia "mainstream", che noi per lo più deprechiamo. Essa è fautrice di quel modo di fare e di presentarsi ai profani che contribuisce non poco a far passare i sociologi stessi per dei soggetti inutili e deleteri.
Un classico sociologo mainstrem esordisce spesso dicendo: "Incrociando i dati... bla bla bla."
Fu così che, scoprendo di amare i filoni più sfigati e scarsamente riconosciuti della disciplina in questione, il Collega ed io finimmo per denominarli "sociologia indie".
Un esempio:
Talcott Parsons: sociologia mainstream spaccaballe
H. S. Becker: sociologia indie moderatamente considerata dai sociologi mainstream (vedi Outsiders)
Marianella Sclavi: nulla è più indie della metodologia umorista

Un discorso analogo può essere fatto per una delle mie occupazioni non remunerative preferite: il guerrilla gardening.
Il guerrilla gardening sembra tanto simpatico ed accattivante; nonostante ciò esso è oggetto di denigrazione velata da parte di chiunque ritenga di avere una bocca per sparare sentenze a destra e a manca.
Alex Foti, portatore di un punto di vista disobbediente, afferma* che il guerrilla gardening è troppo moderato, soprattutto in ragione del fatto che nessuno potrebbe mai essere contrario ad una composizione floreale in uno spartitraffico.
Su questo mi permetto di dissentire e per esempi di anziani irati rimando alla mia tesi.
Un punto di vista antitetico rispetto a quello di Foti proviene invece dalle realtà istituzionali ed istituzionalizzate, che spesso accusano i guerrilla gardeners di essere dei fuori legge.
Non a caso esistono carte bollate che regolamentano il tipo di piante da collocare nelle cosiddette aree verdi. Questo permette di agevolare di lavoro dei giardinieri comunali e di far sì che i parchi pubblici delle nostre città siano molto tristi.
Nella maggior parte dei casi, un attacco di guerrilla gardening scombinerà l'ordine delle cose. Nel caso specifico berico che mi vede coinvolta, gli attacchi sono inoltre portatori di valori imprescindibili quali l'asimmetria e l'ironia.
Ai miei occhi, tutto ciò è indie e vagamente situazionista (sul lungo periodo)**.

Un'altra cosa molto indie è il tenere un workshop di bombe di semi da ubriachi, distribuendo agli astanti dei guanti di lattice verdi e sprecandosi in battute sulle categorie sociali dominanti a Vicenza (cattolici, anziani, leghisti).
Faccio presente a chi non lo sapesse, che fare bombe di semi è la cosa più simile al preparare torte di fango cui ci possa dedicare dopo aver finito le elementari.

Ancor più indie è recarsi ad una manifestazione culturale il cui programma sembra un'accozzaglia di cose a caso con qualche nome noto e trovarci:
1. il sociologo mainstream per eccellenza del dipartimento di Padova, ex presidente del mio corso di laurea nonché nemico acerrimo
2. quelle caramelle di zucchero tonde che mangiavo da piccola
3. un workshop di bombe di semi (denominato "Introduzione al guerrilla gardening") tenuto da Pia Pera e un'altra persona che, pur conoscendo la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi, non ci*** ha presentati a colei che chiamo "il mio mito botanico".

Magari altrove non è così, ma a Vicetia la parola "indie" tende ancora ad accompagnarsi a sguardi vacui o, peggio, a sparate di gente rimasta ferma agli Strokes che pensa di saper tutto sull'argomento. Da qui nasce l'ironia di certi volantini del suo djistico Teenage Lobotomy.
Siamo consapevoli del fatto di essere anormali, perché non possediamo un impianto e mettiamo Patrick Wolf. L'aspetto divertente della questione è che, rispetto a cinque anni fa, l'abbigliamento "indie" si è diffuso anche nelle terre beriche. Nonostante ciò la conoscenza del mercato musicale che diverge dalla radio è rimasta abbastanza stabile.

Cinque anni fa una mia compagna di scuola mi chiese: "Che musica ascolti?"
Io, imbarazzata, le risposi: "Mah, cose varie... cose indie per lo più".
E lei disse: "Ah sì? Musica indiana?"
Oggi ritroviamo queste stesse implicazioni idiote nelle serie televisive adolescenziali.

Lancio dunque un appello ai miei colleghi fautori delle pratiche indie residenti in luoghi dove questo stile di vita (?) velatamente masochista non è apprezzato:
abbiate il coraggio delle vostre azioni e siate demenziali!
Questo è l'unico modo a me noto per generare cerchie sociali e rifuggire la solitudine.
Più si è demenziali e più si riesce a sopportare l'idiozia diffusa.
Mettere a tacere la propria brama di ironia e riso per entrare in cerchie preesistenti (gente non pensante, discotecari di bassa lega, politicanti privi di senso dell'umorismo, coloro che andranno al concerto degli ZZ Top a Piazzola sul Brenta) fa male allo spirito e al fegato.

* nel libro Anarchy in the EU
** come fa una cosa ad essere situazionista sul lungo periodo? Boh.
*** dico "ci" perché con me c'erano altre persone del gruppo

Qualche anno fa c'è stato un inverno durante il quale pareva che tutte le mie coetanee civilizzate si fossero votate ad una forma perversa e balorda di cattolicesimo medievale. Per strada c'era la neve e loro facevano le vasche in centro indossando giubbottini striminziti con il pelo sul cappuccio e braghe a vita bassa. L'occhio cadeva così su brandelli di schiene e accenni di fianchi che, incuranti del gelo, divenivano rumorosi interlocutori dei passanti.
Ricordo che guardavo quei corpi con stupore e un certo senso di superiorità, tremando nel mio soprabito deforme.

Mia nonna apprezzava il fatto che, pur parlando continuamente di musicisti morti in modo innaturale ed abbigliandomi di conseguenza, non fossi esteticamente omologata alla mia coorte. Questo, difatti, si traduceva in una forte repulsione da parte mia per qualsiasi cosa risultasse striminzita o decorata con brillantini, cose rosa e animali pucciosi.
Ero dunque, ai suoi occhi, una ragazza seria. Una di quelle ragazze serie che non vanno in giro "a mostrare la mercanzia" e a prendersi la broncopolmonite, facendo morire di dolore le proprie nonne.

Le cose cambiarono il giorno in cui realizzai che Mater aveva ragione; lo stile ch'ella aveva eloquentemente denominato "clochard" cozzava con le mie aspirazioni di desiderabilità sociale. Per quanto mi sforzassi di orientare le mie preghiere nel modo adeguato, nessuno sembrava cogliere ciò che i miei abiti comunicavano. A questo si sommavano altri fattori che rendevano il mio aspetto estremamente problematico, a partire dal malefico apparecchio ortodontico e dalla mia passione per le Converse non appaiate (una azzurra e una verde).
Fu così che, onde sopravvivere alla crudele vita adolescenziale, smisi le vesti amebiche e cominciai a comprare abiti della mia taglia, privilegiando colori che in quel periodo erano rari e chiassosi, come il turchese.
Ci fu solo un particolare tipo di capo d'abbigliamento che perdurò negli anni, incurante delle nuove mode e dei tentativi d'umiliazione altrui.

Ciò che il filone dei programmi televisivi dedicati alla pratica del cosiddetto "makeover" sembrano volerci comunicare è che esiste un modo giusto e un modo sbagliato di vestirsi. Non a caso le donne sottoposte al trattamento si somigliano tutte alla fine della puntata. A quel punto tutte hanno appreso che per non sembrare dei cessi ambulanti conviene indossare capi che mettano in evidenza i propri punti forti e celino esuberanze indesiderate.
Ciò che i programmi di "makeover" non comunicano è che il mondo è vario e che l'abito ha una valenza sociale che trascende il semplice "se voglio trovare un marito devo apparire accattivante, ordinata e fertile."

A posteriori mi fanno un po' ridere i discorsi di mia madre, che mi accusava di non essere in grado di vestirmi come una persona civilizzata. Si tratta di un'osservazione comune alle genitrici snervate da figli che hanno scelto di essere in polemica con il mondo. Si tratta però di una visione ingenua.
Apparentemente c'entra poco, ma il Goffman di Asylums ci suggerisce un'interpretazione più colorita della questione. Il sociologo canadese, nell'analizzare il complesso tema delle istituzioni totali e dei manicomi in particolare, mette in evidenza come la dichiarazione di sanità mentale degli internati dipendesse non tanto da valutazioni scientificamente comprovate, quanto dalla capacità dei suddetti di adattarsi alle regole dell'istituzione totale; anche alle più illogiche. Fingendo per un attimo che la moda abbia a che fare con i manicomi e con le caserme (vedi l'impossibilità di acquistare un capo giallo quando imperversa il rosso), possiamo immaginare la scelta del giovine di indossare delle scarpe spaiate come un gesto lontanamente imparentato con le pratiche -in apparenza insensate e orientate all'autoriproduzione dell'istituzione totale- cui sono indotti gli abitanti di questi luoghi.
In entrambi i casi risulta necessario indentificare le aspettative altrui. La differenza sta nello scopo del proprio agire. Nelle istituzioni totali l'uniformità può permettere la scalata sociale (es. caserme) o addirittura l'uscita dall'istituzione stessa (es. carceri, manicomi). Al contrario, in un contesto meno vincolante e stigmatizzante, c'è chi, tenendo a mente le aspettative della maggioranza, preferisce "distinguersi", magari indossando i simboli di una subcultura in cui si riconosce*.
Risulta quindi insensato affermare che i giovani pseudoalternativi non si sanno vestire secondo i canoni condivisi. Essi sanno cosa è corretto indossare, eppure scelgono di optare per altro.

Scrivo tutto ciò perché, durante il weekend pasquale, ho improvvisamente realizzato che non posseggo più soprabiti deformi, eccettuato forse quello nero che sta in armadio da anni. Devo averli eliminati tutti un po' per volta, insieme alle Converse bucate e alle magliette dei Nirvana.
Ho riflettuto sul fatto che, in barba al buon senso, c'è qualcosa che mi manca di quei soprabiti deformi. O meglio, non sono tanto le tasche sfondate a farsi rimpiangere, quanto tutto ciò che ruotava attorno alla scelta di un abito che non calzasse a pennello.
Il soprabito deforme era in primo luogo un modo per dire "volteggio sulla discarica cattocapitalista che voi chiamate bericità". In secondo luogo esso svolgeva una funzione che cozza tragicamente con la natura del soprabito non deforme.
Quand'ero minorenne e vagavo per la città in bici in compagnia dei miei amici metallari potevo dirmi abbastanza soddisfatta. Avevo difatti qualcuno con cui fare le cose che di solito fanno i minorenni pseudoalternativi berici, ovvero prodursi in mastodontiche cazzate, bere vodka di sottomarca e guardare film orripilanti in una cantina. C'era inoltre il significativo fattore della compresenza con altri esseri umani di mio gradimento; poco importa ch'essi fossero per lo più scout ed uniformemente amanti degli Iron Maiden.
La cosa importante era che, a differenza del periodo antecedente al mio incontro con questi soggetti, potevo gustare piaceri inediti, come il tornare tardi la sera del sabato e il guardare la tv schiacciata tra i miei amici, condividendo una coperta.
E se per qualche motivo stavo di merda, sapevo che tra di essi c'era qualcuno contro cui rannicchiarmi.
Ciò che manca ai soprabiti non deformi è lo spazio per far rannicchiare una persona, quando fuori fa freddo.
I soprabiti deformi, invece, permettono di riparare dalle intemperie due corpi abbracciati.
Come in certe commedie romantiche americane, dove gli uomini sono giganti e le donne minute. O, più banalmente, come nel mio passato prossimo, popolato da parka sfatti e dall'odore di pelle proveniente dai chiodi che ho amato.

* e anche su questo potremmo aprire parentesi infinite.

About this Archive

This page is an archive of recent entries in the Idiozia Diffusa category.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.