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Non mi è mai capitato di imbattermi in una tesi di laurea di un amico blogger. Evidentemente non si usa condividere le proprie produzioni accademiche con schiere più o meno folte di lettori.
Immagino che questa scelta dipenda almeno in parte dal timore di annoiare. In effetti sappiamo fin troppo bene quando intollerabile e rivoltante possa essere lo "stile accademico".

Quando cominciai a scrivere la mia tesi, ricordo che consultai una piccola guida redatta da uno dei miei docenti, che conteneva alcune indicazioni tratte dal noto manualetto di Umberto Eco, nonché altri suggerimenti che immagino fossero opera sua. Quello che mi è rimasto più impresso prescriveva che i paragrafi fossero più o meno tutti della stessa lunghezza.
Dopo aver scorso l'intero contenuto del file, decisi di non cestinarlo, ma di lasciarlo a marcire sul desktop del mio computer come monito.
Il monito in questione era ed è tutt'ora: "L'accademia ti vuole noiosa e scarsamente creativa. Cerca di scrivere forzando i limiti del tuo mezzo e sii divertente."
Fu così che la mia ricerca e la conseguente stesura della tesi divennero una sfida personale, moderatamente aliena alle strategie adottate da buona parte dei miei colleghi.
Per mesi ho osservato il susseguirsi di colleghe impegnate con le loro tesi speculative, dichiaratamente "copia e incolla", così insipide da essere meramente prosciuganti. Scrutandole pensavo: "Cosa ci fanno qui?"
Con questo non voglio proclamare la supremazia del mio lavoro, che per forza di cose è incompleto. Sto solo facendo notare che studiare sociologia per tre anni senza sviluppare un minimo di senso critico non è una bella cosa.
E non ha neanche senso investire mesi (o settimane, in alcuni casi) di lavoro in un qualcosa che finisce poi per essere anonimo e vuoto. Scrivere in modo impersonale fa male allo spirito, almeno stando alla mia esperienza.
Ovviamente buona parte del problema dipende dal modo in cui è gestita l'università italiana. Io ho semplicemente avuto la fortuna di imbattermi nel mio relatore, il cui modo di fare lezione ha poco o nulla a che fare con la barbosità accademica che i masochisti adorano. Quel genere di disgustosa barbosità di cui spesso parlano gli studenti di Giurisprudenza, ma che ho avuto modo di sperimentare anche Scienze Politiche.
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L'ultimo esame che ho fatto è stato una degna conclusione della mia carriera come studentessa presso l'Ateneo di Padova. Verso la fine di novembre mi sono tramutata in vaso. Per settimane mi sono ingozzata di nozioni che andavano imparate più o meno a memoria. Il libro su cui ho studiato era snello, eppure ho impiegato settimane a finirlo. Gli argomenti affrontati erano così astratti e criptici da costringermi a ricercare nei meandri del mio cervello degli esempi pieni di falle per memorizzarli. L'aspetto triste della questione è che i temi dell'esame mi interessavano, eppure giunsi ad odiarli. Avevo l'impressione di essere tra le mani stritolanti di un sadico.
Alle superiori non riuscivo quasi mai ad ottenere voti molto alti in filosofia e la mia professoressa mi diceva sempre che i miei ragionamenti erano impeccabili, ma c'erano lacune nella terminologia. Questo perché io odio imparare a memoria cose che poi dimenticherò di lì a poco.
Con quest'ultimo esame feci del mio meglio per mantenere vivide nella mia testa il maggior numero possibile di nozioni vuote. Se non l'avessi passato non avrei potuto laureami a marzo. Aspettai su di un pavimento sconnesso per qualche ora; poi mi accomodai di fronte al mio giudice e mi produssi in una sessione di vomito di nozioni, che oggi posso dire di aver in gran parte dimenticato. [La metafora del vaso e del vomito sfortunatamente non è opera mia, ma del mio relatore].
Per certi versi sono contenta che la mia carriera a Padova si sia chiusa con un miserevole 19, che sul mio libretto imbrattava una pagina di 30 e 30 e lode.
Vuol dire che in questi anni ho imparato a riconoscere il marcio nel nostro sistema scolastico e a riderne, entro i limiti del possibile.

Ho scritto la mia tesi consapevole del fatto che, se mi fossi attenuta alle regole, avrei lavorato esclusivamente per me stessa. Inoltre avrei annoiato il mio unico lettore.
Avanzando poco a poco, mi trovai tra le mani degli scritti che non avrei esitato a rivedere un minimo e a pubblicare poi sotto forma di post.
So di essere stata autoreferenziale. D'altronde il fatto di aver studiato un gruppo di cui faccio parte ha reso il lavoro quasi dissociante. Ci sono stati giorni in cui ho fatto veramente fatica a ripetermi che la Margherita ricercatrice e la Margherita guerrilla gardener erano solo due self tra tanti.

Tutto ciò per dire che vi consegno il frutto della mia consunzione. Spero di essere riuscita nel mio intento e di non aver annoiato troppo.
Le mie manchevolezze sul fronte sociologico dipendono dal fatto che non sono una dottoranda, bensì una miserimma vittima del 3+2.

La mia tesi è scaricabile qui sotto:
Guerrilla gardeners tra gli scarti urbani: nuovi attori del movimento ecologista?

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Guerrilla gardeners tra gli scarti urbani: nuovi attori del movimento ecologista? by Margherita Ferrari is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.
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"Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l'erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia."
Uochi Toki

Lavori nell'ortoTra due settimane mi laureo. Non mi è ancora chiaro il giorno, poiché la segreteria non sembra intenzionata ad esporre gli orari. La "dissertazione" durerà probabilmente dai tre ai cinque minuti, onde sottolineare l'inutilità della tesi triennale e la scempiaggine di chi, come la sottoscritta, ha ritenuto sensato dedicare sette/otto mesi di vita ad una cosa che vale sei crediti su centosessanta totali. Quando penso a Padova e all'università mi passa ogni parvenza di buon umore che osi solcare la mia faccia. Ciononostante ci sono buone probabilità che mi iscriva alla magistrale a Trento, sperando che lì sia un po' meglio.

Nel frattempo evito di pensarci e mi dedico allo studio dei miei libri di giardinaggio e orticoltura. Durante gli ultimi sedici mesi credo di aver fatto dei buoni progressi, anche se resto ancora molto ignorante.
Negli ultimi giorni ho finito di costruire le bordure per le tre sezioni del giardino che ho adibito ad orto; le prime due sono costituite da rami intrecciati e legati insieme, la rimanente da una rete che giaceva in garage da mesi.
Ogni giorno faccio quale lavoro; oggi ad esempio ho aggiunto dei camminatoi di corteccia a quelli che avevo realizzato l'autunno scorso, onde evitare di compattare troppo il terreno -già semidisastrato- camminandoci sopra.

Quando contemplo il mio giardino esso diventa una fotografia semovente sulla quale sovrappongo un foglio di carta velina, con progetti che mutano di continuo. Essi restano perlopiù fedeli ad una suggestione ballerina frutto dell'ammirazione di giardini altrui.
Amaranto AnnapurnaOnde inseguire quest'ombra di potenzialità, ho azzardato l'acquisto di un sacchetto di semi di amaranto, di cui mi sono innamorata osservando le fotografie del libro "Edible Schoolyard. A Universal Idea" di Alice Waters. L'ho scelto in una varietà chiamata Annapurna, sperando che la sua provenienza indiana lo renda più simpatico agli occhi di Mater.

L'autunno scorso ho realizzato che il mio ideale di giardino è ben lontano da quello parentale e soprattutto da quello del vicinato. Credo che il mio entusiasmo mi faccia passare per scema. Mesi fa la signora del piano di sopra si è sentita in dovere di fermarmi mentre stavo andando a buttare dei rifiuti nella compostiera per dirmi che il mio spazio di sperimentazione non è un giardino, bensì una discarica.
Per questo ho deciso di venire incontro alle paturnie del mio prossimo piantando un po' di bulbi e tenendo a mente l'ideale balordo di giardino "ordinato" che i meno lungimiranti fanno assurgere ad archetipo.
In questo modo, ogni qual volta qualcuno oserà insultare il mio lavoro, io diro: "Ma guarda! Ho piantato questi crochi/tulipani/narcisi solo per te!"
Che ragazza previdente.
Che genio del male.
Crochi

Per oggi mi limito ad una lista di cose da comunicare al mondo. Visto lo stato in cui riverso, ogni elaborazione ulteriore potrebbe essermi fatale:

1. oggi ho finito gli esami. A forza di registrare sputacchi da quattro crediti sono riuscita a riempire il libretto. Ora non mi resta che concludere la tesi e dar libero sfogo alle mie brame di giardiniera.
2. Venerdì mattina mi recherò al liceo Quadri di Vicenza con il Collega a diffondere il verbo del guerrilla gardening. Questo mi rende molto felice.
3. Come ogni terza domenica del mese, il 21 febbraio mi troverete al banchetto della Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi presso il mercato dei produttori locali e delle autoproduzioni del Presidio No Dal Molin.
4. oggi pomeriggio mi sentivo così leggera che ho comprato una copia di Anna Karenina.

I recognise that mystical air
It means: I'd like to see your underwear

The Smiths, Miserable Lie
Esaminiamo insieme i fatti.

- Da circa un mese sto ascoltando ossessivamente un solo artista. Le uniche eccezioni sono i Rodan, gli Shellac e gli Hüsker Dü, che mi concedo a volumi letali nei momenti in cui vorrei essere altrove. (A)
- Faccio grafici per la tesi e poi li sbatto in faccia alla gente per dimostrare che le mie turbe mentali hanno un fondamento (?)
- Faccio grafici e me ne vanto (V)
- Quando esco in un orario diverso da quello dello spritz prendo caffè corretto prugna o semplice prugna (V+ veneto)
- Ho sia gli occhiali per vedere da lontano sia quelli per vedere da vicino (V)
- Mi capita di passare ore intere accasciata sul divano a fissare il buio ascoltando la musica indicata al primo punto (A+)
- Sono stata malissimo per settimane perché il più antico e malvagio tra i miei amici -ovvero colui con cui mi ubriacavo a sedici anni, l'unico che non mi abbia ripudiata nel frattempo- non rispondeva ai miei messaggi (A++)
- Penso di aver accettato l'idea che il più antico e malvagio tra i miei amici -ovvero colui che questa mattina ha disegnato croci rovesciate e altre cose blasfeme sulla bozza della mia tesi e sui miei grafici- sia meno interessato alla mia salute mentale di quanto pensassi (V)
- Ho citato per la prima volta il più antico e malvagio tra i miei amici -colui che lasciò un unico commento ad uno dei miei post anni or sono e quel commento era una bestemmia- in uno dei miei scritti, anche se in realtà c'é anche nella mia tesi (?). Lì l'ho citato in quanto attivista del No Dal Molin. Gli ho fatto un'intervista qualche settimana fa e ho sbagliato un sacco di cose perché la situazione prescriveva che ci ubriacassimo di brandy subito dopo pranzo "come ai vecchi tempi"* (A). Poi abbiamo parlato di massimi sistemi nella semioscurità e guardato video del No Dal Molin e di gruppi hc su youtube finche non è tornata a casa mia mamma (A+)
- Ho fumato nascostamente una sigaretta seduta su un marciapiede (A) e sono stata sgamata dalla mia migliore amica (A+)
- In questo periodo riesco a leggere solo gialli. Tutto il resto non riesce a catturare la mia attenzione (V)
- Sono venuta meno al mio voto di sobrietà (V) tingendomi i capelli di un rosso che turba mia madre (A)
- Sono stata cattiva (A+) e non mi sono sentita in colpa (V)
- Ho usato lo slogan del No Dal Molin "resisteremo un minuto di più" parlando di relazioni sentimentali (V)
- Ho visto i Melvins dal vivo (A)
- La mia tesi si compone, tra le altre cose, di paragrafi molto poco sociologoci che il mio relatore ha definito "divertenti". Si tratta ovviamente di pseudo generalizzazioni senza fondamento in puro stile Underbreath (A)
- Penso che a breve mi farò un tatuaggio la cui stupidità vi lascerà basiti (A+). Vi do un indizio: è molto più stupido dei miei tatuaggi attuali (=un minotauro di radioheadiana memoria che piange e un ombrello)
- Due giovedì fa ero così depressa a causa dello stallo sul fronte tesi e del silenzio del mio amico malvagio che durante il dj set al Sabotage ho bevuto quattro prugne e ho messo i Suicide (A+++)
- Ho pagato per vedere un concerto dei Los Fastidios (?) e poi sono rimasta fuori dal locale per tutto il tempo a dire (cito testualmente): "Ma quando cazzo dura questa merda?" (V+)
- Mentre ponevo questa domanda una bottiglia di vino dal gusto spiacevole trafugata da casa faceva capolino dalla mia borsa (A) ed intorno a me trionfavano discorsi sessisti pronunciati da gente che si dipinge come di estrema sinistra. Ad un certo punto ho anche insultato un tizio perché le sue affermazioni erano nauseabonde (V).
- Penso di essere stata etichettata come "femminista #1" all'interno di una cerchia sociale che ho frequentato negli ultimi tempi perché la gente teme la mia ira e sa che ho i dati alla mano per dimostrare il contrario di qualsiasi boiata sessista venga detta in mia presenza (V).
- Qualche giorno fa ho spaccato uno specchietto della macchina (A as neopatentato o V as persona decrepita) uscendo dal cancello di casa. Poi ho pescato un cd a caso dal mucchio dei cd strisciati. Erano le Peel sessions degli Smiths. Ho guidato canticchiando e mentre ero ferma ad uno stop ho realizzato che erano almeno due anni che non pronunciavo quelle frasi trovando tracce dei loro contenuti sul mio corpo (A)

post scritto ieri notte mentre ero in preda all'insonnia

*in realtà prima di allora non avevo mai bevuto brandy subito dopo pranzo

"L'interdipendenza planetaria mette in evidenza che siamo alla fine della causalità lineare e che siamo parte di sistemi in cui la circolarità delle cause richiede una ristrutturazione dei modelli cognitivi e delle aspettative verso la realtà."
A.Melucci, L'invenzione del presente

Passano i giorni, scorrono le settimane. Lentamente la mia "zona tesi" si allarga, invadendo il divano arancione, le poltrone, la panca della cucina o più un generale tutte le superfici piane a portata di mano.
Giovani piante di spinaci, talee e pile di libri popolano i davanzali del salotto. C'è un Touraine dall'aria ostica che prima o poi dovrò affontare, perché l'ha detto il mio relatore. Dato che egli mi lascia molta libertà di movimento, posso affermare in tutta tranquillità che il resto del casino è merito mio, anche se poi molti dei volumi che mi tengono compagnia li ho rinvenuti nella bibliografia di un compendio che ha curato lui.
Tra la saggistica emerge di tanto anche qualche romanzo, un libro di cucina, un manuale di giardinaggio. Se dovessi basarmi esclusivamente su testi grigi e mortalmente complicati finirei per perdere i capelli e tramutarmi in qualcosa che non voglio essere; probabilmente una persona molto depressa che compensa plurime mancanze inseguendo idee balorde.
Una voce dal fondo del mio cervello mi suggerisce che forse lo sono già. Il punto è che io e "il resto del mondo" abbiamo opinioni diverse sul concetto di idea balorda.
Da qualche tempo cerco di spiegare ai miei parenti -molti dei quali mi vorrebbero professoressa o ben sistemata chissà dove- che vale la pena di riflettere a fondo sul problema del lavoro. Non ha senso insistere, calcando lo stesso genere di discorsi da vent'anni. Ad un certo punto si cessa di essere meramente fastidiosi e si diventa sadici.
Il ragionamento che ho ripetuto più volte, spesso a tavola, è questo: considerando lo stato attuale delle cose, non ha senso intraprendere un percorso di studi "ordinario", per lo meno nel campo di mio interesse.
Facciamo un esempio.
Tra qualche mese sarò detentrice di una laurea triennale in sociologia. Se dovessi iscrivermi alla magistrale a Padova mi troverei a dover seguire una serie di corsi che ricalcano quelli già fatti, il più delle volte con gli stessi professori. Inoltre proseguirei i miei studi con la consapevolezza di essere sempre più vecchia e rincoglionita giorno dopo giorno e soprattutto segregata in un luogo in cui molti dei docenti sembrano odiare/disprezzare gli studenti. C'è poi l'annosa questione della qualità degli insegnamenti e della loro effettiva utilità per un eventuale impiego professionale. Dopo aver visionato i programmi di alcune lauree triennali e quadriennali inglesi simili per nome alla mia sono stata colta da plurime ondate di sconforto che tutt'ora riemergono di tanto in tanto.
Dunque ciò che tento di spiegare ai miei parenti, in particolar modo i più senili, è che non ho interesse a deprimermi ulteriormente. Sono già stata martoriata a sufficienza e non ne posso più dover fare esami inutili solo perché il ministero dice così.
Ciò che sconcerta maggiormente il mio prossimo è l'idea che io non voglia diventare una persona adulta "normale", dover per normale intendiamo oppressa dal grigiore della quotidianità e di un lavoro di merda che ti corrode l'anima.
Negli ultimi anni si è diffusa una nuova credenza tra alcuni dei miei parenti. Questa credenza dice: "Margherita ha pubblicato un libro con una grande casa editrice all'età di diciassette anni. Questo significa che non avrà problemi a trovare un lavoro stabile fantastico per cui sarà pagata profumatamente." Dato che la sottoscritta nutre molti dubbi a riguardo, è solitamente apostrofata con aggettivi che la fanno passare per nichilista e inspiegabilmente cinica.
Ciò che molti degli adulti con cui ho a che fare -specificando che in questo caso per adulti intendo coloro che abitano in uno "stato mentale adulto", quindi anche gente più giovane di me corrotta prematuramente da chissà cosa, o forse semplicemente ipersocializzata- non sembrano comprendere, è che il mio atteggiamento, che potrebbe sembrare scemo e portatore di disgrazie, risulta essere il frutto di lunghe ponderazioni.
Quando dico che voglio avere delle galline ed un grandissimo orto, non sto blaterando. Mi sono semplicemente limitata a rielaborare una serie di input parentali e ambientali. Dopo aver osservato per circa due decenni mio padre che torna a casa dal lavoro ad orari indegni e che mette a repentaglio la sua salute in nome di un qualche senso di responsabilità verso il suo "team" temo che questa prospettiva di vita non mi risulti più molto appetibile. Potrei poi dire lo stesso di ciò che solo recentemente sono riuscita a far ammettere a mia madre, cioè che ella riesce a mantersi affabile e comprensiva solo fino ad una certa ora del giorno; quando torna a casa dall'ufficio il più delle volte non può fare a meno di essere intrattabile.
Che dire poi della sottoscritta, che in tre anni da pendolare ha sviluppato fantasie terroristiche?
Tante persone di mezza età sognano di trasferirsi in campagna e di dedicarsi ad una vita fatta di lentezza ed osservazione delle nuvole. Qualcuno poi lo fa anche.
Non vedo perché dovrei constringermi a proseguire su una strada che prescrive una serie di tappe che prendono la forma di punti interrogativi grandi come grattacieli e precariato spappolafegato.
Già ora, a ventidue anni appena compiuti, mi sembra di aver sprecato del tempo prezioso.
Mentre studiavo per l'esame di psicologia del lavoro e delle organizzazioni avrei potuto sperimentare nuove consociazioni tra ortaggi. Invece ero ingabbiata tra atroci tecniche di selezione del personale e testi autoreferenziali nonché di rara inutilità.
Ora che ho la fortuna di poter fare una tesi qualitativa che mi interessa con un professore che mi ha spalancato porte su nuovi mondi di cui ignoravo l'esistenza, non posso fare a meno di sentirmi piena di idee, quasi sul punto di esplodere e, nonostante questo, pietrificata.
Più rifletto su questi temi e più realizzo che non ci sono percorsi comodi da intraprendere. Nessuno ha lasciato segnali lungo il sentiero.
Apparentemente sono ancora sulla strada maestra; ho il mio numero di matricola e so adeguarmi alle richieste ridicole che mi vengono fatte.
Scavando però emergono le prime forme di dissociazione, le scivolate in territori bui. Sfogo il mio sempre più ossessivo bisogno di spazio piantando cavolo broccolo in un'aiuola del mio quartiere, questa volta da sola e in pieno giorno.
Troverò il modo di diventare una contadina e allo stesso tempo una sociologa di qualche tipo. Di questi tempi sembra proprio che ci sia bisogno di gente così. E non sono io a dirlo.
Peccato che, nonostante la crisi ambientale, economica e sociale in cui siamo andati ad infilarci, non siano le giovani come me che vengono lodate, ma i neoiscritti ad ingegneria e giurisprudenza.
Come se negli ultimi vent'anni non fosse cambiato nulla.

In riferimento a quanto detto consiglio la visione del documentario della BBC "A Farm of the Future" di Rebecca Hoskin. Lo potete scaricare qui. Si trova anche sottotitolato in italiano e diviso in sei parti su YouTube.



La domanda è: "in un paese di merda come l'Italia è più probabile che trovi un lavoro dignitoso io* o questa tizia del nuovo ordinamento (classe 1988) che mostra apertamente le sue tette sulla piattaforma di e-learning della facoltà patavina di scienze politiche?"

*studentessa dotata di senso critico che non rivende i classici dopo aver fatto gli esami (classe 1987)

Negli ultimi tempi non passa settimana senza che io scopra il master della mia vita. Sfortunatamente gli istanti di trionfo sono spesso seguiti da insulti più o meno taciti all'università italiana.
La cosa che più di tutte mi fa ridere e piangere al contempo è questa: a marzo dovrei laurearmi in sociologia; nonostante questo i miei crediti in metodologia e statistica sono così pochi che pare debba fare delle integrazioni per qualsiasi master vagamente intelligente e orientato al lavoro sul campo. Sto parlando di master di matrice sociologica, ovviamente.
Il bello è che non posso lamentarmi o dedicarmi all'autocommiserazione, poiché questo scatena le ire dei miei parenti. I miei genitori mi ripetono incessantemente: "vedrai che troverai il master giusto", mentre i miei nonni sono ancora convinti che io sia un genio solo perché ho pubblicato un libro composto da meno di 150 pagine e stampato con carattere enorme. Dal loro punto di vista è strano che io non abbia una borsa di studio multimilionaria e non sia una studentessa di Harvard come Rory Gilmore. Per il momento cerco di solo di spiegare al parentame che in effetti avrei già trovato almeno venticinque master di mio gradimento; il punto è un altro.
Ad ogni modo, in questo istante me la passo egregiamente. Ho casa libera per due settimane, durante le quali dovrò preparare uno degli esami più disgustosi ed insormontabili del mio corso di laurea (Legislazione Minorile) e Scienza Politica. Il manuale di Scienza Politica mi fa rivoltare le budella solo a guardarlo. Pare sia aggiornato al 1996. Persino io, stupida studentessa di triennale, sono in grado di affermare che buona parte delle teorie ivi contenute non stanno in piedi.
Inoltre adoro i libri che recitano: "Ricerche recenti (Melucci, 1964) dimostrano che..."
A parte questo mi sono riprendendo dai due viaggetti che mi sono concessa durante agosto. Durante il fine settimana di ferragosto sono stata in Bretagna per la Route du Rock con Baldra, Anita e Michele; successivamente mi sono spostata ad Amsterdam, sempre in compagnia del Collega. Il tutto in treno, per un totale di cinquantotto ore di andate e ritorni.
Il viaggio migliore è stato il notturno da Monaco ad Amsterdam, durante il quale ho avuto il piacere di convivere con un gruppo di giovani tedeschi petomani. Ho inoltre apprezzato il tratto Brennero-Vicenza, durante il quale il mio scompartimento è stato invaso da un branco di studentesse patavine di Scienze della Formazione.
Sul treno Monaco-Vicenza
A volte mi faccio scrupoli ad affermare la superiorità morale di alcune categorie su altre, specialmente se io faccio parte dei "pregevoli". In questo caso credo di poter affermare senza indugio la superiorità morale dei pendolari sui "non pendolari che prendono un treno ogni tanto", specialmente se quest'ultimi ritengono sensato e divertente stappare una bottiglia di spumante altamente esplosivo in scompartimento, dimostrando inoltre di non saper svolgere neanche questa banale attività.
Al di là di questo posso dire di aver apprezzato molto la Route du Rock, in particolar modo le esibizioni di Saint Vincent, Andrew Bird e Peaches.
Ad Amsterdam, invece, Baldra ed io ci siamo limitati a visitare i posti che non avevamo visto due anni fa e a scegliere con grande accuratezza un singolo grammo di erba da farci durare per tutti e quattro i giorni della nostra permanenza. Dopo aver consultato la nostra guida alternativa siamo finiti al coffee shop De Dampkring, che vi consiglio caldamente.
In realtà, a differenza dei tanti giovani italiani che vanno ad Amsterdam per drogarsi, io mi sono limitata ad assumere sostanza stupefacenti perché mi sembrava uno spreco non farlo. Il mio obiettivo primario era invece tornare da Soup En Zo, il take-away delle minestrine.
Per due anni ho sognato di poter mettere le mani su quelle delizie, assillando Baldra e ripetendo "minestrine!" tra me e me. A riprova della mia ossessione, una volta giunta in città, ho perso totalmente il senso dell'orientamento, eppure sono riuscita ad individuare sulla cartina l'esatta collocazione di En Zo senza ricordarne l'indirizzo.
L'aiuola volante
Oltre ad aver mangiato divinamente spendendo relativamente poco, Baldra ed io abbiamo coronato il nostro viaggio con due concerti al Paradiso: Windsor for the Derby e Dinosaur Jr..
Il Paradiso è con ogni probabilità il locale per concerti più bello che abbia mai visto. Così bello che ci abiterei.

Ora non mi resta che passare i due esami, scrivere altre quattro righe di tesi, ampliare l'orto, piantare più di duemila bulbi con gli amici del gruppo di guerrilla gardening e capire che ne sarà di me.

Come diventare i più stupidi della situazione in qualsiasi situazione? La risposta è semplice. Basta portare un registratore digitare appeso al collo ed usarlo di frequente per prendere appunti su cosa sta succedendo.
La settimana scarsa durante la quale ho dedicato buona parte delle mie energia a Festambiente mi ha condotta sull'orlo dell'isteria.
Mi sarei dovuta spaventare quando ho realizzato che a sfinirmi era il semplice fatto di stare in situazione, di parlare con i miei colleghi del gruppo di guerilla gardening. Eppure i sintomi del collasso erano un qualcosa di previsto e prevedibile.
Quando dissi al mio relatore che avevo difficoltà a conciliare un comportamento normale e spontaneo con l'osservazione etnografica, egli mi rispose che l'autoetnografia è molto difficile proprio perché porta il sociologo a sdoppiarsi, per così dire. Ragionando in termini psicologici, ciò che faccio per la mia tesi è pensare in modo schizofrenico. Ma la sottoscritta, in qualità di sociologa in erba, ha da tempo appreso che la psicologia occupa una posizione dominante e monopolistica sullo studio del soggetto.
Proprio in ragione di questo, come direbbe il carissimo Goffman, la mia mancanza di forze non era dovuta solo al caldo afoso e alle periodiche piogge torrenziali, ma anche alla difficoltà di conciliare il mio self di guerrilla gardener e il mio self di etnografa in erba, oltre che a tutti gli altri self di cui dispongo.

Di recente ho letto un bel libro su un'indagine etnografica. Si tratta di "Cattolicesimo Magico" di Marco Marzano. Poi l'ho fatto leggere anche a mia mamma, per dimostrarle una volta per tutte che non merito di essere fustigata a causa della mia infelice scelta di cambiare corso di laurea.
Mia madre è statale. Lavora per il Ministero delle Finanze. Non mi risulta che ami il suo lavoro, in parte perché è costretta a venire a conoscenza di cose che fanno stare molto male, in parte perché deve fare verifiche fiscali a gente che di certo non nuota nell'oro, mentre Vicenza è piena di evasori danarosi.
Nonostante questo mia madre aveva approvato la mia scelta di iscrivermi al corso di Politica ed Integrazione Europea presso Scienze Politiche, poiché poi avrei potuto "fare i concorsi pubblici".
Quando decisi di trasferirmi a Scienze Sociologiche non mancarono i momenti tragici. E questo senza che Mater vedesse il ridicolo opuscolo pubblicitario che prevede come unico sbocco professionale la selezione del personale.
Ciò che volevo dimostrare, sventolando la mia copia di "Cattolicesimo Magico", è che per quanto idiote possano sembrare le cose che faccio per la mia tesi, in realtà c'è della sostanza sotto.

Mesi fa ricordo di aver detto a Baldra che mi deprimeva l'idea di dover scrivere una tesi noiosa. Questo perché mi sembrava che tutte le tesi dovessero per forza essere noiose, specialmente dopo aver consultato un manualetto di poche pagine messo a disposizione da uno dei miei prof, che diceva, tra le altre cose, che i paragrafi devono essere tutti più o meno della stessa lunghezza.
Poi ho scoperto che questo frammento di ricerca in cui mi sono immersa mi sta portando altrove, che mi sta trainando verso l'ignoto, che il mio agire schizofrenico a tratti è terapeutico, come il veder crescere le zucchine che ho seminato.

Ieri ho compilato un questionario dell'Università di Padova in cui mi si chiedeva, tra le altre cose, quando ho deciso cosa voglio fare da grande. Come spesso succede nelle survey, non c'era una risposta adeguata per me.
La mia risposta sarebbe stata "non so cosa voglio fare da grande e dubito che lo saprò a breve". Perché dovrei saperlo? Il leitmotiv con cui vengono "svegliati" gli studenti di sociologia va da "non troverete mai un lavoro" a "al massimo lavorerete in un callcenter". Molti si adeguano. Ho udito studentesse in tesi mentre affermavano di non saper individuare un solo sbocco professionale per la loro laurea, con le loro faccine ben truccate ed inoffensive.
In questo marasma d'insensatezza, di studio vuoto, di gente che compra i classici per gli esami e poi li rivende come se fossero manuali da due soldi, mi godo il privilegio del dubbio, fatto di ipotetici master, figure professionali inesistenti in Italia e architetti del paesaggio che si offrono di aiutare il mio gruppo di guerrilla gardening per qualche progetto lodevole.

[Thank You: "Self with Yourself"]

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