- Quando ho fatto notare alle mie interlocutrici native che gli americani mi sembrano cordiali in modo quasi imbarazzante tutte mi hanno risposto dicendo: "sì, è una facciata". Grande onestà, dunque.
- Il caffé che gli studenti della Columbia considerano più buono è quello che a me fa più schifo. Finora il più accettabile che ho testato è quello della mensa interrata del Barnard College, che sul blog dell'università è stato più volte definito imbevibile.
- La mensa interrata del Barnard College si trova in un edificio chiamato Hewitt. Per accedere alla suddetta, però, non si deve deambulare verso Hewitt, bensì prendere il tunnel sotterraneo che parte da Barnard Hall e pregare Dio affinché abbia pietà di te. Io ho impiegato una settimana a trovare l'entrata. Una settimana.
- Barnard e Columbia sorgono su una rete di tunnel, che spesso gli studenti usano per spostarsi da un edificio all'altro quando fuori piove o nevica. Mi è capitato più di una volta di perdermi e di finire in vicoli ciechi pieni di calcinacci. Qui è normale e anche i veterani paiono perdersi, perché i lavori di ristrutturazione sono costanti e implicano frequenti cambiamenti nei percorsi più veloci per spostarsi da un punto "a" ad un punto "b". Un altro aspetto simpatico dei tunnel è che quelli della Columbia portano ancora i segni dell'occupazione del '68.

- Anche alla Columbia esistono i professori incompetenti e sono in tutto e per tutto identici ai professori incompetenti italiani. Non sanno usare i computer, evitano di rispondere alle domande degli studenti cambiando furtivamente argomento, dicono un sacco di cose inutili senza arrivare mai al punto. Questo conferma la mia idea che la Ivy League education non sia qualcosa di totalmente alieno o degno di essere replicato anche da noi. A fare la differenza sono soprattutto le strutture, la possibilità di scelta tra corsi e seminari e il numero di studenti per classe (leggi: cinquantamila dollari di retta all'anno).
- I campus sono pieni di scoiattoli. I newyorkesi ignorano gli scoiattoli o forse li schifano addirittura.
- Ieri stavo conversando su skype in italiano quando nella mia testa mi sono resa conto che la mia intonazione era newyorkese. Non so come sia possibile. L'ho sentito e basta.
- Sto seguendo un seminario noto come "Masculinity: a sociological view", che in un certo senso si sta configurando retroattivamente come il motivo per cui sono finita qui. Su questo conto di fare un post a parte.
- Sto leggendo un sacco di testi antropologici più o meno strutturalisti su spiriti, gente morta, maledizioni e stregoneria.
- Ieri sera la mia coinquilina ha sentito un rumore vicino al nostro scaffale degli utensili da cucina e ha dato per scontato che fosse un topo. Abbiamo dunque portato fuori l'immondizia insieme e il "topo" non si è più fatto sentire. In seguito ella ha definito l'evento come un'occasione per fare del sano "bonding".
- Durante la settimana dell'orientamento mi era stato ripetuto almeno centocinquanta volte che con l'inizio delle lezioni avrei visto gente "running around like crazy". E' bello sapere che queste persone impazzirebbero se fossero prelevate dal loro college e trapiantate, chessò, presso l'Università degli Studi di Padova. A confronto qui mi sembra tutto molto quieto.
- Gli studenti nativi del New Jersey che abitano a Manhattan sembrano vergognarsi del fatto di essere nativi del New Jersey.
- La mia coinquilina ha in dispensa un sugo per la pasta "all'italiana" al gusto vodka.
- Le bottiglie di birra sono diverse dalle nostre, nel senso che un bruto potrebbe aprirle a mani nude, dato che sono avvitate. Ogni volta che provo ad aprirne una con l'apposito utensile mi taglio le dita. Lo stesso vale per il pelapatate che ho comprato da Target, che ha persino una protezione per evitare che l'incauto consumatore si faccia del male. C'è poi il fattore fotocopie: uno dei grandi problemi della mia vita è che mi taglio spessissimo con la carta. Dovendo studiare centinaia di fotocopie a settimana, capita spesso che mi ferisca. Il risultato di tutto ciò è che tornerò in Italia con le mani sfregiate.
- Mi manca lo spritz. A volte mi mancano anche le sigarette e penso che questo sia dovuto al fatto che se volessi fumare non potrei (vedi alla voce: costi elevatissimi e pochissimi spazi dove indugiare nel vizio).
- Domenica sera sono andata al cinema. Tornando a casa in metropolitana ho visto per la prima volta un numero elevato di newyorkesi sorridenti. Il motivo? Due drag queen che cantavano nel nostro vagone.
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- Ho scelto definitivamente i corsi.
- La mia coinquilina mi ha definita diverse volte bookworm e ha espresso costernazione quando le ho detto di aver passato due ore nel basement del nostro palazzo a studiare in mezzo alle lavatrici.
- La visita alla sezione "Asia" del Metropolitan.
- Il professore che tiene il seminario sul concetto di maschilità che fa una battuta su degli ipotetici vichinghi mestruati.
- La neve intatta ed accecante di Central Park.
- Un dottorando in religione della Columbia che dichiara di stare lavorando sulle volpi come ponte tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti nello shintoismo.
- Il delirio creativo del Barnard Zine Club (rilegatura in nastro magnetico preso da cassette contenenti musica degli anni '90 di nostro gusto? facciamola!)
- Solo musica italiana (Maria Antonietta, Gazebo Penguins, Fine Before You Came, i Tre Allegri Ragazzi Morti della post-adolescenza), eccetto Jeff Mangum e una canzone dei Motorpsycho.
- La constatazione che le aule dell'ateneo trentino sono più pulite e di quelle della Columbia.
- Ventotto biblioteche in un solo campus (!!!!!!).
- Le violette sono germinate.
- Sentirmi stupidissima durante certi corsi e molto sapiente durante altri.
(Ciò che si vede dalla finestra della mia stanza)
(La neve di domenica mattina)
(Il catalogo della collezione "Asia" del MET. L'imperativo categorico è: tornaci!)
(I primissimi libri per i corsi e per la tesi. Gli altri sono in arrivo.)
(birra buona per chiudere le giornate di studio)
(Le giovani violette)
Il primo giorno di lezione: un syllabus traumatico e qualche scoperta interessante alla zine library
In certi ambienti dell'Accademia trentina fluttua la convinzione che gli studenti del mio corso di laurea siano dei martiri, dei masochisti o comunque delle persone prone al sacrificio.
Da studentessa del secondo anno, ho accolto i colleghi appena immatricolati pregustando il giorno in cui sarebbero diventati isterici, incazzosi e vagamente insonni come ero io durante lo scorso anno accademico.
Mi sono detta che un anno intero di deadline perpetue e di lavori di gruppo rigettati come immondizia mi avrebbero preparata a tutto.
Stamattina sono andata alla prima lezione di un corso della Columbia che intendo seguire. Da quello che ho capito, si tratta di un corso avanzato del dipartimento di Antropologia. Si chiama The Ethnographic Imagination e il dato per scontato è che gli studenti abbiano già seguito corsi metodologici su questa tecnica. Io non ho mai seguito un corso di etnografia, ma ho fatto etnografia. In un certo senso faccio etnografia sempre, solo che prendo appunti solo di tanto in tanto.
Inoltre non studio antropologia. Ho fatto un esame di antropologia in triennale, il cui ricordo più nitido che conservo è il seguente:
Franz Boas morì tra le braccia di Claude Lévi-Strauss poco dopo aver annunciato la sua recente elaborazione di una nuova teoria sul linguaggio. Teoria che non espose mai, ça va sans dir.
Ecco. Credevo di essere preparata a tutto. Ma ero una povera illusa.
Questo modesto corso, che si articola in due lezioni e un'ora di discussione sui testi alla settimana, prevede la consegna di sei paper.
Nella sezione readings dell'imponente plico contenente le istruzioni per il corso, che mi è stata consegnato prima che cominciasse la lezione, ci sono quattordici libri, svariati articoli
scientifici e una lista apparentemente infinita di capitoli pescati da altri volumi. Sono alquanto turbata dal fatto di dover leggere Benjamin, Evans-Pritchard, Malinowski, Geertz, Boas, Lévi-Strauss, Clastres, Barthes, Sartre, Bachtin, Marx e un'altra ventina nomi sconosciuti in una lingua che non è la mia, dato che in genere mi inquietano anche in italiano. Sono ancora più sconvolta dall'idea di avere due giorni (stando alla schedule del corso) per cominciare e finire Tentative d'épuisement d'un lieu parisien di Perec in inglese, perché con Perec ho un rapporto molto difficile, nonostante lo abbia amato fin dal giorno in cui vidi per la prima volta la sua faccia da matto e i suoi capelli nella mia antologia di letteratura francese delle superiori. Tra i quattordici libri che devo leggere c'è davvero un po' di tutto: da Cuore di tenebra a qualche migliaio di pagine contenenti gli studi etnografici più disparati, passando per Jazz di Toni Morrison.
E questo è solo un corso. Ne ho altri tre da seguire, altrimenti niente borsa di studio.
E pensare che il motivo principale per cui sono cui è raccogliere materiale per la tesi, il che significa leggere e catalogare svariate centinaia di fanzine, intervistare gente del settore, entrare a far parte del Barnard Zine Club per studiare le riunioni e fare etnografia e networking durante i due Zine Fest che si terranno a New York tra febbraio e aprile.
A proposito di fanzine: oggi ne ho lette un po' e ho cominciato a catalogarle in uno splendido documento Excel.
Ne ho trovate due di assolutamente spettacolari e nonsense di cui avrò modo di condividere qualche immagine.
La prima si chiama SID. A zine for people who treat their cats better that they treat their lovers e sostanzialmente si tratta di una lunga lettera d'amore che l'autrice ha indirizzato al suo gatto. Immaginerete la mia faccia quando me ne sono resa conto.
La seconda s'intitola Nuns I've Known. A differenza di tutte le altre fanze che ho maneggiato, questa non contiene immagini, ma solo testo. Il titolo riflette molt
o bene il contenuto, perchè in effetti questa fanza contiene solo descrizioni di tutte le suore conosciute dall'autrice durante la sua esperienza da studentessa di istituti cattolici. Anche in questo caso ho apprezzato molto, mettendo per un attimo da parte il mio self di ricercatrice.
Tra le altre cose, mi sono imbattuta in:
- una marea di fanze sul mestruo
- una fanza inglese dal meraviglioso titolo All My Heroes are Virgins
- una fanza dei tardi anni '90 che si accompagnava ad un nastrone dall'aspetto interessantissimo.
E ho appena cominciato! Chissà che perle spunteranno dagli archivi della Barnard Library...
La domanda che mi pongo a questo punto è: "Arriverò a giugno senza farmi venire un esaurimento nervoso?". E soprattutto: "Riuscirò a trovare un modo per seguire l'assurdo corso del dipartimento di Religione del Barnard chiamato Ghosts and Kami?"
Al momento non lo so, però in compenso venerdì sera me ne vado a Brooklyn ad un concerto di Jeff Mangum dei Neutral Milk Hotel, che per me è più o meno l'equivalente di passare una settimana al cospetto di Dio. (Argh! Blasfemia!)
Mi hanno cacciata dalla biblioteca del college più o meno nell'istante in cui la neve ha invaso l'aria e il giardino del campus.
Sono corsa a casa, dove per casa intendo mezza stanza al dodicesimo piano di un palazzo che funge da college residence e da dimora per civili. La mia coinquilina si è vista poco, finora. Ho passato tre notti qui, di cui due con il pavimento invaso da corpi di sconosciuti. Ciò è spiacevole e spero che passi presto.
Oggi ho dimenticato di pranzare, tanto ero presa dall'astrusità del sistema informatico della mia nuova dimora universitaria. Iscriversi agli esami richiederebbe un esame a parte.
Ho conosciuto un sacco di persone, un sacco di ragazze. Oggi ho parlato con il mio supervisor, che è un sociologo dedito allo studio della società cinese e dei movimenti sociali che la abitano.
Ieri, invece, sono andata nel Bronx per fare qualche acquisto, dato che lì si trova la sede più vicina di Target. Ho preso un pelapatate, un cuscino e un contenitore per cibarie ermetico. In metropolitana ho fatto la conoscenza di una ragazza del mio programma che viene dalla Spagna. Abbiamo parlato di approcci analitici alla pop culture e di scrittura. Mi sono sentita nel mio elemento per qualche minuto.
Lunedì è festa nazionale, quindi conto di starmene nella mia tana a studiare e a scrivere. Martedì invece cominciano i corsi. Non appena avrò deciso definitivamente quali seguire proverò a parlarne qui. Al momento so solo che ne seguirò quattro e che, se tutto andrà bene, dovrei dividermi tra il campus del Barnard e quello della Columbia.
Oggi pomeriggio ho anche avuto modo di toccare con mano alcune fanzine della Barnard Zine Library, che fungeranno da supporto per la mia tesi. Ho trovato anche due bellissime fanzine realizzate dalle bibliotecarie. La prima spiega cosa sono le fanzine, che aree tematiche coprono e come trovarle nel sistema bibliotecario della Columbia. La seconda spiega come inserire le fanzine nelle bibliografie di testi accademici. Wow.
Il mio animo demenziofilo apprezza.



Negli ultimi giorni diversi triennalisti mi hanno dato del lei. L'ultimo è stato un tizio che questa mattina si è seduto di fronte a me sul leggendario trenino della Valsugana. Stavo leggendo un articolo particolarmente ostico sul concetto di framing all'interno della letteratura sui movimenti sociali, quando Tizio mi ha colpita con il suo ombrello. Si è scusato dandomi del lei.
Forse la serietà del mio volto gli ha dato l'impressione che fossi in qualche modo diversa da lui, che mi stessi occupando di attività astruse, che la mia camicia invernale oversize portata come soprabito fosse completamente fuori dalle logiche di questo mondo.
La serietà è una facciata che mi porto appresso da diverso tempo. Le mutazioni più recenti, il radicalizzarsi di ciò che già era noto come "il mio volto", sono imputabili alla mia permanenza all'interno di un ecosistema in cui coesistono discorsi opera di individui con grandi velleità scientifiche e discorsi che sono un dispiegarsi di mere opinioni. In questo momento tendo a privilegiare le grandi velleità scientifiche, nonostante le discussioni volte a falsificare le altrui tesi mi sfibrino oltremodo.
I discorsi dispieganti mere opinioni, se proposti all'interno di un'aula universitaria, mi lasciano assai perplessa. Ciò avviene perché sono stata cooptata da non so bene cosa.
Quando esco dal mondo accademico, quando torno a casa, sento sui miei arti la portata del cambiamento che è avvenuto. Ogni pellegrinaggio porta con sé una scoperta reiterata, la cui gravità aumenta di mese in mese, di stagione in stagione. Le prime ore sono sempre le più problematiche, perché devo riabituarmi a parlare in modo comprensibile, a farmi intendere dalla stragrande maggioranza degli esseri umani con cui interagisco.
I bambini non mi capiscono e pensano che io abbia della paglia nella testa.
I triennalisti che sono all'università perché non avevano niente di meglio da fare mi dichiarano la loro ignoranza in via precauzionale, come se la mia faccia richiedesse sempre e solo discorsi alti, altissimi.
Gli anziani che parlano solo in dialetto veneto sono gli unici con cui riesco a stabilire un contatto pressoché immediato. A loro non interessa che io mi identifichi in un certo modo e che studi certe cose. Per loro sono solo una toseta e se ciononostante mi danno comunque del lei è perché sono cresciuti sotto il fascismo e hanno senso dell'umorismo.
Il giorno del mio ventiquattresimo compleanno una tizia del Barnard College mi ha scritto per comunicarmi che la mia attesa non è stata vana. Da gennaio a giugno seguirò una manciata di corsi a New York e comincerò a lavorare alla parte empirica della tesi.
Ho l'impressione di essermi sovraccaricata di lavoro ancor prima di partire, ma questo per il momento non è ancora un problema.
In queste settimane sto cercando di conciliare i miei doveri accademici con l'incubo burocratico rappresentato dal visto per gli Stati Uniti e le mille idee folli che mi assalgono ogni volta che mi fermo a riflettere sulla creatura Soft Revolution.
Sono inoltre tornata allo stato semi-letargico che mi caratterizza nei mesi più freddi dell'anno. Poco importa che il vero freddo non sia ancora calato su Trento. Poca importa, perché a conti fatti le giornate si sono già accorciate e i miei piedi tendono a congelarsi quando sto china alla scrivania leggendo le riflessioni uno storico francese che fu catturato, torturato e infine ammazzato dai nazisti o l'ennesimo testo illuminante sulle mie lacune come ricercatrice sociale.
Ora che sono al secondo anno della magistrale comincio a vedere colleghi terrorizzati dall'idea di abbandonare le aule in cui hanno ripetutamente preso coscienza della necessità di lavorare tutto il weekend sotto soavi luci al neon. "Che ne sarà di me?", dicono i loro occhi annebbiati dalla birra annacquata del Picaro.
Personalmente non sono ancora stata assalita dalla paura dell'ignoto, in parte perché ho l'impressione che dedicherò diversi mesi alla stesura della tesi. Non si tratta di una scelta programmatica; il fatto è che scrivo lentamente, specialmente quando mi esprimo in sociologhese.
Alla fine ho deciso di lavorare sulle fanzine raccolte alla biblioteca del Barnard College e di intervistare delle persone da definirsi che abbiano a che fare con la collezione. Il progetto è ancora molto nebuloso, motivo per cui non ve ne parlerò oltre, ma se non altro la mia neo-relatrice si è detta molto contenta di seguirmi e questo mi conforta.
Da quando sono ricominciate le lezioni la popolazione del mio appartamento è mutata, nel senso che abbiamo perso una coinquilina e ne abbiamo guadagnata una nuova. Si tratta di una filosofa. Non ho ancora avuto una conversazione che possa dirsi tale con la suddetta, motivo per cui la conosco solo attraverso i libri che ha collocato nella libreria del corridoio.
Nel tempo non-libero che fingo sia libero mi sto dedicando alla lettura alternata di Asimov, Rigoni Stern e di una saga di fantasy/fantascienza di un'autrice australiana che non è mai stata tradotta in italiano. Sono particolarmente affranta dalla bellezza di una raccolta di racconti di Rigoni Stern, che è dedicata agli animali. Diversi anni fa fui costretta a leggere "Il sergente nella neve" e, a differenza di tante altre letture obbligatorie, lo apprezzai. Poi non toccai più la sua opera, rivolgendomi spesso e volentieri ad autori stranieri.
Ora non posso fare a meno di avanzare nella lettura senza commuovermi di fronte alla pacatezza dei suoi racconti e della sua prosa, al modo in cui racconta la morte, la caccia e le vite degli animali dei boschi. In parte credo dipenda dal fatto che alcuni elementi del suo linguaggio sono gli stessi che trovo inscritti nel mio e in quello dei miei nonni materni. Non è una parentela stretta, esplicita come quella che ho ritrovato in Luigi Meneghello, che era di Malo come mio nonno, però il legame c'è.
Leggere di animali e di popoli dotati di una coscienza collettiva mi rende particolarmente tollerante nei confronti dell'altrui isteria, delle consegne e dei ladri di biciclette. Al contempo, mi fornisce un rifugio quando sulle bocche di chi mi circonda prendono forma frasi che preferirei non ascoltare, perché la mia stabilità resta problematica.
I mondi che occupano i libri che tengo sul comodino, nella loro profonda diversità, sottendono una costante lotta per la sopravvivenza e un rapporto stretto e quasi fraterno con la morte. Sono mondi in cui riesco ad entrare senza disagio, abbandonandomi alle spalle tutto ciò che di spiacevole e doloroso permane nella mia vita quotidiana.
La prima settimana dell'anno (accademico) a Trento è stata segnata da piccoli ma dolorosi eventi. Speravo che il rientro prendesse una piega ben diversa, a dimostrazione del fatto che Trento è Madre Amorosa prima che Madre Matrigna. Ma, come qualsiasi passante avrebbe potuto confermare, mi sbagliavo.
Di fronte ad un foglio protocollo a quadretti e ad una serie di esercizi che, con solenne lentezza, sarei stata in grado di svolgere, ho cominciato a sudare freddo e a guardarmi attorno alla ricerca di una via di fuga. Sull'autobus che mi ha condotta a casa mi sono ripetuta che non voglio essere quel genere di persona che millanta blocchi mentali e traumi infantili per giustificare la propria incapacità di riempire un foglio protocollo a quadretti con qualcosa che abbia senso. Ma a quanto pare al momento quel genere di persona è ciò che sono.
I fogli protocollo a quadretti mi fanno sentire a disagio. Se so che dovrò riconsegnarli ad un altro essere umano il cui compito sarà giudicare il mio operato tendo a sudare copiosamente e a desiderare con profondo ardore un balzo indietro nel tempo, con il quale intervenire sul lento ed apparentemente inesorabile sedimentarsi del mio senso di inadeguatezza e delle mie lacune. Parte del mio disagio nello scrivere su carta a quadretti dipende dal fatto che non scrivo regolarmente su carta a quadretti da anni. Non riesco a prendere le misure, perché la mia calligrafia è quella di un animale laureato in medicina. Guardo il guazzabuglio di segni che mi lascio dietro vedendoci solo disordine e reminiscenze dei compiti di matematica e di fisica che sono stati il mio tormento.
A turbarmi particolarmente è l'apparente inconciliabilità tra il mio desiderio di diventare abile in statistica e il disagio che mi provoca la vicinanza con le persone che avrebbero il potere di mostrarmi dove sto sbagliando.
Quando frequentai la quarta e la quinta superiore ero solita attendere con ansia i giorni dei temi in classe. Amavo svolgerli, indipendentemente dalla traccia e dagli altri vincoli imposti dall'altro. Erano il mio modo di dimostrare la ricchezza delle letture extrascolastiche sulle quali mi consumavo, di mettere in chiaro che valevo più dei 7 che raccoglievo dopo ogni test di letteratura, dei quali fallivo date e rievocazione di conoscenze mnemoniche che nulla avevano a che fare con il piacere.
Un giorno svolsi un tema su un foglio protocollo a quadretti. Me ne resi conto quando era troppo tardi per farne una bella copia, motivo per cui lo consegnai così com'era, senza preoccuparmi delle conseguenze della mia sbadataggine. Dentro di me viveva la convinzione che la qualità del mio lavoro fosse tale da contrastare erroneità del supporto sul quale esso si dispiegava. Dopo un paio di settimane la professoressa di italiano mi riconsegnò il tema facendo solo un'osservazione sull'assurdità dell'oggetto che le avevo dato da correggere e lì credetti che la questione fosse stata chiusa. Di lì a due giorni, invece, Suor Preside capitò nella mia classe e, tra le altre cose, si lanciò in un'invettiva contro qualcuno che, come emerse in seguito, ero io. Non ricordo granché di quella visita, eccetto il fatto che Suor Preside disse che i temi sono documenti ufficiali e che, considerato il fatto che avevo consegnato un documento ufficiale sulla carta sbagliata, avrei dovuto espiare i miei peccati tentando di recuperare un 3 o un 4.
Il fatto che il mio voto sia poi rimasto invariato mi fa sospettare che quella fosse l'ennesima minaccia campata in aria con la quale alcune suore del mio ex Istituto erano solite terrorizzare gli studenti meno disposti a indossare magliette di lana cotta in giugno e ad annuire con fermezza di fronte ai post antiabortisti che tappezzavano i muri della scuola.
Il punto è che, quel giorno, Suor Preside - tentando di correggere il mio comportamento traumatizzandomi - appose un timbro vaticano alla mia convinzione che linguaggio scientifico e prosa fossero inconciliabili, al punto da richiedere supporti diversi, il cui uso erroneo sarebbe stato punito con la pubblica gogna e duecento Salve Regina.
Negli ultimi giorni ho poi assistito alla lenta consunzione della facciata che offro a me stessa quando mi dico che Trento non ha risvegliato in me l'atavico desiderio di evitare il contatto umano non necessario. Diverse aule di Sociologia sono state occupate per un convegno al quale sono accorse decine di scienziati sociali che, in forma sintetica, definirò qualitativi. Si parlava delle narrazioni come dato. C'erano gli applausi, i complimenti accorati, le presentazioni in Power Point e un sacco di discussioni dedicate a temi che, dal basso delle mie letture sparute e di quello che credevo fosse semplice buon senso, ritenevo archiviati da qualche tempo. Ho allungato l'orecchio cercando la voce di qualcuno che rompesse il circolo vizioso dei complimenti e che non si limitasse a fare un timido accenno alla questione delle interviste come "furto" di storie e di informazioni, passando poi ad altro, a considerazioni più neutre. Anche in quel caso mi sono sentita sola con il mio piccolissimo bagaglio di libri ed esperienze, mentre sullo sfondo dell'altrui cambiare discorso mi domandavo se i presenti avessero esplorato a fondo il rapporto che lega la qualità del dato raccolto e la capacità del ricercatore di definire un frame entro il quale il narratore scopra l'intervista come un'occasione per esplorare sé stesso e la propria vita anziché uno spazio-tempo inutile, da cedere controvoglia.
Fuori da un'aula del secondo piano ho tentato di esternare a voce i miei turbamenti in proposito e di raccontare una delle idee che mi sono venute per la tesi (quella il cui accesso al campo si configura come un'odissea burocratica kafkiana). Dopo una manciata di minuti ho osservato le resistenze della mia interlocutrice. L'ho vista abbandonare la conversazione, lasciandomi sola con un vuoto che avevo previsto. L'ho vista scomparire in fondo al corridoio, mentre il vuoto che avevo previsto corrodeva la mia capacità di restare composta, muta ed imperturbabile.
Mi immagino intenta a correre senza una meta, quasi che la corsa possa liberarmi dal legame con il suolo, con l'immediato presente e con i segni del passato che si stagliano come elefanti ovunque io creda di aver trovato quiete. Scaffali dissestati, carichi di porcellane infrante sono ciò che mi lascio alle spalle e che mi volto a guardare, per capacitarmi delle dimensioni del mio errore.
In verità sono ferma, china sull'asfalto di un marciapiede affollato, con il palmo della mano sinistra sbucciato, sporco e sanguinante.
E lunedì ricominciano le lezioni.
Mio padre è laureato in statistica, ma nella vita ha poi fatto altro. Credo non amasse particolarmente la disciplina in questione, poiché con il tempo ha rimosso i contenuti di quasi tutti gli esami che sostenne presso la vecchia sede patavina di via del Santo, prima che gli statistici venissero spostati nel loro nuovo finto campus che odora di vernice.
All'epoca Statistica confinava con Scienze Politiche e i quattro gatti che frequentavano le lezioni di Ca' Borin erano vittime della militanza molesta e dell'ingerenza dei colleghi politologi i cui eredi bivaccano ora nel giardinetto di SciPol bevendo Coca Cola e dichiarandosi antifascisti ad ogni piè sospinto. Gli eredi di cui sopra ricorrono solo di rado alla minaccia dell'uso della violenza e proprio per questo falliscono nella loro opera di evangelizzazione. Se tentassero di bloccare la didattica arbitrariamente, ma con le tecniche adottate dai loro avi marxisti, sono certa la loro azione sarebbe assai efficace sul breve periodo.
Mio padre ricorda i tempi delle schede perforate e prova genuino stupore - forse addirittura commozione - di fronte ad un software brutto e antipatico come SPSS. Gli mostro la sintassi cervellotica che ho scritto e la faccio girare per osservare la sua reazione.
L'output compare dopo qualche istante, ma solo perché il mio portatile è nuovamente sull'orlo del collasso. Mio padre plaude l'innovazione tecnologica e forse pensa che c'è speranza anche per la sua unica figlia degenere, che dopo vent'anni di fallimenti ha finalmente dichiarato di voler apprendere degnamente una disciplina scientifica che non sia quella spregevole fuffa sociologica di cui parla di continuo rovinando i pranzi domenicali.
La verità è che, in un ambiente baciato da luce naturale e brezzolina estiva, SPSS mi rilassa. Credo dipenda dal fatto che la stupidità del programma mi ricorda quella di certi editor di HTML e simili, sui quali un tempo trascorrevo pomeriggi interi. Quando un codice non funzionava mi prendevo tutto il tempo necessario per renderlo operativo, incurante com'ero di questioni quali la morte, le diottrie, l'artrosi, gli esami di maturità e l'imminente scioglimento delle Sleater-Kinney.
Sulla carta credo che SPSS sia alienante in modo analogo e io lo apprezzo per questo.
Non apprezzo invece la morte, il calo delle diottrie, le mani informicolate, le deadline e il fatto che le Sleater-Kinney si siano sciolte, con tutto il rispetto per la Corin Tucker Band e le Wild Flag.


