Avevo riposto molte speranze in Central Park. Ero convita che gli alberi situati all'interno di quel rettangolo di terra potessero fornirmi l'appoggio di cui necessito, ora che sono qui, dall'altra parte del mondo.
Ho visto Central Park ricoperto da diversi centimetri di neve. Le uniche macchie di colore erano i cappotti di bambini impegnati in giochi invernali. Le curvatore delle aiuole e i percorsi pedonali sinuosi che ho osservato creavano spazi che ricordavano piccoli quadri fiamminghi semoventi.
Domenica ho percorso circa sette chilometri a piedi. Ho attraversato Central Park, perché era necessario che lo facessi. Ho camminato a lungo, cercando di seguire il percorso più contorto. Volevo perdere tempo, o meglio, lasciare che il tempo passasse.
Ora credo di detestare Central Park, appunto perché vi avevo riposto molte speranze. Le mattine del fine settimana sono gli unici giorni in cui posso provare ad abbandonare il mio quartiere e lasciarmi alle spalle per qualche ora l'angoscia persistente che accompagna la mia vita accademica. Non sempre riesco a sacrificare una lettura o una riflessione da articolare prima della nuova settimana di lezioni. Ho già passato un paio di weekend da reclusa, senza mai un momento di quiete.
Central Park non è un parco. I percorsi pedonali sono a senso unico. Sfidare questa regola significa andare contro mano, attirare le ire dei newyorkesi sudati che corrono senza meta. La densità degli alberi è molto bassa rispetto a quanto mi ero immaginata. I nativi sudati, invece, sono ovunque; la loro presenza è ciò che, più di tutto, mi rende Central Park detestabile.
Durante la settimana di orientamento mi sono state comunicate molte informazioni sulle aspettative dei docenti della Columbia e, più in generale, sul tipo di comportamento che sarebbe opportuno tenessi con i nativi. Queste informazioni sono date per scontate da chiunque sia cresciuto in questa cultura, mentre la referente delle visiting students presso il Barnard College ha ritenuto opportuno istruirci con delle "regole" esplicite che ci aiutassero ad integrarci velocemente.
Alcune di esse sono la negazione del mio modo di stare al mondo e di frequentare l'università. Per un po' ho cercato di non pensarci e di sfruttare l'occasione per mettermi alla prova.
Ho cominciato scrivendo in modo completamente diverso da ciò che, per buona parte della mia vita scolastica e accademica, ho identificato come il modo corretto di scrivere un saggio. É stato molto difficile piegare i miei schemi mentali, onde presentare un lavoro che soddisfasse le aspettative di chi l'avrebbe letto e valutato.
Mi è stato poi fatto presente in diversi momenti e varie forme che è fondamentale che io intervenga a lezione e partecipi alle discussioni. Ho abbandonato due seminari che mi parevano interessanti perché durante il primo incontro ho sentito un'intollerabile pressione su di me, perché non aprivo bocca. Qui la regola è che gli studenti devono "pensare a voce alta", a costo di esporre un'osservazione poco calzante o un'ipotesi totalmente insensata. L'incompletezza e l'imprecisione sono incoraggiate e non stigmatizzate, perché fanno parte del processo che conduce all'elaborazione di pensieri nuovi e vivaci. Gli studenti sono spinti ad esporre i loro punti di vista su ciò che si tratta a lezione.
Sulla carta sembra qualcosa di meraviglioso. Se fossi un'altra persona è probabile che userei proprio questo aggettivo per descrivere tale sistema di aspettative. Il problema è che vengo da un altro mondo, dove un pensiero mal articolato fa di te uno studente poco serio o poco competente. Sono abituata a ponderare le mie osservazioni su quanto studiato per giorni e a smontare senza pietà chi commenta una teoria declinandola sulla propria esperienza, magari facendo ricorso agli assiomi privi fondamento che popolano "la sociologia del popolo".
Non è dunque strano che io viva con profondo disagio alcune caratteristiche dei corsi che sto seguendo. La massima libertà che mi è stata concessa nella scelta dei suddetti ha fatto sì che io sia finita a frequentare un corso di sociologia dell'alimentazione i cui studenti sono per lo più profondamente incompetenti, nonché convinti che i frammenti di teorie sociologiche e antropologiche presentati dalla professoressa siano assai illuminanti. Il mio problema è che non sono in grado di rispondere alle sollecitazioni della docente, che assumono la forma di domande che spalancano le menti dei miei colleghi americani, ma che ai miei occhi paiono solo quesiti insensati. Ad esempio, non vedo come potrei rispondere con una sola frase alla domanda: "Qual è la differenza tra i dieci comandamenti e i sette peccati capitali?". Potrei farlo, perché ho assimilato la dottrina cattolica più di chiunque altro frequenti quel corso, ma ritengo stupido e privo di senso cercare di dare una risposta che, per forza di cose, sarebbe banale o parziale, o entrambe le cose. Mi sentirei ridicola. Inoltre saprei di aver presentato un argomento del quale posso considerarmi osservatrice privilegiata in una forma così mutilata da risultare falsa.
Sto poi seguendo altri due corsi che richiedono l'attiva partecipazione degli studenti. Entrambi sono molto validi e stimolanti.
Il primo è un incrocio tra un corso normale e un seminario. Il docente è un sociologo e il tema che stiamo trattando è la maschilità e tutto ciò che ci ruota attorno. A lezione siamo in quaranta, quindi è abbastanza difficile intervenire. Nel mio caso è pressoché impossibile. I miei colleghi americani si sentono in diritto di aprire bocca se hanno letto i testi per casa. Nel mio caso, più leggo e assimilo, più trovo difficile alzare la mano per dire qualcosa. Tendo a vedere ogni domanda come un oggetto complesso e ogni risposta come fonte di estrema problematicità. Gli esercizi che il professore prepara per stimolare la discussione, che in genere consistono nel tentare di trovare soluzioni concrete a problemi astratti, ma dotati di conseguenze reali (es. assumendo che la dicotomia dei ruoli di genere influisca su diseguaglianze sistematiche che possiamo osservare nel mondo del lavoro o dove vi pare, che politiche potremmo implementare per modificare le categorie o i contenuti delle categorie di genere cui l'uomo comune fa riferimento e che, come sappiamo, sono costriuti socialmente?), mi lasciano letteralmente senza parole. I miei colleghi parlano a ruota libera. Io sto zitta e inorridisco di fronte alla parzialità e, spesso, alla scarsa lungimiranza delle loro risposte.
Ciò non significa che queste discussioni siano esecrabili. Il punto è che io mi sento a disagio, perché tendo a vedere enorme complessità ovunque posi lo sguardo. I miei colleghi tendono a spiegare tutto dispiegando nessi causali, mentre io mi perdo nella lunga durata del mutamento sociale.
Da un paio di settimane a questa parte, il mio ruolo a lezione si è fatto ancor più problematico, perché il professore sa che il mio cervello è attivo, anche se il mio corpo suggerirebbe il contrario. Tale consapezza deriva dal fatto che, come prima cosa, sono stata a ricevimento per porre un enorme quesito metodologico che mi tormentava e, in secondo luogo, gli ho inviato una mail con una riflessione su un argomento che era stato discusso a lezione, come spesso si usa fare qui. A seguito del mio ponderato manifestarmi, egli ha aperto le lezioni successive facendo riferimento alle mie osservazioni, dandomi non poca soddisfazione, ma anche gettandomi nel panico.
Durante l'esercizio interattivo di questa mattina ho provato lo stesso disagio che mi accompagnava giorno dopo giorno ai tempi delle elementari. Le risposte dei miei colleghi, se considerate nel loro complesso e non come elementi separati, disegnavano sistemi sociali alternativi molto simili agli scenari distopici di "1984". Io pensavo a ciò che Goffman ha scritto a proposito dei manicomi e delle strategie che gli internati mettono in atto per resistere al processo che li trasforma in non-persone. Ho provato a calare ciò che sono stata - perché era di bambini e di scuole che si stava parlando - nelle proposte "concrete" che ho ascoltato. Nel farlo mi sono sentita malissimo, perché ho sempre vissuto molto male le situazioni in cui venivo forzata a parlare o costretta alla socialità. Non è stato sotto simili costrizioni che ho cominciato ad alzare la voce o ad intervenire in classe, vale a dire ad essere "una persona normale". É stato scoprendo lo spazio-tempo della scrittura, nel quale ho individuato la mia forza.
Mentre ascoltavo gli altri, la mia esperienza, o meglio, la sensazione di disagio che mi sentivo addosso, mi ha portata all'isolamento. In parte so che si tratta di un problema di divergenze culturali, perché in Italia nessuno si sarebbe mai sognato di dire alcune delle cose che ho sentito questa mattina. Il resto è così complicato da risultarmi quasi oscuro.
L'altro corso pregevole che sto seguendo è pensato per aiutare gli studenti di antropologia ad allenare la loro "immaginazione etnografica". All'inizio pensavo di non essere in grado di seguirlo, perché di antropologia so relativamente poco. Ora affronto le quotidiane difficoltà di questo corso come se fossero doni del cielo. Ero partita sperando di ricavarne degli utili spunti per migliorare lo stile e il contenuto delle mie presenti ed ipotetiche note di campo. Ciò che mi trovo a maneggiare a distanza di qualche settimana è infinitamente più prezioso. Il corso prevede lezioni frontali e sessioni di discussione che vertono su un gran numero di testi. Alcuni sono etnografici, ma non mancano le invasioni nel campo della filosofia, della linguistica e della narrativa. A volte ascolto le letture che la professoressa dà dei testi assegnati o i racconti di ciò che la mia assistente di riferimento ha vissuto nelle sue esperienze di lavoro sul campo in Colombia e mi viene quasi da piangere. In quei momenti mi sento come se le mie continue domande sul senso della scrittura e della traduzione (intesa in senso lato), sulla morte come imprescindibile oggetto di riflessione, non fossero solo legittime, ma fondamentali. Le risposte che sto raccogliendo sono in realtà domande ancor più precise e raffinate delle mie. I testi che sto leggendo stanno facendo a pezzi ciò che fino a ieri credevo fosse la buona scrittura, non perché propongano dei modelli, ma perché mi stanno mostrando quanto insensati siano i limiti che mi impongo quando voglio raccontare una storia.
Vorrei avere il tempo per lasciar riposare queste riflessioni e per scrivere di tante altre cose che mi hanno colpita da quando sono qui. È solo comunicando con altri ciò che sento che riesco ad attribuirvi un senso. Sfortunatamente il tempo manca e l'unico motivo per cui ho scritto questo post è separarmi dalle riflessioni di cui sopra, metterle nero su bianco e procedere con ciò che mi aspetta domani. Quindi scusate se sono stata noiosa.