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- Ho cominciato ad aggirarmi per le corsie del supermercato che c'è di fronte al mio palazzo con un'espressione di profondo dolore stampata in faccia. Leggendo le etichette del cibo locale sono giunta alla conclusione che sia quasi tutto tossico per una persona che non sia abituata a mangiare cereali fosforescenti e a bere birra dietetica. Le mie limitate risorse economiche mi spingono a comprare enormi quantità di verdura di stagione e a cucinare un sacco di riso che mi dura per tutta la settimana. Il motivo per cui sono così triste è che mangio tofu a giorni alterni, perché qui costa pochissimo. Solo che il tofu è un alimento che mi ha sempre fatto venire la depressione.

- Ieri ho passato nove ore davanti al portatile a scrivere un paper che devo consegnare martedì. Ci sono stati dei momenti durante i quali ero così frustrata dal fatto di dover finire tutto prima di andare a dormire (in modo da avere una settimana effettiva per prepararmi ad un imminente esame di statistica) che ho cominciato ad imprecare a voce alta. Quando arrivo ad imprecare da sola vuol dire che sono piena d'odio. Quando sono piena d'odio vuol dire le mie ossa sono rigide.

- Martedì ho avuto un principio di meltdown durante il rendez-vous settimanale dedicato alla discussione sugli argomenti trattati nel corso sui testi etnografici. Ero così stanca che ho impiegato circa venti secondi ad articolare una risposta molto insoddisfacente ad una domanda che mi era stata posta sull'argomento del mio ultimo paper, vale a dire una cosa che sapevo. Mi sono sentita così cretina per questo che poi ho scritto una mail all'assistente che gestisce il mio gruppo di discussione per fornire una giustificazione. A quanto pare il mio inquadramento del problema "Non riesco a esprimermi anche se avrei qualcosa da dire" è stato accettato e l'assistente mi ha fatto persino i complimenti perché, a quanto pare, nel mio grande casino mentale ho dato prova di avere un buon spirito di osservazione antropologica e di aver individuato le origini contestuali del mio disagio. Tutto ciò è così ironico che non so se ridere o piangere.

- Il paper che ho finito ieri era per il corso sulle forme della maschilità. Il prof simpatico ci ha dato come argomento il genere come costruzione sociale. Per quanto mi riguarda poteva anche fare a meno di farci un argomento dato che questo è ampio come la Siberia. Ho impiegato due giorni solo per trovare un sottotema che mi permettesse di spiegare cosa si intende per costruzione sociale del genere, citare la letteratura affrontata fin'ora a lezione e non restare troppo sul vago. Alla fine ho deciso di discutere il modo in cui la concezione dicotomica del genere viene messa alla prova e, al contempo, confermata dai bambini. Non ho ancora scelto un titolo, ma di certo il lunghissimo sottotitolo segreto che comunico solo a voi è:
"I was once a boy, 'til I cut my penis off and I grew a hairy skull of stubborn fire. Then I was a girl, 'til I sewed my hole up and I grew a hairy heart of dark desire - I am a little bit sad and I keep listening to "Lycanthropy" by Patrick Wolf, which by the way seems like the right soundtrack for this class. I think it would be correct to state that I chose this topic because Patrick Wolf told me to talk about intersexed children, humiliation and gender-inappropriate clothing. Yep.".

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(foto di girella)


- Sono due settimane che non abbandono Morningside Heights, quindi è sensato che stasera lasci a marcire le sudate carte e faccia dell'altro. Nello specifico, il mio programma prevede un concerto di Zola Jesus. Poi non so cosa farò. Probabilmente verrò colta dalla stanchezza, perché sono giovane e piena di vita.

- La mia tesi sta lentamente virando sui queer studies. Questo significa che dovrò imparare ad usare i pronomi personali neutri in inglese (ze, hir, hirs?).

Infine, ringrazio gli amati lettori che mi hanno mandato mail in questi giorni. Un po' per volta risponderò a tutti.

pregevolezza.png

Avrei potuto scegliere altre parole, ma ho optato per "pregevolezza" onde costringermi ad apprezzare anche i lati oscuri di questo periodo.

Avevo riposto molte speranze in Central Park. Ero convita che gli alberi situati all'interno di quel rettangolo di terra potessero fornirmi l'appoggio di cui necessito, ora che sono qui, dall'altra parte del mondo.
Ho visto Central Park ricoperto da diversi centimetri di neve. Le uniche macchie di colore erano i cappotti di bambini impegnati in giochi invernali. Le curvatore delle aiuole e i percorsi pedonali sinuosi che ho osservato creavano spazi che ricordavano piccoli quadri fiamminghi semoventi.
Domenica ho percorso circa sette chilometri a piedi. Ho attraversato Central Park, perché era necessario che lo facessi. Ho camminato a lungo, cercando di seguire il percorso più contorto. Volevo perdere tempo, o meglio, lasciare che il tempo passasse.
Ora credo di detestare Central Park, appunto perché vi avevo riposto molte speranze. Le mattine del fine settimana sono gli unici giorni in cui posso provare ad abbandonare il mio quartiere e lasciarmi alle spalle per qualche ora l'angoscia persistente che accompagna la mia vita accademica. Non sempre riesco a sacrificare una lettura o una riflessione da articolare prima della nuova settimana di lezioni. Ho già passato un paio di weekend da reclusa, senza mai un momento di quiete.
Central Park non è un parco. I percorsi pedonali sono a senso unico. Sfidare questa regola significa andare contro mano, attirare le ire dei newyorkesi sudati che corrono senza meta. La densità degli alberi è molto bassa rispetto a quanto mi ero immaginata. I nativi sudati, invece, sono ovunque; la loro presenza è ciò che, più di tutto, mi rende Central Park detestabile.

Durante la settimana di orientamento mi sono state comunicate molte informazioni sulle aspettative dei docenti della Columbia e, più in generale, sul tipo di comportamento che sarebbe opportuno tenessi con i nativi. Queste informazioni sono date per scontate da chiunque sia cresciuto in questa cultura, mentre la referente delle visiting students presso il Barnard College ha ritenuto opportuno istruirci con delle "regole" esplicite che ci aiutassero ad integrarci velocemente.
Alcune di esse sono la negazione del mio modo di stare al mondo e di frequentare l'università. Per un po' ho cercato di non pensarci e di sfruttare l'occasione per mettermi alla prova.
Ho cominciato scrivendo in modo completamente diverso da ciò che, per buona parte della mia vita scolastica e accademica, ho identificato come il modo corretto di scrivere un saggio. É stato molto difficile piegare i miei schemi mentali, onde presentare un lavoro che soddisfasse le aspettative di chi l'avrebbe letto e valutato.
Mi è stato poi fatto presente in diversi momenti e varie forme che è fondamentale che io intervenga a lezione e partecipi alle discussioni. Ho abbandonato due seminari che mi parevano interessanti perché durante il primo incontro ho sentito un'intollerabile pressione su di me, perché non aprivo bocca. Qui la regola è che gli studenti devono "pensare a voce alta", a costo di esporre un'osservazione poco calzante o un'ipotesi totalmente insensata. L'incompletezza e l'imprecisione sono incoraggiate e non stigmatizzate, perché fanno parte del processo che conduce all'elaborazione di pensieri nuovi e vivaci. Gli studenti sono spinti ad esporre i loro punti di vista su ciò che si tratta a lezione.
Sulla carta sembra qualcosa di meraviglioso. Se fossi un'altra persona è probabile che userei proprio questo aggettivo per descrivere tale sistema di aspettative. Il problema è che vengo da un altro mondo, dove un pensiero mal articolato fa di te uno studente poco serio o poco competente. Sono abituata a ponderare le mie osservazioni su quanto studiato per giorni e a smontare senza pietà chi commenta una teoria declinandola sulla propria esperienza, magari facendo ricorso agli assiomi privi fondamento che popolano "la sociologia del popolo".
Non è dunque strano che io viva con profondo disagio alcune caratteristiche dei corsi che sto seguendo. La massima libertà che mi è stata concessa nella scelta dei suddetti ha fatto sì che io sia finita a frequentare un corso di sociologia dell'alimentazione i cui studenti sono per lo più profondamente incompetenti, nonché convinti che i frammenti di teorie sociologiche e antropologiche presentati dalla professoressa siano assai illuminanti. Il mio problema è che non sono in grado di rispondere alle sollecitazioni della docente, che assumono la forma di domande che spalancano le menti dei miei colleghi americani, ma che ai miei occhi paiono solo quesiti insensati. Ad esempio, non vedo come potrei rispondere con una sola frase alla domanda: "Qual è la differenza tra i dieci comandamenti e i sette peccati capitali?". Potrei farlo, perché ho assimilato la dottrina cattolica più di chiunque altro frequenti quel corso, ma ritengo stupido e privo di senso cercare di dare una risposta che, per forza di cose, sarebbe banale o parziale, o entrambe le cose. Mi sentirei ridicola. Inoltre saprei di aver presentato un argomento del quale posso considerarmi osservatrice privilegiata in una forma così mutilata da risultare falsa.

Sto poi seguendo altri due corsi che richiedono l'attiva partecipazione degli studenti. Entrambi sono molto validi e stimolanti.
Il primo è un incrocio tra un corso normale e un seminario. Il docente è un sociologo e il tema che stiamo trattando è la maschilità e tutto ciò che ci ruota attorno. A lezione siamo in quaranta, quindi è abbastanza difficile intervenire. Nel mio caso è pressoché impossibile. I miei colleghi americani si sentono in diritto di aprire bocca se hanno letto i testi per casa. Nel mio caso, più leggo e assimilo, più trovo difficile alzare la mano per dire qualcosa. Tendo a vedere ogni domanda come un oggetto complesso e ogni risposta come fonte di estrema problematicità. Gli esercizi che il professore prepara per stimolare la discussione, che in genere consistono nel tentare di trovare soluzioni concrete a problemi astratti, ma dotati di conseguenze reali (es. assumendo che la dicotomia dei ruoli di genere influisca su diseguaglianze sistematiche che possiamo osservare nel mondo del lavoro o dove vi pare, che politiche potremmo implementare per modificare le categorie o i contenuti delle categorie di genere cui l'uomo comune fa riferimento e che, come sappiamo, sono costriuti socialmente?), mi lasciano letteralmente senza parole. I miei colleghi parlano a ruota libera. Io sto zitta e inorridisco di fronte alla parzialità e, spesso, alla scarsa lungimiranza delle loro risposte.
Ciò non significa che queste discussioni siano esecrabili. Il punto è che io mi sento a disagio, perché tendo a vedere enorme complessità ovunque posi lo sguardo. I miei colleghi tendono a spiegare tutto dispiegando nessi causali, mentre io mi perdo nella lunga durata del mutamento sociale.
Da un paio di settimane a questa parte, il mio ruolo a lezione si è fatto ancor più problematico, perché il professore sa che il mio cervello è attivo, anche se il mio corpo suggerirebbe il contrario. Tale consapezza deriva dal fatto che, come prima cosa, sono stata a ricevimento per porre un enorme quesito metodologico che mi tormentava e, in secondo luogo, gli ho inviato una mail con una riflessione su un argomento che era stato discusso a lezione, come spesso si usa fare qui. A seguito del mio ponderato manifestarmi, egli ha aperto le lezioni successive facendo riferimento alle mie osservazioni, dandomi non poca soddisfazione, ma anche gettandomi nel panico.
Durante l'esercizio interattivo di questa mattina ho provato lo stesso disagio che mi accompagnava giorno dopo giorno ai tempi delle elementari. Le risposte dei miei colleghi, se considerate nel loro complesso e non come elementi separati, disegnavano sistemi sociali alternativi molto simili agli scenari distopici di "1984". Io pensavo a ciò che Goffman ha scritto a proposito dei manicomi e delle strategie che gli internati mettono in atto per resistere al processo che li trasforma in non-persone. Ho provato a calare ciò che sono stata - perché era di bambini e di scuole che si stava parlando - nelle proposte "concrete" che ho ascoltato. Nel farlo mi sono sentita malissimo, perché ho sempre vissuto molto male le situazioni in cui venivo forzata a parlare o costretta alla socialità. Non è stato sotto simili costrizioni che ho cominciato ad alzare la voce o ad intervenire in classe, vale a dire ad essere "una persona normale". É stato scoprendo lo spazio-tempo della scrittura, nel quale ho individuato la mia forza.
Mentre ascoltavo gli altri, la mia esperienza, o meglio, la sensazione di disagio che mi sentivo addosso, mi ha portata all'isolamento. In parte so che si tratta di un problema di divergenze culturali, perché in Italia nessuno si sarebbe mai sognato di dire alcune delle cose che ho sentito questa mattina. Il resto è così complicato da risultarmi quasi oscuro.

L'altro corso pregevole che sto seguendo è pensato per aiutare gli studenti di antropologia ad allenare la loro "immaginazione etnografica". All'inizio pensavo di non essere in grado di seguirlo, perché di antropologia so relativamente poco. Ora affronto le quotidiane difficoltà di questo corso come se fossero doni del cielo. Ero partita sperando di ricavarne degli utili spunti per migliorare lo stile e il contenuto delle mie presenti ed ipotetiche note di campo. Ciò che mi trovo a maneggiare a distanza di qualche settimana è infinitamente più prezioso. Il corso prevede lezioni frontali e sessioni di discussione che vertono su un gran numero di testi. Alcuni sono etnografici, ma non mancano le invasioni nel campo della filosofia, della linguistica e della narrativa. A volte ascolto le letture che la professoressa dà dei testi assegnati o i racconti di ciò che la mia assistente di riferimento ha vissuto nelle sue esperienze di lavoro sul campo in Colombia e mi viene quasi da piangere. In quei momenti mi sento come se le mie continue domande sul senso della scrittura e della traduzione (intesa in senso lato), sulla morte come imprescindibile oggetto di riflessione, non fossero solo legittime, ma fondamentali. Le risposte che sto raccogliendo sono in realtà domande ancor più precise e raffinate delle mie. I testi che sto leggendo stanno facendo a pezzi ciò che fino a ieri credevo fosse la buona scrittura, non perché propongano dei modelli, ma perché mi stanno mostrando quanto insensati siano i limiti che mi impongo quando voglio raccontare una storia.

Vorrei avere il tempo per lasciar riposare queste riflessioni e per scrivere di tante altre cose che mi hanno colpita da quando sono qui. È solo comunicando con altri ciò che sento che riesco ad attribuirvi un senso. Sfortunatamente il tempo manca e l'unico motivo per cui ho scritto questo post è separarmi dalle riflessioni di cui sopra, metterle nero su bianco e procedere con ciò che mi aspetta domani. Quindi scusate se sono stata noiosa.

- Quando ho fatto notare alle mie interlocutrici native che gli americani mi sembrano cordiali in modo quasi imbarazzante tutte mi hanno risposto dicendo: "sì, è una facciata". Grande onestà, dunque.
- Il caffé che gli studenti della Columbia considerano più buono è quello che a me fa più schifo. Finora il più accettabile che ho testato è quello della mensa interrata del Barnard College, che sul blog dell'università è stato più volte definito imbevibile.
- La mensa interrata del Barnard College si trova in un edificio chiamato Hewitt. Per accedere alla suddetta, però, non si deve deambulare verso Hewitt, bensì prendere il tunnel sotterraneo che parte da Barnard Hall e pregare Dio affinché abbia pietà di te. Io ho impiegato una settimana a trovare l'entrata. Una settimana.
- Barnard e Columbia sorgono su una rete di tunnel, che spesso gli studenti usano per spostarsi da un edificio all'altro quando fuori piove o nevica. Mi è capitato più di una volta di perdermi e di finire in vicoli ciechi pieni di calcinacci. Qui è normale e anche i veterani paiono perdersi, perché i lavori di ristrutturazione sono costanti e implicano frequenti cambiamenti nei percorsi più veloci per spostarsi da un punto "a" ad un punto "b". Un altro aspetto simpatico dei tunnel è che quelli della Columbia portano ancora i segni dell'occupazione del '68.

- Anche alla Columbia esistono i professori incompetenti e sono in tutto e per tutto identici ai professori incompetenti italiani. Non sanno usare i computer, evitano di rispondere alle domande degli studenti cambiando furtivamente argomento, dicono un sacco di cose inutili senza arrivare mai al punto. Questo conferma la mia idea che la Ivy League education non sia qualcosa di totalmente alieno o degno di essere replicato anche da noi. A fare la differenza sono soprattutto le strutture, la possibilità di scelta tra corsi e seminari e il numero di studenti per classe (leggi: cinquantamila dollari di retta all'anno).
- I campus sono pieni di scoiattoli. I newyorkesi ignorano gli scoiattoli o forse li schifano addirittura.
- Ieri stavo conversando su skype in italiano quando nella mia testa mi sono resa conto che la mia intonazione era newyorkese. Non so come sia possibile. L'ho sentito e basta.
- Sto seguendo un seminario noto come "Masculinity: a sociological view", che in un certo senso si sta configurando retroattivamente come il motivo per cui sono finita qui. Su questo conto di fare un post a parte.
- Sto leggendo un sacco di testi antropologici più o meno strutturalisti su spiriti, gente morta, maledizioni e stregoneria.
- Ieri sera la mia coinquilina ha sentito un rumore vicino al nostro scaffale degli utensili da cucina e ha dato per scontato che fosse un topo. Abbiamo dunque portato fuori l'immondizia insieme e il "topo" non si è più fatto sentire. In seguito ella ha definito l'evento come un'occasione per fare del sano "bonding".
- Durante la settimana dell'orientamento mi era stato ripetuto almeno centocinquanta volte che con l'inizio delle lezioni avrei visto gente "running around like crazy". E' bello sapere che queste persone impazzirebbero se fossero prelevate dal loro college e trapiantate, chessò, presso l'Università degli Studi di Padova. A confronto qui mi sembra tutto molto quieto.
- Gli studenti nativi del New Jersey che abitano a Manhattan sembrano vergognarsi del fatto di essere nativi del New Jersey.
- La mia coinquilina ha in dispensa un sugo per la pasta "all'italiana" al gusto vodka.
- Le bottiglie di birra sono diverse dalle nostre, nel senso che un bruto potrebbe aprirle a mani nude, dato che sono avvitate. Ogni volta che provo ad aprirne una con l'apposito utensile mi taglio le dita. Lo stesso vale per il pelapatate che ho comprato da Target, che ha persino una protezione per evitare che l'incauto consumatore si faccia del male. C'è poi il fattore fotocopie: uno dei grandi problemi della mia vita è che mi taglio spessissimo con la carta. Dovendo studiare centinaia di fotocopie a settimana, capita spesso che mi ferisca. Il risultato di tutto ciò è che tornerò in Italia con le mani sfregiate.
- Mi manca lo spritz. A volte mi mancano anche le sigarette e penso che questo sia dovuto al fatto che se volessi fumare non potrei (vedi alla voce: costi elevatissimi e pochissimi spazi dove indugiare nel vizio).
- Domenica sera sono andata al cinema. Tornando a casa in metropolitana ho visto per la prima volta un numero elevato di newyorkesi sorridenti. Il motivo? Due drag queen che cantavano nel nostro vagone.

- Ho scelto definitivamente i corsi.
- La mia coinquilina mi ha definita diverse volte bookworm e ha espresso costernazione quando le ho detto di aver passato due ore nel basement del nostro palazzo a studiare in mezzo alle lavatrici.
- La visita alla sezione "Asia" del Metropolitan.
- Il professore che tiene il seminario sul concetto di maschilità che fa una battuta su degli ipotetici vichinghi mestruati.
- La neve intatta ed accecante di Central Park.
- Un dottorando in religione della Columbia che dichiara di stare lavorando sulle volpi come ponte tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti nello shintoismo.
- Il delirio creativo del Barnard Zine Club (rilegatura in nastro magnetico preso da cassette contenenti musica degli anni '90 di nostro gusto? facciamola!)
- Solo musica italiana (Maria Antonietta, Gazebo Penguins, Fine Before You Came, i Tre Allegri Ragazzi Morti della post-adolescenza), eccetto Jeff Mangum e una canzone dei Motorpsycho.
- La constatazione che le aule dell'ateneo trentino sono più pulite e di quelle della Columbia.
- Ventotto biblioteche in un solo campus (!!!!!!).
- Le violette sono germinate.
- Sentirmi stupidissima durante certi corsi e molto sapiente durante altri.

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(Ciò che si vede dalla finestra della mia stanza)

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(La neve di domenica mattina)

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(Il catalogo della collezione "Asia" del MET. L'imperativo categorico è: tornaci!)

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(I primissimi libri per i corsi e per la tesi. Gli altri sono in arrivo.)

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(birra buona per chiudere le giornate di studio)

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(Le giovani violette)

In certi ambienti dell'Accademia trentina fluttua la convinzione che gli studenti del mio corso di laurea siano dei martiri, dei masochisti o comunque delle persone prone al sacrificio.
Da studentessa del secondo anno, ho accolto i colleghi appena immatricolati pregustando il giorno in cui sarebbero diventati isterici, incazzosi e vagamente insonni come ero io durante lo scorso anno accademico.
Mi sono detta che un anno intero di deadline perpetue e di lavori di gruppo rigettati come immondizia mi avrebbero preparata a tutto.

Stamattina sono andata alla prima lezione di un corso della Columbia che intendo seguire. Da quello che ho capito, si tratta di un corso avanzato del dipartimento di Antropologia. Si chiama The Ethnographic Imagination e il dato per scontato è che gli studenti abbiano già seguito corsi metodologici su questa tecnica. Io non ho mai seguito un corso di etnografia, ma ho fatto etnografia. In un certo senso faccio etnografia sempre, solo che prendo appunti solo di tanto in tanto.
Inoltre non studio antropologia. Ho fatto un esame di antropologia in triennale, il cui ricordo più nitido che conservo è il seguente:
Franz Boas morì tra le braccia di Claude Lévi-Strauss poco dopo aver annunciato la sua recente elaborazione di una nuova teoria sul linguaggio. Teoria che non espose mai, ça va sans dir.

Ecco. Credevo di essere preparata a tutto. Ma ero una povera illusa.
Questo modesto corso, che si articola in due lezioni e un'ora di discussione sui testi alla settimana, prevede la consegna di sei paper.
Nella sezione readings dell'imponente plico contenente le istruzioni per il corso, che mi è stata consegnato prima che cominciasse la lezione, ci sono quattordici libri, svariati articoli perec.jpegscientifici e una lista apparentemente infinita di capitoli pescati da altri volumi. Sono alquanto turbata dal fatto di dover leggere Benjamin, Evans-Pritchard, Malinowski, Geertz, Boas, Lévi-Strauss, Clastres, Barthes, Sartre, Bachtin, Marx e un'altra ventina nomi sconosciuti in una lingua che non è la mia, dato che in genere mi inquietano anche in italiano. Sono ancora più sconvolta dall'idea di avere due giorni (stando alla schedule del corso) per cominciare e finire Tentative d'épuisement d'un lieu parisien di Perec in inglese, perché con Perec ho un rapporto molto difficile, nonostante lo abbia amato fin dal giorno in cui vidi per la prima volta la sua faccia da matto e i suoi capelli nella mia antologia di letteratura francese delle superiori. Tra i quattordici libri che devo leggere c'è davvero un po' di tutto: da Cuore di tenebra a qualche migliaio di pagine contenenti gli studi etnografici più disparati, passando per Jazz di Toni Morrison.
E questo è solo un corso. Ne ho altri tre da seguire, altrimenti niente borsa di studio.

E pensare che il motivo principale per cui sono cui è raccogliere materiale per la tesi, il che significa leggere e catalogare svariate centinaia di fanzine, intervistare gente del settore, entrare a far parte del Barnard Zine Club per studiare le riunioni e fare etnografia e networking durante i due Zine Fest che si terranno a New York tra febbraio e aprile.
A proposito di fanzine: oggi ne ho lette un po' e ho cominciato a catalogarle in uno splendido documento Excel.
Ne ho trovate due di assolutamente spettacolari e nonsense di cui avrò modo di condividere qualche immagine.
La prima si chiama SID. A zine for people who treat their cats better that they treat their lovers e sostanzialmente si tratta di una lunga lettera d'amore che l'autrice ha indirizzato al suo gatto. Immaginerete la mia faccia quando me ne sono resa conto.
La seconda s'intitola Nuns I've Known. A differenza di tutte le altre fanze che ho maneggiato, questa non contiene immagini, ma solo testo. Il titolo riflette moltmangum town hall.jpgo bene il contenuto, perchè in effetti questa fanza contiene solo descrizioni di tutte le suore conosciute dall'autrice durante la sua esperienza da studentessa di istituti cattolici. Anche in questo caso ho apprezzato molto, mettendo per un attimo da parte il mio self di ricercatrice.
Tra le altre cose, mi sono imbattuta in:
- una marea di fanze sul mestruo
- una fanza inglese dal meraviglioso titolo All My Heroes are Virgins
- una fanza dei tardi anni '90 che si accompagnava ad un nastrone dall'aspetto interessantissimo.
E ho appena cominciato! Chissà che perle spunteranno dagli archivi della Barnard Library...

La domanda che mi pongo a questo punto è: "Arriverò a giugno senza farmi venire un esaurimento nervoso?". E soprattutto: "Riuscirò a trovare un modo per seguire l'assurdo corso del dipartimento di Religione del Barnard chiamato Ghosts and Kami?"
Al momento non lo so, però in compenso venerdì sera me ne vado a Brooklyn ad un concerto di Jeff Mangum dei Neutral Milk Hotel, che per me è più o meno l'equivalente di passare una settimana al cospetto di Dio. (Argh! Blasfemia!)

Mi hanno cacciata dalla biblioteca del college più o meno nell'istante in cui la neve ha invaso l'aria e il giardino del campus.
Sono corsa a casa, dove per casa intendo mezza stanza al dodicesimo piano di un palazzo che funge da college residence e da dimora per civili. La mia coinquilina si è vista poco, finora. Ho passato tre notti qui, di cui due con il pavimento invaso da corpi di sconosciuti. Ciò è spiacevole e spero che passi presto.
Oggi ho dimenticato di pranzare, tanto ero presa dall'astrusità del sistema informatico della mia nuova dimora universitaria. Iscriversi agli esami richiederebbe un esame a parte.
Ho conosciuto un sacco di persone, un sacco di ragazze. Oggi ho parlato con il mio supervisor, che è un sociologo dedito allo studio della società cinese e dei movimenti sociali che la abitano.
Ieri, invece, sono andata nel Bronx per fare qualche acquisto, dato che lì si trova la sede più vicina di Target. Ho preso un pelapatate, un cuscino e un contenitore per cibarie ermetico. In metropolitana ho fatto la conoscenza di una ragazza del mio programma che viene dalla Spagna. Abbiamo parlato di approcci analitici alla pop culture e di scrittura. Mi sono sentita nel mio elemento per qualche minuto.
Lunedì è festa nazionale, quindi conto di starmene nella mia tana a studiare e a scrivere. Martedì invece cominciano i corsi. Non appena avrò deciso definitivamente quali seguire proverò a parlarne qui. Al momento so solo che ne seguirò quattro e che, se tutto andrà bene, dovrei dividermi tra il campus del Barnard e quello della Columbia.
Oggi pomeriggio ho anche avuto modo di toccare con mano alcune fanzine della Barnard Zine Library, che fungeranno da supporto per la mia tesi. Ho trovato anche due bellissime fanzine realizzate dalle bibliotecarie. La prima spiega cosa sono le fanzine, che aree tematiche coprono e come trovarle nel sistema bibliotecario della Columbia. La seconda spiega come inserire le fanzine nelle bibliografie di testi accademici. Wow.
Il mio animo demenziofilo apprezza.

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Mi piace sentirmi risucchiata da tele enormi. Non so mai quando e se accadrà. Di tanto in tanto visito un museo, un po' per senso del dovere, un po' per curiosità. Non penso mai alla questione delle tele enormi. Ci faccio caso solo quando l'esperienza si è conclusa e io ho avuto ciò di cui avevo bisogno.
Oggi pomeriggio sono stata risucchiata da due opere del minimalista Robert Ryman, che fanno attualmente parte dell'esposizione Surface, Support, Process: The 1960s Monochrome in the Guggenheim Collection. Le tele esposte si presentano ricoperte da strati difformi di pigmento bianco. Questo tipo di lavorazione mette in evidenza il lavoro materiale svolto dall'artista e la consistenza della superficie, in contrasto con un obiettivo pittorico che ci aspetteremmo dal formato dei quadri. Le opere sono esposte su due pareti ad angolo retto e creano uno spazio all'interno del quale darsi alla contemplazione dell'immensità del bianco e delle sue forme. Non ho provato quiete di fronte allo stagliarsi dei due quadri dal pavimento all'alto soffitto del Guggenheim; piuttosto la piacevole agitazione che sento sul corpo quando aspetto di scrivere qualcosa che mi sta tormentando o quando penso alle profondità dei boschi.

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(Robert Ryman, Surface Veil I)


Al Guggenheim c'era anche All, l'esposizione dedicata a Maurizio Cattelan, di cui tanto si è parlato. Cattelan mi sta abbastanza simpatico e in genere tendo a ridere con lui, piuttosto che farmi beffe della sua opera o incensarlo. Mi ha fatto piacere visionare l'esposizione, che raccoglie buona parte delle sue opere, per lo più prestate da collezionisti privati. Ho riso dentro di me in diverse occasioni, mentre strisciavo lungo la rampa che permette di raggiungere la sommità del Guggenheim, perché apprezzo la blasfemia. Certo, ci sarebbero milioni di parentesi da aprire sul rapporto tra blasfemia e ciò che Cattelan pare rappresentare (vs. il modo in cui racconta sé stesso), ma non ritengo di essere la persona più preparata per farlo. Mi limito a dire che, a distanza di anni, il Papa colpito dal meteorite mi dà ancora molta soddisfazione.

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(lo scheletro di gatto gigante)

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(la bara di JFK)

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(la stella cometa delle Brigate Rosse)

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(parte dell'allestimento)

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