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Le settimane passano e io sono sempre qui, ricoperta dalla polvere. I buchi nei muri sono stati tappati, le porte rimangono in garage insieme a buona parte dei miei averi e voci ufficiose dicono che il casino non se ne andrà prima di settembre. Questo significa che il casino ed io ce ne andremo insieme. Egli troverà una nuova famiglia amante della ristrutturazione disposta ad ospitarlo, mentre la sottoscritta occuperà un letto e mezza stanza nell'ultima città in cui avrei mai pensato di finire.
Da ciò che ho potuto osservare, Trento ha molti pregi e altrettanti difetti. In primis, pare che non ci siano né locali di mio gusto né pratiche orientate alla devastazione analoghe a quelle diffuse in altre città universitarie che ho avuto modo di conoscere. Ci sono però un sacco di spazi dove è possibile darsi allo studio fino all'implosione, nonché una palestra interrata dentro alla Facoltà di Sociologia. Non sto scherzando. Dentro alla Facoltà di Sociologia.

Pare che alla fine mi iscriverò alla specialistica chiamata Ricerca Sociale. Il bello di questo corso è contiene la parola "ricerca" nel nome. Inoltre, a giudicare da ciò che mi hanno riferito da alcuni dei miei futuri compagni di corso, l'anno prossimo perderò la ragione a forza di studiare. Una bella notizia, insomma. La mia speranza è che si ripresenti una situazione analoga a quella patavina, nella quale sembravo una specie di genio, semplicemente perché i miei colleghi erano convinti di essere ancora alle superiori. Temo però che saranno mazzate e non complimenti a calare sul mio capo. Se non altro vivrò circondata da sociologi e potrò dedicarmi ad uno dei miei passatempi preferiti: la dissertazione sociologica priva di fondamento empirico.

Che cos'è la dissertazione sociologica priva di fondamento empirico? Anziché proporvi stupide definizioni non immaginifiche, opterò per un banale esempio. Ricordate ciò che scrivevo ai tempi di Underbreath? Ecco, quello.
Un giorno mi piacerebbe rileggere tutti quei post su cui spesi giorni e giorni di vita, per poi valutarne il valore etnografico. Se si rivelassero sensati, potrei dire di aver fatto un'etnografia della durata di tre anni e mezzo. Ma so di dire cazzate, cari Lettori. All'epoca scrivevo e basta. Ad imbrogliarmi è il ricordo dei grafici che facevo prelevando informazioni sui miei compagni di classe.

Il bello di questo periodo è che non posso girare per casa in mutande, dato che corro sempre il rischio di imbattermi in un elettricista o in un muraro. Non posso neanche scrivere in pace, perché il mio flusso di coscienza è perennemente disturbato da gente che bestemmia e dalle melodie dei trapani che fanno a pezzi i muri. Inoltre tendo a stare quasi tutto il tempo da sola, dato che il Collega è a sua volta costretto alla clausura. Io scrivo il nuovo libro ed egli scrive la sua brillante tesi al cospetto della quale la mia sembra il prodotto di un folle. E difatti credo che in parte lo sia. Senza contare il fatto che William Corsaro pensa che le autoetnografie siano stupide.

Se non altro, la clausura mi ha permesso di riflettere su molti temi e di dedicarmi al consumo di una gran quantità di prodotti culturali. In primo luogo, ho individuato buona parte delle aree sociologiche che credo ignorerò negli anni a venire, anche se una parte di me teme il contagio con lo strutturalismo dominante in quel di Trento. Mi sono inoltre cavata gli occhi guardando un sacco di film e leggendo un discreto numero di libri, più o meno come quando frequentavo la quarta superiore. Solo che all'epoca non c'erano i torrent e io dilapidavo tutti i miei soldi in dischi, dvd e vhs usati. Come voi trentenni.

L'altro giorno sono andata a Padova e in treno ho intravisto questo tizio smaccatamente nerd che stringeva tra le mani un walkman identico a quello che possedevo alle medie. Non so quanti anni avesse. Poteva avere la mia età o essere un po' più vecchio. Ho pensato a quando prendevo l'autobus e ascoltavo la mia cassetta del primo album di John Frusciante e allo scotch che teneva chiuso lo sportello. E ai nastroni che facevo per me stessa e per i pochi esseri umani che mi rivolgevano la parola. Che anni d'oro! Gli anni in cui feci il possibile per assumere le sembianze di un cesso deambulante. Gli anni in cui le suore non avevano ancora colto il mio potenziale distruttivo. Gli anni in cui ascoltavo il primo album di John Frusciante e pensavo: "Quest'uomo era strafatto di eroina mentre stava registrando questa roba".
Alle superiori mi comprai il primo iPod. Lo presi rosa, così per ridere. Ci feci incidere una citazione deviata da "Bigmouth Strikes Again" degli Smiths, anticipando di poco il vecchio Moz. Nel frattempo le suore bocciarono tutte le mie proposte per il "cineforum" della scuola, optando infine per due pellicole molto stimolanti: "Patch Adams" e "L'ultimo samurai". Erano passati anni dal periodo in cui pensavo: "John Frusciante era strafatto di eroina mentre registrava questa roba", eppure le suore sostenevano che fossi troppo giovane e pura per vedere un film traumatico come "I am Sam".

I risultati di questa politica culturale sono assai evidenti sulla gente che ha frequentato la mia scuola. Oltre alla miriade di persone che si sono iscritte all'università per poi fallire di lì a pochi mesi, temo che molti dei miei ex compagni non abbiano mai avuto l'opportunità di vedere uno o due film decenti durante quello che i vecchi chiamano "il periodo più bello della nostra vita". Ora, non sto dicendo che la scuola debba formare i ragazzi, anziché limitarsi ad educarli in senso stretto, però a volte sarebbe bello poter avere fede nella Provvidenza Manzoniana. Sapere che anche i miei ex compagni più malvagi covano nel cuore qualche frammento di un lungometraggio dotato di un'anima.
Invece no; "I am Sam" è un film troppo avanguardista, troppo crudo per un pubblico giovane. Meglio propinare a tutti per la cinquantesima volta "Patch Adams". Non sia mai che qualcuno si faccia delle cattive idee. Inoltre lo stesso "Patch Adams" costituisce un rischio. Come dimenticare la scena pornografica in cui la porta dell'ospedale dei bambini è trasformata in una gigantesca vagina?

Dico tutto ciò perché le mie letture mi portano a rivangare quel periodo quasi quotidianamente. Ripenso al mio status di sfigata. Al prete delle due ore settimanali di religione, con i suoi articoli antiabortisti dell'Avvenire. E i suoi discorsi tutti fru fru e gne gne sul fatto che i gay non sono necessariamente persone cattive, ma che è il caso che non si facciano vedere in giro. Al prof di educazione fisica che scrutava le mie spillette dicendo: "Non saranno mica simboli politici, vero?", continuando poi i suoi discorsi sul fatto che, dal suo punto di vista, era sbagliato adottare bambini stranieri o con problemi di salute. Mi nutro di prodotti culturali per adolescenti o che hanno per protagonisti degli adolescenti, ponendomi un'infinità di domande sulla piega che avrei preso se mi fossero capitati tra le mani anni fa e non ora. Penso in particolar modo ai romanzi di Blake Nelson che, per la cronaca, è l'autore del libro da cui è stato tratto il film "Paranoid Park". In Italia è da poco uscito il suo ultimo romanzo, che s'intitola "Destroy All Cars". Credo che il resto della sua opera non sia ancora stata tradotta e mi riferisco soprattutto a "Girl", uno dei suoi primi libri.

"Girl" è il libro che avrei usato per prendere a mazzate i miei detrattori sette o otto anni fa, se molte cose fossero state un po' diverse. Solo che ho dovuto fare a meno di quel tipo di supporto morale, motivo per cui ora passo i pomeriggi romanzando un istituto cattolico.

La mia casa sta perdendo progressivamente il suo usuale aspetto. Scrivo dalla mia camera, anziché dalla scrivania del salotto. Sono ricoperta da oggetti. I tappetti sono scomparsi. Uno dei due bagni è stato smantellato. I mobili li abbiamo portati in garage Mater ed io.


Mater propone che io mi trasferisca temportaneamente dai miei nonni, che abitano in fondo ad un vicolo cieco su par la riva de Magré.
Ho detto: "Madre, non posso andare dai nonni. Non c'è internet lì".
E lei: "Beh, ma puoi attaccarti al cavo del telefono, no?"
Madre non comprende la mia dipendenza dall'adsl.

Inoltre è importante che io stia qui, a cuocermi a fuoco lento e ad espormi al sole fino all'autocombustione.
Questo sabato, a partire dalle 17, sarò al Festecchio con gli amici guerriglieri, con tanto di banchetto natalizio. Durante il pomeriggio sfideremo l'umidità mortale e i 60°C percepiti pimpando [scusate il termine] un pezzo di aiuola pubblica a Villaggio del Sole. Festeggeremo insieme il tripudio di girasoli che la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi ha infilato nelle aiuole della malvagia Banca Popolare di Vicenza e che in questi giorni stanno allietando i bancari e gli assicuratori che lavorano in zona con il loro splendore.



Successivamente diverrò Teenage e Baldra diverrà Lobotomy, anche se stavolta useremo il mio computer e non le usuali scatole da scarpe per il dj set. Tra un concerto e l'altro mettermo musica estiva e danzereccia. Infine, dopo l'esibizione degli I Melt la dancefloor sarà nostra.
Compilation in dono a chi ci farà le richieste più sceme.

dicono i miei incubi.

In condizioni normali questo caldo è più che sufficiente per farmi passare la voglia di uscire di casa e fare le cose che le persone vive fanno d'estate.
Conseguentemente potrei passare i mesi più torridi dell'anno come una suora di clausura in mutande. Magari riuscirei anche a scrivere un po' più di una o due pagine al giorno. Il problema è che, in questo periodo dell'anno, la mia dimora si popola di sciami di zanzare. Il giardino si trasforma poco per volta in una selva, perché la sola idea di uscire con guanti da lavoro e pigiama infinitesimale di American Apparel mi terrorizza. L'anno scorso annaffiavo le mie creature vegetali indossando pantaloni deformi che credo risalgano ai tempi in cui Mater era gravida, una felpa, guanti, calzini di spugna invernali e sciarpa piena di buchi ereditata da mio nonno. E rientravo comunque in casa piena di punture.
Quest'anno al problema zanzare si è sommato il fanatismo parentale per la ristrutturazione, che io in genere chiamo Crisi di Mezza Età. Da qualche anno a questa parte, ogni tot di mesi Mater e Pater decidono che è giunta l'ora di fare un po' di casino. Tutto ciò avviene senza che la sottoscritta abbia voce in capitolo. L'anno scorso sono tornata da Amsterdam e ho trovato i muri della mia camera di un colore nuovo. La ritinteggiatura in sé non sarebbe stata un problema grave, se solo non fossero comparse macchie di vernice su svariati oggetti di mia proprietà, come il giradischi, la mia copia di Sebadoh III (che Pater ha poi tentato invano di lavare quando ho avuto un mezzo attacco isterico) e il tappeto trash finto Picasso.
Ora che ci penso gli eventi dell'anno scorso mi paiono quasi insignificanti rispetto a ciò che sta accadendo da un paio di settimane presso casa Ferrari. Mater e Pater hanno deciso che il periodo estivo doveva necessariamente essere sfruttato per portare a termine le ristrutturazioni di cui avevano parlato per mesi, accompagnati dal mio scherno e da insulti di varia natura.
Prossimamente la mia dimora sarà invasa da omini malvagi che Pater ha pagato per rifare i pavimenti e mettere dell'isolante nei muri. Questo significa che non avrò più il mio amato pavimento di marmo pieno di crepe, sulle cui superfici mi sono gelata i piedi centinaia di volte. Al di là dei problemi connessi ai lavori effettivi, come il fatto che probabilmente dovrò accamparmi per una settimana nel giardino di Baldra, ciò che mi turba di più è la fase di preparazione. Giorno dopo giorno vedo sparire mobili e le stanze si svuotano. Mater mi costringe a caricare la macchina con sacchi pieni di vestiti e ciarpame vario, negandomi al contempo informazioni certe su ciò che accadrà alla mia tana. Sono terrorizzata. Tutti i libri stanno finendo in soffitta, dove probabilmente qualche creatura schifosa li farà a pezzi, lasciandomi priva del mio complemento d'arredo cotona ego. Qualche minuto fa ho dovuto scegliere tre paia di scarpe con cui sopravvivere fino a quando tutto sarà tornato come prima, il ché include la mia dipartita di una settimana a Oslo per l'Oyafestivalen.
Nonostante ciò riesco comunque a scrivere qualcosa nei pomeriggi di lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e venerdì. Nel fine settimana mi dispero o cerco ispirazione spiando i gggiovani. Penso che questo significhi che mi sono adattata al mio status temporaneo di inoccupata.

Se volete nei prossimi giorni posso pubblicare delle foto non artistiche dello smantellamento della mia dimora e degli evidenti danni fisici che questa fase transitoria sta provocando al mio corpo.
Ditemi voi.

[Questo post non è stato rimaneggiato, motivo per cui potrebbe apparire incoerente e scritto con i piedi]

Ieri mattina mi sono svegliata alle 5.15. Nel mentre ho tirato un pugno al mio telefono, che giaceva sul davanzale. Alle 5.30 ho chiuso la valigia e ho salutato Anita. Poi ho camminato per qualche minuto fino alla fermata della metropolitana.
All'aeroporto ho cominciato a sentirmi male. Era pieno di connazionali molesti. Un tizio indossava una maglietta tessente le lodi di Milano. Volevo fendere la folla, dagli una sberla e chiedere: "Why?".

Come mi era stato anticipato qualche giorno prima della mia partenza, a Berlino sono stata benissimo. Poi, una volta rientrata in terra berica, tutto mi ha fatto ancora più schifo del solito. Suppongo sia normale.
L'aspetto interessante della vicenda è che, a conti fatti, nel giro di cinque giorni e mezzo sono riuscita ad innamorarmi perdutamente di una città che mi suona incomprensibile. Ascoltavo tutte queste conversazioni in tedesco e leggevo trentacinque volte i cartelli stradali prima di riuscire a memorizzare il nome delle vie; pur capendo pochissimo non ero pervasa dall'angoscia che, in circostanze normali, infesta la mia quotidianità berica.
Ogni giorno trovavo qualcosa di nuovo da appuntare nel mio taccuino. Un pomeriggio, dopo aver vagato fino allo sfinimento tra musei e parchi, ho osservato il modo in cui lo schema che include trama e personaggi della "cosa" che sto scrivendo si ampliava poco per volta, fino a diventare due volte tanto ciò che avevo assemblato in due settimane di rimuginare a casa.
Credo di aver amato Berlino per un motivo abbastanza semplice; mi sentivo allineata e coerente con il paesaggio e con le persone. Ogni giorno vagavo da sola per ore facendo quello che mi andava di fare. Camminavo fino a non sentire più i piedi, fotografavo spazi marginali di mio gusto e trovavo di continuo la versione tangibile e smaccatamente reale dei miei sogni più improbabili. Ovunque mi girassi c'erano meravigliose aiuole incolte e rustici viali alberati che odoravano di giardinaggio informale. Pareva che lì tutti comprendessero il senso del prendersi cura di un quadratino di terra pubblica. Ai piedi degli alberi c'erano garofani, echinacee, calendule in procinto di fiorire, salvie, girasoli, gigli, tageti e deliziosi bossi lasciati liberi di crescere. Non c'era traccia del giardiniere dominatore, del fanatico dell'ordine. Alcuni locali erano addirittura decorati con piante di fagioli coltivate in vaso.

Martedì sera Anita ed io abbiamo preso la metropolitana e siamo scese a Kreuzberg, dove ci aspettava la Bongio. Poi siamo andate a ballare. Ogni tanto pensavo: "E' martedì sera e questo locale è pieno di gente". Assaporavo il mio sconcerto. Un'altra sera siamo andate a sentire un concerto che si è rivelato essere molto apprezzabile. Poi abbiamo rivangato quel momento di incredulità collettiva durante una delle ultime feste alla Casetta Lou Fai, quando Anita mise i Dirty Projectors e ovunque ci voltassimo c'era gente che ballava. Quindi abbiamo chiesto un pezzo della band suddetta al dj, che somigliava vagamente a Antony Hegarty. Ma quello era un dj cattivo; anziché ballare l'imballabile abbiamo contemplato l'inesorabile fluire di tamarrate anni ottanta per un periodo di tempo imprecisato. Gli Animal Collective ci avevano fatto credere che il tizio con gli stessi capelli di Antony fosse un collega nello spirito.
Non ricordo bene il resto della serata. So che abbiamo trovato questo barista che sapeva fare lo spritz Aperol ed è stato a quel punto che il continuo mischiare birra ed ingredienti dello spritz mi ha permesso di ignorare i miei errori di grammatica. Poi mi sono trovata in un posto dove il dj metteva musica che suonava vagamente russa e -non saprei dire come- dopo un po' stavo bevendo Fritz Cola e parlando di post-rock con una persona adorabile in mezzo al traffico della gente che entrava ed usciva dai bagni.

Come dicevo sopra, appena tornata a casa mi sono sentita di merda. Ero di nuovo nella terra delle lotte fratricide, dei poseur sputasentenze e delle sagre dove si va a devastarsi mentre un esercito di cover band rivoltanti ti fa sanguinare le orecchie. Ciononostante oggi sono stata colta un flusso creativo imprevisto che mi ha portata a realizzare un collage e a rimpirmi le mani e i vestiti di colla vinilica. Erano quasi cinque anni che non facevo un collage. Spero che questa parvenza di serenità permanga nel mio corpo ancora per un po'. Eppure temo che gli sguardi deprecanti dei miei concittadini possano corrompere questo stato di grazia.
Ai tempi delle superiori investivo molte energie nel trasformare lo scherno altrui in un qualcosa di fortificante. Ora -duole ammetterlo- mi faccio problemi ad uscire con le calze bucate. Qui solo le persone certificate come punk indossano le calze bucate. Anzi, le tizie punk comprano le calze e poi le bucano per assemblare un certo tipo di look. Io ho solo un numero imprecisato di calze bucate in un cassetto. Le ho rotte quasi tutte incastrandomi in qualche spigolo della macchina o della bici. Me le metterei tranquillamente se solo fossi preparata a sopportare con un sorriso stampato in faccia il chiacchiericcio isterico delle beriche della mia coorte.
"Hai visto che ha le calze bucate?"
"Sì, che schifo".
Cito questo esempio perché a Berlino era pieno di gente con calze, magliette e scarpe bucate e mi sembravano tutti molto sereni. Erano persone che non amano buttare via un vestito solo perché ha smesso di essere perfetto come il giorno in cui era stato comprato. Solo che lì evidentemente tutto ciò è considerato normale e non c'è gente ad ogni angolo pronta ad insultarti in ragione di qualche principio non universalmente valido.
Forse il motivo per cui continuo a sentirmi bene, indipendentemente dal luogo in cui mi trovo ora, è l'aver sperimentato di nuovo che la mia incapacità di adattamento alla viltà e allo spudorato materialismo berico non dipende da una mia presunta indole malvagia o asociale.
Tante persone, negli ultimi anni, mi hanno fatto notare che ciò che scrivo e dico potrebbe essere il risultato di una natura snob che rifiuto di accettare con pienezza. Ovviamente quest'affermazione lascia il tempo che trova. A Vicenza chiunque abbia una visione del mondo non totalmente plagiata potrebbe tranquillamente passare per snob. Non occorre uscire per strada e cominciare a parlare André Gide o dell'annesima serie tv che non passerà mai in Italia. Basta fingere di aver letto Marx, saper scaricare i torrent, aver una vaga idea di chi siano gli Strokes ed avere un hobby da cervellone sfigato come scrivere su di un blog. O, in alternativa, si può essere snob in virtù di ciò che si ignora o non si fa. Ad esempio, sono stata più volte finita in questa categoria perché evito sistematicamente alcuni programmi tv, perché sono vegetariana e perché non ho mai ascoltato i Derozer, nonostante la sede della Derotten Records sia a pochi numeri civici di distanza da casa mia.
Anche quando ascoltavo solo grunge la gente mi diceva che facevo l'intellettuale.

Negli ultimi tempi sono finita più volte incastrata in tristi discorsi su cosa sia giusto e sbagliato in termini di emigrazione in terre più felici. Non so mai cosa dire in queste occasioni, perché so che non è bello abbandonare Vicetia al suo destino fognario, anche se al contempo sono pienamente consapevole del fatto che stando qui sono diventata cinica, tendente all'autocommiserazione e probabilmente anche lievemente stronza. Il più delle volte quando esco devo stordirmi solo per riuscire a sopportare il clima da Amici di Maria De Filippi meets Chiesa Cattolica Romana che domina nel luogo dove vado a prendere lo spritz. Sono costantemente pervasa da un desiderio violento e brutale di ballare musica che qui quasi tutti ignorano; conseguentemente odio tutti i dj della città e apprezzo attività ricreative insensate come i silent rave organizzati da gente nata svariati anni dopo di me.
Oggi ho ascoltato un milione di volte il nuovo album di Wavves ad un volume molesto perché l'idea di fruirlo in cuffia mi sembrava l'ennesima trasposizione comportamentale del mio desiderio di non avere scazzi con i vicini di casa e con il mondo intero. Poi ho pensato che King of the Beach ha un'innegabile sensibilità pop e il pop piace ai miei vicini. Baglioni e Morandi sono i preferiti dalla gente che ha chiamato "discarica" il mio giardino.
Questo disco riesce a farmi sentire più o meno come quando ascoltavo quasi solo i Nirvana, anche se un po' meno di merda. In entrambi i casi troviamo un persisente strato di "rumore" che disgusta la gente per bene, canzoni che ti si ancorano in testa per settimane e soprattutto un riflesso emozionale ambiguo e difficile da descrivere a parole, perché composto dall'orgoglio dello sfigato e dal generico autolesionismo che ne deriva, il tutto all'intero di un qualcosa che è così bello e vero e viscerale che alla fine non sai più se sei terribilmente depresso o in estasi. E i testi parlano di quelle situazioni in cui vorremmo essere dei personaggi di un romanzo ed essere in grado di comportarci e di dire cose che poi nella realtà nessuno dice, o al massimo le dice non credendoci.
Ad esempio:
"I'm not like them, but I can pretend" (1994).
"My own friends hate me, but I don't give a shit" (2010).
Nel caso della opening line di Dumb mi vengono in mente centinaia di situazioni agghiaccianti durante le quali ho tentato di mimetizzare la mia alienazione in modo fallimentare. Non sto dicendo che sono speciale o chissà che. Semplicemente tendo ad impazzire se costretta a fare o dire alcune cose. Una volta tentai persino di mettermi alla prova. Per una settimana feci tutto quello che mi proponeva una mia compagna di classe/vicina di casa. Erano cose che in circostanze normali non avrei mai fatto, tra cui farmi una lampada della durata di ben due minuti e andare al Totem. La serata al Totem fu un incubo terribile. Ricordo che fui colta da panico più o meno un secondo dopo essere entrata e alla fine sfruttai un amico fumato per andarmene, dicendo che mi aveva chiesto un passaggio e che non potevo lasciarlo lì a marcire.
Questo per dire che ho tentato su me stessa lo stile di vita del berico medio della mia età e mi ha causato molteplici effetti collaterali. Potrei inoltre aprire una parentesi sul modo in cui mi sono finta cattolica per anni alle superiori, ma preferisco risparmiarvi. Il punto è che lo stesso uso del verbo to pretend ad opera del mio idolo adolescenziale implica un certo grado di menzogna agli altri e il più delle volte anche a sé stessi.
Wavves invece dice: "my own friends hate me, but I don't give a shit". Amo questa frase perché per certi versi parla la stessa lingua di Cobain. È come se in realtà dicesse: "My own friends hate me. Let's pretend that I don't give a shit".
Negli ultimi mesi mi sono svegliata più volte nel cuore della notte e mi sono messa a scrivere esattamente di ciò che queste due frasi riassumono alla perfezione. Pagine e pagine di considerazioni il cui unico scopo è farmi sentire meno di merda.
La mattina vorrei alzarmi dal letto e trovarmi in una versione californiana di Vicetia, in cui non essere lo schifo ambulante e il disagio perenne che incarno qui. Vorrei essere "cool" e parlare con la gente con degli occhiali da sole giganti in faccia ed una birra tra mani incastrando quella frase di Wavves nel mio discorso. Vorrei che ogni sabato fosse come quello della chiusura della Corte, quando ero totalmente ubriaca e ho messo i dischi con Baldra usando solo iTunes e c'era un casino di gente che ha ballato fino alle quattro. E abbiamo messo Wavves, gli Sleigh Bells, i Ladytron, i Wombats, Patrick Wolf, i These New Puritans e altre cose non particolarmente sorprendenti per voi che ne capite qualcosa di musica indie, ma che qui sono avanguardia.
Vorrei non avere sempre voglia di picchiare la gente.
Vorrei che ai miei rari momenti d'ira non seguissero frasi come: "Ma perchè l'hai fatto? Adesso non sarete più amici come prima. Dovevi fare finta* che non fosse successo niente", dette da gente che considero intelligente.
Perché noi berici fingiamo di amarci e siamo tutti stronzi.

* dovevi fare finta che [persona a caso] non ti abbia deluso tremendamente facendoti stare malissimo per giorni e giorni.

Hot Freaks

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Il bello del guerrilla gardening è che, se praticato con passione, ti porta a fare cose totalmente aliene dal tuo agire consuetudinario.

Ecco una breve lista di esperienze anomale della sottoscritta e dei colleghi della Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi:
- raccogliere alberi mezzi morti per strada
- frugare nei bidoni dell'immondizia
- andare alla ricerca di materiali in ricicleria
- lanciare palle di terra in piena notte circondati da prostitute
- decorare un lenzuolo vecchio con vernice per legno, colla vinilica e glitter
- diventare maestri del cutter "a bisturi"
- andare a fare shopping in un negozio di decoupage
- togliersi gli strati di colla vinilica dalle mani
- farsi venire i calli alle mani con una macchina per fare le spillette
- dipingere delle borse fatte a mano fino alla cecità
- infilarsi tra i nidi di ragno della soffitta per raccogliere le decorazioni di natale (in piena estate)
- dare nuovo lustro all'espressione "baracconata"

Venite a trovarci al nostro banchetto natalizio presso Festambiente ed aiutateci a raccogliere i soldini necessari per Bulbami 2010.

Ho passato quasi tutti gli anni delle superiori dalle suore, il ché significa che ho un'idea distorta del normale funzionamento dei rituali scolastici. L'ultimo giorno di scuola della quinta sono rimasta a casa. Non ricordo neanche perché.
So che i miei compagni uscenti si sono presentati in classe in pigiama.

Detta così sembra una cosa molto simpatica e sovversiva, ma vi assicuro che i fautori di questo blitz erano per lo più persone cattive che adesso votano Lega Nord e che all'epoca mi facevano raggelare il sangue nelle vene con i loro discorsi aberranti sul fatto che Dio è un figo e che l'omosessualità è contagiosa.

Quando ero costretta a passare sei ore al giorno entro l'instituto cattolico invidiavo tantissimo i miei amici che frequentavano scuole normali. Loro non dovevano fare la preghiera tutte le mattine alle otto meno dieci, potevano fumare in cortile e non erano perseguitati dalla suora della portineria. Inoltre avevano delle vere assemblee d'istituto, una vera festa della creatività e veri rappresentanti.
Noi dell'istituto cattolico avevamo dei surrogati. La parte più bella di questi surrogati è che durante le feste della creatività c'era sempre il laboratorio dei gessetti colorati.
In quarta superiore ricordo che disegnai una pecora. Poi scoprii che la mia pecora non andava bene, perché bisognava disegnare qualcosa che avesse a che fare con un tema deprimentissimo che era stato assegnato dalle suore. Solo che era troppo tardi per ricominciare, così fui costretta a spiegare davanti a tutta la scuola qual era il senso della mia pecora.

Venerdì sera sono andata in piazza S. Lorenzo perché qualcuno aveva organizzato una specie di protesta pacifica.
Pare che da qualche anno a questa parte, l'ultimo giorno di scuola, gli studenti delle scuole della zona abbiano fatto un gran casino nei pressi della piazza che, tanto per cambiare, ospita una chiesa antica e bla bla bla.
Quindi quest'anno i festeggiamenti sono stati controllati da un po' di gente in divisa.
Questa cosa ha fatto incazzare molte persone, motivo per cui venerdì sera, dopo una riunione del gruppo di guerrilla gardening, mi sono recata con i colleghi giardinieri in piazza S. Lorenzo. C'era gente con taniche da cinque litri piene di vino rosso. Elisa, Baldra ed io abbiamo fatto un salto al Cancelletto e abbiamo comprato una bottiglia da un litro e mezzo piena di spritz troppo carico. In genere questa è una cosa che fanno i fattoni e i minorenni truzzi; nulla a che fare con lo spritz già pronto che sta cercando di commercializzare la Aperol. Un insulto ai veneti, all'esercito austro-ungarico, allo spritz Aperol con una spruzzatina di Cynar e più in generale alla creatività della gente.
Ad ogni modo, so che ad un certo punto ero ubriaca e stavo parlando con Marco e Baldra.
Marco ci fa: "Ma voi mettete musica, no? Perché un sacco di gente mi ha detto che siete bravi"
Immaginerete la mia reazione, soprattutto se consideriamo i due anni di fallimenti dj-istici e la quantità di spritz e vino da bar dei vecchi che avevo in corpo.
Poi è emerso che questo "sacco di gente" si riduce a tre persone e che Marco è un estimatore dei Pavement. Difatti li aveva messi durante un aperitivo alla Corte, cosa che aveva turbato Baldra. Sentire i Pavement a Vicenza è molto strano.
Per questo Baldra ed io li mettiamo sempre per i metallari del Sabotage e poi ci anneghiamo nelle pinte di Guinness fingengo che gli insulti non ci tangano.

Ecco, stasera c'è il nostro dj set mensile al Sabotage. Visto il mio umore odierno, penso che cercherò di mettere gli LCD Soundsystem e i Wombats, anche se il rischio di farmi sfregiare la faccia con un bicchiere rotto è alto.
Sabato, invece, saremo al Lioy 10 dalle otto e mezza. Poi, verso le due, cercheremo di fare un salto alla chiusura della Corte (con pregevole festa steampunk e presentazione di Margaret Killjoy). Se ci sarà ancora qualcuno saremo lieti di sfoderare la nostra musica *indie*.

Da qualche giorno non riesco più a sentire quello che mia nonna mi dice quando le telefono, perché la sua voce è diventata un bisbiglio impercettibile.
Ieri ho deciso che questa mattina sarei andata a trovarla, perché questa situazione si sta facendo intollerabile.

Ho aperto gli occhi dopo aver ascoltato per qualche minuto il fragore della pioggia sulle finestre e il rumore delle auto che sfrecciano sulla strada bagnata.
Mi sono fatta una doccia sperando che l'immersione in un altro elemento mi portasse altrove.
Poi ho tirato fuori la macchina dal garage e sono partita.

Oggi ho impiegato più di un'ora ad arrivare a Crespano, perché c'era molto traffico e lavori di riasfaltatura in giro per la provincia. Ad un certo punto un SUV con i fari spenti mi ha tagliato la strada e io ho maledetto la persona che lo stava guidando.

Ho lasciato la macchina nel parcheggio dell'ospedale. Ho percorso il corridioio che conduce al reparto dove sta mia nonna. Tutte le volte che lo attraverso mi torna alla mente un particolare episodio. Quello è il corridoio delle celle mortuarie, ma il mio ricordo le riguarda solo in parte.
Sono entrata in reparto premendo il bottone rosso che sblocca la porta.
Mia nonna era nella zona tv insieme ad una signora che va a farle compagnia durante la settimana. L'ho svegliata e l'ho salutata.
Poi penso che si sia riaddormentata. Oppure era in un posto a metà strada tra la veglia e il sonno.
L'ho osservata per un quarto d'ora circa. I suoi gesti scattosi e diretti al vuoto, le sue mani serrate e l'espressione sofferente sul suo volto mi hanno svuotata. Ho pensato che poteva morire da un momento all'altro. Tutti pensano che morirà presto, il ché non è un male.
Non sapevo cosa fare, allora le ho accarezzato il braccio sinistro.
Come se fosse un gatto.
Poi mi sono ricordata che mi era già capitato di sentirmi così tremendamente vuota ed impotente, anche se la situazione era diversa.
Ero seduta per terra nel ripostiglio della mia casa e stavo carezzando il fianco ossuto e sporco di un gatto randagio che i miei genitori mi avevano lasciato da accudire mentre loro erano in ferie. Era un bel gatto nero. Aveva la sindrome da immunodeficienza felina. L'ho carezzato finché non ha smesso di respirare. Poi ho scavato una buca in giardino e l'ho seppellito.

Mia nonna non è morta mentre ero lì con lei. E' rimasta sulla sua sedia a rotelle a fare ciò che fa da qualche tempo a questa parte, ovvero aspettare.
La tv era accesa su canale 5. Tutti urlavano e si insultavano e dicevano cose stupide e offensive. Ho immaginato di entrare nello studio in cui stavano registrando la trasmissione e ucciderli tutti con un kalashnikov. Mia nonna ha sempre odiato i programmi di canale 5.

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