Le settimane passano e io sono sempre qui, ricoperta dalla polvere. I buchi nei muri sono stati tappati, le porte rimangono in garage insieme a buona parte dei miei averi e voci ufficiose dicono che il casino non se ne andrà prima di settembre. Questo significa che il casino ed io ce ne andremo insieme. Egli troverà una nuova famiglia amante della ristrutturazione disposta ad ospitarlo, mentre la sottoscritta occuperà un letto e mezza stanza nell'ultima città in cui avrei mai pensato di finire.
Da ciò che ho potuto osservare, Trento ha molti pregi e altrettanti difetti. In primis, pare che non ci siano né locali di mio gusto né pratiche orientate alla devastazione analoghe a quelle diffuse in altre città universitarie che ho avuto modo di conoscere. Ci sono però un sacco di spazi dove è possibile darsi allo studio fino all'implosione, nonché una palestra interrata dentro alla Facoltà di Sociologia. Non sto scherzando. Dentro alla Facoltà di Sociologia.
Pare che alla fine mi iscriverò alla specialistica chiamata Ricerca Sociale. Il bello di questo corso è contiene la parola "ricerca" nel nome. Inoltre, a giudicare da ciò che mi hanno riferito da alcuni dei miei futuri compagni di corso, l'anno prossimo perderò la ragione a forza di studiare. Una bella notizia, insomma. La mia speranza è che si ripresenti una situazione analoga a quella patavina, nella quale sembravo una specie di genio, semplicemente perché i miei colleghi erano convinti di essere ancora alle superiori. Temo però che saranno mazzate e non complimenti a calare sul mio capo. Se non altro vivrò circondata da sociologi e potrò dedicarmi ad uno dei miei passatempi preferiti: la dissertazione sociologica priva di fondamento empirico.
Che cos'è la dissertazione sociologica priva di fondamento empirico? Anziché proporvi stupide definizioni non immaginifiche, opterò per un banale esempio. Ricordate ciò che scrivevo ai tempi di Underbreath? Ecco, quello.
Un giorno mi piacerebbe rileggere tutti quei post su cui spesi giorni e giorni di vita, per poi valutarne il valore etnografico. Se si rivelassero sensati, potrei dire di aver fatto un'etnografia della durata di tre anni e mezzo. Ma so di dire cazzate, cari Lettori. All'epoca scrivevo e basta. Ad imbrogliarmi è il ricordo dei grafici che facevo prelevando informazioni sui miei compagni di classe.
Il bello di questo periodo è che non posso girare per casa in mutande, dato che corro sempre il rischio di imbattermi in un elettricista o in un muraro. Non posso neanche scrivere in pace, perché il mio flusso di coscienza è perennemente disturbato da gente che bestemmia e dalle melodie dei trapani che fanno a pezzi i muri. Inoltre tendo a stare quasi tutto il tempo da sola, dato che il Collega è a sua volta costretto alla clausura. Io scrivo il nuovo libro ed egli scrive la sua brillante tesi al cospetto della quale la mia sembra il prodotto di un folle. E difatti credo che in parte lo sia. Senza contare il fatto che William Corsaro pensa che le autoetnografie siano stupide.
Se non altro, la clausura mi ha permesso di riflettere su molti temi e di dedicarmi al consumo di una gran quantità di prodotti culturali. In primo luogo, ho individuato buona parte delle aree sociologiche che credo ignorerò negli anni a venire, anche se una parte di me teme il contagio con lo strutturalismo dominante in quel di Trento. Mi sono inoltre cavata gli occhi guardando un sacco di film e leggendo un discreto numero di libri, più o meno come quando frequentavo la quarta superiore. Solo che all'epoca non c'erano i torrent e io dilapidavo tutti i miei soldi in dischi, dvd e vhs usati. Come voi trentenni.
L'altro giorno sono andata a Padova e in treno ho intravisto questo tizio smaccatamente nerd che stringeva tra le mani un walkman identico a quello che possedevo alle medie. Non so quanti anni avesse. Poteva avere la mia età o essere un po' più vecchio. Ho pensato a quando prendevo l'autobus e ascoltavo la mia cassetta del primo album di John Frusciante e allo scotch che teneva chiuso lo sportello. E ai nastroni che facevo per me stessa e per i pochi esseri umani che mi rivolgevano la parola. Che anni d'oro! Gli anni in cui feci il possibile per assumere le sembianze di un cesso deambulante. Gli anni in cui le suore non avevano ancora colto il mio potenziale distruttivo. Gli anni in cui ascoltavo il primo album di John Frusciante e pensavo: "Quest'uomo era strafatto di eroina mentre stava registrando questa roba".
Alle superiori mi comprai il primo iPod. Lo presi rosa, così per ridere. Ci feci incidere una citazione deviata da "Bigmouth Strikes Again" degli Smiths, anticipando di poco il vecchio Moz. Nel frattempo le suore bocciarono tutte le mie proposte per il "cineforum" della scuola, optando infine per due pellicole molto stimolanti: "Patch Adams" e "L'ultimo samurai". Erano passati anni dal periodo in cui pensavo: "John Frusciante era strafatto di eroina mentre registrava questa roba", eppure le suore sostenevano che fossi troppo giovane e pura per vedere un film traumatico come "I am Sam".
I risultati di questa politica culturale sono assai evidenti sulla gente che ha frequentato la mia scuola. Oltre alla miriade di persone che si sono iscritte all'università per poi fallire di lì a pochi mesi, temo che molti dei miei ex compagni non abbiano mai avuto l'opportunità di vedere uno o due film decenti durante quello che i vecchi chiamano "il periodo più bello della nostra vita". Ora, non sto dicendo che la scuola debba formare i ragazzi, anziché limitarsi ad educarli in senso stretto, però a volte sarebbe bello poter avere fede nella Provvidenza Manzoniana. Sapere che anche i miei ex compagni più malvagi covano nel cuore qualche frammento di un lungometraggio dotato di un'anima.
Invece no; "I am Sam" è un film troppo avanguardista, troppo crudo per un pubblico giovane. Meglio propinare a tutti per la cinquantesima volta "Patch Adams". Non sia mai che qualcuno si faccia delle cattive idee. Inoltre lo stesso "Patch Adams" costituisce un rischio. Come dimenticare la scena pornografica in cui la porta dell'ospedale dei bambini è trasformata in una gigantesca vagina?
Dico tutto ciò perché le mie letture mi portano a rivangare quel periodo quasi quotidianamente. Ripenso al mio status di sfigata. Al prete delle due ore settimanali di religione, con i suoi articoli antiabortisti dell'Avvenire. E i suoi discorsi tutti fru fru e gne gne sul fatto che i gay non sono necessariamente persone cattive, ma che è il caso che non si facciano vedere in giro. Al prof di educazione fisica che scrutava le mie spillette dicendo: "Non saranno mica simboli politici, vero?", continuando poi i suoi discorsi sul fatto che, dal suo punto di vista, era sbagliato adottare bambini stranieri o con problemi di salute. Mi nutro di prodotti culturali per adolescenti o che hanno per protagonisti degli adolescenti, ponendomi un'infinità di domande sulla piega che avrei preso se mi fossero capitati tra le mani anni fa e non ora. Penso in particolar modo ai romanzi di Blake Nelson che, per la cronaca, è l'autore del libro da cui è stato tratto il film "Paranoid Park". In Italia è da poco uscito il suo ultimo romanzo, che s'intitola "Destroy All Cars". Credo che il resto della sua opera non sia ancora stata tradotta e mi riferisco soprattutto a "Girl", uno dei suoi primi libri.
"Girl" è il libro che avrei usato per prendere a mazzate i miei detrattori sette o otto anni fa, se molte cose fossero state un po' diverse. Solo che ho dovuto fare a meno di quel tipo di supporto morale, motivo per cui ora passo i pomeriggi romanzando un istituto cattolico.



