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Il segreto per attirare l'attenzione della commissione di laurea è: tesi su argomenti assurdi e capitoli denominati in modo ridicolo.

Ringrazio i pochi ma buoni che hanno partecipato al mio passaggio di status (anche chi mi ha mandato gioiosi sms da centinaia di chilometri da qui) e i pregevoli amici che mi hanno fatto bere vino della Coop in cartone prima di mezzogiorno.
Non mi aspettavo una denigrazione pubblica ed è stato simpatico esservi sottoposta.
Una menzione particolare va Mater e a mia nonna, che sono impazzite quando mi sono addentrata in un'aiuola di Piazza Antenore e ho cominciato a zappettare, incurante del pericolo.

Che altro dire del giorno che va concludendosi? Forse che questa mattina sono riuscita nel mio intento di far ridere la commissione (aiutata dal fatto che gli unici due sociologi che la componevano sono indubbiamente degli umoristi) e di prendere il punteggio massimo sulla tesi vestendomi come mi pareva. In barba alle tizie con la minigonna e i tacchi alti che si ripetevano le cose da dire un secondo prima di entrare, come se questo rituale scemo fosse la fine del mondo.

Domani non so cosa farò, anche se prevedo pigiama ad oltranza.

I vivai stanno diventando di plastica. Lo avete notato?
A Vicenza ce n'è uno che vende addirittura i tappeti erbosi sintetici e poi li piazza nelle rotatorie commissionate dal Comune.
E' l'idiozia da mall statunitense che si fonde con lo spirito masochista e gradasso del berico leghista.
Per mesi siamo passanti accanto a quella rotatoria dicendo: "Mai dai! Non possono essere stati così idioti da mettere l'erba finta." Poi un giorno siamo scesi dalle bici, incuranti del rischio di farci ammazzare dal SUV di turno, e abbiamo toccato con mano lo schifo.
Io sogno un'amministrazione comunale che dica no a queste perversioni e che la smetta di proporci manifestazioni e rassegne culturali che sono soporifere già dal nome. O addirittura controproducenti, come l'ilare "Vie di fuga".
Sogno anche dei vivai a misura d'uomo, ma soprattutto di pianta, come quelli che a volte si trovano fotografati nei libri di giardinaggio biologico anglofoni.

A volte mi domando da dove sia spuntata questa mia brama botanica, quest'irrefrenabile desiderio di ampliare la mia collezione di piante. Fino a non molti mesi fa, quand'ero giù di morale, mi concedevo qualche nuovo capo d'abbigliamento. Oggi prediligo creature viventi, anche se non disprezzo la nuova collezione ecologica di H&M.

Come ho già scritto altre volte, in questo periodo non posso dire di essere una buona ascoltatrice delle ultime novità musicali. Macino tutto con una lentezza che ricorda i tempi in cui compravo i cd senza prima averli scaricati.
Sono diventata pigra. Ho gli stessi dischi masterizzati in macchina da una vita.
Che ne è stato del mio fanatismo per i negozi di dischi? Quello che frequentavo anni fa ha smesso di esaltarmi. Di rado riesco a trovare qualcosa di audace. D'altronde è ciò che il berico vuole: la Pausini, Vasco e Tiziano Ferro. I più raffinati optano invece per Peter Gabriel. Eppure io voglio bene a quel negozio, che nel frattempo ha anche cambiato sede. Sfoglio i dischi sapendo che il problema è mio. Gli avventori più giovani, nei quali un po' mi rivedo, comprano una copia di "OK computer" e sono più che soddisfatti.
Oppure transito verso piazzale Mutilato e mi dirigo presso il negozio di dischi che un tempo mi incuteva timore. Faccio due chiacchiere con il proprietario, a volte gli ordino qualcosa, controllo che i vinili siano sempre gli stessi. Una volta comprai un 7" degli Arcade Fire su vinile trasparente, che era rimasto lì a fare la polvere per quasi un anno. In quel momento ricordo di essermi sentita molto sola. Com'era possibile che un oggetto così appetibile fosse rimasto invenduto per tutti quei mesi?

A volte penso che sia Vicenza a spingermi all'apatia musicale. Basta cambiare città per qualche ora ed ecco che la brama ritorna.
Qui non faccio altro che scavare nicchie, perché le cosiddette "scene", che scene poi non sono, mi lasciano per lo più indifferente. Il fatto stesso che certi concittadini usino questo termine per definire quel poco che accade in terra berica mi fa venire voglia di prenderli a sberle. Se appartenere ad una "scena" qui significa mettersi le braghe corte mentre fuori gela, porre i vestiti prima della musica, allora preferisco coltivare la mia apatia altrove.
Ovunque mi giri c'è un susseguirsi ininterrotto ed uniforme di hardcore di pessimo livello, cover band seguitissime, rap normalizzato, serate dark (che sono il meno peggio) e cose aventi a che fare con il reggae.
Continuo a stupirmi che ci sia gente che ascolta sempre le solite cose, sempre i soliti generi, magari snobbando chi propone una serata un po' diversa, una volta tanto.
So che dovrei smetterla, ma mi dà fastidio il fatto che al mio sforzo di ascoltare musica che non mi dice niente non corrispondano spiragli nei gusti o per lo meno nelle abitudini altrui. Dico questo perché ho visto fin troppi concerti oi e il mio cuore si è indurito.

Poi c'è il fatto che molte tra le persone di cui sto parlando non hanno la minima idea di cosa mi piaccia ascoltare concretamente. Conservo con gelosia il ricordo di un gran numero di episodi che testimoniano queste falle, alcune comiche, altre dolorose.
Dico dolorose perché per me la musica non è solo un qualcosa da millantare, qualcosa di statico e certo, come dire: "Ascolto HC". Perché il più delle volte lo vedo già dai tuoi vestiti che ascolti HC; e dalle bestemmie che svolazzano fuori dalla tua bocca.
Così capita che io stia ascoltando quel disco che avevo lasciato a far polvere per un anno, perché mentre era sul piatto avevo ricevuto la notizia che mio nonno era morto. Il fatto stesso che possegga quel disco su vinile dovrebbe essere un indizio, dovrebbe suggerire a te, vile monolita, l'importanza che quei suoni hanno per me. Eppure tu non esiti un secondo e mi fai notare che, dall'alto della tua conoscenza non enciclopedica, quei suoni sono merda e che non ci vuole niente per scrivere della musica del genere.
Per la cronaca, l'artista in questione era Colleen.

Così sabato sera, dopo aver adorato la perfomance di Sleeping States al Centro Stabile di Cultura, ho detto a Baldra che quello sarebbe stato il concerto ideale da portare come esempio ai miei conoscenti di granito. Come a dire: "non siete mai venuti ai concerti che proponevo io. Sleeping States al CSC potrebbe essere la summa di ciò che amo vedere dal vivo in terra berica." A dir la verità non avrei mai pensato di poter contemplare le terga di Markland Starkie senza dover uscire dal territorio della provincia di Vicenza.
Ma i casi della vita sono imprevedibili.
Quando vado al CSC bevo quasi sempre la cedrata e penso che è bello che esista un posto del genere nell'alto vicentino, tra i capannoni e le frazioni dove hanno vissuto i miei antenati del ramo materno. E' bello anche il fatto che Sleeping States abbia fatto un tour con i Githead, band di scarso interesse derivata dai Wire. A Vicenza c'è un sacco di gente che ama questo genere di cose; il popolo delle serate dark. Le carcasse della new wave attirano molto pubblico. Così a vedere l'apertura di Sleeping States per i Githead c'erano un po' di persone, quasi tutte sulla quarantina e vestite di nero.
Io non so se Markland Starkie sia un appassionato di giardinaggio, però sicuramente ne sa qualcosa di paesaggi e spazio. Basta scorrere la track list e i titoli dei suoi album per rendersene conto (Gardens in the South, There the Open Spaces, Breathing Space, The Cartographer).
Con il tempo ho scoperto di non essere brava a scrivere di musica. Riesco solo a vedere me stessa nelle composizioni altrui. Faccio una fatica incredibile a trovare le parole giuste per descrivere i generi musicali lambiti dai dischi che mi piacciono.
Ecco. Sleeping States mi piace perché è composito; ascoltandolo si capisce che c'è un brulicare caotico di cose apparentemente inconciliabili dietro ad ogni canzone.
Tempo fa, quando recensii uno dei suoi dischi, lessi che si era formato nella musica elettronica e che poi aveva deviato verso la quiete lo-fi che troviamo oggi nelle composizioni. Sulla sua pagina di MySpace, c'è una lista delle sue influenze, tra cui compaiono Robbie Basho, il lavoro a maglia, le stagioni, "Our Band Could Be Your Life", David Grubbs, Burt Bacharach e molte altre cose interessanti.
Insomma, io voglio bene a Markland Starkie e penso che, se il vostro cuore non è stato corroso dalla musica cattiva, potrebbe piacere anche a voi.



Magari cercando tra le varietà antiche ne troverò una che produca zucche grandi abbastanza da fungere da monolocale.

Non mi è mai capitato di imbattermi in una tesi di laurea di un amico blogger. Evidentemente non si usa condividere le proprie produzioni accademiche con schiere più o meno folte di lettori.
Immagino che questa scelta dipenda almeno in parte dal timore di annoiare. In effetti sappiamo fin troppo bene quando intollerabile e rivoltante possa essere lo "stile accademico".

Quando cominciai a scrivere la mia tesi, ricordo che consultai una piccola guida redatta da uno dei miei docenti, che conteneva alcune indicazioni tratte dal noto manualetto di Umberto Eco, nonché altri suggerimenti che immagino fossero opera sua. Quello che mi è rimasto più impresso prescriveva che i paragrafi fossero più o meno tutti della stessa lunghezza.
Dopo aver scorso l'intero contenuto del file, decisi di non cestinarlo, ma di lasciarlo a marcire sul desktop del mio computer come monito.
Il monito in questione era ed è tutt'ora: "L'accademia ti vuole noiosa e scarsamente creativa. Cerca di scrivere forzando i limiti del tuo mezzo e sii divertente."
Fu così che la mia ricerca e la conseguente stesura della tesi divennero una sfida personale, moderatamente aliena alle strategie adottate da buona parte dei miei colleghi.
Per mesi ho osservato il susseguirsi di colleghe impegnate con le loro tesi speculative, dichiaratamente "copia e incolla", così insipide da essere meramente prosciuganti. Scrutandole pensavo: "Cosa ci fanno qui?"
Con questo non voglio proclamare la supremazia del mio lavoro, che per forza di cose è incompleto. Sto solo facendo notare che studiare sociologia per tre anni senza sviluppare un minimo di senso critico non è una bella cosa.
E non ha neanche senso investire mesi (o settimane, in alcuni casi) di lavoro in un qualcosa che finisce poi per essere anonimo e vuoto. Scrivere in modo impersonale fa male allo spirito, almeno stando alla mia esperienza.
Ovviamente buona parte del problema dipende dal modo in cui è gestita l'università italiana. Io ho semplicemente avuto la fortuna di imbattermi nel mio relatore, il cui modo di fare lezione ha poco o nulla a che fare con la barbosità accademica che i masochisti adorano. Quel genere di disgustosa barbosità di cui spesso parlano gli studenti di Giurisprudenza, ma che ho avuto modo di sperimentare anche Scienze Politiche.
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L'ultimo esame che ho fatto è stato una degna conclusione della mia carriera come studentessa presso l'Ateneo di Padova. Verso la fine di novembre mi sono tramutata in vaso. Per settimane mi sono ingozzata di nozioni che andavano imparate più o meno a memoria. Il libro su cui ho studiato era snello, eppure ho impiegato settimane a finirlo. Gli argomenti affrontati erano così astratti e criptici da costringermi a ricercare nei meandri del mio cervello degli esempi pieni di falle per memorizzarli. L'aspetto triste della questione è che i temi dell'esame mi interessavano, eppure giunsi ad odiarli. Avevo l'impressione di essere tra le mani stritolanti di un sadico.
Alle superiori non riuscivo quasi mai ad ottenere voti molto alti in filosofia e la mia professoressa mi diceva sempre che i miei ragionamenti erano impeccabili, ma c'erano lacune nella terminologia. Questo perché io odio imparare a memoria cose che poi dimenticherò di lì a poco.
Con quest'ultimo esame feci del mio meglio per mantenere vivide nella mia testa il maggior numero possibile di nozioni vuote. Se non l'avessi passato non avrei potuto laureami a marzo. Aspettai su di un pavimento sconnesso per qualche ora; poi mi accomodai di fronte al mio giudice e mi produssi in una sessione di vomito di nozioni, che oggi posso dire di aver in gran parte dimenticato. [La metafora del vaso e del vomito sfortunatamente non è opera mia, ma del mio relatore].
Per certi versi sono contenta che la mia carriera a Padova si sia chiusa con un miserevole 19, che sul mio libretto imbrattava una pagina di 30 e 30 e lode.
Vuol dire che in questi anni ho imparato a riconoscere il marcio nel nostro sistema scolastico e a riderne, entro i limiti del possibile.

Ho scritto la mia tesi consapevole del fatto che, se mi fossi attenuta alle regole, avrei lavorato esclusivamente per me stessa. Inoltre avrei annoiato il mio unico lettore.
Avanzando poco a poco, mi trovai tra le mani degli scritti che non avrei esitato a rivedere un minimo e a pubblicare poi sotto forma di post.
So di essere stata autoreferenziale. D'altronde il fatto di aver studiato un gruppo di cui faccio parte ha reso il lavoro quasi dissociante. Ci sono stati giorni in cui ho fatto veramente fatica a ripetermi che la Margherita ricercatrice e la Margherita guerrilla gardener erano solo due self tra tanti.

Tutto ciò per dire che vi consegno il frutto della mia consunzione. Spero di essere riuscita nel mio intento e di non aver annoiato troppo.
Le mie manchevolezze sul fronte sociologico dipendono dal fatto che non sono una dottoranda, bensì una miserimma vittima del 3+2.

La mia tesi è scaricabile qui sotto:
Guerrilla gardeners tra gli scarti urbani: nuovi attori del movimento ecologista?

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Guerrilla gardeners tra gli scarti urbani: nuovi attori del movimento ecologista? by Margherita Ferrari is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.
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"Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l'erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia."
Uochi Toki

Lavori nell'ortoTra due settimane mi laureo. Non mi è ancora chiaro il giorno, poiché la segreteria non sembra intenzionata ad esporre gli orari. La "dissertazione" durerà probabilmente dai tre ai cinque minuti, onde sottolineare l'inutilità della tesi triennale e la scempiaggine di chi, come la sottoscritta, ha ritenuto sensato dedicare sette/otto mesi di vita ad una cosa che vale sei crediti su centosessanta totali. Quando penso a Padova e all'università mi passa ogni parvenza di buon umore che osi solcare la mia faccia. Ciononostante ci sono buone probabilità che mi iscriva alla magistrale a Trento, sperando che lì sia un po' meglio.

Nel frattempo evito di pensarci e mi dedico allo studio dei miei libri di giardinaggio e orticoltura. Durante gli ultimi sedici mesi credo di aver fatto dei buoni progressi, anche se resto ancora molto ignorante.
Negli ultimi giorni ho finito di costruire le bordure per le tre sezioni del giardino che ho adibito ad orto; le prime due sono costituite da rami intrecciati e legati insieme, la rimanente da una rete che giaceva in garage da mesi.
Ogni giorno faccio quale lavoro; oggi ad esempio ho aggiunto dei camminatoi di corteccia a quelli che avevo realizzato l'autunno scorso, onde evitare di compattare troppo il terreno -già semidisastrato- camminandoci sopra.

Quando contemplo il mio giardino esso diventa una fotografia semovente sulla quale sovrappongo un foglio di carta velina, con progetti che mutano di continuo. Essi restano perlopiù fedeli ad una suggestione ballerina frutto dell'ammirazione di giardini altrui.
Amaranto AnnapurnaOnde inseguire quest'ombra di potenzialità, ho azzardato l'acquisto di un sacchetto di semi di amaranto, di cui mi sono innamorata osservando le fotografie del libro "Edible Schoolyard. A Universal Idea" di Alice Waters. L'ho scelto in una varietà chiamata Annapurna, sperando che la sua provenienza indiana lo renda più simpatico agli occhi di Mater.

L'autunno scorso ho realizzato che il mio ideale di giardino è ben lontano da quello parentale e soprattutto da quello del vicinato. Credo che il mio entusiasmo mi faccia passare per scema. Mesi fa la signora del piano di sopra si è sentita in dovere di fermarmi mentre stavo andando a buttare dei rifiuti nella compostiera per dirmi che il mio spazio di sperimentazione non è un giardino, bensì una discarica.
Per questo ho deciso di venire incontro alle paturnie del mio prossimo piantando un po' di bulbi e tenendo a mente l'ideale balordo di giardino "ordinato" che i meno lungimiranti fanno assurgere ad archetipo.
In questo modo, ogni qual volta qualcuno oserà insultare il mio lavoro, io diro: "Ma guarda! Ho piantato questi crochi/tulipani/narcisi solo per te!"
Che ragazza previdente.
Che genio del male.
Crochi

Ho un po' di confusione nella testa. Penso sia perché le posizioni granitiche ed estreme non mi convincono.
Preferisco essere una scema sradicata piuttosto che una creatura bovina con i paraocchi.
Mi manca l'estremo disagio che provavo durante lo scorso anno accademico, alzandomi alle sei e qualcosa per recarmi a lezione ad ascoltare le rivelazioni di quello che poi sarebbe diventato il mio relatore. All'inizio del corso non capivo niente, anche se ero affascinata da quei discorsi cripitici. Poi, non so bene quando, ho cominciato a comprendere, vedere, sentire ed annusare cose che avevo disimparato a cogliere.

Mater non sembra convinta quando le dico che il mio fanatismo orticolo è una diretta conseguenza dei miei studi sociologici. La brama di terra viene ricondotta ad un ipotetico "gene contadino", poiché altrimenti parrebbe inspiegabile.
In realtà la questione è ben più semplice e mi sono imbattuta in svariati libri portatori di un sentimento analogo al mio. Le nostre società sono pervase dall'incertezza e per lo più il nostro prossimo ci disgusta o ci causa angoscia.
Anziché sprecare tempo cercando di stare simpatica a tutti o di avere cinquemila contatti su facebook preferisco la compagnia di qualche amico degno, per dirla con gli Uochi Toki, e delle mie piante. Questo naturalmente comporta salutari periodi di crisi, per lo più quando fa freddo e il cielo è coperto, ma alla fine tutto si sistema sempre, o quasi sempre.
Quest'inverno che va concludendosi mi ha vista risucchiata in una spirale d'infelicità autoindotta, dalla quale sono uscita seppellendo un amico che continua a venire a salutarmi come se niente fosse. Forse non ha capito che ai miei occhi le sue terga si sono svuotate.
La mia costante necessità di sviscerare il non detto viene per lo più giudicata inopportuna. Pare che, per il bene di tutti, sia meglio continuare a far finta di niente. Smarscherare chi finge di non avere sentimenti, a parte quelli più balordi per un'ideologia a caso, è da maleducati. Dire: "Mi fai stare di merda" è un segno di debolezza, aggravato dal fatto che a pronunciare queste parole è un soggetto di genere femminile. In certi ambienti ci si guadagna rispetto fingendo di essere un uomo stereotipato. Non si possono citare i dolori mestruali all'interno di un discorso vagamente serio; questo mi è stato ripetuto in più occasioni, per lo più da giovani donne. Mi domando allora: "di cosa possiamo parlare?"
Io sono dell'idea che fare tanti discorsi "femministi" per poi trincerarsi in una comunità mono-genere sia stupido e segno di profonda incapacità di osservazione. Ha più senso invadere spazi altrui per dissacrarli, per parlare di dolori mestruali pretendendo rispetto. Credo sia un imperativo implicito nei primi capitoli de "Il Secondo Sesso" di Simone de Beauvoir, ovvero gli unici che ho letto. Immagino sembri un'esagerazione a chi non è solito frequentare cerchie di fanatici dell'opposizione (a tutto e a tutti), ma personalmente mi sono rotta le scatole di sentire discorsi sull'idiozia degli uomini che si accompagnano a comportamenti che non fanno altro che giustificare la misoginia, perchè "loro sono così, sono dei ritardati." Io non penso che le persone cui si rivolgeva quest'appellativo fossero effettivamente ritardate. Penso che per lo più si vergognassero di estrinsecare qualcosa di diverso da un peto o da una bestemmia. La loro è una comunità fallocratica della quale amo ridere, quando riesco a superare la brama di prendere tutti a sberle.
L'amico che ho sepolto fa parte di questa comunità. Per qualche tempo gli ho offerto tisane con insistenza, poiché è chiaro che nella sua mente queste bevande non sono virili. Poi ho realizzato che non aveva senso insistere. La comunità fallocratica se l'era già mangiato e non era il caso di continuare a farsi del male per dimostrargli che non occorre fare gli stronzi per essere dei "veri uomini". Rimpiango i tempi in cui la sua presenza mi allietava, anziché ricordarmi che c'è una persona in meno su cui posso contare.
Nonostante ciò continuo a vivere la mia esistenza da berica sradicata. Non cerco conforto nelle sostanze stupefacenti, a differenza di quanto vogliono farmi credere i giornali. Secondo le mie stime dovrei essere giovane ancora per poco, anche se sto imparando solo ora a fare una buona imitazione dei versi delle galline.
Vedo futilità ovunque. Nei tabelloni delle stazioni sui quali si sommano ritardi, negli esami fatti per dimenticare tutto una volta registrato il voto, nei cervelli di chi si vergogna di rifiutare una busta di plastica anche quando non se ne ha alcun bisogno, nelle signore in Alfa Romeo che insistono nel cercare di uccidermi aprendomi addosso la portiera della macchina mentre passo in bici. E' una futilità che mi disgusta e che lascio scorrere, per evitare di farmi venire le coliche isteriche -sempre che esistano- a soli ventidue anni.

Non venite a dirmi che sono una persona pregevole perché pensante, aggiungendo poi che la vita si apprende dalla strada e non dai libri. Io sono quel che sono perché ho letto e vissuto. Non esistono compartimentazioni in tal senso. Vorrei riuscire a parlare con eloquenza, per dimostare a chi non legge i miei pensieri che sotto questo corpo impacciato c'è qualcosa di non riducibile ad un genere, a qualche post polemico sul quale lavoro per ore, alla mia faccia sfatta e non truccata, all'idea diffusa secondo la quale io sarei una persona seria.
L'amico che ho sepolto ha visto il mio orto-giardino, massima espressione della mia non-serietà, ne ha commentato alcuni dettagli e poi ha ripreso a vedermi senza ironia alcuna.
Eppure c'è così bisogno di ironia in questa città.
Non tutto deve essere necessariamente antagonista.
Per questo faccio fatica a stabilirmi in un mondo e a restarci con convinzione.
Riconosco le mie debolezze, ma non ho bisogno di una divisa per credermi forte. Preferisco muovermi, seppur riproducendo disegni circolari che ruotano attorno ad un pezzo di terra.

Amo il contrasto tra ciò che l'amministrazione comunale tenta di rifilarci con l'etichetta "attività culturali" e ciò che poi finisco a fare pur di evitare quest'ultime.
Ieri sera, ad esempio, si è chiusa una rassegna di non meglio identificate cose di scarso interesse dal nome "Vie di fuga". I poster che la pubblicizzavano mi hanno fatta ridere ininterrottamente per due mesi, forse perché sembrava che sottolineassero il fatto che Vicenza è una città dalla quale la gente sogna di andarsene. In alternativa potevano riferirsi al fatto che, con la costruzione del nuovo aereoporto militare statunitense, la mia amata terra dei marmi palladiani vede aumentare sensibilmente le sue probabilità di essere colpita da un attacco terroristico e di caderci addosso ammazzandoci tutti.

Quindi, anziché mischiarmi ai berici velleitari, ho optato per una serata di scavi e messa a dimora di creature vegetali.
Come sempre, ringrazio Dio, o chi per lui, per non avermi fatta figlia di industriali.

[Le foto che seguono raccontano l'attacco e sono opera della mia amica Giulia. Le altre le trovate qui.]

Bulbi davanti al Boscardin

Simpatia

Boots, love and bulbs

Abete

Bulbi davanti al Boscardin


Pare che ci siano casini al magazzino delle Poste di Vicenza. Il penultimo numero di Internazionale mi è arrivato questa mattina. Ho finito per leggere il mio oroscopo online.

Bilancia (23 settembre - 22 ottobre)

Rimango sempre sconcertato quando, parlando dell'influenza di Saturno, certi astrologi intonano il gospel del pessimismo cosmico. Secondo me il pianeta degli anelli ci fa il regalo più grande che possiamo immaginare: ci stimola a diventare quello che siamo destinati a essere. Ci aiuta a tenerci alla larga dagli obiettivi che non sono in sintonia con la nostra anima. Ci costringe a rinunciare a fantasie vuote che, anche se si realizzassero, non ci renderebbero felici. Di conseguenza, sono lieto di darti una buona notizia. Da ora fino all'ottobre del 2012, Saturno viaggerà per buona parte del tempo nel tuo segno. E ti spingerà a eliminare le distrazioni inutili che non ti fanno concentrare su quello che ti spetta di diritto. (di Rob Brezsny)

Spero che questo significhi che ad aprile andrò a zappare sull'isola di Inis Mor. Se così non fosse dovrò ripiegare su qualche progetto di fuga alternativo.
Come suggerivo qualche post fa, la terra berica sta facendo di me una dissociata. Per quanto mi sforzi di vedere la questione in termini goffmaniani, questo non mi solleva dalla tragicità del dato empirico. Il dato empirico dice che, onde evitare detonazioni emozionali poco consone ad una persona con gli occhiali, faccio l'equilibrista tra la senilità più sprezzante e l'etilica spensieratezza adolescenziale. Il bello di tutto ciò è che riesco a prendermi sul serio pur sapendo che sto ragionando per stereotipi.

Questi cazzo di anni zero -come li chiama la leggenda vivente Vasco Brondi- sono stati per me gli anni della pre-adolescenza/adolescenza/prima post-adolescenza. E chiedo scusa per l'uso di queste segmentazioni su cui ho costruito il mio status di ggggiovane osservatrice dei ggggiovani.
Che dire? Cosa racconterò io di questi cazzo di anni zero? Ma soprattutto a chi?
Al di là delle problematiche macro, sulle quali preferisco soprassedere, che ricordi conserverò di questo decennio?

Forse...
- Ero alle medie, seduta su una panchina dell'istituto cattolico con la mia migliore amica dell'epoca. Lei mi passò un auricolare e dal suo walkman tenuto insieme con lo scotch uscì Serve the Servants. Ovvero: il mio primo ascolto dei Nirvana.
- Il fatto che durante gli anni zero tutti i miei morosi si chiamassero Luca.
- Le suore
- Underbreath
- L'orgoglio isolazionista e i capelli tagliati sempre più corti, fino al giorno in cui Luca2 aka Pacci mi rasò con estrema ignoranza.
- Il mio Guru
- L'ubriachezza molesta e il quartiere di Laghetto
- Il fatto che ad un certo punto la gente abbia cominciato ad apprezzarmi. Alcuni dicono per l'intelligenza. Altri per il senso dell'umorismo. Io continuo a non spiegarmi queste affermazioni.
- Il giorno in cui mi fu comunicato che durante la ricreazione non potevo andare nel corridoio della mia amica Giulia perché "avevo una cattiva influenza su di lei."
- Il giorno in cui cominciai ad odiare il mio medico di base.
- Il giorno in cui mi tolsi l'apparecchio per i denti e festeggiai l'evento comprando "Rubber Soul".
- Il giorno in cui andai in tv e vidi centinaia di signore in pelliccia che facevano la coda per gelarsi il culo in un capannone senza riscaldamento. Pensai: "Wow. Questo è il male".
- La mia sbronza #1, che in realtà ricordo a pezzi e dalla quale mi ripresi tre giorni dopo.
- La sera in cui vidi il mio primo tardivo concerto dei Derozer e ascoltai per la prima volta Spiderland.
- I risvolti piacevoli dell'università: un certo numero di compagne sensate, il corso del mio relatore e quello del prof isterico, che corso non era.
- L'uso massivo della bici. In particolar modo in condizioni atmosferiche avverse.
- La perdita della faccia.
- I sabati al Cancelletto, le mille varianti dello spritz, la conquista dello status sotto forma di bicchiere di vetro.
- La settimana in quel di Meledo, con i miei amici di Laghetto, Luca1, Luca2 aka Pacci, Viola e il mio amico malvagio. In particolar modo: la gara dell'abuso di caffé, l'odore di perdizione, le porte chiuse a chiave, la birra onnipresente, le conversazioni a bordo piscina che trasudavano frustrazione sessuale, la monotonia del cibo che diveniva motivo di festa, gente in armatura handmade che correva tra gli alberi in piena notte.
- La prima manifestazione nazionale del No Dal Molin, in particolar modo il momento cui realizzai quanta gente c'era.
- Amsterdam parte I e parte II
- Il mio primo concerto degli Offlaga Disco Pax al Capannone, che era pieno di trentenni vestiti in modo pretenzioso.
- Il periodo in cui la Subaru M80 fu l'unica macchina a pois della città e i sedili cominciarono a staccarsi.
- Un collage di momenti in cui mi dissi: "Sono passata oltre." L'ultimo è stato ieri sera, mentre bevevo una prugna al Sartea.
- I primi segnali della mia passione per l'accumulo di libri.
- Un certo numero di schiene
- La prima volta che udii il verbo di Moz attraverso il mio Guru.
- Gli Arcade Fire al Rock en Seine
- Gli anfibi come insignificante punteggiatura del mio vestire. In particolar modo i miei primi anfibi, abbandonati quest'estate nel campeggio della Route du Rock.
- Il giorno in cui vidi per la prima volta Baldra con la sua maglietta di Goo e gli chiesi: "Ma come ti chiami veramente?"
- Il giorno in cui, tornando verso casa con la mia bici, mi trovai di fronte alla demolizione del centro sociale Ya Basta. Ero alle medie e non ci avevo mai messo piede.
- La provincia finita di significato Pacci, che include tutte le nostre interazioni dal giorno in cui mi portò una copia di Let it Bleed a quello in cui abbandonammo il campeggio delle esonazioni fognarie poco fuori Barcellona e tornammo a casa.
- I gelidi marmi palladiani di Piazza Matteotti e il fatto che avessimo tutti le stesse scarpe.
- La letteratura francese spiegata dalla mia prof delle superiori
- La cantina di Luca1 (i ricambi per auto, le coperte sporchissime, una copia di Meat is Murder su vinile, l'ubriachezza molesta, Pacci vestito da coniglio, i Crash Test, il voler forzare le cose, due capodanni di devastazione).
...

[So che molte delle cose che compaiono nella lista sono incomprensibili. L'ho stesa perché mi andava di farlo e penso che pubblicarla sia l'unico modo per non perderla.
Grazie per l'ascolto e buon rito di passaggio a tutti.]

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