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- Quando ho fatto notare alle mie interlocutrici native che gli americani mi sembrano cordiali in modo quasi imbarazzante tutte mi hanno risposto dicendo: "sì, è una facciata". Grande onestà, dunque.
- Il caffé che gli studenti della Columbia considerano più buono è quello che a me fa più schifo. Finora il più accettabile che ho testato è quello della mensa interrata del Barnard College, che sul blog dell'università è stato più volte definito imbevibile.
- La mensa interrata del Barnard College si trova in un edificio chiamato Hewitt. Per accedere alla suddetta, però, non si deve deambulare verso Hewitt, bensì prendere il tunnel sotterraneo che parte da Barnard Hall e pregare Dio affinché abbia pietà di te. Io ho impiegato una settimana a trovare l'entrata. Una settimana.
- Barnard e Columbia sorgono su una rete di tunnel, che spesso gli studenti usano per spostarsi da un edificio all'altro quando fuori piove o nevica. Mi è capitato più di una volta di perdermi e di finire in vicoli ciechi pieni di calcinacci. Qui è normale e anche i veterani paiono perdersi, perché i lavori di ristrutturazione sono costanti e implicano frequenti cambiamenti nei percorsi più veloci per spostarsi da un punto "a" ad un punto "b". Un altro aspetto simpatico dei tunnel è che quelli della Columbia portano ancora i segni dell'occupazione del '68.

- Anche alla Columbia esistono i professori incompetenti e sono in tutto e per tutto identici ai professori incompetenti italiani. Non sanno usare i computer, evitano di rispondere alle domande degli studenti cambiando furtivamente argomento, dicono un sacco di cose inutili senza arrivare mai al punto. Questo conferma la mia idea che la Ivy League education non sia qualcosa di totalmente alieno o degno di essere replicato anche da noi. A fare la differenza sono soprattutto le strutture, la possibilità di scelta tra corsi e seminari e il numero di studenti per classe (leggi: cinquantamila dollari di retta all'anno).
- I campus sono pieni di scoiattoli. I newyorkesi ignorano gli scoiattoli o forse li schifano addirittura.
- Ieri stavo conversando su skype in italiano quando nella mia testa mi sono resa conto che la mia intonazione era newyorkese. Non so come sia possibile. L'ho sentito e basta.
- Sto seguendo un seminario noto come "Masculinity: a sociological view", che in un certo senso si sta configurando retroattivamente come il motivo per cui sono finita qui. Su questo conto di fare un post a parte.
- Sto leggendo un sacco di testi antropologici più o meno strutturalisti su spiriti, gente morta, maledizioni e stregoneria.
- Ieri sera la mia coinquilina ha sentito un rumore vicino al nostro scaffale degli utensili da cucina e ha dato per scontato che fosse un topo. Abbiamo dunque portato fuori l'immondizia insieme e il "topo" non si è più fatto sentire. In seguito ella ha definito l'evento come un'occasione per fare del sano "bonding".
- Durante la settimana dell'orientamento mi era stato ripetuto almeno centocinquanta volte che con l'inizio delle lezioni avrei visto gente "running around like crazy". E' bello sapere che queste persone impazzirebbero se fossero prelevate dal loro college e trapiantate, chessò, presso l'Università degli Studi di Padova. A confronto qui mi sembra tutto molto quieto.
- Gli studenti nativi del New Jersey che abitano a Manhattan sembrano vergognarsi del fatto di essere nativi del New Jersey.
- La mia coinquilina ha in dispensa un sugo per la pasta "all'italiana" al gusto vodka.
- Le bottiglie di birra sono diverse dalle nostre, nel senso che un bruto potrebbe aprirle a mani nude, dato che sono avvitate. Ogni volta che provo ad aprirne una con l'apposito utensile mi taglio le dita. Lo stesso vale per il pelapatate che ho comprato da Target, che ha persino una protezione per evitare che l'incauto consumatore si faccia del male. C'è poi il fattore fotocopie: uno dei grandi problemi della mia vita è che mi taglio spessissimo con la carta. Dovendo studiare centinaia di fotocopie a settimana, capita spesso che mi ferisca. Il risultato di tutto ciò è che tornerò in Italia con le mani sfregiate.
- Mi manca lo spritz. A volte mi mancano anche le sigarette e penso che questo sia dovuto al fatto che se volessi fumare non potrei (vedi alla voce: costi elevatissimi e pochissimi spazi dove indugiare nel vizio).
- Domenica sera sono andata al cinema. Tornando a casa in metropolitana ho visto per la prima volta un numero elevato di newyorkesi sorridenti. Il motivo? Due drag queen che cantavano nel nostro vagone.

Domande: 1, 2

Una prima risposta:

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Da Girl Zines. Making Media, Doing Feminism di Alison Piepmeier (2009, New York University Press)

Valigia

Valigia  | No TrackBacks

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Tre paia di scarpe.

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Un capo d'abbigliamento totalmente inutile.

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Una borsa di tela ironica.

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Una felpa enorme e indicativa dei miei gusti musicali, ma pur sempre più dignitosa di un pigiama, entro la quale ritirarmi durante il freddo inverno newyorkese.

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Gli attrezzi seri: portatile, netbook, dittafono per le interviste, quaderno per gli appunti della tesi e le note etnografiche, la calcolatrice scientifica e l'unico libro in italiano che leggerò nel corso di sei mesi.

Mi farò viva su questo blog non appena mi sarò sistemata a New York e avrò un po' di tempo per fermarmi a riflettere sul senso della vita e su quello dei miei capelli, che ora di giugno diventeranno lunghi in modo imbarazzante.

La regola di oggi è "non aprire bocca".
La scoperta di oggi è la profonda coerenza tra l'Asimov dei primi libri del Ciclo delle Fondazioni e il Fernand Braudel de "La Méditerranée" (1949).

Più tardi andrò a pattinare indossando il mio enorme cappotto nero da mangiamorte. Spaventerò i passanti e fumerò sigarette immaginarie per darmi un tono.

Documentari, libri, articoli scientifici, canzoni e testimonianze che punteggiano la rete. Quando l'oggetto ricercato è il movimento riot grrrl, l'immagine che esce dall'incastro e dalla sovrapposizione di queste fonti sembra chiara, per quanto controversa e tutt'ora dibattuta.
Detrattori e nostalgici, se ben informati, tendono a proporre osservazioni che non di rado convergono, per lo meno sul fronte del "cosa è stato". Ciò stupisce, soprattutto se si considera che la storia del movimento è stata scritta in primo luogo dalle ragazze che ne erano il sangue e le ossa. E le ragazze, stando alla cultura popolare e al comune sentire, non sono molto attendibili. Nonostante i tentativi esterni (per lo più da parte dei media mainstream: USA Today, Spin, Seventeen e via dicendo) di raccontare ciò che stava accadendo nel periodo in cui il movimento era ancora sconosciuto in diverse aree degli Stati Uniti e in quasi tutta Europa, oggi le fonti che contano non sono quegli articoli sensazionalistici, quanto i resoconti di chi era e si sentiva parte del network riot grrrl.
In Italia l'espressione riot grrrl è associata esclusivamente ad una manciata di dischi e ad un'idea di suono che poco ha a che fare con la varietà di registri delle band che sono diventate simbolo del movimento. Si sa poco o nulla delle idee politiche di quelle ragazze, così come della forma di femminismo che articolarono e dell'efficace network che riuscirono a costruire, mettendo in contatto giovani donne in tutti gli Stati Uniti e persino in Inghilterra. Le comunicazioni tra i diversi gruppi e tra singole ragazze avvenivano soprattutto attraverso lo scambio di lettere e di fanzine. La ricostruzione in cui mi sono imbattuta dei resoconti orali e documentali che raccontano questi scambi trasmette calore. Le interviste che ho ascoltato (ad esempio quella a Sara Marcus in cui viene presentato Girls to the Front, su Bitch Media) convergono nel proporre un'immagine degli scambi come di un appiglio salvifico all'interno di una quotidianità alienante, spesso segnata da forme di violenza più o meno simbolica, consumatasi a scuola o all'interno delle mura domestiche. Per molte ragazze le lettere e le fanzine ricevute per posta erano l'unica prova tangibile che là fuori c'erano altre persone come loro. I dischi e i concerti sono venuti dopo.

Ciò che non ho trovato nei resoconti sopraccitati e che invece tendo sempre più ad aspettarmi è una traccia, per quanto vaga, di quello che le ragazze provavano nei giorni in cui la cassetta delle lettere era vuota e in cui un pezzo di carta coperto di parole e disegni pareva non bastare. Certo, questo tipo di racconti sarebbe forse marginale nell'articolazione di un discorso collettivo più ampio a proposito del movimento riot grrrl, ma la natura dialogica, orale, riflessiva e diaristica dello stesso cozza con questa mancanza.
Sono abbastanza convinta che, se mi sarà concesso di passare qualche ora alla Fales Library di New York per visionare la Riot Grrrl Collection, troverò delle fanzine in cui lo smarrimento e le cassette delle lettere vuote di cui sopra emergeranno in qualche modo.

Sempre più spesso mi scopro intenta a lamentare la mancanza di letteratura convincente e sensata su specifici argomenti di mio interesse. La parola letteratura assume significati diversi a seconda delle situazioni in cui la dispiego, perché sono un animale ambiguo. Il più delle volte significa semplicemente "letteratura scientifica", come quando fui colta dallo riot-girl-zine--google-images.jpgsconforto e blaterai a vuoto nel constatare che non esistevano articoli sociologici sul guerrilla gardening o quando, più di recente, approcciai la letteratura sulle fanzine, solo per scoprire che gli articoli più coerenti con il mio progetto di ricerca per la tesi suonavano accattivanti, ma a livello metodologico lasciavano molto a desiderare (tra di essi ne trionfa uno scritto da una tipa che attualmente insegna alla University of Chicago, in cui il processo di campionamento è descritto più o meno così: "ho usato le fanzine che avevo già in casa").
Più di rado uso la parola letteratura per parlare di grande narrativa; quella che ti porta all'estasi e al contempo ti fa passare attraverso un tritacarne. Quella che si regge su frasi che ti fanno sentire analfabeta anche se le capisci perfettamente.
Parlando di riot grrrl, cassette delle lettere, solitudine e suburbia, la mancanza di letteratura è pressante e palese su entrambi i fronti. In parallelo, ciò di cui credo nessuno abbia ancora scritto con cognizione di causa e risvolti salvifici è una situazione che riguarda in prima persona me e alcuni dei miei amici, così come molte altre persone.

Dieci anni fa aprii un blog collettivo molto scarno che si chiamava Lost in the Supermarket, come la canzone dei Clash. All'epoca avevo già un'idea abbastanza chiara di cosa significasse sentirsi più vicini ad una persona conosciuta online che a coetanei che vedevo tutti i giorni e che pensavano che fossi strana, nel senso brutto del termine. Conoscevo i tormenti della corrispondenza cartacea, così come il fugace senso di quiete che si accompagnava alla lettura di un post che esprimeva esattamente quello che provavo, ma con parole diverse da quelle che avrei scelto io. Internet era l'unico luogo in cui riuscissi a trovare tutte le risposte di cui avevo bisogno, per quanto la connessione 56k rallentasse la loro scoperta.
Mi piacerebbe poter dire che il senso di sradicamento che provavo allora sia venuto meno, poco a poco. Che le amicizie sorte in seguito abbiano tacciato la mia brama di contatto umano, ove esso è trasformato - arricchito e al contempo impoverito - dalla mediazione di una macchina. Ma non è così.
Il fluire del tempo e gli incontri che ci sono stati mi hanno dimostrato che il mio struggimento non era immotivato, che il legame che sentivo non era una mera illusione. Alcune delle persone che amo di più non sono che ombre. Sono in grado di leggermi come se fossi trasparente e di raccontarsi fino a convincermi che la vera illusione sia quella della distanza, non della vicinanza. Eppure non sono che ombre. Non ricordo il loro odore, la forma delle loro unghie, il colore della loro casa, perché ho trascorso in loro compagnia solo una manciata di ore distribuite nell'arco di qualche anno. Ci sono tante cose che ignoro della loro vita, eppure non riesco a scacciare la sensazione che ciò che di importante doveva essere reso noto sia stato presentato fin da subito, accanto alle generalità.
Nessuno mi aveva preparata a questo. Quando ero alle superiori sono certa di aver cercato storie che fossero simili alla mia, nelle librerie. La letteratura epistolare forniva suggestioni alle quali mi sono aggrappata, ma in essa era sempre presente uno squilibrio. Non c'erano libri in grado di fornirmi indizi sul modo migliore per affrontare la situazione. C'era però il chiacchiericcio vuoto e paternalistico di chi credeva di avere il diritto di sminuire i miei amici lontani, i miei amici immaginari. Ero pur sempre una ragazzina che teneva un diario. Sembrava che tutti si aspettassero che venissi adescata da qualche maniaco, perché notoriamente le ragazzine non hanno buon senso. Le ragazzine dei primi anni zero non sapevano usare internet. Si fidavano degli estranei. Ho sempre avuto cura di spiegare che sapevo quello che stavo facendo, ma ci sono voluti anni prima che la mia competenza venisse riconosciuta. Nel frattempo la distanza dai miei amici nascosti nell'ombra è aumentata. Qualcuno è andato all'estero. Poi anche i miei amici in carne ed ossa sono andati all'estero. La redazione berica della webzine che ho contribuito a fondare è andata ampliandosi e distribuendosi su due continenti, con il risultato che ora ci sono più autrici che scrivono da Londra che da Vicenza.
Tra un mese sparirò anch'io.

La notte scrivo mail in cui cerco di concentrare conversazioni di ore ed ore, perché non riesco ad accettare che i chilometri mi privino dei miei simili. A volte taglio i convenevoli e mi lancio nella stesura di paragrafi cui - mi è stato detto - è difficile rispondere.
Chi risponde dopo settimane, chi butta giù qualche riga dicendo, appunto, che è difficile articolare frasi che non siano schiacciate dal peso delle mie, è un amico in carne ed ossa che si è allontanato. Chi è abituato a raccontarsi e a raccogliere racconti per assicurarsi la sopravvivenza trova sempre il modo per rispondere, per condividere la giusta dose di aneddoti e complicare la comunicazione. La complicazione della comunicazione è un'esigenza imprescindibile.
Quando qualcuno non mi risponde o riporta la conversazione su un piano di ricercata banalità ci resto male, perché sono convinta che ognuno abbia dentro di sé un narratore; perché sento di essermi prosciugata invano. Naturalmente so che le mie abitudini epistolari sono e sono state considerate inopportune da qualcuno, ma io ho paura di morire senza aver detto certe cose alle persone che mi sembrano cariche di una certa sensibilità, anche se magari non se ne rendono conto. Quindi scrivo e aspetto.

Nel frattempo continua a non esistere letteratura sulla delocalizzazione del proprio cuore e delle proprie stampelle che rifletta il mutamento tecnologico degli ultimi due decenni. Come se nessuno avesse mai scritto come ci sente a crescere così, a parte noi.

Vampiri

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Non rimpiango granché dei tempi in cui non avevo la patente ed ero solita circolare in bici e Converse anche quando Vicenza era ricoperta da decine di centimetri di neve. All'epoca i miei averi erano in realtà di proprietà dei miei genitori e una gang di suore irate mi teneva in pugno. Un diciassettenne alto e smilzo che frequentava la mia scuola aveva deciso che il mio soprannome sarebbe stato ONU, dato che una volta mi era capitato di correggerlo mentre vocalizzava un commento xenofobo sugli abitanti della Repubblica Ceca. Inoltre in quel periodo cominciai a constatare che il mondo non era mosso da grandi ideali; realizzai ben presto che nemmeno le spose di Cristo agivano secondo i dettami dei Vangeli e della Costituzione. Se per tenere buona la studentessa dotata di notevole literacy tecnologica era necessario mentire spudoratamente alla stessa buttando sul tavolo una denuncia in potenza, Vangeli e Costituzione potevano essere ignorati per qualche minuto. Quelli erano però tempi in cui ero solita frequentare un gruppo di scout metallari che avevano declinato gli insegnamenti di Baden Powell in precetti di vita quali "se non sai come vestirti oggi prova a scavare in cantina" e "se la tua bici ha dei freni funzionanti forse è il caso che tu prenda delle tenaglie per intervenire al più presto". Con loro sapevo che ogni festa in costume sarebbe stata presa sul serio e che se fuori pioveva copiosamente con ogni probabilità qualcuno si sarebbe messo a correre in direzione della fontana più vicina per infradiciarsi una volta per tutte.
Con l'avanzare dell'età, l'emigrazione e la scoperta dei fasti dell'Accademia scoprii che persino le persone interiormente più ridicole, mano a mano che cominciano ad ospitare sul proprio capo i primi capelli bianchi o l'assenza degli stessi, ad un certo punto archiviano i travestimenti come un giuoco giovanile. Frasi come: "Sono travestito da me stesso" e "Sapevo che tanto nessun altro si sarebbe travestito" divennero poco a poco causa di profonda nostalgia. Nostalgia questa che, come potrete immaginare, ha corroso il mio spirito soprattutto a seguito del mio trasferimento in terra tridentina, dove nessuno ha cantine piene di vestiti assurdi e odorosi di muffa.
A titolo esemplificativo vi propongo il seguente aneddoto, che vi darà un'idea di quanto sia scarsa la propensione al travestimento da parte del mio prossimo: l'ultima volta che ebbi occasione di mettere musica in presenza di altri esseri umani fu ad una festa di Carnevale in una parrocchia del vicentino. Baldra ed io eravamo travestiti da supereroi, perché quello era il tema della festa, organizzata da un mio amico per la gioventù del paese. L'età media degli astanti era circa dodici anni. Io ero vestita da Super Massaia. Baldra da Scott Pilgrim. Due amiche che ci eravamo portati dietro erano rispettivamente Super Mario e un'Incredibile.
Se avete abitualmente a che fare con gente che frequenta le scuole medie avrete forse intuito che eravamo noi gli unici in costume. Tutti i dodicenni e le dodicenni erano abbigliati normalmente e chiedevano a gran voce "musica house", Fabri Fibra e Rihanna.
Da allora il massimo che ho fatto in ambito carnevalesco è stato travestirmi da uno dei miei compagni di corso, ottenendo per sbaglio un look da ragazza dell'Azione Cattolica vagamente succinta. Ho poi chiesto a gran voce una maratona di film di Wes Anderson per vestirmi da Margot Tenenbaum e fumare legittimamente delle sigarette vecchie di dieci anni, bagnate e schiacciate sotto un mattone, ma per il momento il mio sogno non è ancora divenuto realtà.
Immaginerete dunque di quale portata sono stati i miei conflitti interiori pre-Halloween. Negli ultimi giorni ho continuato a leggere splendidi suggerimenti per i costumi da sfoggiare lo scorso lunedì (tra i quali ho attribuito il primato a "Cylon umanoide") ma, sapendo che nessuno si sarebbe travestito con adeguato trasporto, ho preferito indossare la mia maglietta autoreferenziale dei Beach House* e andarmene al collegio di merito con altra gente non travestita a guardare un film horror a caso.
Dopo aver intavolato una discussione poco fruttuosa ed aver cassato nel giro di dieci minuti un osceno film americano in cui c'era una specie di alien a forma di larva gigante, siamo approdati su Let Me In, che alcuni di voi ricorderanno come il remake della pellicola svedese del 2008 Låt den rätte komma in. In genere è raro che un film horror mi comunichi qualcosa di diverso dalla noia, dal terrore o dalla promessa di un mese di notti piene di incubi. In questo caso, invece, posso quasi dirmi felice di abbandonato la prospettiva di una notte di travestimenti e bagordi alcolici, perché altrimenti dubito che avrei trovato il coraggio per guardare un film come Let Me In che, sulla carta, sembrava in grado di traumatizzarmi. In realtà il remake di Matt Reeves non è così terrificante come l'avevo immaginato. I primi dieci minuti dell'originale di Tomas Alfredson, invece, erano stati sufficienti a farmi perdere almeno un paio di settimane di vita.
Let Me In racconta la storia dell'amicizia nata tra un dodicenne (Owen) che per semplicità definiremo esile sfigato vittima di bullismo e una finta ragazzina perennemente scalza (Abby), interpretata da Chloë Moretz. La finta ragazzina è in realtà una vampira, il che significa che nel film ci sono un sacco di persone che vengono dissanguate brutalmente.

Uno dei grandi pregi di Let Me In è che rappresenta la dimostrazione empirica di come si possa realizzare un film in cui alcuni dei personaggi sono non-morti senza per questo ricoprirsi di ridicolo. A differenza di tanti altri film di cui non occorre che faccia il nome, Let Me In evita di spiegare per filo e per segno come funzionano i vampiri, da dove vengono e quali sono i loro punti deboli. Viene dato per scontato che queste informazioni siano ormai di dominio pubblico. Questo permette di dare spazio a questioni ben più importanti, come l'amicizia tra Owen e Abby e il rapporto tra il primo e i compagni di scuola che si divertono a tormentarlo. Personalmente sono un'appassionata di film che affrontano i problemi quotidiani di chi passa buona parte della propria giornata tra le mura scolastiche, sia che il punto di vista sia quello di degli "sfigati", sia che sia di insegnanti, gente popolare e via dicendo. Se sono fatti bene, per quanto piegati al nonsense, tendo sempre ad apprezzarli. Let Me In, per quanto horror e per quanto solo collateralmente dedicato alla vita scolastica, funziona. Il terrore, la rabbia e l'impotenza di Owen sono palpabili. Le sue reazioni estreme, il suo scatto violento fomentato da Abby risultano comprensibili e, almeno in parte, condivisibili.

Il personaggio di Abby è invece ambiguo. L'ho trovato inquietante non tanto nei momenti in cui diviene un animale affamato, al punto da assumere movenze simili a quelle di un lupo, ma soprattutto nel suo rapporto ambiguo con gli uomini adulti.
E' rispetto a questo disagio lieve, quasi impalpabile, che fatico a trovarmi d'accordo con chi ha descritto Let Me In dicendo che si tratta di un film romantico. Un horror romantico.
Credo che questo giudizio sia frutto di una lettura superficiale della vicenda e dei tanti piccoli indizi che costellano i due appartamenti in cui sono ambientate alcune delle scene più belle. Una foto che ci rivela un nuovo vincolo che è venuto a crearsi tra i protagonisti, ad esempio, e che suona come una condanna.
Questi dettagli inquietanti valgono molto più di un bacio approssimativo, che per altro credo abbia schifato le persone che erano in mia compagnia durante la visione del film e che speravano in una deriva splatter.

* dieci punti gloria a chi indovina perché la maglietta dei Beach House è per me autoreferenziale.

Il giorno del mio ventiquattresimo compleanno una tizia del Barnard College mi ha scritto per comunicarmi che la mia attesa non è stata vana. Da gennaio a giugno seguirò una manciata di corsi a New York e comincerò a lavorare alla parte empirica della tesi.
Ho l'impressione di essermi sovraccaricata di lavoro ancor prima di partire, ma questo per il momento non è ancora un problema.

In queste settimane sto cercando di conciliare i miei doveri accademici con l'incubo burocratico rappresentato dal visto per gli Stati Uniti e le mille idee folli che mi assalgono ogni volta che mi fermo a riflettere sulla creatura Soft Revolution.
Sono inoltre tornata allo stato semi-letargico che mi caratterizza nei mesi più freddi dell'anno. Poco importa che il vero freddo non sia ancora calato su Trento. Poca importa, perché a conti fatti le giornate si sono già accorciate e i miei piedi tendono a congelarsi quando sto china alla scrivania leggendo le riflessioni uno storico francese che fu catturato, torturato e infine ammazzato dai nazisti o l'ennesimo testo illuminante sulle mie lacune come ricercatrice sociale.

Ora che sono al secondo anno della magistrale comincio a vedere colleghi terrorizzati dall'idea di abbandonare le aule in cui hanno ripetutamente preso coscienza della necessità di lavorare tutto il weekend sotto soavi luci al neon. "Che ne sarà di me?", dicono i loro occhi annebbiati dalla birra annacquata del Picaro.
Personalmente non sono ancora stata assalita dalla paura dell'ignoto, in parte perché ho l'impressione che dedicherò diversi mesi alla stesura della tesi. Non si tratta di una scelta programmatica; il fatto è che scrivo lentamente, specialmente quando mi esprimo in sociologhese.
Alla fine ho deciso di lavorare sulle fanzine raccolte alla biblioteca del Barnard College e di intervistare delle persone da definirsi che abbiano a che fare con la collezione. Il progetto è ancora molto nebuloso, motivo per cui non ve ne parlerò oltre, ma se non altro la mia neo-relatrice si è detta molto contenta di seguirmi e questo mi conforta.

Da quando sono ricominciate le lezioni la popolazione del mio appartamento è mutata, nel senso che abbiamo perso una coinquilina e ne abbiamo guadagnata una nuova. Si tratta di una filosofa. Non ho ancora avuto una conversazione che possa dirsi tale con la suddetta, motivo per cui la conosco solo attraverso i libri che ha collocato nella libreria del corridoio.

Nel tempo non-libero che fingo sia libero mi sto dedicando alla lettura alternata di Asimov, Rigoni Stern e di una saga di fantasy/fantascienza di un'autrice australiana che non è mai stata tradotta in italiano. Sono particolarmente affranta dalla bellezza di una raccolta di racconti di Rigoni Stern, che è dedicata agli animali. Diversi anni fa fui costretta a leggere "Il sergente nella neve" e, a differenza di tante altre letture obbligatorie, lo apprezzai. Poi non toccai più la sua opera, rivolgendomi spesso e volentieri ad autori stranieri.
Ora non posso fare a meno di avanzare nella lettura senza commuovermi di fronte alla pacatezza dei suoi racconti e della sua prosa, al modo in cui racconta la morte, la caccia e le vite degli animali dei boschi. In parte credo dipenda dal fatto che alcuni elementi del suo linguaggio sono gli stessi che trovo inscritti nel mio e in quello dei miei nonni materni. Non è una parentela stretta, esplicita come quella che ho ritrovato in Luigi Meneghello, che era di Malo come mio nonno, però il legame c'è.

Leggere di animali e di popoli dotati di una coscienza collettiva mi rende particolarmente tollerante nei confronti dell'altrui isteria, delle consegne e dei ladri di biciclette. Al contempo, mi fornisce un rifugio quando sulle bocche di chi mi circonda prendono forma frasi che preferirei non ascoltare, perché la mia stabilità resta problematica.
I mondi che occupano i libri che tengo sul comodino, nella loro profonda diversità, sottendono una costante lotta per la sopravvivenza e un rapporto stretto e quasi fraterno con la morte. Sono mondi in cui riesco ad entrare senza disagio, abbandonandomi alle spalle tutto ciò che di spiacevole e doloroso permane nella mia vita quotidiana.

La prima settimana dell'anno (accademico) a Trento è stata segnata da piccoli ma dolorosi eventi. Speravo che il rientro prendesse una piega ben diversa, a dimostrazione del fatto che Trento è Madre Amorosa prima che Madre Matrigna. Ma, come qualsiasi passante avrebbe potuto confermare, mi sbagliavo.
Di fronte ad un foglio protocollo a quadretti e ad una serie di esercizi che, con solenne lentezza, sarei stata in grado di svolgere, ho cominciato a sudare freddo e a guardarmi attorno alla ricerca di una via di fuga. Sull'autobus che mi ha condotta a casa mi sono ripetuta che non voglio essere quel genere di persona che millanta blocchi mentali e traumi infantili per giustificare la propria incapacità di riempire un foglio protocollo a quadretti con qualcosa che abbia senso. Ma a quanto pare al momento quel genere di persona è ciò che sono.
I fogli protocollo a quadretti mi fanno sentire a disagio. Se so che dovrò riconsegnarli ad un altro essere umano il cui compito sarà giudicare il mio operato tendo a sudare copiosamente e a desiderare con profondo ardore un balzo indietro nel tempo, con il quale intervenire sul lento ed apparentemente inesorabile sedimentarsi del mio senso di inadeguatezza e delle mie lacune. Parte del mio disagio nello scrivere su carta a quadretti dipende dal fatto che non scrivo regolarmente su carta a quadretti da anni. Non riesco a prendere le misure, perché la mia calligrafia è quella di un animale laureato in medicina. Guardo il guazzabuglio di segni che mi lascio dietro vedendoci solo disordine e reminiscenze dei compiti di matematica e di fisica che sono stati il mio tormento.
A turbarmi particolarmente è l'apparente inconciliabilità tra il mio desiderio di diventare abile in statistica e il disagio che mi provoca la vicinanza con le persone che avrebbero il potere di mostrarmi dove sto sbagliando.

Quando frequentai la quarta e la quinta superiore ero solita attendere con ansia i giorni dei temi in classe. Amavo svolgerli, indipendentemente dalla traccia e dagli altri vincoli imposti dall'altro. Erano il mio modo di dimostrare la ricchezza delle letture extrascolastiche sulle quali mi consumavo, di mettere in chiaro che valevo più dei 7 che raccoglievo dopo ogni test di letteratura, dei quali fallivo date e rievocazione di conoscenze mnemoniche che nulla avevano a che fare con il piacere.
Un giorno svolsi un tema su un foglio protocollo a quadretti. Me ne resi conto quando era troppo tardi per farne una bella copia, motivo per cui lo consegnai così com'era, senza preoccuparmi delle conseguenze della mia sbadataggine. Dentro di me viveva la convinzione che la qualità del mio lavoro fosse tale da contrastare erroneità del supporto sul quale esso si dispiegava. Dopo un paio di settimane la professoressa di italiano mi riconsegnò il tema facendo solo un'osservazione sull'assurdità dell'oggetto che le avevo dato da correggere e lì credetti che la questione fosse stata chiusa. Di lì a due giorni, invece, Suor Preside capitò nella mia classe e, tra le altre cose, si lanciò in un'invettiva contro qualcuno che, come emerse in seguito, ero io. Non ricordo granché di quella visita, eccetto il fatto che Suor Preside disse che i temi sono documenti ufficiali e che, considerato il fatto che avevo consegnato un documento ufficiale sulla carta sbagliata, avrei dovuto espiare i miei peccati tentando di recuperare un 3 o un 4.
Il fatto che il mio voto sia poi rimasto invariato mi fa sospettare che quella fosse l'ennesima minaccia campata in aria con la quale alcune suore del mio ex Istituto erano solite terrorizzare gli studenti meno disposti a indossare magliette di lana cotta in giugno e ad annuire con fermezza di fronte ai post antiabortisti che tappezzavano i muri della scuola.
Il punto è che, quel giorno, Suor Preside - tentando di correggere il mio comportamento traumatizzandomi - appose un timbro vaticano alla mia convinzione che linguaggio scientifico e prosa fossero inconciliabili, al punto da richiedere supporti diversi, il cui uso erroneo sarebbe stato punito con la pubblica gogna e duecento Salve Regina.

Negli ultimi giorni ho poi assistito alla lenta consunzione della facciata che offro a me stessa quando mi dico che Trento non ha risvegliato in me l'atavico desiderio di evitare il contatto umano non necessario. Diverse aule di Sociologia sono state occupate per un convegno al quale sono accorse decine di scienziati sociali che, in forma sintetica, definirò qualitativi. Si parlava delle narrazioni come dato. C'erano gli applausi, i complimenti accorati, le presentazioni in Power Point e un sacco di discussioni dedicate a temi che, dal basso delle mie letture sparute e di quello che credevo fosse semplice buon senso, ritenevo archiviati da qualche tempo. Ho allungato l'orecchio cercando la voce di qualcuno che rompesse il circolo vizioso dei complimenti e che non si limitasse a fare un timido accenno alla questione delle interviste come "furto" di storie e di informazioni, passando poi ad altro, a considerazioni più neutre. Anche in quel caso mi sono sentita sola con il mio piccolissimo bagaglio di libri ed esperienze, mentre sullo sfondo dell'altrui cambiare discorso mi domandavo se i presenti avessero esplorato a fondo il rapporto che lega la qualità del dato raccolto e la capacità del ricercatore di definire un frame entro il quale il narratore scopra l'intervista come un'occasione per esplorare sé stesso e la propria vita anziché uno spazio-tempo inutile, da cedere controvoglia.
Fuori da un'aula del secondo piano ho tentato di esternare a voce i miei turbamenti in proposito e di raccontare una delle idee che mi sono venute per la tesi (quella il cui accesso al campo si configura come un'odissea burocratica kafkiana). Dopo una manciata di minuti ho osservato le resistenze della mia interlocutrice. L'ho vista abbandonare la conversazione, lasciandomi sola con un vuoto che avevo previsto. L'ho vista scomparire in fondo al corridoio, mentre il vuoto che avevo previsto corrodeva la mia capacità di restare composta, muta ed imperturbabile.

Mi immagino intenta a correre senza una meta, quasi che la corsa possa liberarmi dal legame con il suolo, con l'immediato presente e con i segni del passato che si stagliano come elefanti ovunque io creda di aver trovato quiete. Scaffali dissestati, carichi di porcellane infrante sono ciò che mi lascio alle spalle e che mi volto a guardare, per capacitarmi delle dimensioni del mio errore.
In verità sono ferma, china sull'asfalto di un marciapiede affollato, con il palmo della mano sinistra sbucciato, sporco e sanguinante.
E lunedì ricominciano le lezioni.

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