Le volpi sono animali meschini, doppiogiochisti e vili. Io sono una volpe.
Hai sempre saputo cos'ero.
Quando ti baciai per la prima volta, sulla guancia sinistra, la pressione delle mie labbra sul tuo viso fu contaminata dalla condivisa consapevolezza della mia natura meschina, doppiogiochista e vile.
Quando ti fermasti a dormire per la prima volta nella mia tana, ero dinamite ai piedi di una diga. Lo spazio angusto entro il quale ci coricammo ci parve ampio come un campo di girasoli dalle teste secche, tanto eravamo ancorati l'uno all'altra. Dall'altra parte della città un tasso mostrava i segni dei morsi che gli avevo lasciato sulle ginocchia. Non ho mai smesso di sognarlo, anche dopo che dichiarò di volermi cadavere. Lo amavo, così come amavo l'asfalto e la pietra bianca con cui fu lastricato il mio corpo, prima della mutazione.
I segni sulle mie ginocchia erano ematomi bruni, a proposito dei quali mentivo, perché se ne avessi rivelato l'origine la mia anima sarebbe finita all'Inferno. Quando te ne parlai, tu mi perdonasti. Non ti pareva vero di avermi trovata, così come a me non pareva vero di aver trovato te. La mia anima non sarebbe andata all'Inferno, dopotutto.
Le volpi non hanno un'anima.
Hai sempre saputo cos'ero. Ti osservai divenire volpe, pur di coricarti al mio fianco. Pur di raggiungermi nelle profondità della terra. Leggesti le mie parole caustiche e io ascoltai i rintocchi ovattati delle tue lacrime. Nell'oscurità eri argenteo. Gli altri animali non erano stati capaci di penetrare il tuo sguardo. Eri fragile. Eri l'ultimo della tua specie.
Avevi ossa esposte contro le quali mi affilavo i denti. Nelle tenebre stringevo il tuo cuore. Ascoltavo il rumore del sangue che scorreva come olio sotto la tua carne.
Ti volevo solo per me, perché sono una volpe e le volpi sono animali vili ed egoisti.
"Scegli me", ti dissi. E tu scegliesti me.
Gli altri animali ti credevano addomesticato, ma la verità è che eri selvatico. Ti lamentavi delle luci artificiali che schermavano il chiarore delle stelle. Una notte mi portasti ai margini di un campo per contemplare il cielo. Gli astri erano teste di spilli conficcati in una coperta nera.
Quando la Morte divenne la mia compagna, quando cominciai a dormire con il volto immerso nelle sue vesti, tu eri coricato alle mie spalle e aderivi al mio corpo come una corazza. La mia tana era stretta, allora, ma senza di te non avrei potuto dormire. Sarei rimasta sveglia per settimane intere, aspettando ch'Essa mi abbandonasse al sonno. Ma sarebbe stato inutile; avrei finito per perdere la ragione, perché la Morte è ancora qui, alla mia destra, dopo tutti questi anni.
Sei un animale selvatico che nessuno riconosce come tale. Forse questo dipende dal fatto che la tua specie è stata cancellata dalle enciclopedie. Non ci sono immagini che permettano di identificarti. Nessuno ha mai fatto lo sforzo di attribuirti un nome, di studiare la tua lingua, di sezionarti.
Apparivi addomesticato, pur non essendolo. Ti lasciarono ai margini ed ignorarono la bellezza di cui ti eri fatto scrigno.
Sei diverso anche dai diversi. Sei una volpe argentea dalle zampe sfregiate.
Non sono sicura di capirti, perché la mia diversità è banale. Il mio idioma è quello delle consonanti sensuali e delle metafore costruite nella materia decomposta. Posso edificare cattedrali con le lettere che gli altri si abbandonano alle spalle, ma non riesco a leggerti. Il tuo idioma non ha una forma scritta. Il tuo idioma è nell'odore della natura imbrigliata da mani ruvide, nei suoni distorti che occupano vecchi nastri magnetici.
La mia è una diversità sulla quale si è scritto per secoli. La tua non è mai stata legittimata, se non per mezzo dei passi di danza di un ragazzino scalzo.
Dopo che la Morte si fece ombra del mio corpo, non fui più in grado di abbandonare le sembianze di volpe. Cercavo il mio tormento nelle parole altrui. Cercavo racconti che sostituissero le immagini ferme nella mia testa: felci, corpi refrigerati, cadaveri abbandonati al sole, foglie secche, l'ultimo respiro di un gatto randagio, un fiore calpestato, gli oggetti che seppellii da piccola e che riesumai prima di conoscerti. Incontrai un giovane lupo e poi una lepre. Costellai il mio cielo di animali simili a me, con i quali condividevo la lingua. Era una lingua minoritaria, che avevamo mutuato dall'inchiostro e dalla carta. Ho cercato invano di tenertela nascosta. Ma tu la conoscevi, pur non praticandola.
Ora che siamo lontani non ho modo di affondare il naso tra le tue costole sporgenti. Posso vedermi cadavere, di fronte al tuo silenzio. Posso seccarmi di nuovo, come quando lasciai il mio corpo ai piedi di un pesco. Posso seccarmi di nuovo, per non rialzarmi più.
Non ci sono animali selvatici in questa distesa di asfalto, in questo oceano di pinnacoli.
Ci sono solo io.
Sono una volpe comune. Un animale meschino, doppiogiochista e vile.


