Novembre 2011 Archives

Documentari, libri, articoli scientifici, canzoni e testimonianze che punteggiano la rete. Quando l'oggetto ricercato è il movimento riot grrrl, l'immagine che esce dall'incastro e dalla sovrapposizione di queste fonti sembra chiara, per quanto controversa e tutt'ora dibattuta.
Detrattori e nostalgici, se ben informati, tendono a proporre osservazioni che non di rado convergono, per lo meno sul fronte del "cosa è stato". Ciò stupisce, soprattutto se si considera che la storia del movimento è stata scritta in primo luogo dalle ragazze che ne erano il sangue e le ossa. E le ragazze, stando alla cultura popolare e al comune sentire, non sono molto attendibili. Nonostante i tentativi esterni (per lo più da parte dei media mainstream: USA Today, Spin, Seventeen e via dicendo) di raccontare ciò che stava accadendo nel periodo in cui il movimento era ancora sconosciuto in diverse aree degli Stati Uniti e in quasi tutta Europa, oggi le fonti che contano non sono quegli articoli sensazionalistici, quanto i resoconti di chi era e si sentiva parte del network riot grrrl.
In Italia l'espressione riot grrrl è associata esclusivamente ad una manciata di dischi e ad un'idea di suono che poco ha a che fare con la varietà di registri delle band che sono diventate simbolo del movimento. Si sa poco o nulla delle idee politiche di quelle ragazze, così come della forma di femminismo che articolarono e dell'efficace network che riuscirono a costruire, mettendo in contatto giovani donne in tutti gli Stati Uniti e persino in Inghilterra. Le comunicazioni tra i diversi gruppi e tra singole ragazze avvenivano soprattutto attraverso lo scambio di lettere e di fanzine. La ricostruzione in cui mi sono imbattuta dei resoconti orali e documentali che raccontano questi scambi trasmette calore. Le interviste che ho ascoltato (ad esempio quella a Sara Marcus in cui viene presentato Girls to the Front, su Bitch Media) convergono nel proporre un'immagine degli scambi come di un appiglio salvifico all'interno di una quotidianità alienante, spesso segnata da forme di violenza più o meno simbolica, consumatasi a scuola o all'interno delle mura domestiche. Per molte ragazze le lettere e le fanzine ricevute per posta erano l'unica prova tangibile che là fuori c'erano altre persone come loro. I dischi e i concerti sono venuti dopo.

Ciò che non ho trovato nei resoconti sopraccitati e che invece tendo sempre più ad aspettarmi è una traccia, per quanto vaga, di quello che le ragazze provavano nei giorni in cui la cassetta delle lettere era vuota e in cui un pezzo di carta coperto di parole e disegni pareva non bastare. Certo, questo tipo di racconti sarebbe forse marginale nell'articolazione di un discorso collettivo più ampio a proposito del movimento riot grrrl, ma la natura dialogica, orale, riflessiva e diaristica dello stesso cozza con questa mancanza.
Sono abbastanza convinta che, se mi sarà concesso di passare qualche ora alla Fales Library di New York per visionare la Riot Grrrl Collection, troverò delle fanzine in cui lo smarrimento e le cassette delle lettere vuote di cui sopra emergeranno in qualche modo.

Sempre più spesso mi scopro intenta a lamentare la mancanza di letteratura convincente e sensata su specifici argomenti di mio interesse. La parola letteratura assume significati diversi a seconda delle situazioni in cui la dispiego, perché sono un animale ambiguo. Il più delle volte significa semplicemente "letteratura scientifica", come quando fui colta dallo riot-girl-zine--google-images.jpgsconforto e blaterai a vuoto nel constatare che non esistevano articoli sociologici sul guerrilla gardening o quando, più di recente, approcciai la letteratura sulle fanzine, solo per scoprire che gli articoli più coerenti con il mio progetto di ricerca per la tesi suonavano accattivanti, ma a livello metodologico lasciavano molto a desiderare (tra di essi ne trionfa uno scritto da una tipa che attualmente insegna alla University of Chicago, in cui il processo di campionamento è descritto più o meno così: "ho usato le fanzine che avevo già in casa").
Più di rado uso la parola letteratura per parlare di grande narrativa; quella che ti porta all'estasi e al contempo ti fa passare attraverso un tritacarne. Quella che si regge su frasi che ti fanno sentire analfabeta anche se le capisci perfettamente.
Parlando di riot grrrl, cassette delle lettere, solitudine e suburbia, la mancanza di letteratura è pressante e palese su entrambi i fronti. In parallelo, ciò di cui credo nessuno abbia ancora scritto con cognizione di causa e risvolti salvifici è una situazione che riguarda in prima persona me e alcuni dei miei amici, così come molte altre persone.

Dieci anni fa aprii un blog collettivo molto scarno che si chiamava Lost in the Supermarket, come la canzone dei Clash. All'epoca avevo già un'idea abbastanza chiara di cosa significasse sentirsi più vicini ad una persona conosciuta online che a coetanei che vedevo tutti i giorni e che pensavano che fossi strana, nel senso brutto del termine. Conoscevo i tormenti della corrispondenza cartacea, così come il fugace senso di quiete che si accompagnava alla lettura di un post che esprimeva esattamente quello che provavo, ma con parole diverse da quelle che avrei scelto io. Internet era l'unico luogo in cui riuscissi a trovare tutte le risposte di cui avevo bisogno, per quanto la connessione 56k rallentasse la loro scoperta.
Mi piacerebbe poter dire che il senso di sradicamento che provavo allora sia venuto meno, poco a poco. Che le amicizie sorte in seguito abbiano tacciato la mia brama di contatto umano, ove esso è trasformato - arricchito e al contempo impoverito - dalla mediazione di una macchina. Ma non è così.
Il fluire del tempo e gli incontri che ci sono stati mi hanno dimostrato che il mio struggimento non era immotivato, che il legame che sentivo non era una mera illusione. Alcune delle persone che amo di più non sono che ombre. Sono in grado di leggermi come se fossi trasparente e di raccontarsi fino a convincermi che la vera illusione sia quella della distanza, non della vicinanza. Eppure non sono che ombre. Non ricordo il loro odore, la forma delle loro unghie, il colore della loro casa, perché ho trascorso in loro compagnia solo una manciata di ore distribuite nell'arco di qualche anno. Ci sono tante cose che ignoro della loro vita, eppure non riesco a scacciare la sensazione che ciò che di importante doveva essere reso noto sia stato presentato fin da subito, accanto alle generalità.
Nessuno mi aveva preparata a questo. Quando ero alle superiori sono certa di aver cercato storie che fossero simili alla mia, nelle librerie. La letteratura epistolare forniva suggestioni alle quali mi sono aggrappata, ma in essa era sempre presente uno squilibrio. Non c'erano libri in grado di fornirmi indizi sul modo migliore per affrontare la situazione. C'era però il chiacchiericcio vuoto e paternalistico di chi credeva di avere il diritto di sminuire i miei amici lontani, i miei amici immaginari. Ero pur sempre una ragazzina che teneva un diario. Sembrava che tutti si aspettassero che venissi adescata da qualche maniaco, perché notoriamente le ragazzine non hanno buon senso. Le ragazzine dei primi anni zero non sapevano usare internet. Si fidavano degli estranei. Ho sempre avuto cura di spiegare che sapevo quello che stavo facendo, ma ci sono voluti anni prima che la mia competenza venisse riconosciuta. Nel frattempo la distanza dai miei amici nascosti nell'ombra è aumentata. Qualcuno è andato all'estero. Poi anche i miei amici in carne ed ossa sono andati all'estero. La redazione berica della webzine che ho contribuito a fondare è andata ampliandosi e distribuendosi su due continenti, con il risultato che ora ci sono più autrici che scrivono da Londra che da Vicenza.
Tra un mese sparirò anch'io.

La notte scrivo mail in cui cerco di concentrare conversazioni di ore ed ore, perché non riesco ad accettare che i chilometri mi privino dei miei simili. A volte taglio i convenevoli e mi lancio nella stesura di paragrafi cui - mi è stato detto - è difficile rispondere.
Chi risponde dopo settimane, chi butta giù qualche riga dicendo, appunto, che è difficile articolare frasi che non siano schiacciate dal peso delle mie, è un amico in carne ed ossa che si è allontanato. Chi è abituato a raccontarsi e a raccogliere racconti per assicurarsi la sopravvivenza trova sempre il modo per rispondere, per condividere la giusta dose di aneddoti e complicare la comunicazione. La complicazione della comunicazione è un'esigenza imprescindibile.
Quando qualcuno non mi risponde o riporta la conversazione su un piano di ricercata banalità ci resto male, perché sono convinta che ognuno abbia dentro di sé un narratore; perché sento di essermi prosciugata invano. Naturalmente so che le mie abitudini epistolari sono e sono state considerate inopportune da qualcuno, ma io ho paura di morire senza aver detto certe cose alle persone che mi sembrano cariche di una certa sensibilità, anche se magari non se ne rendono conto. Quindi scrivo e aspetto.

Nel frattempo continua a non esistere letteratura sulla delocalizzazione del proprio cuore e delle proprie stampelle che rifletta il mutamento tecnologico degli ultimi due decenni. Come se nessuno avesse mai scritto come ci sente a crescere così, a parte noi.

Solo un post per la settimana che va concludendosi:

Come impersonare il Terrificante Mostro Novembrino e posticipare la venuta dello Spirito Natalizio.

Altro nonsense, come potrete immaginare dal titolo.

Questa settimana contavo di scrivere di più, ma il mio piano è saltato quando ho passato quasi cinque ore su un post che probabilmente leggerete a dicembre, di cui non vi anticipo l'argomento (sì, rodetevi le mani dalla curiosità!). Ormai sono specializzata nello scrivere fino alla consunzione, di cui mi rendo conto solo quando è troppo tardi. A volte mi viene la nausea da eccesso di scrittura. Non sto scherzando.
Sbatto il portatile sul letto, lontano dal mio corpo assopito, e cerco di riposarmi il cervello per dieci minuti. Il problema è che ho troppe idee (ah, la megalomania!) e che ci metto troppe ore a svilupparle. E questo è il mio "tempo libero". Gli sprazzi di tempo in cui dovrei riprendermi da tutto il resto. Dalle lezioni, dai laboratori, dalle presentazioni, dalla devastazione alcolica con cui festeggiamo le presentazioni andate bene.
Se non altro da qualche tempo a questa parte tendo a scrivere soprattutto di cose belle. Un tempo scrivevo di cose brutte, solo che nessuno se ne accorgeva, perché i miei post facevano ridere. Scrivere di cose brutte mi risultava molto facile.
Ora preferisco scrivere di quelle cose che sono così belle da farmi stare male o di quelle cose belle che mi pare siano degne di essere divulgate, perché al mondo c'è fin troppo ciarpame.

- Nothing Matters When I'm Dancing. Il nastrone della settimana di Soft Revolution è dedicato alle danze solitarie, ai supermercati e al rapporto tra di essi e i National. Non molto lineare, lo ammetto. Se avete bisogno di chiarimenti, li trovate nel post. Ah, vi ricordo che dalla settimana scorsa i nastroni si possono scaricare, oltre che ascoltare in streaming. Il file resta online per sette giorni giusti giusti, quindi vi consiglio di affrettarvi.

- Cinque raffinate tecniche per distrarsi in classe e guadagnare 150 "Punti Sarcasmo". Il tema del mese su Soft Revolution è il Do It Yourself. Questo significa che molti degli articoli che stiamo pubblicando sono delle guide pratiche per costruire/diventare/distruggere/realizzare qualcosa. Non mancano i pezzi squisitamente nonsense, come quello che vi segnalo. Lo consiglio in particolar modo a chi rimpiange i tempi in cui il mio blog faceva ridere (circa 2005).

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Non rimpiango granché dei tempi in cui non avevo la patente ed ero solita circolare in bici e Converse anche quando Vicenza era ricoperta da decine di centimetri di neve. All'epoca i miei averi erano in realtà di proprietà dei miei genitori e una gang di suore irate mi teneva in pugno. Un diciassettenne alto e smilzo che frequentava la mia scuola aveva deciso che il mio soprannome sarebbe stato ONU, dato che una volta mi era capitato di correggerlo mentre vocalizzava un commento xenofobo sugli abitanti della Repubblica Ceca. Inoltre in quel periodo cominciai a constatare che il mondo non era mosso da grandi ideali; realizzai ben presto che nemmeno le spose di Cristo agivano secondo i dettami dei Vangeli e della Costituzione. Se per tenere buona la studentessa dotata di notevole literacy tecnologica era necessario mentire spudoratamente alla stessa buttando sul tavolo una denuncia in potenza, Vangeli e Costituzione potevano essere ignorati per qualche minuto. Quelli erano però tempi in cui ero solita frequentare un gruppo di scout metallari che avevano declinato gli insegnamenti di Baden Powell in precetti di vita quali "se non sai come vestirti oggi prova a scavare in cantina" e "se la tua bici ha dei freni funzionanti forse è il caso che tu prenda delle tenaglie per intervenire al più presto". Con loro sapevo che ogni festa in costume sarebbe stata presa sul serio e che se fuori pioveva copiosamente con ogni probabilità qualcuno si sarebbe messo a correre in direzione della fontana più vicina per infradiciarsi una volta per tutte.
Con l'avanzare dell'età, l'emigrazione e la scoperta dei fasti dell'Accademia scoprii che persino le persone interiormente più ridicole, mano a mano che cominciano ad ospitare sul proprio capo i primi capelli bianchi o l'assenza degli stessi, ad un certo punto archiviano i travestimenti come un giuoco giovanile. Frasi come: "Sono travestito da me stesso" e "Sapevo che tanto nessun altro si sarebbe travestito" divennero poco a poco causa di profonda nostalgia. Nostalgia questa che, come potrete immaginare, ha corroso il mio spirito soprattutto a seguito del mio trasferimento in terra tridentina, dove nessuno ha cantine piene di vestiti assurdi e odorosi di muffa.
A titolo esemplificativo vi propongo il seguente aneddoto, che vi darà un'idea di quanto sia scarsa la propensione al travestimento da parte del mio prossimo: l'ultima volta che ebbi occasione di mettere musica in presenza di altri esseri umani fu ad una festa di Carnevale in una parrocchia del vicentino. Baldra ed io eravamo travestiti da supereroi, perché quello era il tema della festa, organizzata da un mio amico per la gioventù del paese. L'età media degli astanti era circa dodici anni. Io ero vestita da Super Massaia. Baldra da Scott Pilgrim. Due amiche che ci eravamo portati dietro erano rispettivamente Super Mario e un'Incredibile.
Se avete abitualmente a che fare con gente che frequenta le scuole medie avrete forse intuito che eravamo noi gli unici in costume. Tutti i dodicenni e le dodicenni erano abbigliati normalmente e chiedevano a gran voce "musica house", Fabri Fibra e Rihanna.
Da allora il massimo che ho fatto in ambito carnevalesco è stato travestirmi da uno dei miei compagni di corso, ottenendo per sbaglio un look da ragazza dell'Azione Cattolica vagamente succinta. Ho poi chiesto a gran voce una maratona di film di Wes Anderson per vestirmi da Margot Tenenbaum e fumare legittimamente delle sigarette vecchie di dieci anni, bagnate e schiacciate sotto un mattone, ma per il momento il mio sogno non è ancora divenuto realtà.
Immaginerete dunque di quale portata sono stati i miei conflitti interiori pre-Halloween. Negli ultimi giorni ho continuato a leggere splendidi suggerimenti per i costumi da sfoggiare lo scorso lunedì (tra i quali ho attribuito il primato a "Cylon umanoide") ma, sapendo che nessuno si sarebbe travestito con adeguato trasporto, ho preferito indossare la mia maglietta autoreferenziale dei Beach House* e andarmene al collegio di merito con altra gente non travestita a guardare un film horror a caso.
Dopo aver intavolato una discussione poco fruttuosa ed aver cassato nel giro di dieci minuti un osceno film americano in cui c'era una specie di alien a forma di larva gigante, siamo approdati su Let Me In, che alcuni di voi ricorderanno come il remake della pellicola svedese del 2008 Låt den rätte komma in. In genere è raro che un film horror mi comunichi qualcosa di diverso dalla noia, dal terrore o dalla promessa di un mese di notti piene di incubi. In questo caso, invece, posso quasi dirmi felice di abbandonato la prospettiva di una notte di travestimenti e bagordi alcolici, perché altrimenti dubito che avrei trovato il coraggio per guardare un film come Let Me In che, sulla carta, sembrava in grado di traumatizzarmi. In realtà il remake di Matt Reeves non è così terrificante come l'avevo immaginato. I primi dieci minuti dell'originale di Tomas Alfredson, invece, erano stati sufficienti a farmi perdere almeno un paio di settimane di vita.
Let Me In racconta la storia dell'amicizia nata tra un dodicenne (Owen) che per semplicità definiremo esile sfigato vittima di bullismo e una finta ragazzina perennemente scalza (Abby), interpretata da Chloë Moretz. La finta ragazzina è in realtà una vampira, il che significa che nel film ci sono un sacco di persone che vengono dissanguate brutalmente.

Uno dei grandi pregi di Let Me In è che rappresenta la dimostrazione empirica di come si possa realizzare un film in cui alcuni dei personaggi sono non-morti senza per questo ricoprirsi di ridicolo. A differenza di tanti altri film di cui non occorre che faccia il nome, Let Me In evita di spiegare per filo e per segno come funzionano i vampiri, da dove vengono e quali sono i loro punti deboli. Viene dato per scontato che queste informazioni siano ormai di dominio pubblico. Questo permette di dare spazio a questioni ben più importanti, come l'amicizia tra Owen e Abby e il rapporto tra il primo e i compagni di scuola che si divertono a tormentarlo. Personalmente sono un'appassionata di film che affrontano i problemi quotidiani di chi passa buona parte della propria giornata tra le mura scolastiche, sia che il punto di vista sia quello di degli "sfigati", sia che sia di insegnanti, gente popolare e via dicendo. Se sono fatti bene, per quanto piegati al nonsense, tendo sempre ad apprezzarli. Let Me In, per quanto horror e per quanto solo collateralmente dedicato alla vita scolastica, funziona. Il terrore, la rabbia e l'impotenza di Owen sono palpabili. Le sue reazioni estreme, il suo scatto violento fomentato da Abby risultano comprensibili e, almeno in parte, condivisibili.

Il personaggio di Abby è invece ambiguo. L'ho trovato inquietante non tanto nei momenti in cui diviene un animale affamato, al punto da assumere movenze simili a quelle di un lupo, ma soprattutto nel suo rapporto ambiguo con gli uomini adulti.
E' rispetto a questo disagio lieve, quasi impalpabile, che fatico a trovarmi d'accordo con chi ha descritto Let Me In dicendo che si tratta di un film romantico. Un horror romantico.
Credo che questo giudizio sia frutto di una lettura superficiale della vicenda e dei tanti piccoli indizi che costellano i due appartamenti in cui sono ambientate alcune delle scene più belle. Una foto che ci rivela un nuovo vincolo che è venuto a crearsi tra i protagonisti, ad esempio, e che suona come una condanna.
Questi dettagli inquietanti valgono molto più di un bacio approssimativo, che per altro credo abbia schifato le persone che erano in mia compagnia durante la visione del film e che speravano in una deriva splatter.

* dieci punti gloria a chi indovina perché la maglietta dei Beach House è per me autoreferenziale.

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