Ho una storia nei polmoni. La sto raccontando da circa due anni.
Mia madre e mia nonna temono che questa storia possa compromettere la mia riuscita nel magico-magico mondo dell'accademia.
Le loro fronti aggrottate discendono dalla convinzione che io possa fuggire, abbandonare il suolo cattolico sul quale mi reggo e ritirarmi a scrivere in un armadio.
So che gradirei la solitudine, ma sarei un parassita.
Il suolo cattolico sul quale mi reggo è uno spazio-tempo che si dispiega tra Vicenza e Trento, tra la fiducia che riponevo in Dio e l'inquietante santino che ho rinvenuto ieri pomeriggio mentre stavo cercando un cacciavite.
Il santino dice:
Preghiera a S. Michele Arcangelo
(da recitare come esorcismo)
S. Michele Arcangelo,
difendici nella battaglia.
Sii tu il nostro sostegno
contro la perfidia
e le insidie del diavolo.
Che Dio
eserciti il suo dominio
su di lui,
te ne preghiamo supplichevoli.
E tu,
Principe della milizia celeste,
con la potenza divina
ricaccia nell'inferno Satana
e gli altri spiriti maligni
i quali errano nel mondo
per perdere le anime.
Amen.
A giudicare dalla consistenza e dal colore della carta, credo che il santino in questione sia rimasto nel cassetto in cui l'ho trovato per diversi anni.
Leggendolo per la prima volta ho riso. Non potevo credere alla mia fortuna.
Mia madre e mia nonna sono le persone cui ho raccontato più spesso dell'esoscheletro che è andato formandosi sul mio torace e sulla mia schiena nel corso degli ultimi dieci anni. Quando le circostanze mi permettono di svuotarmi sulla carta, esso diviene una corazza. Quando le parole si fermano ai polsi, invece, esso si tramuta in una morsa che m'impedisce il respiro.
Se racconto le mie metafore è solo per sottolineare la mancanza di alternative al mio agire scomposto. Non credo di poter fare a meno di desiderare il silenzio, nonostante esso mi conduca sempre più spesso a dover comprimere ciò che resta dei miei polmoni per prevenire l'insorgere delle urla che non ho mai consegnato al vento.
Mia madre e mia nonna sembrano chiedermi di strisciare fuori dal mio esoscheletro. Sono così gentili da non dirmelo in faccia, ma è chiaro che lo pensano.



