Avrei voluto partecipare al dibattito sulla riforma Gelmini qualche giorno fa, quando i telegiornali aprivano con le manifestazioni studentesche e la mia facoltà non era ancora stata occupata.
Non l'ho fatto per vari motivi, credendo che l'esigenza di dire la mia anche su queste pagine digitali sarebbe venuta meno. Poi ho constatato che, tanto per cambiare, le assemblee organizzate dal coordinamento studentesco locale mi facevano lo stesso effetto di quelle del suo equivalente patavino. Me ne stavo zitta zitta nel mio cantuccio a deprimermi di fronte a scambi di battute già sentiti centinaia di volte. Il fatto che in quelle occasioni ci fossero molti studenti non dipendeva dal successo delle strategie di comunicazione dei suddetti personaggi del collettivo - che anzi restano immobili da anni - quanto piuttosto dalla necessità di partecipare che molti colleghi avevano provato.
Parlo non del partecipare alle assemblee per esprimere un'opinione o imbracciare il megafono, ma del banale desiderio di esserci, di divenire parte di quella collettività numericamente mutevole ed indefinita che si sente colpita e offesa dai provvedimenti contenuti nella riforma Gelmini.
Mentre i tizi autodefinitisi "antifascisti" si facevano i complimenti a vicenda, io maturavo la convinzione che stare seduta sul marmo per due ore ad ascoltare discorsi poco stimolanti non fosse il modo più fruttuoso per sperperare il mio tempo. Ho così fatto quel poco che mi era concesso: ho seguito i tg, letto i giornali e continuato a studiare.
Mentre stavo guardando uno di quei telegiornali la mia attenzione è stata catturata da una frase pronunciata dal ministro Gelmini. La frase in questione consisteva in un lapidario (riporto a memoria): "Mi stupisce che gli studenti manifestino insieme ai professori. Dovrebbero manifestare, invece, contro i baroni dell'università italiana".
Ammetto di non aver mai amato la figura esecrabile di Mariastella Gelmini. Mi disgusta il fatto stesso che un avvocato dal curriculum discutibile possa divenire Ministro dell'Istruzione. "Avesse almeno una specializzazione coerente con il suo compito", mi dico. "Un generico interesse per la scuola, per la pedagogia, per qualcosa che c'entri".
Invece Mariastella Gelmini suggerisce che gli studenti manifestino contro i loro professori. Suggerisce una scissione interna all'organizzazione che denominiamo università. Propone uno scenario in cui uno dei prodotti più tristi dell'università cui siamo abituati - la lezione frontale tediosa accompagnata da un pubblico ancorato con tutte le forze alla propria passività - diviene centrale, fino a cancellare tutti i motivi per cui molti studenti si sentono morire un po' dentro ogni volta che la Gelmini apre bocca di fronte ad una telecamera.
Mentre le proteste gettavano nel caos un gran numero di città italiane, io raccoglievo materiali per una ricerca alla quale sto lavorando con i miei compagni di corso. Leggevo articoli scientifici che raccontavano lo svolgimento di ricerche i cui risultati dimostrano che le performance accademiche degli studenti universitari migliorano sensibilmente quando il corpo docente si rende accessibile, quando professori e studenti hanno a disposizione spazi informali in cui coesistere (come mense e sale di aggregazione).
Mariastella Gelmini ci ricorda, invece, che studenti e docenti sono nemici, che scenari diversi non sono contemplati né contemplabili. Dobbiamo tenerci l'università triste che abbiamo avuto fino ad oggi, con l'aggravante dei tagli e di tutti gli altri provvedimenti mortiferi che la riforma porta con sé.
Dobbiamo fingere che lungo il percorso che ci ha portati dove siamo non ci siano stati docenti e ricercatori che ci hanno fatto amare le nostre discipline di riferimento con travolgente passione. Dobbiamo cancellare i ricordi delle lezioni la cui potenza è stata tale da rendere lievi gli imperituri disastri burocratici, i corsi fatti con i piedi, i treni soppressi alle otto di sera e gli sfoghi disperati dei professori costretti ad abbandonare la ricerca per tenere un numero spropositato di corsi.
Mariastella Gelmini ci invita a fare il suo gioco, come lo studente schiacciato dallo squilibrio di potere insito nella stessa aula universitaria, che sceglie di non intervenire mai, di restare fermo al suo posto a prendere appunti, di sfogare la frustrazione (più o meno conscia) parlottando con il vicino per denigrare le scarpe della professoressa.




