Anobii mi fa notare che quest'anno non raggiungerò la mia usuale quota di 53 libri letti in un anno. Tale pensiero mi rattrista. Eppure non posso far a meno di ringraziare Nostro Signore Gesù Cristo per avermi spinta a spendere buona parte dei miei soldi su Bookdepository e, conseguentemente, a leggere un sacco di bei volumetti.
Il 2010 è stato, per me, l'anno della narrativa americana per young adults (a.k.a. adolescenti), di quei libri con le figure (che per lo più non si leggono al contrario) e dei volumi sul nazismo che non ho mai finito di leggere.
Dall'alto delle mie manchevolezze, mi permetto di concludere l'anno segnalandovi qualche libro, sperando che parte dei miei gusti balordi siano anche vostri.
Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Jonathan Safran Foer
Un libro in cui poesia, mattatoi ed industria alimentare coesistono miracolosamente. Consigliato a chiunque metta cibo nella propria cavità orale, in particolar modo ai vegani convinti che per convertire gli onnivori servano i video horror-style.
Unlovable di Esther Pearl Watson
Una deliziosa graphic novel la cui copertina è ricoperta di glitter, mentre il contenuto parla la lingua dei nostri traumi adolescenziali, consumati sulle note di una canzone degli Smiths.
The Handmaid's Tale di Margaret Atwood
Il romanzo distopico che ho sempre voluto scrivere esiste già. E' questo.
Agnese di Harold Garfinkel
Forse il più accattivante tra i sociologi che compaiono nei manuali universitari, Garfinkel è noto per i suoi esperimenti fuori di testa e per l'asistematicità della sua produzione scientifica. Agnese è la storia di un transgender nella California degli anni '50.
Scott Pilgrim (vol. 1-6) di Bryan Lee O'Malley
La vera gioia cartacea del mio 2010. Non fermatevi al film e recuperate tutti e sei i volumi che compongono questo delizioso fumetto fatto di musica indie, neve, complicate relazioni sentimentali ed umorismo stracciavesti.
Girl di Blake Nelson
Il primo romanzo di Blake Nelson (vedi anche Paranoid Park), l'autore di narrativa per adolescenti che avrei voluto conoscere dieci anni fa. Girl è la storia di una ragazza, di una band e di tutte quelle cose deliziosamente stupide che si fanno a quindici anni.
L'officina del diavolo di Adolf Burger
La storia del kommando falsari del Terzo Reich raccontata da uno dei sopravvissuti.
Grow Great Grub di Gayla Trail
Gayla Trail è una delle mie blogger preferite. Scrive di giardinaggio con una maestria rara, ricordandomi giorno dopo giorno i motivi per cui non posso più fare a meno di coltivare piante e affondare le mani nella terra. Questo è il suo secondo libro, dedicato a giardinieri più o meno esperti che si trovano a dover conciliare la loro brama di coltivare otto diverse varietà di zucca con uno spazio limitato a disposizione.
Ci piace pensare a Lega Nord come a quel partito di tizi barbuti amanti del lancio del tronco. Ci rincuora crederli fermi ai loro esordi, fatti di luganega, riti celtici e voglia di secessione. Duole constatare che, invece, quei tempi sono stati progressivamente rimossi, per lo meno nelle nostre aride terre.
Il lavorìo cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha visto il partito del "Forgiati un set di armi ed elimina fisicamente il terrone" tramutarsi in un enorme Quid. In Veneto esso raccoglie i consensi di personaggi assai disparati; dall'autoproclamatosi fascista con le foto di Borghezio nel cellulare allo studente di Scienze Politiche che sembra un becchino. C'è poi il piccolo problema dell'elettorato della defunta Democrazia Cristiana che, a quanto pare, ha trovato nella Lega Nord un interlocutore adeguato.
A sconcertarci non è tanto il fatto che Lega Nord esista e il suo vertice sia tutt'ora dominato dal non più carismatico Umberto Bossi. Ciò che fatichiamo ad accettare è il fatto di essere finiti nel regno di Zaia che, dopo aver lasciato il Ministero dell'Agricoltura nelle viscide ed impreparate mani di Galan, ha deciso di indossare le vesti del catechista stronzo.
Noi Veneti in polemica con la Santa Sede dobbiamo dunque patire una dominazione doppiamente penosa: oltre al tradizionale pacchetto Lega Nord ("i cinesi puzzano; noi mangiatori di maiale siamo meglio di chiunque altro; mio figlio ha sposato una terrona cattivissima che pretende di dividere i lavori domestici") abbiamo avuto in omaggio anche il cofanetto "Quanto ci piacciono le nostre radici cristiane".
L'esempio che siamo lietissimi di presentarvi è fresco fresco (ringraziamo Francesco G. per la segnalazione).
A quanto pare, Elena Donazzan, il nostro poco competente assessore regionale all'Istruzione ha recentemente spedito una lettera a tutti i dirigenti scolastici delle scuole primarie venete. Tale lettera anticipa una pioggia di doni, offerti dalla Regione, che si abbatterà sulle teste dei bambini delle elementari sotto forma di Bibbie e tedio. Ciascun bambino riceverà infatti la sua personale copia del libro più venduto al mondo. Ma non solo. La Donazzan, aizzata da Zaia e da tutti i fanatici del Consiglio Regionale, scrive infatti che i suddetti volumi andrebbero letti, magari in classe.
"Leggere la Bibbia - esplica (mettendo la punteggiatura un po' a caso) la sadica donna - dare la possibilita' ai bambini di commentarla in classe, trovare dei momenti di discussione su tematiche che possano diventare stimolo di ragionamento e riflessione, crediamo fermamente siano un'occasione importante per gli studenti; magari in occasione delle prossime festivita' natalizie attorno ad un presepe, simbolo della nostra tradizione popolare piu' vera e profonda".
Ci piace credere che i bambini non siano degli automi senza cervello, bensì persone come noi. Persone che non hanno alcuna voglia di farsi ammorbare da qualche adulto pieno di risposte preconfezionate ed interpretazioni inscalfibili della Bibbia. Persone che magari in Gesù ci credono anche e che, nonostante ciò, non hanno alcun bisogno dell'ennesima lezioncina sul fatto che il paradiso è lì in cielo e l'inferno è sotto terra. E, nello scrivere tutto ciò, tralasciamo volutamente gli altri cinquemila argomenti problematici che insorgono; dalla mancanza di rispetto nei confronti dei bambini non cattolici, alla palese volontà di raggirare le regole, nel tentativo indottrinare le nuove generazioni con tanto di volume approvato dalla CEI eletto ad un Unico Vero Testo Sacro.
Scrive poi l'assessore: "Siamo convinti che la deriva laicista, spesso ancorata ai dettami del relativismo e del nichilismo, non possa essere una risposta efficace in un mondo in continua evoluzione, pur nel doveroso riconoscimento del patrimonio di valori in cui si riconoscono le nostre Istituzioni, compreso ovviamente il mondo scolastico".
L'espressione "la deriva laicista" ci piace oltremisura. È splendida. Sopraffina. Piena di senso, soprattutto.
La decisione di regalare una Bibbia ad ogni bambino iscritto alle elementari in Veneto è, indubbiamente, un gesto politico degno d'interesse.
A dominare i nostri pensieri è però soprattutto la sorte delle persone che riceveranno questi libri e che, con ogni probabilità, si sentiranno dire tante cose demagogiche dopo l'avvenuta consegna. Il problema, chiaramente, non sta nella Bibbia in sé, ma nel fatto ch'essa sia elevata a simbolo di una comunità nella quale siamo confinati a forza fin da piccoli. Ci turba la leggerezza di questo gesto. Ci turba la pressione che la Chiesa Cattolica esercita sulle nostre vite, anche quando abbiamo l'impressione di essere fuggiti dal recinto.
Soprattutto ci fa paura l'abissale contrasto tra l'insegnante cattolica di inglese, che ci insegnò i nomi delle diverse parti del corpo usando disegni di persone nude, ma prive di organi genitali e la scolaresca di bambini olandesi (avvistata nel 2007), che già alle elementari andavano in uscita didattica nel noto negozio specializzato in preservativi di Amsterdam (La Condomerie), per ascoltare una lezione sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili.
Alla luce di tutto ciò, alcuni direbbero che i veneti sono arretrati. Noi crediamo invece che il problema stia nel fatto che siamo masochisti, perché concetti come quelli di sviluppo e progresso non ci convincono. Ci divertiamo a perpetuare le regole che ci hanno mandato in tilt il cervello in passato. Ci piace continuare a parlare di sesso, dicendo però che è sbagliato. Ci sembra splendido che gli stereotipi di genere non vengano sfatati. Godiamo pazzamente di fronte al dogma dell'infallibilità del Papa.
In conclusione, la nostra proposta è quella di non spendere i soldi dei contibuenti per comprare Bibbie. Suggeriamo invece di investire risorse affinché tutti i bambini possano avere un orto scolastico, oltre che a scuole degne di questo nome. Inoltre, ci piacerebbe che in futuro il Veneto fosse pieno di ragazze che suonano in una band, perché ci siamo rotti le scatole di beccare sempre i soliti tizi che si sentono in dovere di proporre musica muscolare e magari anche priva di senso. Per questo consigliamo di diffondere nelle scuole una traduzione italiana del mai desueto manifesto Riot Grrrl, che qui sotto trovate letto dalla zia Kim Gordon.
Massimo Calearo è la mia madelaine, il mio dolce a forma di conchiglia.
Gli appassionati di Proust mi diranno che il riferimento è improprio, poiché Calearo non è commestibile né agilmente odorabile.
In effetti, mi limito ad osservarlo mentre scorrazza tra un canale televisivo e l'altro, rilasciando dichiarazioni aberranti.
La vista e l'udito non sono potenti quanto il gusto e l'odorato nell'arte di riesumare ricordi e sensazioni sepolte da anni. Eppure l'immagine semovente di Massimo Calearo mi sradica dalla cucina nella quale consumo i miei pasti e guardo il telegiornale, riportandomi indietro nel tempo di tredici anni circa.
All'epoca la mia migliore amica era una ragazzetta dalla pelle perlacea e gli arti sottili. Era la figlia di Massimo Calearo. Frequentavamo la stessa scuola elementare cattolica, il cui giardino era sterminato e cinto dalle mura della città vecchia.
Non sapevo niente di politica. Ignoravo le differenze tra destra e sinistra. Non sapevo che la mia terra fosse visceralmente democristiana. Non sapevo che un giorno avrei trovato nella mia cassetta delle lettere la pubblicità del nuovo partito che mi aveva rubato il nome: la Margherita. Non mi sognavo neanche lontanamente la sagoma mesta del Partito Democratico. Fu solo qualche anno dopo che imparai a detestare Casini, quando vidi una sua intervista durante la quale difese a spada tratta la vivisezione. Massimo Calearo era un Pater Ologramma e in questo mi ricordava il mio genitore che, mesto, si recava a Milano tre volte a settimana . Ricordo quando mi riaccompagnò a casa, dopo un pomeriggio passato con la mia amica d'allora. La sua macchina era enorme e altissima. Credo fosse un SUV. Un mezzo di trasporto alieno.
Fatico a mettere insieme i pezzi. A connettere l'immagine del padre della mia fu migliore amica del secolo scorso con quella del parlamentare scelto da Veltroni che scorrazza da un partito all'altro senza un minimo di decenza e che poi se la ride con i suoi due colleghi del ridicolmente denominato Movimento di Responsabilità Nazionale.
Ogni volta che lo rivedo in tv lo scarto tra queste due immagini si riduce. So che presto la voragine si ridurrà ad un taglietto, come quelli che la carta lascia sulle dita. A quel punto non mi rimarrà che ammettere la sconfitta della Margherita che ero, schiacciata dalla brutalità della politica italiana e dall'eredità berlusconiana, fatta di imprenditori che "scendono in campo" per "realizzare un sogno".
*gli Uomini Pal Zileri comparivano assai frequentemente sul mio defunto blog Underbreath. Erano i tempi della cantilena "Vicenza produce quanto l'intero Portogallo".
Ero seduta su di una panca lignea in compagnia di alcuni colleghi. Qualche ora fa, all'interno di uno dei luoghi frequentati dagli studenti della triangolazione Sociologia-Giurisprudenza-Economia. Un bar.
Stavo pensando al fatto che Trento è un luogo apparentemente inadatto alla mia esistenza, poiché è del tutto scevro da attività a sfondo musicale di mio gusto, nonché isolato e remoto. Trento è inoltre una città profondamente cattolica.
L'impressione, a volte, è quella di essere finita in un posto che somiglia moltissimo a Vicenza, ma che, in ultima analisi, risulta addirittura più esecrabile.
Andando all'università incontro bandiere vaticane, vecchine razziste che fanno le volontarie alla sede locale del Centro per l'Aiuto alla Vita e migliaia di vigili irati. Poi scopro che il locale centro sociale, che alcuni di voi conosceranno come Bruno, ha in programma un benefit per il CSA sciagurato di Schio, che è la terra natale di Mater e dell'industriosità nordestina che tanto amo.
Mi piace stare rinchiusa in casa a farmi corrodere le vie respiratorie dal riscaldamento centralizzato perché fuori il mondo è brutto e ostile. I marciapiedi sono perennemente ricoperti da sottilette di ghiaccio e all'università ogni singolo dettaglio - dalla polvere sui davanzali ai proiettori surriscaldati - mi ricorda che sono una fallita perché non so niente di statistica e, senza una vastissima conoscenza in tal ambito, è improbabile che io riesca a laurearmi.
L'unico vero aspetto positivo del mio confino sta nel fatto che i miei compagni di corso sono pochi. Chi, come me, viene da altri atenei tende a portare i segni della propria isteria in bella vista. Ho notato, ad esempio, che tra i non laureati a Trento sono assai diffuse le capigliature noncuranti delle norme sociali vigenti nonché potenzialmente abitate da volatili. Io sono la prima a sfoggiare capelli di almeno cinque colori diversi, frutto di una decolorazione casalinga mal riuscita e del successivo processo di abbandono e marginalizzazione cui la sede del mio cervello è stata sottoposta.
In casa mi guardo allo specchio e constato che le duemila pagine arretrate che devo studiare per dopodomani stanno compromettendo lo stato della mia già fatiscente faccia. A volte mi pento di aver scelto quello che, a quanto pare, è il corso di laurea (in ambito sociologico) più quantitativo d'Italia, insieme al suo equivalente di Milano Bicocca. Il fatto è che tutti gli altri erano troppo facili.
La verità è che mi piace soffrire, poiché nella sofferenza è insita la non trascurabile opportunità di sentirmi più sapiente di chiunque abbia professori gentili che non si divertono a torturare i propri studenti.
Qui a Trento, ad esempio, ho un professore sadico che molti colleghi venerano o hanno venerato in passato. Il suddetto è noto a chiunque come colui che sembra Jack Nicholson in Shining. Egli abita i miei incubi e le mie ore di veglia sotto forma di un progetto di ricerca che sta divenendo ricerca vera e propria. Un progetto al quale credo di aver dedicato almeno tremila ore solo nelle ultime quattro settimane. Ogni volta che sto sveglia fino alle due di notte ad angosciarmi o a leggere articoli scientifici sulla causalità o sull'ennesima genialata partorita dalla mente di Raymond Boudon mi vedo costretta a ripetere il mantra del "Ma poi troverò un lavoro degno". I miei compagni di corso sembrano invece molto più sereni di me. Gli unici sui quali posso scorgere i segni del dubbio, che furtivamente si insinua nelle loro teste, sono i laureati a Padova.
Noi sfigati di Padova siamo stati nutriti con aule fatiscenti, il pensiero asistematico di Georg Simmel, un milione di esami da quattro crediti e una relativa libertà sul fronte del piano studi, per lo più derivante dallo stato disastroso in cui riversa la Segreteria Studenti. Abbiamo dunque fatto esperienza di ciò che, per certi versi, è un fronte in polemica con Trento (per vari motivi che non vi interessano). Ciononostante i nostri rispettivi relatori hanno puntato il dito a nord, quando si è trattato di individuare un luogo in cui marcire per i prossimi due anni.
Sono dunque qui, nella terra del concilio tridentino, a convincermi che tutto va bene, anche se il freddo è tale da costringermi a bere grappa a stomaco vuoto per tornare a casa senza perdere sensibilità alla faccia e ai piedi. Nel frattempo pare che il Paese stia andando a rotoli.
Ma a me cosa importa? Io sto nella Provincia Autonoma di Trento, motherfuckers.
Avrei voluto partecipare al dibattito sulla riforma Gelmini qualche giorno fa, quando i telegiornali aprivano con le manifestazioni studentesche e la mia facoltà non era ancora stata occupata.
Non l'ho fatto per vari motivi, credendo che l'esigenza di dire la mia anche su queste pagine digitali sarebbe venuta meno. Poi ho constatato che, tanto per cambiare, le assemblee organizzate dal coordinamento studentesco locale mi facevano lo stesso effetto di quelle del suo equivalente patavino. Me ne stavo zitta zitta nel mio cantuccio a deprimermi di fronte a scambi di battute già sentiti centinaia di volte. Il fatto che in quelle occasioni ci fossero molti studenti non dipendeva dal successo delle strategie di comunicazione dei suddetti personaggi del collettivo - che anzi restano immobili da anni - quanto piuttosto dalla necessità di partecipare che molti colleghi avevano provato.
Parlo non del partecipare alle assemblee per esprimere un'opinione o imbracciare il megafono, ma del banale desiderio di esserci, di divenire parte di quella collettività numericamente mutevole ed indefinita che si sente colpita e offesa dai provvedimenti contenuti nella riforma Gelmini.
Mentre i tizi autodefinitisi "antifascisti" si facevano i complimenti a vicenda, io maturavo la convinzione che stare seduta sul marmo per due ore ad ascoltare discorsi poco stimolanti non fosse il modo più fruttuoso per sperperare il mio tempo. Ho così fatto quel poco che mi era concesso: ho seguito i tg, letto i giornali e continuato a studiare.
Mentre stavo guardando uno di quei telegiornali la mia attenzione è stata catturata da una frase pronunciata dal ministro Gelmini. La frase in questione consisteva in un lapidario (riporto a memoria): "Mi stupisce che gli studenti manifestino insieme ai professori. Dovrebbero manifestare, invece, contro i baroni dell'università italiana".
Ammetto di non aver mai amato la figura esecrabile di Mariastella Gelmini. Mi disgusta il fatto stesso che un avvocato dal curriculum discutibile possa divenire Ministro dell'Istruzione. "Avesse almeno una specializzazione coerente con il suo compito", mi dico. "Un generico interesse per la scuola, per la pedagogia, per qualcosa che c'entri".
Invece Mariastella Gelmini suggerisce che gli studenti manifestino contro i loro professori. Suggerisce una scissione interna all'organizzazione che denominiamo università. Propone uno scenario in cui uno dei prodotti più tristi dell'università cui siamo abituati - la lezione frontale tediosa accompagnata da un pubblico ancorato con tutte le forze alla propria passività - diviene centrale, fino a cancellare tutti i motivi per cui molti studenti si sentono morire un po' dentro ogni volta che la Gelmini apre bocca di fronte ad una telecamera.
Mentre le proteste gettavano nel caos un gran numero di città italiane, io raccoglievo materiali per una ricerca alla quale sto lavorando con i miei compagni di corso. Leggevo articoli scientifici che raccontavano lo svolgimento di ricerche i cui risultati dimostrano che le performance accademiche degli studenti universitari migliorano sensibilmente quando il corpo docente si rende accessibile, quando professori e studenti hanno a disposizione spazi informali in cui coesistere (come mense e sale di aggregazione).
Mariastella Gelmini ci ricorda, invece, che studenti e docenti sono nemici, che scenari diversi non sono contemplati né contemplabili. Dobbiamo tenerci l'università triste che abbiamo avuto fino ad oggi, con l'aggravante dei tagli e di tutti gli altri provvedimenti mortiferi che la riforma porta con sé.
Dobbiamo fingere che lungo il percorso che ci ha portati dove siamo non ci siano stati docenti e ricercatori che ci hanno fatto amare le nostre discipline di riferimento con travolgente passione. Dobbiamo cancellare i ricordi delle lezioni la cui potenza è stata tale da rendere lievi gli imperituri disastri burocratici, i corsi fatti con i piedi, i treni soppressi alle otto di sera e gli sfoghi disperati dei professori costretti ad abbandonare la ricerca per tenere un numero spropositato di corsi.
Mariastella Gelmini ci invita a fare il suo gioco, come lo studente schiacciato dallo squilibrio di potere insito nella stessa aula universitaria, che sceglie di non intervenire mai, di restare fermo al suo posto a prendere appunti, di sfogare la frustrazione (più o meno conscia) parlottando con il vicino per denigrare le scarpe della professoressa.
Un milione di post arretrati svolazzano nella mia testa, ma manca il tempo per stenderli e la connessione ad internet per postarli.
Mi limito dunque a segnalare una petizione che ritengo degna della vostra firma e che ho rinvenuto in un'email di Greenpeace.
"NON TOCCATE IL 5X1000
La nuova "legge per la stabilità" proposta dal Governo limiterebbe a 100 milioni di euro i fondi da destinare al "5 x 1000" per l'anno 2011. Si tratterebbe di una riduzione del 75% rispetto all'importo destinato nell'anno precedente. Le organizzazioni no-profit lanciano un appello al Parlamento"
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