Momenti di profondo sconforto (o: l'ennesimo post scritto con i piedi)

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Tutto ebbe inizio il giorno in cui mi recai a casa di un amico per intervistarlo. All'epoca suonava in questo gruppo hardcore non molto esaltante; ciononostante decisi di scrivere un articolo sulla sua band e di usarlo poi per la mia rubrica su Vox Beati, il giornalino del liceo cattolico. Andai a trovarlo insieme al mio ex e ad un vecchio registratore con mangiacassette.
Beppe ci offrì dei popcorn appena fatti ricoperti di zucchero che mi fecero inorridire. Quando rifiutai, egli infilò una mano nella terrina e cominciò a mangiare. Poi ci spostammo in camera sua.
L'immagine del suo letto sfatto e pieno di zucchero mi tormenta ancora a distanza di svariati anni.

Il mio articolo non fu mai pubblicato su Vox Beati e di lì a poco mi fu comunicato che la Preside aveva deciso che non potevo più far parte della redazione. Fu un brutto momento, soprattutto perchè amavo essere il vicedirettore e il mio "capo" era persona adorabile.
Ad ogni modo, imparai molto da quest'esperienza.
In primo luogo constatai che molte persone non hanno senso dell'umorismo. Poi ebbi l'ennesima conferma di ciò che avevo intuito già qualche mese prima: anche le suore giocano sporco. Ero convinta che le spose di Cristo inseguissero irreprensibilmente la santità; poi sperimentai sulla mia pelle le balle stratosferiche e le minacce più o meno esplicite della Preside.
Questo significò non solo che persi la mia fiducia nell'onestà della categoria dei religiosi, ma anche che questa disillusione cominciò ad includere, poco per volta, anche i laici e gli adulti in generale. Avevo appena studiato la Costituzione. Il giorno in cui mi fu impedito senza giustificazione alcuna di scrivere su Vox Beati ed implicitamente anche sul mio blog ricordo che pensai: "Temo che questo sia anticostituzionale".

Il giorno in cui andai a casa di Beppe mi soffermai sulla libreria del salotto. Non ricordo che genere di letteratura vi trovasse posto. A colpirmi fu uno scaffale isolato, situato sopra il divano. Conteneva alcuni libri che oggi definirei di psicologia spicciola; quei manuali di autoaiuto che si trovano anche al supermercato. Ne presi uno e lo sfogliai.
I genitori di Beppe erano persone colte e il fatto che avessero dei libri del genere in casa mi fece intuire che qualcosa non andava. Forse non sapevano proprio più come comportarsi.
In quel periodo Beppe non aveva ancora cominciato a stempiarsi. Si lavava poco e, quando lo faceva, c'era una discreta probabilità che usasse la canna dell'acqua per annaffiare. Inoltre faceva tutte quelle cose che molti adolescenti fanno, come rispondere male a propria madre, ricoprire la porta della propria stanza di cartelli intimidatorii ed imprecare come uno scaricatore di porto.
Magari fu per questo che i genitori di Beppe comprarono quel libro che tenevo tra le mani. Il libro che mi avrebbe poi spinto ad inaugurare una nuova categoria sul mio blog, le "guide pratiche per adolescenti introversi".

Quel libro mi colpì come una bastonata a ciel sereno. L'intento dell'autore pareva essere quello di spiegare o, come dice il mio oramai ex relatore, "togliere le pieghe" all'adolescenza. Ogni comportamento che non rientrasse nella tabella di marcia sviluppata da un certo evoluzionista sadico veniva etichettato come una forma di devianza. L'autore diceva che il fatto che certi ragazzi volessero ribellarsi all'autorità dei genitori o andassero male a scuola era spiacevole, ma normale. "Normale" nel senso che molti ragazzi si ribellano all'autorità dei genitori e/o vanno male a scuola. Quindi suggeriva delle strategie, più o meno figlie del buon senso, per affrontare le imperfezioni dei propri figli. Mentre i miei occhi si appropriavano delle suddette strategie, pensai che molte di esse fossero stupide. O, per lo meno, che non avrebbero funzionato su di me. Mia madre avrebbe potuto essere gentile quanto voleva, ma a sedici anni non le avrei mai detto che la mia migliore amica aveva fatto sesso con questo tizio della sua classe senza provare particolari sentimenti per lui e che questo mi turbava. Mio padre avrebbe potuto passare tutte le sue ore di veglia ripetendomi che ubriacarsi è sbagliato e io mi sarei ubriacata comunque. Perché se non mi fossi sordita con la birra non avrei dato il mio primo bacio e se non mi fossi ubriacata di spritz non avrei avuto il coraggio di crollare addosso a colui che sarebbe diventato il mio primo ragazzo.
Quel libro mi fece stare un po' male perché, dal modo in cui era strutturato, si poteva intuire come l'autore assimilasse modi di fare e comportamenti che non erano per niente "gravi allo stesso livello". Erano un po' come quelle bolle vaticane contenenti la lista dei peccati mortali. Liste che fanno ridere e piangare al contempo, perché pare non facciano distinzione tra omicidio, masturbazione e strage di innocenti. Tutti questi peccati sono lì, sulla carta, e ti fissano. Tu li scorri come figurine e pensi che c'è qualcosa che non va in questo sistema balordo.
Quel libro era così. Tramutava il ragazzo timido nel ragazzo introverso o nel ragazzo depresso. Descriveva il desiderio di farsi tatuaggi e piercing non come un comune effetto del vivere in società, ma come un sintomo di qualcosa di molto brutto. Perché, notoriamente, oggigiorno solo i criminali si tatuano. I calciatori, i musicisti e le persone comuni non lo fanno.
In generale, l'impressione che mi lasciò quel volumetto fu assai negativa. Sembrava un libro d'istruzioni. Mancava solo il paragrafo dal titolo "Le hai provate tutte? Allora forse è giunto il momento di resettare tuo figlio".
La tragicità di quell'opera e, più in generale, di quel filone editoriale giaceva nel fatto che, con la scusa di aiutare i figli dei lettori, li riduceva a figure impersonali ed indegne di essere realmente ascoltate.

Oggi pomeriggio una serie di eventi mi hanno portata a ripensare a quel libro. Stavo pranzando a casa di Baldra. Avevamo acceso la tv, ma essendo domenica non c'era La Signora in Giallo. Il Tg1 era aberrante come al solito e il resto delle reti nazionali non offrivano una programmazione molto interessante. Ad elevarsi era, inspiegabilmente, TVA Vicenza.
Quest'ultima proponeva una puntata di Link, una specie di talk show prodotto dalla diocesi berica, che ricorda vagamente Per un Pugno di Libri.
In studio c'è un gruppo di studenti di un istituto superiore di Vicenza e provincia accompagnato da due o tre professori. Gli stessi presentatori, a quanto pare, sono insegnanti, dato che, nel vederli, Baldra mi ha detto: "Oh, quello era il mio prof di religione e il tizio seduto era il mio prof di matematica".
Da quanto ho capito, l'intento di questo programma è quello di stimolare la discussione su un dato tema e di far così emergere "cosa pensano veramente i giovani". Evidentemente gli autori hanno ritenuto importante sottolineare che gli adolescenti possono differire dalla loro rappresentazione prodotta dai mass media. Questo è senza dubbio un nobile intento. Il problema è che lo stesso Link tendeva a privilegiare le chiacchiere astratte rispetto all'indagine approfondita. Faccio qualche esempio.
Il fatto stesso di scegliere argomenti tremendamente ampi di cui discutere (es. emozioni, sentimenti, speranze) tendeva a farsi controproducente, nel senso che tutti i ragazzi, se interpellati, finivano per proferire delle banalità sconvolgenti, per lo più palesemente autocensurate. Quasi tutti finivano per risultare stupidi quando aprivano bocca, mentre ad essere stupido era il modo in cui venivano formulate le domande.
Ad esempio: "Pinco Pallo, sei un realista o un sognatore?" poteva essere resa molto meglio chiedendo di raccontare esperienze vissute. Sfido chiunque a rispondere in modo sensato ad uno stimolo del genere. Oltre al fatto che non è semplice definire le parole "realista" e "sognatore", ponendo domande del genere si rischia di ottenere risposte preconfezionate e che vanno incontro alle presunte aspettative dell'intervistatore.
Il fastidio che provavo nell'assistere agli interventi degli studenti era aggravato dal fatto che una delle presentatrici continuava a ripetere che i giovani sono dotati di cervello e che differiscono sensibilmente dalla loro immagine negativa che vediamo in tv. Baldra ed io ce la ridevamo mestamente ripetendo: "Ma come? Ma cosa dice?"

Per un Pungo di Libri mi piace molto perché ci fa intendere che in Italia la "situazione giovanile" non è poi così catastrofica come la dipinge Studio Aperto. E lo fa senza misurare la morale dei ragazzi che partecipano al gioco. Link, sfortunatamente, non riesce ad essere così sottile e punta al sodo. Nella puntata che ho visto c'era anche un ospite, che veniva interpellato più volte dall'ex professore di Baldra. L'ospite in questione era un "giovane prete", definito "esperto" in virtù della sua ricerca di dottorato sui giovani e i mass media. Questo giovane prete non era una persona malvagia, anzi. Non ho capito in che disciplina si stesse dottorando, ma sono certa che il suo intento fosse buono. Il fatto è che molte delle domande che i presentatori gli rivolgevano parevano offendere implicitamente i ragazzi in studio o gli adolescenti in generale.
Ad esempio, dopo aver mostrato un servizio tristissimo sui consigli che degli adulti intervistati a caso per strada davano alla generica categoria dei "giovani", all'ospite è stato chiesto di dare a sua volta dei consigli agli "adulti". Anziché scomodare l'esperto, sarebbe stato molto più semplice porre la stessa domanda ai ragazzi in studio, che tra l'altro sembravano abbastanza incazzati.
Molti di essi, quando poi ne hanno avuto l'occasione, hanno ribadito che gli adulti intervistati avevano generalizzato e detto delle cose molto spiacevoli su di loro, come il classico leghista "andate a lavorare".

Tutto ciò mi ha fatto ripensare a quel libro sopraccitato e al modo in cui etichettava negativamente tutti gli adolescenti "anomali". Link sembra lavorare in modo opposto e complementare; cercando di dimostrare a tutti i costi che la gioventù è intelligente e sensibile, trascura il singolo individuo e la sua esperienza. Passano così in secondo piano una serie di indizi molto significativi che potrebbero aiutarci a riflettere su ciò che effettivamente passa per le teste di tanti ragazzi. Ad esempio io sono rimasta molto colpita dal fatto che, alla domanda: "Cosa sogni di diventare da grande?" tutti gli studenti abbiano risposto professioni come cantante, pilota di moto gp e attrice.
Magari qualche sociologo del mainstream mi saprà dare la sua opinione a riguardo.

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