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Ciao nonna

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Tutto ebbe inizio il giorno in cui mi recai a casa di un amico per intervistarlo. All'epoca suonava in questo gruppo hardcore non molto esaltante; ciononostante decisi di scrivere un articolo sulla sua band e di usarlo poi per la mia rubrica su Vox Beati, il giornalino del liceo cattolico. Andai a trovarlo insieme al mio ex e ad un vecchio registratore con mangiacassette.
Beppe ci offrì dei popcorn appena fatti ricoperti di zucchero che mi fecero inorridire. Quando rifiutai, egli infilò una mano nella terrina e cominciò a mangiare. Poi ci spostammo in camera sua.
L'immagine del suo letto sfatto e pieno di zucchero mi tormenta ancora a distanza di svariati anni.

Il mio articolo non fu mai pubblicato su Vox Beati e di lì a poco mi fu comunicato che la Preside aveva deciso che non potevo più far parte della redazione. Fu un brutto momento, soprattutto perchè amavo essere il vicedirettore e il mio "capo" era persona adorabile.
Ad ogni modo, imparai molto da quest'esperienza.
In primo luogo constatai che molte persone non hanno senso dell'umorismo. Poi ebbi l'ennesima conferma di ciò che avevo intuito già qualche mese prima: anche le suore giocano sporco. Ero convinta che le spose di Cristo inseguissero irreprensibilmente la santità; poi sperimentai sulla mia pelle le balle stratosferiche e le minacce più o meno esplicite della Preside.
Questo significò non solo che persi la mia fiducia nell'onestà della categoria dei religiosi, ma anche che questa disillusione cominciò ad includere, poco per volta, anche i laici e gli adulti in generale. Avevo appena studiato la Costituzione. Il giorno in cui mi fu impedito senza giustificazione alcuna di scrivere su Vox Beati ed implicitamente anche sul mio blog ricordo che pensai: "Temo che questo sia anticostituzionale".

Il giorno in cui andai a casa di Beppe mi soffermai sulla libreria del salotto. Non ricordo che genere di letteratura vi trovasse posto. A colpirmi fu uno scaffale isolato, situato sopra il divano. Conteneva alcuni libri che oggi definirei di psicologia spicciola; quei manuali di autoaiuto che si trovano anche al supermercato. Ne presi uno e lo sfogliai.
I genitori di Beppe erano persone colte e il fatto che avessero dei libri del genere in casa mi fece intuire che qualcosa non andava. Forse non sapevano proprio più come comportarsi.
In quel periodo Beppe non aveva ancora cominciato a stempiarsi. Si lavava poco e, quando lo faceva, c'era una discreta probabilità che usasse la canna dell'acqua per annaffiare. Inoltre faceva tutte quelle cose che molti adolescenti fanno, come rispondere male a propria madre, ricoprire la porta della propria stanza di cartelli intimidatorii ed imprecare come uno scaricatore di porto.
Magari fu per questo che i genitori di Beppe comprarono quel libro che tenevo tra le mani. Il libro che mi avrebbe poi spinto ad inaugurare una nuova categoria sul mio blog, le "guide pratiche per adolescenti introversi".

Quel libro mi colpì come una bastonata a ciel sereno. L'intento dell'autore pareva essere quello di spiegare o, come dice il mio oramai ex relatore, "togliere le pieghe" all'adolescenza. Ogni comportamento che non rientrasse nella tabella di marcia sviluppata da un certo evoluzionista sadico veniva etichettato come una forma di devianza. L'autore diceva che il fatto che certi ragazzi volessero ribellarsi all'autorità dei genitori o andassero male a scuola era spiacevole, ma normale. "Normale" nel senso che molti ragazzi si ribellano all'autorità dei genitori e/o vanno male a scuola. Quindi suggeriva delle strategie, più o meno figlie del buon senso, per affrontare le imperfezioni dei propri figli. Mentre i miei occhi si appropriavano delle suddette strategie, pensai che molte di esse fossero stupide. O, per lo meno, che non avrebbero funzionato su di me. Mia madre avrebbe potuto essere gentile quanto voleva, ma a sedici anni non le avrei mai detto che la mia migliore amica aveva fatto sesso con questo tizio della sua classe senza provare particolari sentimenti per lui e che questo mi turbava. Mio padre avrebbe potuto passare tutte le sue ore di veglia ripetendomi che ubriacarsi è sbagliato e io mi sarei ubriacata comunque. Perché se non mi fossi sordita con la birra non avrei dato il mio primo bacio e se non mi fossi ubriacata di spritz non avrei avuto il coraggio di crollare addosso a colui che sarebbe diventato il mio primo ragazzo.
Quel libro mi fece stare un po' male perché, dal modo in cui era strutturato, si poteva intuire come l'autore assimilasse modi di fare e comportamenti che non erano per niente "gravi allo stesso livello". Erano un po' come quelle bolle vaticane contenenti la lista dei peccati mortali. Liste che fanno ridere e piangare al contempo, perché pare non facciano distinzione tra omicidio, masturbazione e strage di innocenti. Tutti questi peccati sono lì, sulla carta, e ti fissano. Tu li scorri come figurine e pensi che c'è qualcosa che non va in questo sistema balordo.
Quel libro era così. Tramutava il ragazzo timido nel ragazzo introverso o nel ragazzo depresso. Descriveva il desiderio di farsi tatuaggi e piercing non come un comune effetto del vivere in società, ma come un sintomo di qualcosa di molto brutto. Perché, notoriamente, oggigiorno solo i criminali si tatuano. I calciatori, i musicisti e le persone comuni non lo fanno.
In generale, l'impressione che mi lasciò quel volumetto fu assai negativa. Sembrava un libro d'istruzioni. Mancava solo il paragrafo dal titolo "Le hai provate tutte? Allora forse è giunto il momento di resettare tuo figlio".
La tragicità di quell'opera e, più in generale, di quel filone editoriale giaceva nel fatto che, con la scusa di aiutare i figli dei lettori, li riduceva a figure impersonali ed indegne di essere realmente ascoltate.

Oggi pomeriggio una serie di eventi mi hanno portata a ripensare a quel libro. Stavo pranzando a casa di Baldra. Avevamo acceso la tv, ma essendo domenica non c'era La Signora in Giallo. Il Tg1 era aberrante come al solito e il resto delle reti nazionali non offrivano una programmazione molto interessante. Ad elevarsi era, inspiegabilmente, TVA Vicenza.
Quest'ultima proponeva una puntata di Link, una specie di talk show prodotto dalla diocesi berica, che ricorda vagamente Per un Pugno di Libri.
In studio c'è un gruppo di studenti di un istituto superiore di Vicenza e provincia accompagnato da due o tre professori. Gli stessi presentatori, a quanto pare, sono insegnanti, dato che, nel vederli, Baldra mi ha detto: "Oh, quello era il mio prof di religione e il tizio seduto era il mio prof di matematica".
Da quanto ho capito, l'intento di questo programma è quello di stimolare la discussione su un dato tema e di far così emergere "cosa pensano veramente i giovani". Evidentemente gli autori hanno ritenuto importante sottolineare che gli adolescenti possono differire dalla loro rappresentazione prodotta dai mass media. Questo è senza dubbio un nobile intento. Il problema è che lo stesso Link tendeva a privilegiare le chiacchiere astratte rispetto all'indagine approfondita. Faccio qualche esempio.
Il fatto stesso di scegliere argomenti tremendamente ampi di cui discutere (es. emozioni, sentimenti, speranze) tendeva a farsi controproducente, nel senso che tutti i ragazzi, se interpellati, finivano per proferire delle banalità sconvolgenti, per lo più palesemente autocensurate. Quasi tutti finivano per risultare stupidi quando aprivano bocca, mentre ad essere stupido era il modo in cui venivano formulate le domande.
Ad esempio: "Pinco Pallo, sei un realista o un sognatore?" poteva essere resa molto meglio chiedendo di raccontare esperienze vissute. Sfido chiunque a rispondere in modo sensato ad uno stimolo del genere. Oltre al fatto che non è semplice definire le parole "realista" e "sognatore", ponendo domande del genere si rischia di ottenere risposte preconfezionate e che vanno incontro alle presunte aspettative dell'intervistatore.
Il fastidio che provavo nell'assistere agli interventi degli studenti era aggravato dal fatto che una delle presentatrici continuava a ripetere che i giovani sono dotati di cervello e che differiscono sensibilmente dalla loro immagine negativa che vediamo in tv. Baldra ed io ce la ridevamo mestamente ripetendo: "Ma come? Ma cosa dice?"

Per un Pungo di Libri mi piace molto perché ci fa intendere che in Italia la "situazione giovanile" non è poi così catastrofica come la dipinge Studio Aperto. E lo fa senza misurare la morale dei ragazzi che partecipano al gioco. Link, sfortunatamente, non riesce ad essere così sottile e punta al sodo. Nella puntata che ho visto c'era anche un ospite, che veniva interpellato più volte dall'ex professore di Baldra. L'ospite in questione era un "giovane prete", definito "esperto" in virtù della sua ricerca di dottorato sui giovani e i mass media. Questo giovane prete non era una persona malvagia, anzi. Non ho capito in che disciplina si stesse dottorando, ma sono certa che il suo intento fosse buono. Il fatto è che molte delle domande che i presentatori gli rivolgevano parevano offendere implicitamente i ragazzi in studio o gli adolescenti in generale.
Ad esempio, dopo aver mostrato un servizio tristissimo sui consigli che degli adulti intervistati a caso per strada davano alla generica categoria dei "giovani", all'ospite è stato chiesto di dare a sua volta dei consigli agli "adulti". Anziché scomodare l'esperto, sarebbe stato molto più semplice porre la stessa domanda ai ragazzi in studio, che tra l'altro sembravano abbastanza incazzati.
Molti di essi, quando poi ne hanno avuto l'occasione, hanno ribadito che gli adulti intervistati avevano generalizzato e detto delle cose molto spiacevoli su di loro, come il classico leghista "andate a lavorare".

Tutto ciò mi ha fatto ripensare a quel libro sopraccitato e al modo in cui etichettava negativamente tutti gli adolescenti "anomali". Link sembra lavorare in modo opposto e complementare; cercando di dimostrare a tutti i costi che la gioventù è intelligente e sensibile, trascura il singolo individuo e la sua esperienza. Passano così in secondo piano una serie di indizi molto significativi che potrebbero aiutarci a riflettere su ciò che effettivamente passa per le teste di tanti ragazzi. Ad esempio io sono rimasta molto colpita dal fatto che, alla domanda: "Cosa sogni di diventare da grande?" tutti gli studenti abbiano risposto professioni come cantante, pilota di moto gp e attrice.
Magari qualche sociologo del mainstream mi saprà dare la sua opinione a riguardo.

La mia casa sta perdendo progressivamente il suo usuale aspetto. Scrivo dalla mia camera, anziché dalla scrivania del salotto. Sono ricoperta da oggetti. I tappetti sono scomparsi. Uno dei due bagni è stato smantellato. I mobili li abbiamo portati in garage Mater ed io.


Mater propone che io mi trasferisca temportaneamente dai miei nonni, che abitano in fondo ad un vicolo cieco su par la riva de Magré.
Ho detto: "Madre, non posso andare dai nonni. Non c'è internet lì".
E lei: "Beh, ma puoi attaccarti al cavo del telefono, no?"
Madre non comprende la mia dipendenza dall'adsl.

Inoltre è importante che io stia qui, a cuocermi a fuoco lento e ad espormi al sole fino all'autocombustione.
Questo sabato, a partire dalle 17, sarò al Festecchio con gli amici guerriglieri, con tanto di banchetto natalizio. Durante il pomeriggio sfideremo l'umidità mortale e i 60°C percepiti pimpando [scusate il termine] un pezzo di aiuola pubblica a Villaggio del Sole. Festeggeremo insieme il tripudio di girasoli che la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi ha infilato nelle aiuole della malvagia Banca Popolare di Vicenza e che in questi giorni stanno allietando i bancari e gli assicuratori che lavorano in zona con il loro splendore.



Successivamente diverrò Teenage e Baldra diverrà Lobotomy, anche se stavolta useremo il mio computer e non le usuali scatole da scarpe per il dj set. Tra un concerto e l'altro mettermo musica estiva e danzereccia. Infine, dopo l'esibizione degli I Melt la dancefloor sarà nostra.
Compilation in dono a chi ci farà le richieste più sceme.

dicono i miei incubi.

In condizioni normali questo caldo è più che sufficiente per farmi passare la voglia di uscire di casa e fare le cose che le persone vive fanno d'estate.
Conseguentemente potrei passare i mesi più torridi dell'anno come una suora di clausura in mutande. Magari riuscirei anche a scrivere un po' più di una o due pagine al giorno. Il problema è che, in questo periodo dell'anno, la mia dimora si popola di sciami di zanzare. Il giardino si trasforma poco per volta in una selva, perché la sola idea di uscire con guanti da lavoro e pigiama infinitesimale di American Apparel mi terrorizza. L'anno scorso annaffiavo le mie creature vegetali indossando pantaloni deformi che credo risalgano ai tempi in cui Mater era gravida, una felpa, guanti, calzini di spugna invernali e sciarpa piena di buchi ereditata da mio nonno. E rientravo comunque in casa piena di punture.
Quest'anno al problema zanzare si è sommato il fanatismo parentale per la ristrutturazione, che io in genere chiamo Crisi di Mezza Età. Da qualche anno a questa parte, ogni tot di mesi Mater e Pater decidono che è giunta l'ora di fare un po' di casino. Tutto ciò avviene senza che la sottoscritta abbia voce in capitolo. L'anno scorso sono tornata da Amsterdam e ho trovato i muri della mia camera di un colore nuovo. La ritinteggiatura in sé non sarebbe stata un problema grave, se solo non fossero comparse macchie di vernice su svariati oggetti di mia proprietà, come il giradischi, la mia copia di Sebadoh III (che Pater ha poi tentato invano di lavare quando ho avuto un mezzo attacco isterico) e il tappeto trash finto Picasso.
Ora che ci penso gli eventi dell'anno scorso mi paiono quasi insignificanti rispetto a ciò che sta accadendo da un paio di settimane presso casa Ferrari. Mater e Pater hanno deciso che il periodo estivo doveva necessariamente essere sfruttato per portare a termine le ristrutturazioni di cui avevano parlato per mesi, accompagnati dal mio scherno e da insulti di varia natura.
Prossimamente la mia dimora sarà invasa da omini malvagi che Pater ha pagato per rifare i pavimenti e mettere dell'isolante nei muri. Questo significa che non avrò più il mio amato pavimento di marmo pieno di crepe, sulle cui superfici mi sono gelata i piedi centinaia di volte. Al di là dei problemi connessi ai lavori effettivi, come il fatto che probabilmente dovrò accamparmi per una settimana nel giardino di Baldra, ciò che mi turba di più è la fase di preparazione. Giorno dopo giorno vedo sparire mobili e le stanze si svuotano. Mater mi costringe a caricare la macchina con sacchi pieni di vestiti e ciarpame vario, negandomi al contempo informazioni certe su ciò che accadrà alla mia tana. Sono terrorizzata. Tutti i libri stanno finendo in soffitta, dove probabilmente qualche creatura schifosa li farà a pezzi, lasciandomi priva del mio complemento d'arredo cotona ego. Qualche minuto fa ho dovuto scegliere tre paia di scarpe con cui sopravvivere fino a quando tutto sarà tornato come prima, il ché include la mia dipartita di una settimana a Oslo per l'Oyafestivalen.
Nonostante ciò riesco comunque a scrivere qualcosa nei pomeriggi di lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e venerdì. Nel fine settimana mi dispero o cerco ispirazione spiando i gggiovani. Penso che questo significhi che mi sono adattata al mio status temporaneo di inoccupata.

Se volete nei prossimi giorni posso pubblicare delle foto non artistiche dello smantellamento della mia dimora e degli evidenti danni fisici che questa fase transitoria sta provocando al mio corpo.
Ditemi voi.

[Questo post non è stato rimaneggiato, motivo per cui potrebbe apparire incoerente e scritto con i piedi]

Ieri mattina mi sono svegliata alle 5.15. Nel mentre ho tirato un pugno al mio telefono, che giaceva sul davanzale. Alle 5.30 ho chiuso la valigia e ho salutato Anita. Poi ho camminato per qualche minuto fino alla fermata della metropolitana.
All'aeroporto ho cominciato a sentirmi male. Era pieno di connazionali molesti. Un tizio indossava una maglietta tessente le lodi di Milano. Volevo fendere la folla, dagli una sberla e chiedere: "Why?".

Come mi era stato anticipato qualche giorno prima della mia partenza, a Berlino sono stata benissimo. Poi, una volta rientrata in terra berica, tutto mi ha fatto ancora più schifo del solito. Suppongo sia normale.
L'aspetto interessante della vicenda è che, a conti fatti, nel giro di cinque giorni e mezzo sono riuscita ad innamorarmi perdutamente di una città che mi suona incomprensibile. Ascoltavo tutte queste conversazioni in tedesco e leggevo trentacinque volte i cartelli stradali prima di riuscire a memorizzare il nome delle vie; pur capendo pochissimo non ero pervasa dall'angoscia che, in circostanze normali, infesta la mia quotidianità berica.
Ogni giorno trovavo qualcosa di nuovo da appuntare nel mio taccuino. Un pomeriggio, dopo aver vagato fino allo sfinimento tra musei e parchi, ho osservato il modo in cui lo schema che include trama e personaggi della "cosa" che sto scrivendo si ampliava poco per volta, fino a diventare due volte tanto ciò che avevo assemblato in due settimane di rimuginare a casa.
Credo di aver amato Berlino per un motivo abbastanza semplice; mi sentivo allineata e coerente con il paesaggio e con le persone. Ogni giorno vagavo da sola per ore facendo quello che mi andava di fare. Camminavo fino a non sentire più i piedi, fotografavo spazi marginali di mio gusto e trovavo di continuo la versione tangibile e smaccatamente reale dei miei sogni più improbabili. Ovunque mi girassi c'erano meravigliose aiuole incolte e rustici viali alberati che odoravano di giardinaggio informale. Pareva che lì tutti comprendessero il senso del prendersi cura di un quadratino di terra pubblica. Ai piedi degli alberi c'erano garofani, echinacee, calendule in procinto di fiorire, salvie, girasoli, gigli, tageti e deliziosi bossi lasciati liberi di crescere. Non c'era traccia del giardiniere dominatore, del fanatico dell'ordine. Alcuni locali erano addirittura decorati con piante di fagioli coltivate in vaso.

Martedì sera Anita ed io abbiamo preso la metropolitana e siamo scese a Kreuzberg, dove ci aspettava la Bongio. Poi siamo andate a ballare. Ogni tanto pensavo: "E' martedì sera e questo locale è pieno di gente". Assaporavo il mio sconcerto. Un'altra sera siamo andate a sentire un concerto che si è rivelato essere molto apprezzabile. Poi abbiamo rivangato quel momento di incredulità collettiva durante una delle ultime feste alla Casetta Lou Fai, quando Anita mise i Dirty Projectors e ovunque ci voltassimo c'era gente che ballava. Quindi abbiamo chiesto un pezzo della band suddetta al dj, che somigliava vagamente a Antony Hegarty. Ma quello era un dj cattivo; anziché ballare l'imballabile abbiamo contemplato l'inesorabile fluire di tamarrate anni ottanta per un periodo di tempo imprecisato. Gli Animal Collective ci avevano fatto credere che il tizio con gli stessi capelli di Antony fosse un collega nello spirito.
Non ricordo bene il resto della serata. So che abbiamo trovato questo barista che sapeva fare lo spritz Aperol ed è stato a quel punto che il continuo mischiare birra ed ingredienti dello spritz mi ha permesso di ignorare i miei errori di grammatica. Poi mi sono trovata in un posto dove il dj metteva musica che suonava vagamente russa e -non saprei dire come- dopo un po' stavo bevendo Fritz Cola e parlando di post-rock con una persona adorabile in mezzo al traffico della gente che entrava ed usciva dai bagni.

Come dicevo sopra, appena tornata a casa mi sono sentita di merda. Ero di nuovo nella terra delle lotte fratricide, dei poseur sputasentenze e delle sagre dove si va a devastarsi mentre un esercito di cover band rivoltanti ti fa sanguinare le orecchie. Ciononostante oggi sono stata colta un flusso creativo imprevisto che mi ha portata a realizzare un collage e a rimpirmi le mani e i vestiti di colla vinilica. Erano quasi cinque anni che non facevo un collage. Spero che questa parvenza di serenità permanga nel mio corpo ancora per un po'. Eppure temo che gli sguardi deprecanti dei miei concittadini possano corrompere questo stato di grazia.
Ai tempi delle superiori investivo molte energie nel trasformare lo scherno altrui in un qualcosa di fortificante. Ora -duole ammetterlo- mi faccio problemi ad uscire con le calze bucate. Qui solo le persone certificate come punk indossano le calze bucate. Anzi, le tizie punk comprano le calze e poi le bucano per assemblare un certo tipo di look. Io ho solo un numero imprecisato di calze bucate in un cassetto. Le ho rotte quasi tutte incastrandomi in qualche spigolo della macchina o della bici. Me le metterei tranquillamente se solo fossi preparata a sopportare con un sorriso stampato in faccia il chiacchiericcio isterico delle beriche della mia coorte.
"Hai visto che ha le calze bucate?"
"Sì, che schifo".
Cito questo esempio perché a Berlino era pieno di gente con calze, magliette e scarpe bucate e mi sembravano tutti molto sereni. Erano persone che non amano buttare via un vestito solo perché ha smesso di essere perfetto come il giorno in cui era stato comprato. Solo che lì evidentemente tutto ciò è considerato normale e non c'è gente ad ogni angolo pronta ad insultarti in ragione di qualche principio non universalmente valido.
Forse il motivo per cui continuo a sentirmi bene, indipendentemente dal luogo in cui mi trovo ora, è l'aver sperimentato di nuovo che la mia incapacità di adattamento alla viltà e allo spudorato materialismo berico non dipende da una mia presunta indole malvagia o asociale.
Tante persone, negli ultimi anni, mi hanno fatto notare che ciò che scrivo e dico potrebbe essere il risultato di una natura snob che rifiuto di accettare con pienezza. Ovviamente quest'affermazione lascia il tempo che trova. A Vicenza chiunque abbia una visione del mondo non totalmente plagiata potrebbe tranquillamente passare per snob. Non occorre uscire per strada e cominciare a parlare André Gide o dell'annesima serie tv che non passerà mai in Italia. Basta fingere di aver letto Marx, saper scaricare i torrent, aver una vaga idea di chi siano gli Strokes ed avere un hobby da cervellone sfigato come scrivere su di un blog. O, in alternativa, si può essere snob in virtù di ciò che si ignora o non si fa. Ad esempio, sono stata più volte finita in questa categoria perché evito sistematicamente alcuni programmi tv, perché sono vegetariana e perché non ho mai ascoltato i Derozer, nonostante la sede della Derotten Records sia a pochi numeri civici di distanza da casa mia.
Anche quando ascoltavo solo grunge la gente mi diceva che facevo l'intellettuale.

Negli ultimi tempi sono finita più volte incastrata in tristi discorsi su cosa sia giusto e sbagliato in termini di emigrazione in terre più felici. Non so mai cosa dire in queste occasioni, perché so che non è bello abbandonare Vicetia al suo destino fognario, anche se al contempo sono pienamente consapevole del fatto che stando qui sono diventata cinica, tendente all'autocommiserazione e probabilmente anche lievemente stronza. Il più delle volte quando esco devo stordirmi solo per riuscire a sopportare il clima da Amici di Maria De Filippi meets Chiesa Cattolica Romana che domina nel luogo dove vado a prendere lo spritz. Sono costantemente pervasa da un desiderio violento e brutale di ballare musica che qui quasi tutti ignorano; conseguentemente odio tutti i dj della città e apprezzo attività ricreative insensate come i silent rave organizzati da gente nata svariati anni dopo di me.
Oggi ho ascoltato un milione di volte il nuovo album di Wavves ad un volume molesto perché l'idea di fruirlo in cuffia mi sembrava l'ennesima trasposizione comportamentale del mio desiderio di non avere scazzi con i vicini di casa e con il mondo intero. Poi ho pensato che King of the Beach ha un'innegabile sensibilità pop e il pop piace ai miei vicini. Baglioni e Morandi sono i preferiti dalla gente che ha chiamato "discarica" il mio giardino.
Questo disco riesce a farmi sentire più o meno come quando ascoltavo quasi solo i Nirvana, anche se un po' meno di merda. In entrambi i casi troviamo un persisente strato di "rumore" che disgusta la gente per bene, canzoni che ti si ancorano in testa per settimane e soprattutto un riflesso emozionale ambiguo e difficile da descrivere a parole, perché composto dall'orgoglio dello sfigato e dal generico autolesionismo che ne deriva, il tutto all'intero di un qualcosa che è così bello e vero e viscerale che alla fine non sai più se sei terribilmente depresso o in estasi. E i testi parlano di quelle situazioni in cui vorremmo essere dei personaggi di un romanzo ed essere in grado di comportarci e di dire cose che poi nella realtà nessuno dice, o al massimo le dice non credendoci.
Ad esempio:
"I'm not like them, but I can pretend" (1994).
"My own friends hate me, but I don't give a shit" (2010).
Nel caso della opening line di Dumb mi vengono in mente centinaia di situazioni agghiaccianti durante le quali ho tentato di mimetizzare la mia alienazione in modo fallimentare. Non sto dicendo che sono speciale o chissà che. Semplicemente tendo ad impazzire se costretta a fare o dire alcune cose. Una volta tentai persino di mettermi alla prova. Per una settimana feci tutto quello che mi proponeva una mia compagna di classe/vicina di casa. Erano cose che in circostanze normali non avrei mai fatto, tra cui farmi una lampada della durata di ben due minuti e andare al Totem. La serata al Totem fu un incubo terribile. Ricordo che fui colta da panico più o meno un secondo dopo essere entrata e alla fine sfruttai un amico fumato per andarmene, dicendo che mi aveva chiesto un passaggio e che non potevo lasciarlo lì a marcire.
Questo per dire che ho tentato su me stessa lo stile di vita del berico medio della mia età e mi ha causato molteplici effetti collaterali. Potrei inoltre aprire una parentesi sul modo in cui mi sono finta cattolica per anni alle superiori, ma preferisco risparmiarvi. Il punto è che lo stesso uso del verbo to pretend ad opera del mio idolo adolescenziale implica un certo grado di menzogna agli altri e il più delle volte anche a sé stessi.
Wavves invece dice: "my own friends hate me, but I don't give a shit". Amo questa frase perché per certi versi parla la stessa lingua di Cobain. È come se in realtà dicesse: "My own friends hate me. Let's pretend that I don't give a shit".
Negli ultimi mesi mi sono svegliata più volte nel cuore della notte e mi sono messa a scrivere esattamente di ciò che queste due frasi riassumono alla perfezione. Pagine e pagine di considerazioni il cui unico scopo è farmi sentire meno di merda.
La mattina vorrei alzarmi dal letto e trovarmi in una versione californiana di Vicetia, in cui non essere lo schifo ambulante e il disagio perenne che incarno qui. Vorrei essere "cool" e parlare con la gente con degli occhiali da sole giganti in faccia ed una birra tra mani incastrando quella frase di Wavves nel mio discorso. Vorrei che ogni sabato fosse come quello della chiusura della Corte, quando ero totalmente ubriaca e ho messo i dischi con Baldra usando solo iTunes e c'era un casino di gente che ha ballato fino alle quattro. E abbiamo messo Wavves, gli Sleigh Bells, i Ladytron, i Wombats, Patrick Wolf, i These New Puritans e altre cose non particolarmente sorprendenti per voi che ne capite qualcosa di musica indie, ma che qui sono avanguardia.
Vorrei non avere sempre voglia di picchiare la gente.
Vorrei che ai miei rari momenti d'ira non seguissero frasi come: "Ma perchè l'hai fatto? Adesso non sarete più amici come prima. Dovevi fare finta* che non fosse successo niente", dette da gente che considero intelligente.
Perché noi berici fingiamo di amarci e siamo tutti stronzi.

* dovevi fare finta che [persona a caso] non ti abbia deluso tremendamente facendoti stare malissimo per giorni e giorni.

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