Frugo nella borsa che da ieri pomeriggio giace sul divano.
Estraggo le chiavi di casa.
Esco dalla porta della cucina.
Cammino lungo il vialetto del giardino.
Attraverso il cortile.
Apro il cancello.
Mi arrampico sul muretto per recuperare il contenuto della cassetta postale senza usare le chiavi (che non ho).
Scopro con delusione che il libro di Blake Nelson non è ancora arrivato.
Guardo la copertina di Internazione e penso che, tanto per cambiare, non è un granché.
Chiudo il cancello.
Attraverso nuovamente il cortile e il vialetto.
Entro in cucina.
Scarto Internazionale.
Contempo per qualche instante la pubblicità cartacea allegata.
Leggo "Perché, a più di 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, oltre 40 nazioni ospitano ancora basi militari statunitensi?"
In una frazione di secondo mi attraversano la testa decine di immagini; uomini in tenuta militare che corrono lungo Corso Palladio (dieci anni fa), gli enormi palazzoni di cemento della Ederle 2 che si scorgono da chilometri di distanza, l'indescrivibile sensazione di vuoto, indignazione e disprezzo che ho provato quel pomeriggio esplorando il "Parco della Pace", militari statunitensi molesti in giro per il centro il sabato sera, le vicentine che si sposano l'invasore, i cartelli stradali con la bandiera degli Stati Uniti, il sindaco Variati che parla di fronte ad una Piazza dei Signori gremita, il gazebo della consultazione popolare ufficiosa dietro casa, le manifestazioni, i girasoli del Presidio, le macchine della Digos dietro l'angolo, i mezzi corazzati del 4 luglio scorso e il terrore che provai scoprendo che ce n'erano ad ogni incrocio, gli elicotteri.
Giro la pubblicità e scopro che "Standing Army" è un dvd con delle interviste.
Mi domando se possa essere interessante.
Scorro distrattamente i nomi delle persone intervistate.
Leggo "Noam Chomsky" e mi torna alla mente la lettera ch'egli scrisse alla gente del Presidio, qualche tempo fa.
Guardo la cartina geografica dei paesi che attualmente ospitano installazioni militari americane.
Per un istante ripenso a quell'articolo di Alternet sull'isoletta giapponese dove è sorto un presidio simile a quello della mia città, anche se lì sono tutti contadini cui è stata sottratta la terra.
Leggo la frase di Obama riportata sulla destra.
Poi leggo la frase che c'è sotto.
Mi viene da ridere.
Mi domando chi possa essere Edward Luttwak.
Sul retro della pubblicità c'è scritto che è un "economista e saggista statunitense, [...] un esperto di strategie militari e di geopolitica".
Penso che magari questo tizio non sappia un granché dei cittadini di Vicenza.
Me lo immagino alla sua scrivania in qualche prestigiosa università americana.
Poi vado su Wikipedia a controllare.
Scopro che Luttwak parla l'italiano, che ha vissuto a Palermo e Milano e che ha scritto due libri con tale Susanna Creperio Veratti ("Che cos'è davvero la democrazia" e "Il libro delle libertà").
Penso che potrei scrivere un post su questa cosa.
Sporchi comunisti (leghisti con retaggio democristiano)
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