La giornata che va concludendosi è stata fruttuosa.
Ho ucciso un numero considerevole di zanzare e sono stata in grado di indossare i vestiti con cui sono uscita di casa.
Inoltre penso di aver finito di delineare la trama del libro per bambini che intendo scrivere nei prossimi mesi. Ora devo solo tradurla in qualcosa di comprensibile al mio prossimo, perché il file che ospita la suddetta trama è stato scritto in una lingua poco affine all'italiano.
Con il passare delle settimane dalla mia laurea mi sento sempre più fuori dal mondo. Forse dovrei prendere dei ricostituenti, delle droghe, delle dosi significative di alcol. Invece bevo tisane alla melissa e mangio le mie fragole a chilometro zero piene di buchi.
So che tutto ciò suona male, perché fa di me una pensionata fuori dal mondo, ma è così che vanno le cose.
Il problema è, con la venuta meno del mio viaggio ad Oslo, sono precipitata nel mondo fatato della nullafacenza. Cerco di studiare, di trovare un lavoro o uno stage di qualche tipo. Cerco di scrivere, di coltivare zucche, di leggere libri che nutrano il mio spirito. Cerco di non farmi annientare dalla fruizione tardiva di Six Feet Under. Cerco di non cedere alla nostalgia per un'epoca durante la quale ero assediata dal cattolicesimo e solo collateralmente mi dedicavo al quel genere di cazzate adolescenziali che rendono la vita gioiosa.
A volte scrivo pagine amorfe piene di idiozia autoreferenziale con il chiaro intento di sentirmi meglio, di dare sfogo ai quei crateri emozionali che popolano i miei sogni ricorrenti sotto forma di volti umani. I volti delle persone che hanno smesso di rivolgermi la parola da anni e che non riesco a dimenticare, neanche sotto meandri di apparente disprezzo ed indifferenza.
Scrivo sapendo che non me ne farò granche di quelle pagine troppo private per essere condivise. Le conservo fingendo che servano a qualcosa.
Mi mancano tremendamente i tempi in cui il mio antagonismo da strapazzo non aveva a che fare con questioni rilevanti, ma si riduceva all'ascolto compulsivo e rigenerante degli Smiths. Ora che Moz ha smesso di essere il mio faro nella tempesta vago a caso domandandomi se è questo ciò che voglio.
Voglio perdere anni di vita inscenando litigi da coppia sposata con Baldra?
Voglio o non voglio farmi deprimere dal fatto che mia nonna non è più mia nonna? Voglio o non voglio convivere serenamente con il fatto che ho bisogno di sentirmi raccontare di nuovo quella storia che lei di certo non ricorda più da un pezzo?
Voglio o non voglio uscire di casa?
Voglio o non voglio imbrattare la porta dei miei vicini di casa con dello sterco di vacca?
Il problema non sta tanto nelle risposte quanto nelle domande. Quando prendevo il treno tutti i giorni facevo fatica a soffermarmi sulle questioni che ho elencato. Mi limitavo ad attraversare la Pianura Padana deprecando Augé e i suoi non luoghi di merda.
"Stupido Augé", pensavo.
Ora trovo conforto nell'incessante interloquire di morte e malattia tipico dei vecchi, forse perché dalla venuta meno del mio nonno paterno ho l'impressione che molte cose si siano sgretolate. Natale e Pasqua sono diventati momenti terribili, che preferirei saltare a pié pari.
A volte mi scopro intenta a preoccuparmi del giorno in cui i miei genitori non saranno più autosufficienti e io, da figlia unica spiantata, dovrò inventarmi qualcosa per evitare il peggio. Tutto ciò non si confà ai miei ventidue anni; ciononostante pare che questi pensieri si siano insediati stabilmente nella mia testa.
Quando guido verso Bassano per andare a trovare mia nonna in ospedale ascolto sempre gli stessi dischi. Quando arrivo cerco di darmi un tono e parlo per un'ora di fila in modo da non dover stare ad ascoltare il processo attraverso cui mia nonna compone frasi. Poco per volta i tempi si sono allungati e ai sinonimi della parola desiderata si sono sostituite strane associazioni che non sempre riesco a capire. Mi fa molta impressione perché mia nonna insegnava lettere alle superiori e quand'ero piccola mi recitava un sacco di poesie o pezzi della Divina Commedia a memoria. Parlava usando espressioni e termini inusuali, che ora compaiono di tanto in tanto sulla sua bocca in modo per lo più incoerente. Sembra che tutti facciano il possibile per tenerla in vita, mentre io mi sento una merda perché penso che a questo punto sarebbe meglio che morisse. Quando la vedo o le parlo al telefono mi sembra sempre così triste o annoiata.
Ogni volta che entro in ospedale vedo la targa con il nome del fondatore e mi torna alla mente il pomeriggio durante il quale mio nonno mi spiegò la storia di quella persona e dell'ospedale stesso. Mio nonno aveva la parlata da professore e pareva che dicesse ogni cosa come se la stesse spiegando davanti ad una classe di giovanotti in cravatta. Era una cosa che mi piaceva di lui, così come mi piaceva il fatto che continuasse a studiare anche anni dopo che era andato in pensione.
Torno con la memoria al periodo in cui tornavo a casa da scuola fumando una sigaretta, perché ero un animale sociale. Il periodo caratterizzato dalle minacce inquietanti della suora della portineria. Minacce che per lo più si riferivano alle malattie veneree, se non ricordo male. Facevo l'esistenzialista tra mura consacrate e cercavo conferme alle mie magre intuizioni nello sguardo del mio Guru.
Mi manca il fatto di avere un Guru.
Non so se Luca sia ancora il mio Guru. In parte sì, in parte no.
Ogni tanto lo rivedo e credo che questo mi faccia bene. Mi aiuta a sentirmi meno stupida. L'ultima volta mi ha regalato un libro di circa mille pagine che non so descrivere a parole. Mia madre ha letto le prime cento e me l'ha restituito con orrore, nonostante il suo rapporto decennale con i volumi più astrusi sull'olocausto. Ogni volta che prendo in mano quel libro apprezzo il fatto di essere viva per poterlo leggere. Penso dipenda dal fatto che non riesco ad accettare l'idea che un essere umano abbia potuto scrivere quelle mille pagine così ostili e magnetiche.
Lo rigiro tra le mani con stupore, senso d'inadeguatezza e, ancora una volta, nostalgia.
Che ne è stato di quel momento in tutti ci sentivamo tutti artisti? Artisti del salto nella fontana, artisti della pedalata in campagna, artisti dell'olio della frittura che ti brucia il costato, artisti delle notti passate in cantina, artisti del travestimento, artisti del rientrare troppo tardi a casa, artisti nel selezionare i gusti più aberranti di vodka, artisti del nulla eterno.
Lo siamo ancora? Non penso.
Vorrei riuscire a scrollarmi di dosso questa nube di sedentarietà e disillusione? Sì.
Vorrei che qualcuno mi conducesse nuovamente nella landa del "no future"? Ogni tanto sarebbe bello.




