

Sono quasi quattro anni che non scrivo qualcosa che abbia un inizio e una fine.
In questi ultimi giorni penso che qualcosa sia cambiato. Ho un nuovo progetto tra le mani. Quando fisso il vuoto e delineo il racconto che presto comincerò a tradurre in parola scritta mi sento tremendamente felice.
Forse in tutto questo tempo ho cercato la via più complicata, senza soffermarmi sulle storie che, incuranti della neve e del pendolarismo, fluivano tra i miei denti.
La disoccupazione ha portato con sé il tempo per odorare i fiori di zucca, contemplare l'acero che cresce poco per volta, ascoltare vecchi dischi cui non avevo mai dedicato la giusta attenzione, mescolare il compost e andare alla ricerca dei nuovi nascondigli delle mie gatte.
Tutto ciò alla faccia del mio prossimo iracondo, degli articoli di Repubblica sul declino della sociologia e del senso d'impotenza che mi coglie ogni qual volta risulta necessario mettere piedi fuori dal giardino o dalla pagina di un libro amato.




