Demons are real

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Un tempo risultavo divertente perché generalizzavo e ricamavo sui miei personaggi, deformandoli a mio piacimento.
Poi ho cercato di smettere perché, come dice il Senile Progressista, generalizzare è sbagliato. Inoltre, una volta abbandonato l'istituto cattolico, sono venute meno nella mia vita quelle figure che richiamavano gli stereotipi più balordi e che non potevo fare a meno di descrivere giorno dopo giorno sul mio blog.
Oggi mi trovo a dover affrontare un dilemma che mi impedisce di dormire la notte e che ha molte caratteristiche in comune con ciò che provavo anni fa nello scrivere i miei post chilometrici.
Tradurre o non tradurre in prosa la montagna di informazioni che ho raccolto nel corso di svariate osservazioni di una delle categorie umane che più si prestano alla trasmutazione in stereotipo?

Tale questione è più complessa di quelle che mi sono trovata ad affrontare in passato. Non ho mai preso in considerazione l'opinione che alcune suore avevano di me, perché era evidente che la loro ostilità dipendeva dal fatto che non riuscivano a cogliere il disagio che rendeva i miei post così vivaci. Non mi limitavo a sfottere le mie compagne classe per il gusto di farlo o a causa di un presunto moto di malvagità; dovevo denigrarle sul mio blog perché non tolleravo la loro falsità e la facilità con cui si piegavano all'autorità scolastica. Mi pareva impossibile che persone del genere, sempre pronte a schiacciare il proprio prossimo pur di emergere, potessero prendere voti alti e passare per le "più intelligenti della classe".
Iniziare una frase dicendo: "premettendo che credo in Dio..." solo perché c'è un prete pronto a valutarti non mi sembra molto intelligente. Soprattutto se quell'esordio non è seguito da un'osservazione critica.
Al contempo, non è intelligente vantarsi di non credere in Dio di fronte alla prof di filosofia, che collateralmente è anche una suora, perché non riuscirai mai a dimostrarle che la tua tesi è valida.
Su fronti di questo genere me la sono sempre cavata egregiamente. Persino durante la preghiera mattutina facevo del mio meglio per essere in sintonia con il contesto. Sapevo che se mi fossi assentata avrei scatenato lo scandalo ed offeso molte persone; per questo motivo, quando toccava a me fare la preghiera, mi limitavo a proporre di indirizzare il pensiero della classe a categorie umane che lo meritassero. Questo mi sembrava già un passo avanti rispetto all'usuale: "Vorrei pregare per mia mamma che oggi deve prendere l'aereo" o "Vorrei pregare per l'Inter".
Il più delle volte riuscivo a mimetizzarmi. Poi qualcuno cominciò a leggere il mio blog e io non fui in grado di abbandonare la sensazione piacevole e liberatoria che provavo nel descrivere le mie giornate a scuola.
Fui convocata in Presidenza insieme a mia madre. Fui sottilmente minacciata in un paio di occasioni. Considerai la possibilità di cambiare scuola.
Nonostante questo continuai a scrivere, perché non potevo farne a meno.
Dopo uno degli incontri con la mia Preside ricordo che fissai lo schermo del mio computer per un periodo di tempo che mi parve infinito, soppesando la possibilità di sopprimere Underbreath una volta per tutte.
Fu mio padre a convincermi che non era la cosa giusta da fare.
In fondo, lo ripeto, non scrivevo con cattiveria. Scrivevo e basta.
Se solo quelle persone avessero avuto il coraggio di ammettere che non ero una squilibrata, bensì una persona che era stata umiliata più e più volte in ragione di una presunta diversità, magari oggi conserverei un ricordo migliore delle superiori.

Le persone di cui vorrei scrivere adesso non sono altrettanto malvagie. Prese singolarmente possono avere un certo fascino o per lo meno risultare degne di considerazione. In gruppo, invece, mi fanno venire voglia di sprofondare in un cratere e di restarvi.
Chi sono?
Bella domanda.

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