Maggio 2010 Archives

La gioventù berica che si aggrega nel cortile del prete e procede con perizia alla consunzione alcolica.
Il senso di alienazione che provo nel contemplare i miei simili e ciò che da essi deriva.
I quadri in mostra, la cui banalità mi ferisce.
I miei ex compagni di scuola che fingono di non vedermi.
Le scarpe scomode.
La totale assenza di altre cose da fare in città.
La mia amica che compie 21 anni che dice: "Mi portano a Villa Bonin."
Villa Bonin è una discoteca in zona industriale.

L'angoscia al pensiero di tutti gli esami di statistica e di metodologia quantitativa che dovrò fare a Trento.
Il senso di inadeguatezza che ho provato ascoltando William Corsaro.

L'apparente assenza di conversazioni spenseriate nella mia quotidianità post-laurea.

Mia nonna sul divano del salotto. Mater che ha lasciato il cellulare spento ed è irreperibile.
Mio nonno in sala operatoria.

Periodici autoprodotti su carta patinata.

Ecce Bombo

Ecce Bombo  | No TrackBacks

La giornata che va concludendosi è stata fruttuosa.
Ho ucciso un numero considerevole di zanzare e sono stata in grado di indossare i vestiti con cui sono uscita di casa.
Inoltre penso di aver finito di delineare la trama del libro per bambini che intendo scrivere nei prossimi mesi. Ora devo solo tradurla in qualcosa di comprensibile al mio prossimo, perché il file che ospita la suddetta trama è stato scritto in una lingua poco affine all'italiano.

Con il passare delle settimane dalla mia laurea mi sento sempre più fuori dal mondo. Forse dovrei prendere dei ricostituenti, delle droghe, delle dosi significative di alcol. Invece bevo tisane alla melissa e mangio le mie fragole a chilometro zero piene di buchi.
So che tutto ciò suona male, perché fa di me una pensionata fuori dal mondo, ma è così che vanno le cose.

Il problema è, con la venuta meno del mio viaggio ad Oslo, sono precipitata nel mondo fatato della nullafacenza. Cerco di studiare, di trovare un lavoro o uno stage di qualche tipo. Cerco di scrivere, di coltivare zucche, di leggere libri che nutrano il mio spirito. Cerco di non farmi annientare dalla fruizione tardiva di Six Feet Under. Cerco di non cedere alla nostalgia per un'epoca durante la quale ero assediata dal cattolicesimo e solo collateralmente mi dedicavo al quel genere di cazzate adolescenziali che rendono la vita gioiosa.
A volte scrivo pagine amorfe piene di idiozia autoreferenziale con il chiaro intento di sentirmi meglio, di dare sfogo ai quei crateri emozionali che popolano i miei sogni ricorrenti sotto forma di volti umani. I volti delle persone che hanno smesso di rivolgermi la parola da anni e che non riesco a dimenticare, neanche sotto meandri di apparente disprezzo ed indifferenza.
Scrivo sapendo che non me ne farò granche di quelle pagine troppo private per essere condivise. Le conservo fingendo che servano a qualcosa.

Mi mancano tremendamente i tempi in cui il mio antagonismo da strapazzo non aveva a che fare con questioni rilevanti, ma si riduceva all'ascolto compulsivo e rigenerante degli Smiths. Ora che Moz ha smesso di essere il mio faro nella tempesta vago a caso domandandomi se è questo ciò che voglio.
Voglio perdere anni di vita inscenando litigi da coppia sposata con Baldra?
Voglio o non voglio farmi deprimere dal fatto che mia nonna non è più mia nonna? Voglio o non voglio convivere serenamente con il fatto che ho bisogno di sentirmi raccontare di nuovo quella storia che lei di certo non ricorda più da un pezzo?
Voglio o non voglio uscire di casa?
Voglio o non voglio imbrattare la porta dei miei vicini di casa con dello sterco di vacca?

Il problema non sta tanto nelle risposte quanto nelle domande. Quando prendevo il treno tutti i giorni facevo fatica a soffermarmi sulle questioni che ho elencato. Mi limitavo ad attraversare la Pianura Padana deprecando Augé e i suoi non luoghi di merda.
"Stupido Augé", pensavo.
Ora trovo conforto nell'incessante interloquire di morte e malattia tipico dei vecchi, forse perché dalla venuta meno del mio nonno paterno ho l'impressione che molte cose si siano sgretolate. Natale e Pasqua sono diventati momenti terribili, che preferirei saltare a pié pari.
A volte mi scopro intenta a preoccuparmi del giorno in cui i miei genitori non saranno più autosufficienti e io, da figlia unica spiantata, dovrò inventarmi qualcosa per evitare il peggio. Tutto ciò non si confà ai miei ventidue anni; ciononostante pare che questi pensieri si siano insediati stabilmente nella mia testa.
Quando guido verso Bassano per andare a trovare mia nonna in ospedale ascolto sempre gli stessi dischi. Quando arrivo cerco di darmi un tono e parlo per un'ora di fila in modo da non dover stare ad ascoltare il processo attraverso cui mia nonna compone frasi. Poco per volta i tempi si sono allungati e ai sinonimi della parola desiderata si sono sostituite strane associazioni che non sempre riesco a capire. Mi fa molta impressione perché mia nonna insegnava lettere alle superiori e quand'ero piccola mi recitava un sacco di poesie o pezzi della Divina Commedia a memoria. Parlava usando espressioni e termini inusuali, che ora compaiono di tanto in tanto sulla sua bocca in modo per lo più incoerente. Sembra che tutti facciano il possibile per tenerla in vita, mentre io mi sento una merda perché penso che a questo punto sarebbe meglio che morisse. Quando la vedo o le parlo al telefono mi sembra sempre così triste o annoiata.
Ogni volta che entro in ospedale vedo la targa con il nome del fondatore e mi torna alla mente il pomeriggio durante il quale mio nonno mi spiegò la storia di quella persona e dell'ospedale stesso. Mio nonno aveva la parlata da professore e pareva che dicesse ogni cosa come se la stesse spiegando davanti ad una classe di giovanotti in cravatta. Era una cosa che mi piaceva di lui, così come mi piaceva il fatto che continuasse a studiare anche anni dopo che era andato in pensione.

Torno con la memoria al periodo in cui tornavo a casa da scuola fumando una sigaretta, perché ero un animale sociale. Il periodo caratterizzato dalle minacce inquietanti della suora della portineria. Minacce che per lo più si riferivano alle malattie veneree, se non ricordo male. Facevo l'esistenzialista tra mura consacrate e cercavo conferme alle mie magre intuizioni nello sguardo del mio Guru.
Mi manca il fatto di avere un Guru.
Non so se Luca sia ancora il mio Guru. In parte sì, in parte no.
Ogni tanto lo rivedo e credo che questo mi faccia bene. Mi aiuta a sentirmi meno stupida. L'ultima volta mi ha regalato un libro di circa mille pagine che non so descrivere a parole. Mia madre ha letto le prime cento e me l'ha restituito con orrore, nonostante il suo rapporto decennale con i volumi più astrusi sull'olocausto. Ogni volta che prendo in mano quel libro apprezzo il fatto di essere viva per poterlo leggere. Penso dipenda dal fatto che non riesco ad accettare l'idea che un essere umano abbia potuto scrivere quelle mille pagine così ostili e magnetiche.
Lo rigiro tra le mani con stupore, senso d'inadeguatezza e, ancora una volta, nostalgia.
Che ne è stato di quel momento in tutti ci sentivamo tutti artisti? Artisti del salto nella fontana, artisti della pedalata in campagna, artisti dell'olio della frittura che ti brucia il costato, artisti delle notti passate in cantina, artisti del travestimento, artisti del rientrare troppo tardi a casa, artisti nel selezionare i gusti più aberranti di vodka, artisti del nulla eterno.
Lo siamo ancora? Non penso.
Vorrei riuscire a scrollarmi di dosso questa nube di sedentarietà e disillusione? Sì.
Vorrei che qualcuno mi conducesse nuovamente nella landa del "no future"? Ogni tanto sarebbe bello.

Della serie: rappresentiamo graficamente le brillanti intuizioni di Baldra, laureando in sociologia.

Nelle foto: la creazione di un'aiuola di erbe aromatiche con i bambini della scuola elementare di Ospedaletto, le mie gatte tra le piante di pomodoro e l'insalata, piantine di tagete in contenitori di alluminio riciclati, fragole.

Una significativa serie di eventi spiacevoli mi ha costretta lontano dal mio pigiama.
Per due giorni ho percorso e ripercorso le stesse strade provinciali, constatando per l'ennesima volta che il Veneto è un'enorme zona industriale priva d'anima.
Google Maps mi dice che tra ieri e oggi ho solcato circa 250 chilometri d'asfalto, quasi tutti senza uscire dal vicentino.
Ho raccolto mia nonna a Magré e l'ho portata all'ospedale di Bassano da mio nonno che, pur avendo avuto un infarto, continua a bestemmiare con l'usuale cadenza. Poi l'ho riaccompagnata a casa.
Oggi sono andata a trovare l'altra nonna in casa di riposo a Crespano.
Mentre guidavo ho scritto mentalmente un post. Spero di trovare la forza di tradurlo in qualcosa di leggibile prima che voli via dalle mie orecchie.

Oggi pomeriggio, quando mi sono accasciata sul divano, ho assaportato una sensazione strana, che somigliava alla frustrazione derivante dalla sconfitta.
Ero troppo stanca per fare qualsiasi cosa. Allora ho chiuso gli occhi e ho dormito.

Sono stata svegliata qualche minuto dopo dalle urla della mia vicina del 1° piano, che aveva suonato il campanello per vomitare odio su un qualsiasi residente della mia dimora.
Tra le altre cose, pare che la sua opinione sullo stato del mio giardino si sia radicalizzata.
Almeno questo è ciò che Mater mi ha riferito.
Nonostante i miei tentativi di rendere il mio fazzoletto di terra appetibile agli stolti, esso resta una discarica ai suoi occhi.

Mesi fa, di fronte a questa stessa osservazione, mi limitai a far sparire un po' di roba e a covare l'odio non sfogato. Questa volta, invece, sono stata risucchiata in un turbine di disprezzo per l'aberrante e prepotente convenzionalità di chi sputa sui miei esperimenti botanici. Ho immaginato scene di distruzione e vendetta.
Ciò che mi irrita maggiormente è il fatto che queste persone sempre pronte ad insultare il mio giardino sono anche quelle che mi vedono dalla finestra quando sto ore ad annusare i fiori, a seminare, a progettare nuovi modi per stipare ortaggi in ogni angolo. Immaginavo avessero colto la passione che mi spinge ad attirare insetti con fiori ricchi di polline e a lasciare che l'erba cresca senza tagliarla ogni due settimane.
Invece no. Per loro sono solo una scema amante delle discariche. Una scema che non merita neanche di potersi difendere, perché le sue argomentazioni sono irrilevanti di fronte alla bruttura che si erge entro la siepe di lauro.

Queste situazioni mi fanno sempre pensare a quando il mio relatore mi disse che, per risolvere una situazione conflittuale in cui ero rimasta incastrata, dovevo darmi al dialogo interculturale. Aggiunse che spesso è necessario intraprendere questa via anche con persone che apparentemente appartengono alla nostra stessa cultura. Anche con i nostri vicini di casa italiani, veneti, vicentini. Perché, se ci pensiamo, il fatto sorprendente è che magari queste persone che ci somigliano in tutto e per tutto ci fanno anche schifo. Non so allora se il concetto di cultura sia adeguato per descrivere ciò che mi trovo tra le mani. Di certo quello di subcultura è fuori luogo. Si tratta piuttosto di piccole divergenze apparentemente insanabili che rendono tutto molto complicato.

Vorrei che i miei vicini mi ascoltassero quando cerco di parlare. Invece mi voltano le spalle, salgono le scale e sigillano il ponte levatoio del loro piccolo Stato nello Stato nello Stato.
E' allora che emergono le scene di distruzione nella mia testa.
Dopo lo sguardo perso nel vuoto di mia nonna, le bestemmie di mio nonno, la disoccupazione, i libri sul nazismo, il senso di inadeguatezza e il bruciante desiderio di una persona a caso che mi dica che prima o poi smetterò di sentirmi così.

Un tempo risultavo divertente perché generalizzavo e ricamavo sui miei personaggi, deformandoli a mio piacimento.
Poi ho cercato di smettere perché, come dice il Senile Progressista, generalizzare è sbagliato. Inoltre, una volta abbandonato l'istituto cattolico, sono venute meno nella mia vita quelle figure che richiamavano gli stereotipi più balordi e che non potevo fare a meno di descrivere giorno dopo giorno sul mio blog.
Oggi mi trovo a dover affrontare un dilemma che mi impedisce di dormire la notte e che ha molte caratteristiche in comune con ciò che provavo anni fa nello scrivere i miei post chilometrici.
Tradurre o non tradurre in prosa la montagna di informazioni che ho raccolto nel corso di svariate osservazioni di una delle categorie umane che più si prestano alla trasmutazione in stereotipo?

Tale questione è più complessa di quelle che mi sono trovata ad affrontare in passato. Non ho mai preso in considerazione l'opinione che alcune suore avevano di me, perché era evidente che la loro ostilità dipendeva dal fatto che non riuscivano a cogliere il disagio che rendeva i miei post così vivaci. Non mi limitavo a sfottere le mie compagne classe per il gusto di farlo o a causa di un presunto moto di malvagità; dovevo denigrarle sul mio blog perché non tolleravo la loro falsità e la facilità con cui si piegavano all'autorità scolastica. Mi pareva impossibile che persone del genere, sempre pronte a schiacciare il proprio prossimo pur di emergere, potessero prendere voti alti e passare per le "più intelligenti della classe".
Iniziare una frase dicendo: "premettendo che credo in Dio..." solo perché c'è un prete pronto a valutarti non mi sembra molto intelligente. Soprattutto se quell'esordio non è seguito da un'osservazione critica.
Al contempo, non è intelligente vantarsi di non credere in Dio di fronte alla prof di filosofia, che collateralmente è anche una suora, perché non riuscirai mai a dimostrarle che la tua tesi è valida.
Su fronti di questo genere me la sono sempre cavata egregiamente. Persino durante la preghiera mattutina facevo del mio meglio per essere in sintonia con il contesto. Sapevo che se mi fossi assentata avrei scatenato lo scandalo ed offeso molte persone; per questo motivo, quando toccava a me fare la preghiera, mi limitavo a proporre di indirizzare il pensiero della classe a categorie umane che lo meritassero. Questo mi sembrava già un passo avanti rispetto all'usuale: "Vorrei pregare per mia mamma che oggi deve prendere l'aereo" o "Vorrei pregare per l'Inter".
Il più delle volte riuscivo a mimetizzarmi. Poi qualcuno cominciò a leggere il mio blog e io non fui in grado di abbandonare la sensazione piacevole e liberatoria che provavo nel descrivere le mie giornate a scuola.
Fui convocata in Presidenza insieme a mia madre. Fui sottilmente minacciata in un paio di occasioni. Considerai la possibilità di cambiare scuola.
Nonostante questo continuai a scrivere, perché non potevo farne a meno.
Dopo uno degli incontri con la mia Preside ricordo che fissai lo schermo del mio computer per un periodo di tempo che mi parve infinito, soppesando la possibilità di sopprimere Underbreath una volta per tutte.
Fu mio padre a convincermi che non era la cosa giusta da fare.
In fondo, lo ripeto, non scrivevo con cattiveria. Scrivevo e basta.
Se solo quelle persone avessero avuto il coraggio di ammettere che non ero una squilibrata, bensì una persona che era stata umiliata più e più volte in ragione di una presunta diversità, magari oggi conserverei un ricordo migliore delle superiori.

Le persone di cui vorrei scrivere adesso non sono altrettanto malvagie. Prese singolarmente possono avere un certo fascino o per lo meno risultare degne di considerazione. In gruppo, invece, mi fanno venire voglia di sprofondare in un cratere e di restarvi.
Chi sono?
Bella domanda.

L'idea idiota del giorno è quella di convertire la mia tesi in un pamphlet sulla presunta inutilità del guerrilla gardening nella terra dei capannoni e dell'asfalto mangia-terra.

piante di cisto e salvia farinacea a pochi passi dalla rotonda

A volte guardo Baldra e mi preoccupo. Lo vedo fuori di sé, carico di fotocopie e testi accademici inquietanti.
Ora che sono sola in casa scruto quelle montagne di carta stampata e vi riconosco le stesse montagne di carta stampata che per mesi hanno invaso il salotto, la mia camera, la mia scrivania, i davanzali e i pavimenti. Tonnellate di fotocopie inutili e di libri presi a prestito a causa di un capitolo dal titolo fuorviante e di una tesi la cui forma mi era ancora ignota.
Dovrei pulire il fornello, ma ho ancora un paio di giorni prima che i miei tornino.

Baldra differisce dai miei amori passati sotto molti punti di vista.
Pacci, il mio più recente ex, ad esempio, stava simpatico a tutti. Anche quando fece i test per entrare nell'Aeronautica Militare. Era il periodo dell'esplosione della questione Dal Molin a Vicenza. Ciononostante tutti continuarono ad amarlo e ho motivo per credere che quella fase della sua vita sia stata ormai dimenticata. Il suo nuovo gruppo rap tanto seguito dai miei giovani concittadini ha insabbiato il suo passato. Basta citare Luttazzi e Travaglio in un testo per assurgere allo status di artisti politicamente attivi.
Baldra, al contrario, fa fatica a suscitare questo genere di sentimenti.
Parla lentamente, beve acqua calda, non ha l'abitudine di picchiare la gente e pinza i quotidiani.

Baldra ed io siamo quelli che raggiungono gli amici al bar e, pur sforzandosi di non fare discorsi "pallosi", finiscono sempre per sbagliare qualcosa.
Recentemente mi è capitato di provare sentimenti di vergogna e brama di fuga mentre stavo tessendo le lodi di Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson.
Tutto è crollato mentre stavo dicendo: "La colonna sonora è deliziosa".
Questo genere di situazione è una tale costante nella mia vita da aver ormai minato alla base la mia capacità di fingere interesse o condiscendenza per cose che mi disgustano o che ritengo idiote.
Un tempo non avrei riso con sarcasmo di fronte all'affermazione: "Il biglietto per i Prodigy allo Sherwood costerà 40 euro."
Al contrario, avrei detto: "Ah sì?"

Baldra ed io facciamo dell'ironia su questo genere di cose. Sui Prodigy odierni, sui Prodigy di dieci anni fa, sulla gente che spende 40 euro per andare a vedere i Prodigy, sulla gente convinta che i Prodigy abbiano una qualche rilevanza.
Goffman direbbe che siamo un'équipe di rappresentazione e che questo nostro accanirci sui nostri detrattori prende il nome di denigrazione del pubblico.
Molti tendono a sottovalutare rapporti interpersonali come il nostro. Se quattro anni fa non ci fossimo conosciuti, forse a quest'ora saremmo disposti a spendere quei 40 euro pur di avere una parvenza di vita sociale.
Forse ci saremmo buttati nel Bacchiglione. Forse avremmo abbandonato la società umana per entrare in quella delle nutrie.
Forse Baldra avrebbe continuato a fallire ad Ingegneria Gestionale e si sarebbe suicidato. Forse gli avrebbero fatto un funerale cattolico.
Forse non avremmo comprato i biglietti per andare a sentire i Pavement a Bologna.
Forse non avrei mai imparato a ruttare [devono avermi fatto un discreto lavaggio del cervello, perché ho imparato a ruttare solo l'anno scorso]*
Forse non avremmo costruito un instabile edificio teorico secondo il quale noi giovani sociologi indie abbiamo capito tutto, mentre i neuropsicologi tanto amati dalla redazione di Internazionale sono il nemico.
E la società ha bisogno di edifici teorici come questo, di miti, di nemesi, di capri espiatori.

Io dico che è giunta l'ora di porre fine alla denigrazione dei giovani sociologi che non si limitano ad incrociare i dati e di individuare nei neuropsicologi il nuovo obiettivo contro cui scagliarsi.
Non è corretto prendersela con chi non ha neanche uno stupido albo cui iscriversi. I neuropsicologi, invece, stanno tentando di farci credere di aver trovato ogni risposta nel cervello umano. Quasi vivessimo totalmente isolati. Come se non ci influenzassimo in alcun modo tra di noi.
Come se i calvinisti fossero portatori del genere capitalista. Anzi; come se alcune persone fossero portatrici del gene calvinista. Come se il capitalismo e il calvinismo fossero stati calati dall'alto.
Bah.

Gli articoli dei neuropsicologi che escono di continuo su Internazionale mi lasciano spesso molto perplessa. C'era bisogno di un tizio con i camice bianco e trenta lauree per arrivare alla conclusione che i bambini sono più creativi degli adulti?
Ma soprattutto, era necessario etichettare come visionario un neuropsicologo fuori di testa che sostiene di aver scoperto che il cervello maschile prescrive il conflitto e quello femminile il lavoro di cura? (vedi Beautiful Minds su Current tv).
Procedendo in tal senso propongo di lasciare tutte le donne a casa, di bruciare i libri di Simone de Beauvoir, di bombardare la Svezia e la Norvegia, di impiccare i più raffinati teorici del Welfare State e di far precipitare anche le famiglie che ancora se la cavano nella povertà più nera.
L'aspetto geniale della teoria di questo neuropsicologo fuori di testa è, che secondo il suo punto di vista, il cervello maschile è "superato", perché oggigiorno per sopravvivere l'uomo non ha più bisogno di picchiare i suoi simili e di andare a caccia di mufloni.
Questo lo porta a sostenere che l'uomo contemporaneo, per vivere all'interno della società, deve sviluppare competenze "eminentemente femminili" e, almeno in parte, farsi donna.
Questo discorso mi fa accapponare la pelle perché mi ricorda di quando lessi che fino a non molti decenni fa, in alcuni contesti, era diffusa l'idea che le lesbiche non esistessero e, conseguentemente, che le donne che amavano altre donne fossero in realtà uomini in un corpo femminile.

Tutto ciò potrebbe sembrare irrilevante così come la mia apparente incapacità di fare battute di successo. Al contrario, propongo di smetterla di parlare del nulla e di focalizzarci invece su questioni chiave; questioni cui nessun neuropsicologo ha dato una risposta convincente.
Ad esempio: "Perché sembra impossibile parlare di Fantastic Mr. Fox con un disobbediente? Perché i disobbedienti non guardano film come Fantastic Mr. Fox?"
Ma soprattutto: "Perché mi viene voglia di urlare quando sento l'odore di una chiesa se sono portatrice del gene cattolico?"

* perdonate la volgarità

Sono quasi quattro anni che non scrivo qualcosa che abbia un inizio e una fine.

In questi ultimi giorni penso che qualcosa sia cambiato. Ho un nuovo progetto tra le mani. Quando fisso il vuoto e delineo il racconto che presto comincerò a tradurre in parola scritta mi sento tremendamente felice.
Forse in tutto questo tempo ho cercato la via più complicata, senza soffermarmi sulle storie che, incuranti della neve e del pendolarismo, fluivano tra i miei denti.
La disoccupazione ha portato con sé il tempo per odorare i fiori di zucca, contemplare l'acero che cresce poco per volta, ascoltare vecchi dischi cui non avevo mai dedicato la giusta attenzione, mescolare il compost e andare alla ricerca dei nuovi nascondigli delle mie gatte.
Tutto ciò alla faccia del mio prossimo iracondo, degli articoli di Repubblica sul declino della sociologia e del senso d'impotenza che mi coglie ogni qual volta risulta necessario mettere piedi fuori dal giardino o dalla pagina di un libro amato.

About this Archive

This page is an archive of entries from Maggio 2010 listed from newest to oldest.

Aprile 2010 is the previous archive.

Giugno 2010 is the next archive.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.