Aprile 2010 Archives

Non sono particolarmente brava a cucinare. Ciononostante riesco a commuovere me stessa quando mi metto d'impegno nella preparazione di una zuppa.
Le zuppe sono un cibo meraviglioso perché curano la depressione, possono scaturire dagli avanzi del giorno prima, si lasciano congelare senza problemi e sono buone anche a colazione.
Per questi ed altri motivi, quando decido di cucinare qualcosa di lievemente complesso, il più delle volte opto per la zuppa.

Quest'oggi condivido con voi lettori una mia personale rielaborazione della ricetta denominata "Broccoli-potato soup with fresh herbs" da Veganomicon. The Ultimate Vegan Cookbook di Isa Chandra Moskowitz e Terry Hope Romero.
Vi prego di ignorare le mie lacune in "gergo culinario". Sfortunatamente possiedo per lo più libri di cucina in inglese e ignoro la traduzione in italiano di alcune espressioni.

Ingredienti:

2 cucchiai di olio extra vergine d'oliva (o quanto vi pare)
1 cipolla di medie dimensione, tagliata a dadini
3 spicchi d'aglio, tagliati finemente
1/2 cucchiaino di dragoncello o 3 rametti di drangocello fresco [N.B. procuratevi una pianta di drangoncello]
pepe nero (una spolveratina)
1 cucchiaino di sale
1 1/2 litro di brodo vegetale (se non siete nullafacenti consiglio di usare un qualsiasi dado vegatale biologico)
1/2 kg di patate (pelate, ovviamente, e tagliate a pezzi)
300 g circa di broccoli (compresi i gambi, che vanno tagliati in piccoli pezzi)
un pugno di salvia fresca tagliata finemente

Scaldate una pentola a fuoco basso. Rosolate la cipolla nell'olio per qualche minuto, finché non si squaglia. Aggiungete aglio, dragoncello, pepe e sale e cucinate per un altro minuto.
A questo punto versate nella pentola il brodo vegetale e le patate.
Coprite il tutto con il coperchio e portate a ebollizione. Quando la zuppa comincia a bollire, abbassate il fuoco e lasciate riposare per un quarto d'ora circa.
Aggiungete i broccoli e cucinate per un altro quarto d'ora.
Con un frullatore a immersione, passate circa 1/3 della zuppa, in modo che risulti cremosa, ma che parte delle patate e dei broccoli siano distinguibili.
Infine aggiungete la salvia e lasciate riposare per altri dieci minuti.

Una possibile variazione:

Quando decisi di tentare per la prima volta questa ricetta, mancavano ancora un paio di settimane alla maturità dei broccoli, motivo per cui deviai coraggiosamente sul cavolo nero (o cavolo toscano).
Scoprii così che la broccoli-potato soup diventa sopraffina se i broccoli vengono sostituiti con un bouquet di foglie di cavolo nero. In particolar modo ho notato che quest'ultimo si sposa bene con il dragoncello. Non ho mai provato questa ricetta con la salvia. Vedete voi se metterla o meno.
[N.B. la stagione del cavolo nero è l'autunno e dubito che adesso si trovi in giro. Aspettate qualche mese e sceglietelo biologico.]

Bon appétit!

A seguito dell'esplorazione del centro di Vicenza in data 24 aprile 2010 concludo che l'unica cosa da fare ieri sera era ubriacarsi.
Qualche ora dopo vengo svegliata da Mater che, agonizzante, mi manda alla ricerca della farmacia di turno. Pedalo dormendo.
Una vecchina mi prende per il culo perché mi sono fermata per farla passare.

Torno a casa. Le medicine sono sigillate così bene che mi serve il martello per aprirle.
Bevo la tisana che mi ero fatta alle due e mezza.
Esco in giardino. Contemplo l'area dove Pater ha tagliato l'erba, incurante delle piante di patate, dei narcisi sfioriti e di tutte le leguminose che avevo seminato l'autunno scorso.
Maledico l'ideale retrogrado del prato all'inglese.
Poi mi abbasso al livello del suolo e noto che i piselli stanno cominciando ad arrampicarsi sui rami che ho raccolto da un'aiuola pubblica dietro casa. Ho seguito il consiglio di Gayla Trail e ora aspetto con pazienza la fioritura.
A sinistra di una delle piante scopro che il germoglio ignoto che avevo notato la settimana scorsa ha messo le prime foglie vere.
Mi complimento con l'acero rosso per aver figliato.

Perché quando metto piede fuori di casa il venerdì o il sabato sera devo sorbirmi inevitabilmente stupide band hardcore straniere il cui unico selling point è il fatto di venire dal nord Europa o dei pingui metallari di Creazzo?
Perché tutti sembrano adorare lo zumpa zumpa flower power condito con retorica del secolo scorso?
Perché c'è sempre il solito gruppo reggae che suona ovunque?
Perché le serate new wave devono essere così tristi? Perché alle serate new wave tutti fanno il ballo del triangolo?
Che collegamento c'è tra le braghe da basket, la neve, i tatuaggi traditional, le fixed bikes (comunemente dette fix bike) e l'hardcore?
Perché mai dovrei supportare la "scena" di Vicenza se essa non esiste?
Perché la gente organizza festival ammettendo di non apprezzare metà dei gruppi che ci suonano?
Perché improvvisamente il rap piace a tutti? Perché i Colle der Fomento e non gli Uochi Toki?
Perché i Tool e non i Godspeed You! Black Emperor?
Perché le cover band di merda e non i Fake P?
Perché devo soffrire a causa del casino o dell'eccessiva pretenziosità di certe serate?

Perché Vicenza e non Ruston, Louisiana?

Mater è convinta che io sia estremamente depressa a causa di Eyjafjallajökull. Per questo ieri ha deciso di farmi guidare fino a Padova. Più precisamente fino alla sede locale di Decathlon.
Lì ho comprato una lucina a led per la mia bici, perché non ho voglia di aggiustare l'impianto elettrico e con l'età ho imparato a temere la morte. Mi sono poi concessa una corda per saltare, direttamente dal reparto cardiofitness.
Non so voi, ma io da piccola amavo saltare la corda; trovarla nel reparto delle attività sportive masochiste mi ha fatto una certa impressione.

Il fatto è che, inspiegabilmente, posso dire di essere di abbastanza di buon umore.
Ieri sera, ad esempio, non me la sono presa quando gli avventori del Sabotage hanno urlano "BASTA!" al dj set della sottoscritta e di Baldra. Ho continuato a bere e ho messo i Queens of the Stone Age, che piacciono a tutti.
Sono contenta perché è primavera e non ci sono ancora le zanzare. Posso stare in giardino a leggere Hannah Arendt e godere del mio status di disoccupata.
Oggi ho saltato la corda senza spaccarmi una caviglia, il ché è un gran risultato.
Poi mi sono abbassata al livello del suolo, ho osservato la lenta avanzata di una lumaca e ho colto un ravanello.
Il mio primo ravanello autoprodotto.
L'ho mangiato scondito e tiepido. Era delizioso.
Alla faccia di Galan.

Stasera, invece, il fronte berico di guerrilla gardening festeggerà l'Earth Day con grappe e plurimi attacchi in giro per la città. Questo mi allieta, soprattutto perché uno dei probabili obiettivi è un'aiuola che ho ignorato per anni e che, dal mio punto di vista, potrebbe diventare un guerrilla garden fantastico.
L'aspetto divertente della questione è che l'attacco è stato deciso ieri sera a causa di un improvviso eccesso di piante. Inoltre l'adesione all'Earth Day è solo un pretesto per stordirci.
Poche cose sono infelici come l'Earth Day. Ed ogni giorno è buono per sfondare il muro apparentemente invalicabile del suolo pubblico.

♪ Guided by Voices: Awful Bliss


(nelle foto: la rosa rampicante che nessuno credeva sarei riuscita a far fiorire, scilla siberica in fiore, il mio primo ravanello, trifolium incarnatum, ribes)

Più passano gli anni e più realizzo di essere destinata ad arroccarmi nello spazio tempo indie.
Indie in senso lato, ovviamente.

Tutto cominciò quando scoprii che Anita e Michele avevano la simpatica abitudine di etichettare cose non strettamente musicali come "indie" e "non indie". Un esempio che possiamo capire tutti è il seguente:
evidenziatore = non indie
matite colorate = indie.

In seguito Baldra ed io rielaborammo questa dicotomia adattandola ai nostri studi. Come è noto, esiste una cosiddetta sociologia "mainstream", che noi per lo più deprechiamo. Essa è fautrice di quel modo di fare e di presentarsi ai profani che contribuisce non poco a far passare i sociologi stessi per dei soggetti inutili e deleteri.
Un classico sociologo mainstrem esordisce spesso dicendo: "Incrociando i dati... bla bla bla."
Fu così che, scoprendo di amare i filoni più sfigati e scarsamente riconosciuti della disciplina in questione, il Collega ed io finimmo per denominarli "sociologia indie".
Un esempio:
Talcott Parsons: sociologia mainstream spaccaballe
H. S. Becker: sociologia indie moderatamente considerata dai sociologi mainstream (vedi Outsiders)
Marianella Sclavi: nulla è più indie della metodologia umorista

Un discorso analogo può essere fatto per una delle mie occupazioni non remunerative preferite: il guerrilla gardening.
Il guerrilla gardening sembra tanto simpatico ed accattivante; nonostante ciò esso è oggetto di denigrazione velata da parte di chiunque ritenga di avere una bocca per sparare sentenze a destra e a manca.
Alex Foti, portatore di un punto di vista disobbediente, afferma* che il guerrilla gardening è troppo moderato, soprattutto in ragione del fatto che nessuno potrebbe mai essere contrario ad una composizione floreale in uno spartitraffico.
Su questo mi permetto di dissentire e per esempi di anziani irati rimando alla mia tesi.
Un punto di vista antitetico rispetto a quello di Foti proviene invece dalle realtà istituzionali ed istituzionalizzate, che spesso accusano i guerrilla gardeners di essere dei fuori legge.
Non a caso esistono carte bollate che regolamentano il tipo di piante da collocare nelle cosiddette aree verdi. Questo permette di agevolare di lavoro dei giardinieri comunali e di far sì che i parchi pubblici delle nostre città siano molto tristi.
Nella maggior parte dei casi, un attacco di guerrilla gardening scombinerà l'ordine delle cose. Nel caso specifico berico che mi vede coinvolta, gli attacchi sono inoltre portatori di valori imprescindibili quali l'asimmetria e l'ironia.
Ai miei occhi, tutto ciò è indie e vagamente situazionista (sul lungo periodo)**.

Un'altra cosa molto indie è il tenere un workshop di bombe di semi da ubriachi, distribuendo agli astanti dei guanti di lattice verdi e sprecandosi in battute sulle categorie sociali dominanti a Vicenza (cattolici, anziani, leghisti).
Faccio presente a chi non lo sapesse, che fare bombe di semi è la cosa più simile al preparare torte di fango cui ci possa dedicare dopo aver finito le elementari.

Ancor più indie è recarsi ad una manifestazione culturale il cui programma sembra un'accozzaglia di cose a caso con qualche nome noto e trovarci:
1. il sociologo mainstream per eccellenza del dipartimento di Padova, ex presidente del mio corso di laurea nonché nemico acerrimo
2. quelle caramelle di zucchero tonde che mangiavo da piccola
3. un workshop di bombe di semi (denominato "Introduzione al guerrilla gardening") tenuto da Pia Pera e un'altra persona che, pur conoscendo la Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi, non ci*** ha presentati a colei che chiamo "il mio mito botanico".

Magari altrove non è così, ma a Vicetia la parola "indie" tende ancora ad accompagnarsi a sguardi vacui o, peggio, a sparate di gente rimasta ferma agli Strokes che pensa di saper tutto sull'argomento. Da qui nasce l'ironia di certi volantini del suo djistico Teenage Lobotomy.
Siamo consapevoli del fatto di essere anormali, perché non possediamo un impianto e mettiamo Patrick Wolf. L'aspetto divertente della questione è che, rispetto a cinque anni fa, l'abbigliamento "indie" si è diffuso anche nelle terre beriche. Nonostante ciò la conoscenza del mercato musicale che diverge dalla radio è rimasta abbastanza stabile.

Cinque anni fa una mia compagna di scuola mi chiese: "Che musica ascolti?"
Io, imbarazzata, le risposi: "Mah, cose varie... cose indie per lo più".
E lei disse: "Ah sì? Musica indiana?"
Oggi ritroviamo queste stesse implicazioni idiote nelle serie televisive adolescenziali.

Lancio dunque un appello ai miei colleghi fautori delle pratiche indie residenti in luoghi dove questo stile di vita (?) velatamente masochista non è apprezzato:
abbiate il coraggio delle vostre azioni e siate demenziali!
Questo è l'unico modo a me noto per generare cerchie sociali e rifuggire la solitudine.
Più si è demenziali e più si riesce a sopportare l'idiozia diffusa.
Mettere a tacere la propria brama di ironia e riso per entrare in cerchie preesistenti (gente non pensante, discotecari di bassa lega, politicanti privi di senso dell'umorismo, coloro che andranno al concerto degli ZZ Top a Piazzola sul Brenta) fa male allo spirito e al fegato.

* nel libro Anarchy in the EU
** come fa una cosa ad essere situazionista sul lungo periodo? Boh.
*** dico "ci" perché con me c'erano altre persone del gruppo

In genere non compro quasi mai libri freschi di stampa. Non mi fido delle recensioni e ho sempre più difficoltà a spendere venti euro per un oggetto che potrebbe deludermi. Così va a finire che le soste in libreria diventano un masochistico indugiare su punti interrogativi proibiti e gli acquisti veri e propri il più delle volte li faccio una volta tornata a casa, su qualche sito estero.
Questo mi permette di risparmiare molti soldi, ma mina la base di una pratica che mi ha dato molte soddisfazioni in questi ultimi anni. Con l'esperienza sono diventata una buona prestatrice (o donatrice) di libri. In più di un caso sono riuscita a far apprezzare la lettura anche a gente che sosteneva di odiarla.
Comprando libri in inglese non posso più prestarli a mia nonna, che ha la quinta elementare ed è una delle lettrici più avide che io conosca.
Non posso più prestarli a mia madre e ai miei altri significativi.
È un discorso simile a quello dell'isolazionismo derivante dalla mia passione per i film e le serie televisive in lingua originale, solo molto peggio.

Ho fatto un'eccezione per Eating Animals, il nuovo libro di Safran Foer uscito qualche tempo fa per Guanda con il titolo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?.
L'ho comprato un paio di giorni dopo la sua uscita in libreria. Dietro a questo gesto c'erano molteplici considerazioni: da un lato il desiderio di leggere di un argomento come la filiera alimentare, al quale si accompagna una terminologia tecnica abbastanza complessa, nella mia lingua; dall'altro l'idea che avrei potuto prestare il libro in questione solo se avessi posseduto la traduzione italiana.
Così ho acquistato il libro e, nel giro di un paio di settimane, l'ho letto fino alla fine.

Io sono vegetariana e non passa giorno senza che mi ponga una miriade di problemi su quello che finisce nel mio piatto e in quello dei miei parenti. Ciononostante trovo abbastanza fastidiosi i libri sul vegetarianismo e la scelta vegan che sembrano stati scritti con l'unico scopo di accusare gli onnivori di essere creature malvagie e senza scrupoli. La mia esperienza personale mi dice che colpevolizzando non si va da nessuna parte. Allo stesso modo ho i miei dubbi su una strategia molto diffusa in certi ambienti, che consiste nel causare terribili incubi alla gente e a traumatizzare a vita i più sensibili per mezzo di video che ritraggono mattatoi e allevamenti industriali.
La domenica di Pasqua, ad esempio, sono stata ad una cena vegana organizzata da Vicenza Antispecista presso la Corte del Deposito 95. Lì mi sono nutrita con soddisfazione e ho visionato dei video legati ai temi che il gruppo porta avanti. Uno di essi sembrava la pubblicità di una chiesa pentecostale negli Stati Uniti e per questo mi ha lasciata molto perplessa. L'ultimo, che non era previsto ed è partito per sbaglio, mostrava alcuni episodi di violenza inumana in vari mattatoi e galline mezze morte stipate nelle gabbie dove passano tutta la loro vita prima di essere brutalmente ammazzate. Ad un certo punto ricordo di aver smesso di guardare le immagini e di essermi limitata a subire l'audio, che era straziante di per sé.
Quando colei che si occupa di organizzare le serate alla Corte ha fermato il video dicendo che molte persone si erano sentite male e comunque quel filmato non era in programma, c'è stata una mezza sollevazione popolare da parte di alcuni vegani.
Considerando che i presenti non vegani erano quasi tutti vegetariani, credo di poter affermare con una certa tranquillità che atteggiamenti di questo tipo lasciano il tempo che trovano.

Guardando od ascoltando quell'ultimo video mi sono ritrovata a pensare a ciò che avevo letto nel libro di Safran Foer. Ogni dettaglio, ogni decapitazione mal riuscita, ogni forma di tortura, ogni tacchino geneticamente modificato con le zampe spezzate dal proprio peso, ogni gallina ricoperta di feci, ogni scrofa costretta a partorire in una gabbia che la contiene a malapena comparivano tra quelle pagine aspre. In un certo qual modo ho avuto l'impressione che le descrizioni dell'autore fossero ancor più eloquenti delle immagini. Il video spingeva a chiudere gli occhi, a voltare lo sguardo, ad uscire dalla stanza della proiezione, a dimenticare. Se niente importa, invece, cattura l'attenzione del lettore con raffiche di crudi dettagli che trascendono il mero dato di fatto. I polli di Safran Foer non sono semplici creature che tentano di razzolare su uno schermo così distante, fisicamente e spiritualmente. Nei suoi scritti esse si avvicinano al nostro vissuto quotidiano, ai nostri ricordi. Diventano soggetti con cui relazionarsi, capaci di provare dolore e piacere, consapevoli di essere al mondo.
Non si tratta di una bucolica lode al pollo, bensì di una constatazione di dati di fatto.

Ciò che ho amato profondamente di Se niente importa è l'importanza che l'autore attribuisce all'aspetto conviviale del consumo di cibo, che a mio avviso dovrebbe risultare molto congeniale al pubblico italiano.
Safran Foer, come già detto sopra, non si limita ad esporre gli aspetti crudeli e spudoratamente capitalisti della filiera alimentare. Egli si sofferma anche su considerazioni di tipo antropologico e su digressioni autobiografiche. Si domanda se sia giusto rifiutare il pollo cucinato per le feste da sua nonna, e con esso tutto ciò che quel piatto porta con sé a livello simbolico. Affronta un problema che è comune a chiunque abbia deciso di scegliere una dieta diversa da quella dei propri genitori. Perché la questione è ben più complessa di quanto sembri.
Mia madre, ad esempio, non ha reagito bene alla mia scelta di smettere di mangiare non solo la carne, ma anche il pesce. A volte mi dice che faccio i capricci come quando ero piccola, anche se le ripeto che mi piace il gusto del pesce, ma non lo mangio comunque per altri motivi.
Il fatto è che, se siamo realmente interessati ad evitare una vita di sofferenze ed una morte atroce agli animali che finiscono nei piatti delle persone con cui mangiamo, non conviene mettersi ad urlare o proferire slogan che verranno inevitabilmente percepiti come estremisti. Bisogna trovare il modo di passare certe informazioni anche a chi sostiene di non essere interessato, senza che quest'ultimo svenga o s'incazzi. In realtà non penso che sia un'impresa così difficile, perché abbiamo a disposizione dati che dimostrano gli effetti negativi di una dieta che comprende carne o derivati animali provenienti da creature che hanno vissuto la loro intera vita in un ambiente terribilmente malsano, senza mai uscire all'aria aperta e il più delle volte nutrite con alimenti che le ingrassano, ma che esse fanno una gran fatica a digerire.
In tal senso credo che il libro di Safran Foer sia un grande passo avanti. Il suo voler ribadire la mera eloquenza dei fatti e la non pretesa di evangelizzare, ma semplicemente di informare, dovrebbe essere un esempio per chiunque decida di trattare argomenti così spinosi e che ci toccano da vicino ogni volta che apriamo il frigo o andiamo al supermercato.

Da un lato contemplo chi va ad insultare i cacciatori che entrano in Fiera per l'esposizione annuale denominata "Hunting Show", il cui unico risultato sembra essere quello di far incazzare qualche pensionato. Dall'altro c'è un grande narratore che lavora per quattro anni ad una ricerca sull'industria alimentare, lasciando la parola sia ai proprietari di allevamenti intensivi, sia a chi ha scelto altre vie, e lo fa per suo figlio.
Scrive infatti: "nutrire mio figlio non è come nutrire me stesso: è più importante."
Viste le premesse, penso che Se niente importa sia un libro meritevole di trovare una collocazione nelle nostre librerie domestiche e soprattutto nostro quotidiano interloquire.

- Ho rischiato di ammazzarmi su una delle strade più trafficate di Vicenza schiantandomi contro la bici di Baldra.
- Ho perlustrato un'area abbandonata e piena di rovi nei pressi del nuovo tribunale indossando le mie All Star con i buchi.
- Ho mangiato per la prima del tarassaco proveniente dal lato selvaggio del mio giardino.
- Mi sono fatta deprimere dalla vista di alcune signore di mezza età seminude al concerto di Why? all'Unwound.
- Ho predetto che lo spritz di un certo locale in cui non ero mai stata dal cambio di gestione mi avrebbe fatto clamorosamente schifo. Questo a dimostrazione che i truzzi sulla trentina non sanno quello che fanno.
- Ho fatto una lista a Pater delle mie serie tv preferite incurante della sua ignoranza in quest'ambito.
- Ho sfruttato google per indagare sulla vita di gente che non mi rivolge la parola da anni e che io sogno di continuo.
- Ho conosciuto un docente di Agraria estremamente senile e dispotico che mi ha fatto rimpiangere i miei prof dal culo quadrato.
- Ho fatto palle di fango, stallatico e semi indossando guanti di vinile verdi in compagnia di un certo numero di berici alticci.
- Ho partecipato ad una conversazione durante la quale è emersa la proposta di organizzare corsi di aggiornamento fasulli per guardie svizzere.
- Ho realizzato che le prime 150 pagine di Anna Karenina non mi piacciono un granché e questo mi rattrista. Ho anche una teoria a riguardo che esporrò solo a persone che sanno poco o niente di letteratura russa.
- Ho pensato di scrivere un post sotto forma di lista perché per tutti gli altri tipi di post impiego come minimo due ore, indipendentemente dal numero di battute.

Questo sarà un fine settimana impegnato per la sottoscritta. Prima che subentri l'angoscia vi segnalo le attività che mi vedranno coinvolta e che potrebbero interessare anche a voi, se doveste passare per Vicetia.


venerdì sera: cena di finanziamento del Bocciodromo. Pare che i posti siano esauriti (o quasi); ciò non toglie che potete fare un salto per il dopocena. L'accompagnamento musicale sarà a cura di Teenage Lobotomy (Baldra et moi) e di un altro dj.

sabato a partire dalle 14.00: preparazione dell'orto del Presidio No Dal Molin. Serve gente per continuare la raccolta della gramigna e proseguire con le semine.

sabato dalle 20.00 alle 2.00: Teenage Lobotomy dj set @ Bar Lioy 10

domenica dalle 9.00 alle 13.00: mercato dei produttori locali e delle autoproduzioni del No Dal Molin, con usuale banchetto di Guerrilla Gardening Vicenza

domenica dalle 18.30: aperitivo in Corte (Deposito 95) con presentazione del progetto di seed bombing "Let the Sunshine In" a cura di Guerrilla Gardening Vicenza. E' previsto un simpatico workshop durante il quale ci sporcheremo le mani.

Qualche anno fa c'è stato un inverno durante il quale pareva che tutte le mie coetanee civilizzate si fossero votate ad una forma perversa e balorda di cattolicesimo medievale. Per strada c'era la neve e loro facevano le vasche in centro indossando giubbottini striminziti con il pelo sul cappuccio e braghe a vita bassa. L'occhio cadeva così su brandelli di schiene e accenni di fianchi che, incuranti del gelo, divenivano rumorosi interlocutori dei passanti.
Ricordo che guardavo quei corpi con stupore e un certo senso di superiorità, tremando nel mio soprabito deforme.

Mia nonna apprezzava il fatto che, pur parlando continuamente di musicisti morti in modo innaturale ed abbigliandomi di conseguenza, non fossi esteticamente omologata alla mia coorte. Questo, difatti, si traduceva in una forte repulsione da parte mia per qualsiasi cosa risultasse striminzita o decorata con brillantini, cose rosa e animali pucciosi.
Ero dunque, ai suoi occhi, una ragazza seria. Una di quelle ragazze serie che non vanno in giro "a mostrare la mercanzia" e a prendersi la broncopolmonite, facendo morire di dolore le proprie nonne.

Le cose cambiarono il giorno in cui realizzai che Mater aveva ragione; lo stile ch'ella aveva eloquentemente denominato "clochard" cozzava con le mie aspirazioni di desiderabilità sociale. Per quanto mi sforzassi di orientare le mie preghiere nel modo adeguato, nessuno sembrava cogliere ciò che i miei abiti comunicavano. A questo si sommavano altri fattori che rendevano il mio aspetto estremamente problematico, a partire dal malefico apparecchio ortodontico e dalla mia passione per le Converse non appaiate (una azzurra e una verde).
Fu così che, onde sopravvivere alla crudele vita adolescenziale, smisi le vesti amebiche e cominciai a comprare abiti della mia taglia, privilegiando colori che in quel periodo erano rari e chiassosi, come il turchese.
Ci fu solo un particolare tipo di capo d'abbigliamento che perdurò negli anni, incurante delle nuove mode e dei tentativi d'umiliazione altrui.

Ciò che il filone dei programmi televisivi dedicati alla pratica del cosiddetto "makeover" sembrano volerci comunicare è che esiste un modo giusto e un modo sbagliato di vestirsi. Non a caso le donne sottoposte al trattamento si somigliano tutte alla fine della puntata. A quel punto tutte hanno appreso che per non sembrare dei cessi ambulanti conviene indossare capi che mettano in evidenza i propri punti forti e celino esuberanze indesiderate.
Ciò che i programmi di "makeover" non comunicano è che il mondo è vario e che l'abito ha una valenza sociale che trascende il semplice "se voglio trovare un marito devo apparire accattivante, ordinata e fertile."

A posteriori mi fanno un po' ridere i discorsi di mia madre, che mi accusava di non essere in grado di vestirmi come una persona civilizzata. Si tratta di un'osservazione comune alle genitrici snervate da figli che hanno scelto di essere in polemica con il mondo. Si tratta però di una visione ingenua.
Apparentemente c'entra poco, ma il Goffman di Asylums ci suggerisce un'interpretazione più colorita della questione. Il sociologo canadese, nell'analizzare il complesso tema delle istituzioni totali e dei manicomi in particolare, mette in evidenza come la dichiarazione di sanità mentale degli internati dipendesse non tanto da valutazioni scientificamente comprovate, quanto dalla capacità dei suddetti di adattarsi alle regole dell'istituzione totale; anche alle più illogiche. Fingendo per un attimo che la moda abbia a che fare con i manicomi e con le caserme (vedi l'impossibilità di acquistare un capo giallo quando imperversa il rosso), possiamo immaginare la scelta del giovine di indossare delle scarpe spaiate come un gesto lontanamente imparentato con le pratiche -in apparenza insensate e orientate all'autoriproduzione dell'istituzione totale- cui sono indotti gli abitanti di questi luoghi.
In entrambi i casi risulta necessario indentificare le aspettative altrui. La differenza sta nello scopo del proprio agire. Nelle istituzioni totali l'uniformità può permettere la scalata sociale (es. caserme) o addirittura l'uscita dall'istituzione stessa (es. carceri, manicomi). Al contrario, in un contesto meno vincolante e stigmatizzante, c'è chi, tenendo a mente le aspettative della maggioranza, preferisce "distinguersi", magari indossando i simboli di una subcultura in cui si riconosce*.
Risulta quindi insensato affermare che i giovani pseudoalternativi non si sanno vestire secondo i canoni condivisi. Essi sanno cosa è corretto indossare, eppure scelgono di optare per altro.

Scrivo tutto ciò perché, durante il weekend pasquale, ho improvvisamente realizzato che non posseggo più soprabiti deformi, eccettuato forse quello nero che sta in armadio da anni. Devo averli eliminati tutti un po' per volta, insieme alle Converse bucate e alle magliette dei Nirvana.
Ho riflettuto sul fatto che, in barba al buon senso, c'è qualcosa che mi manca di quei soprabiti deformi. O meglio, non sono tanto le tasche sfondate a farsi rimpiangere, quanto tutto ciò che ruotava attorno alla scelta di un abito che non calzasse a pennello.
Il soprabito deforme era in primo luogo un modo per dire "volteggio sulla discarica cattocapitalista che voi chiamate bericità". In secondo luogo esso svolgeva una funzione che cozza tragicamente con la natura del soprabito non deforme.
Quand'ero minorenne e vagavo per la città in bici in compagnia dei miei amici metallari potevo dirmi abbastanza soddisfatta. Avevo difatti qualcuno con cui fare le cose che di solito fanno i minorenni pseudoalternativi berici, ovvero prodursi in mastodontiche cazzate, bere vodka di sottomarca e guardare film orripilanti in una cantina. C'era inoltre il significativo fattore della compresenza con altri esseri umani di mio gradimento; poco importa ch'essi fossero per lo più scout ed uniformemente amanti degli Iron Maiden.
La cosa importante era che, a differenza del periodo antecedente al mio incontro con questi soggetti, potevo gustare piaceri inediti, come il tornare tardi la sera del sabato e il guardare la tv schiacciata tra i miei amici, condividendo una coperta.
E se per qualche motivo stavo di merda, sapevo che tra di essi c'era qualcuno contro cui rannicchiarmi.
Ciò che manca ai soprabiti non deformi è lo spazio per far rannicchiare una persona, quando fuori fa freddo.
I soprabiti deformi, invece, permettono di riparare dalle intemperie due corpi abbracciati.
Come in certe commedie romantiche americane, dove gli uomini sono giganti e le donne minute. O, più banalmente, come nel mio passato prossimo, popolato da parka sfatti e dall'odore di pelle proveniente dai chiodi che ho amato.

* e anche su questo potremmo aprire parentesi infinite.

About this Archive

This page is an archive of entries from Aprile 2010 listed from newest to oldest.

Marzo 2010 is the previous archive.

Maggio 2010 is the next archive.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.