Qualche anno fa c'è stato un inverno durante il quale pareva che tutte le mie coetanee civilizzate si fossero votate ad una forma perversa e balorda di cattolicesimo medievale. Per strada c'era la neve e loro facevano le vasche in centro indossando giubbottini striminziti con il pelo sul cappuccio e braghe a vita bassa. L'occhio cadeva così su brandelli di schiene e accenni di fianchi che, incuranti del gelo, divenivano rumorosi interlocutori dei passanti.
Ricordo che guardavo quei corpi con stupore e un certo senso di superiorità, tremando nel mio soprabito deforme.
Mia nonna apprezzava il fatto che, pur parlando continuamente di musicisti morti in modo innaturale ed abbigliandomi di conseguenza, non fossi esteticamente omologata alla mia coorte. Questo, difatti, si traduceva in una forte repulsione da parte mia per qualsiasi cosa risultasse striminzita o decorata con brillantini, cose rosa e animali pucciosi.
Ero dunque, ai suoi occhi, una ragazza seria. Una di quelle ragazze serie che non vanno in giro "a mostrare la mercanzia" e a prendersi la broncopolmonite, facendo morire di dolore le proprie nonne.
Le cose cambiarono il giorno in cui realizzai che Mater aveva ragione; lo stile ch'ella aveva eloquentemente denominato "clochard" cozzava con le mie aspirazioni di desiderabilità sociale. Per quanto mi sforzassi di orientare le mie preghiere nel modo adeguato, nessuno sembrava cogliere ciò che i miei abiti comunicavano. A questo si sommavano altri fattori che rendevano il mio aspetto estremamente problematico, a partire dal malefico apparecchio ortodontico e dalla mia passione per le Converse non appaiate (una azzurra e una verde).
Fu così che, onde sopravvivere alla crudele vita adolescenziale, smisi le vesti amebiche e cominciai a comprare abiti della mia taglia, privilegiando colori che in quel periodo erano rari e chiassosi, come il turchese.
Ci fu solo un particolare tipo di capo d'abbigliamento che perdurò negli anni, incurante delle nuove mode e dei tentativi d'umiliazione altrui.
Ciò che il filone dei programmi televisivi dedicati alla pratica del cosiddetto "makeover" sembrano volerci comunicare è che esiste un modo giusto e un modo sbagliato di vestirsi. Non a caso le donne sottoposte al trattamento si somigliano tutte alla fine della puntata. A quel punto tutte hanno appreso che per non sembrare dei cessi ambulanti conviene indossare capi che mettano in evidenza i propri punti forti e celino esuberanze indesiderate.
Ciò che i programmi di "makeover" non comunicano è che il mondo è vario e che l'abito ha una valenza sociale che trascende il semplice "se voglio trovare un marito devo apparire accattivante, ordinata e fertile."

A posteriori mi fanno un po' ridere i discorsi di mia madre, che mi accusava di non essere in grado di vestirmi come una persona civilizzata. Si tratta di un'osservazione comune alle genitrici snervate da figli che hanno scelto di essere in polemica con il mondo. Si tratta però di una visione ingenua.
Apparentemente c'entra poco, ma il Goffman di Asylums ci suggerisce un'interpretazione più colorita della questione. Il sociologo canadese, nell'analizzare il complesso tema delle istituzioni totali e dei manicomi in particolare, mette in evidenza come la dichiarazione di sanità mentale degli internati dipendesse non tanto da valutazioni scientificamente comprovate, quanto dalla capacità dei suddetti di adattarsi alle regole dell'istituzione totale; anche alle più illogiche. Fingendo per un attimo che la moda abbia a che fare con i manicomi e con le caserme (vedi l'impossibilità di acquistare un capo giallo quando imperversa il rosso), possiamo immaginare la scelta del giovine di indossare delle scarpe spaiate come un gesto lontanamente imparentato con le pratiche -in apparenza insensate e orientate all'autoriproduzione dell'istituzione totale- cui sono indotti gli abitanti di questi luoghi.
In entrambi i casi risulta necessario indentificare le aspettative altrui. La differenza sta nello scopo del proprio agire. Nelle istituzioni totali l'uniformità può permettere la scalata sociale (es. caserme) o addirittura l'uscita dall'istituzione stessa (es. carceri, manicomi). Al contrario, in un contesto meno vincolante e stigmatizzante, c'è chi, tenendo a mente le aspettative della maggioranza, preferisce "distinguersi", magari indossando i simboli di una subcultura in cui si riconosce*.
Risulta quindi insensato affermare che i giovani pseudoalternativi non si sanno vestire secondo i canoni condivisi. Essi sanno cosa è corretto indossare, eppure scelgono di optare per altro.
Scrivo tutto ciò perché, durante il weekend pasquale, ho improvvisamente realizzato che non posseggo più soprabiti deformi, eccettuato forse quello nero che sta in armadio da anni. Devo averli eliminati tutti un po' per volta, insieme alle Converse bucate e alle magliette dei Nirvana.
Ho riflettuto sul fatto che, in barba al buon senso, c'è qualcosa che mi manca di quei soprabiti deformi. O meglio, non sono tanto le tasche sfondate a farsi rimpiangere, quanto tutto ciò che ruotava attorno alla scelta di un abito che non calzasse a pennello.
Il soprabito deforme era in primo luogo un modo per dire "volteggio sulla discarica cattocapitalista che voi chiamate bericità". In secondo luogo esso svolgeva una funzione che cozza tragicamente con la natura del soprabito non deforme.
Quand'ero minorenne e vagavo per la città in bici in compagnia dei miei amici metallari potevo dirmi abbastanza soddisfatta. Avevo difatti qualcuno con cui fare le cose che di solito fanno i minorenni pseudoalternativi berici, ovvero prodursi in mastodontiche cazzate, bere vodka di sottomarca e guardare film orripilanti in una cantina. C'era inoltre il significativo fattore della compresenza con altri esseri umani di mio gradimento; poco importa ch'essi fossero per lo più scout ed uniformemente amanti degli Iron Maiden.
La cosa importante era che, a differenza del periodo antecedente al mio incontro con questi soggetti, potevo gustare piaceri inediti, come il tornare tardi la sera del sabato e il guardare la tv schiacciata tra i miei amici, condividendo una coperta.
E se per qualche motivo stavo di merda, sapevo che tra di essi c'era qualcuno contro cui rannicchiarmi.
Ciò che manca ai soprabiti non deformi è lo spazio per far rannicchiare una persona, quando fuori fa freddo.
I soprabiti deformi, invece, permettono di riparare dalle intemperie due corpi abbracciati.
Come in certe commedie romantiche americane, dove gli uomini sono giganti e le donne minute. O, più banalmente, come nel mio passato prossimo, popolato da parka sfatti e dall'odore di pelle proveniente dai chiodi che ho amato.
* e anche su questo potremmo aprire parentesi infinite.