Oggi ho notato che faccio un po' di fatica a parlare di guerrilla gardening senza lanciarmi in considerazioni che al cittadino medio poco importano. Devo complicare per bene le cose fino a raggiungere quello stato in cui sto parlando di quando Reagan era governatore della California, pensando al contempo che forse dovrei cambiare registro. Ed è qui che la faccenda diventa ingestibile.
La questione è che sul guerrilla gardening c'è molto da dire, come lascia intendere David Tracey. L'unico libro che tratti della questione reperibile in italiano ha delle belle illustrazioni, ma poca sostanza.
Io penso che abbia senso insistere proprio su quella sostanza, che poco ha a che fare con la "rivoluzione" di cui hanno parlato tanti giornalisti.
Forse sono io che vivo su un altro pianeta, dove le parole hanno un peso e i libri di giardinaggio sono tutti per principianti o per tecnici. Un altro pianeta dove improvvisamente ho perso il mio status di studentessa e mi trovo a volteggiare nel nulla.
Non saprei dire cosa sto facendo. So invece cosa sto evitando: i telegiornali e le notizie in genere, qualsiasi cosa implichi l'uscire di casa, il dentista, buona parte della gente. Sono scema? Non lo escluderei. La mia proverbiale timidezza si sta evolvendo in modo inatteso? E' probabile.
A volte mi guardo attorno e mi sembra che tutto funzioni nel modo più insensato possibile, ma con un tocco comico, come quando si è in uno stato alternato di coscienza e i documentari sugli animali della savana fanno ridere.
Capite cosa intendo dire?
Il peggio è quando mi addentro in una situazione sapendo già che prenderà quella piega straniante.
In biblioteca a Scienze Politiche ho trovato un libro sullo squatting ad Amsterdam negli anni Ottanta, con tanto di piantine dei quartieri interessati e testimonianze. Nella tesi non l'ho scritto, ma dal mio punto di vista guerrilla gardening e squatting hanno molti punti in comune, anche se apparentemente prevalgono le divergenze. L'apparente mancanza di un'identità definita da parte degli squatters sembra il problema più grosso. Dicevano di aver semplicemente bisogno di un posto dove stare. Non erano interessati alla politica. Molti non votavano. Al contrario, l'immagine dei guerrilla gardeners filtrata dai mass media fa pensare a persone moderate amanti dell'ecologia, non necessariamente in polemica con la politica tradizionale.
Oserei affermare che l'immaginario mediatico suggerisce addirittura un'iconografia fatta di persone di mezza età, benestanti ed educate.

Ciò che posso dire, in base alla mia esperienza e a quanto raccontatomi dai miei colleghi, è che ci sono dei punti cardine che nessuno sembra voler cogliere.
Squatting e guerrilla gardening coincidono nel momento in cui scegli di rifiutare un'ideologia balorda e totalizzante, in cui fai ciò che fai senza dover necessariamente metterti una maglietta con su scritto "cosa" sei. Anzi, scegli l'anonimato, perché conviene.
Vuoi continuare a svolgere le tue attività più o meno illegali senza attirare gli sguardi altrui, perché ne hai bisogno o perché ti piace farlo. Non sei realmente un guerrilla gardener o uno squatter. O meglio, lo sei, ma sei anche molte altre facce, molte altre maschere.
Per quanto riguarda queste due particolari attività, sono i limiti fisici che ti fanno cambiare ruolo. Prima eri un passante, una persona comune. Poi, improvvisamente, non lo sei più. Hai fatto un passo fuori dal senso comune. A volte questa transizione ti fa venire il batticuore; ti tremano le mani.
Per gli squatters è l'accesso ad una casa abbandonata che segue la scassinatura della porta. Per i guerrilla gardeners il più delle volte si tratta semplicemente di chianarsi a terra e di saggiare la consistenza del terreno.
Dopo un po' ci si fa l'abitudine, ma le prime volte, il solo fatto di essersi fermati presso un luogo irrilevante, marginale, ti fa sentire strano. Su un altro pianeta, appunto.
La gente passa facendo finta di non vederti e tu lo sai. Sei come i folli, i mendicanti, gli ex amici che non ti rivolgono più la parola. Sei interessante e temibile.
Un'immagine offuscata.
Eppure stai solo piantando fiori.
Oggi, dietro le mie spalle, dietro le nostre spalle, c'era quello che amiamo chiamare Paese Reale.
Eravamo in una trentina, lungo l'argine, a scrivere "no war" sull'erba. Il nostro inchiostro erano delle violette del pensiero.
Dall'altro lato del fiume, una coppia di mezza età il cui immobile sarà inevitabilmente svalutato a causa della costruzione della Ederle 2. Una coppia che, nonostante l'aspetto spettrale del cantiere del Dal Molin, ci ha urlato che stavamo facendo qualcosa di sbagliato. Stavamo "rovinando l'argine" con dei fiori. A pochi metri da lì c'erano crateri, gru a non finire, una falda acquifera devastata, montagne di terra di cui onestalmente non saprei indicare l'altezza. Oltre il ponte, una macchina di vedetta contenente agenti della DIGOS. All'interno del cantiere, lampeggianti che si accendono e corpi in divisa che compaiono all'orizzonte. Le vie attorno al presidio che si popolano di volanti dei carabinieri. Nessuno viene ad interromperci, ma i militari sono lì e ci guardano.
Questo per dire che non si fanno le rivoluzioni con le violette del pensiero, come forse avevate già intuito.
Si cerca piuttosto di muovere qualcosa nelle budella della gente. E in alternativa si misura il livello di cecità di chi da tempo ha delegato la propria facoltà di ragionare ad altri.
Piantare violette fuori da un controverso cantiere militare in mano agli Stati Uniti è solo un modo come un altro per farsi un'idea sul comune sentire degli italiani, senza dover necessariamente ricorrere ai questionari.
Come direbbe Demetri Martin: "Think about it".






