Per qualche motivo ero convinta che, una volta divenuta disoccupata, avrei avuto un sacco di tempo di libero per scrivere tutti i post arretrati che ho accumulato nelle ultime settimane.
In realtà ho realizzato che, tra ricerca di un'occupazione, attività connesse al gruppo di guerrilla gardening, riunioni del Bocciodromo, orti ed insostenibile leggerezza dell'essere, il tempo scarseggia.
E come se non bastasse, ora che sono a tutti gli effetti una dottora in sociologia, devo subire i motteggiamenti di Mater, che fin dai tempi del mio abbandono del corso di laurea in Politica ed Integrazione Europea, sostenne l'insensatezza occupazionale di un titolo di studio come quello che oggi detengo.
D'altronde, così va la vita. Avrei potuto scegliere tra almeno un centinaio di corsi di laurea presso facoltà di suo gradimento (Giurisprudenza, Economia, tutti i corsi di Scienze Politiche eccetto Scienze Sociologiche, Psicologia, Statistica e via dicendo), invece sono approdata sulle spiagge di una delle discipline meno legittimate, per lo meno in Italia.
E' quindi una gioia imbattersi di continuo in offerte di lavoro presso cooperative che sembrano volere solo laureati in discipline che uno dei miei professori preferiti ha indicato fin dal principio come "il Nemico".
L'unico antidoto alla disperazione pare concretizzarsi nella gente che mi dice: "Tu sei Margherita? La scrittrice?" e nelle forme più deliranti di creatività botanica (e non solo).
Inoltre la visione di un film pregevole può aiutare nell'imperitura ricerca della catarsi.
Di recente mi sono recata all'Odeon per la proiezione settimanale dei film in lingua originale. Ho così visionato "The Lovely Bones", avendo ben a mente che, durante le svariate presentazioni della pellicola, i membri del cast avevano più volte usato la parola "uplifting".

Ora, io non capisco cosa ci sia di così "uplifting" in un film del genere, pieno di personaggi che sembrano buttati lì a caso (es. la tizia "che vede la gente morta") e di effetti speciali che alla lunga fanno venire voglia di prendere a calci lo schermo.
Considerando che nei due giorni successivi alla visione del film sono stata pervasa da una sorta di odio per l'umanità e dal desiderio irrefrenabile di guardare "Dexter", temo che "The Lovely Bones" abbia fallito nel suo intento di farmi apprezzare le gioie del trapasso.
Detto ciò, ritengo sia doveroso segnalarvi un altro film, che ho visionato presso le lodevoli mura del Deposito 95, uno spazio relativamente nuovo che ha contribuito non poco ad alzare il livello culturale di Vicenza.
L'opera in questione si chiama "Sita Sings the Blues". Si tratta di un musical d'animazione ad opera di Nina Paley, che ripropone in chiave femminista le vicende narrate nel Ramayana, uno dei più grandi poemi epici della mitologia induista.
Vi consiglio di recuperare questo film perché è un qualcosa di assolutamente anomalo rispetto a quanto siamo abituati a vedere, sia che si tratti di opere d'animazione sia di musical. Oltre a trattarsi di un'opera deliziosa e punteggiata da una colonna sonora anni '20 che vi farà squagliare il cuore, "Sita Sings the Blues" ha un altro pregio che pochi altri film del genere possono vantare: esso è infatti distribuibile e proiettabile liberamente, in quanto coperto da una licenza Creative Commons del tipo "Share Alike".
Lo potete scaricare o visionare sul sito ufficiale. I sottotitoli in italiano, invece, li trovate qui.



