Le poche persone che mi rivolgono ancora la parola me lo fanno notare spesso; ho una fissazione abbastanza radicata per quel calderone flatulente che chiamiamo adolescenza.
L'idea diffusa è che, poco per volta, dovrei riuscire a superare i traumi del passato e proiettarmi verso il futuro, il quale prevede per lo più vestiti scomodi, umiliazione e progressiva perdita del senso dell'umorismo.
Il problema è che, se Vasco Brondi ha costruito il suo impero su "questi cazzo di anni zero", io sono diventata ciò che sono ricamando sui suprusi perpetrati da un certo numero di soggetti a danno del mio ego adolescenziale. Questo mi ha portata a sviluppare una forte brama di liberazione dei miei giovani conterranei più svegli (N.B. svegli non in base a chissà quali parametri "oggettivi", ma secondo il mio gusto personale), onde evitare che perdano il loro smalto sovversivo e si adeguino a contesti raccapriccianti, come quello del nuovo bar truzzo in stile milanese comparso in queste settimane tra l'Ovosodo e il Cancelletto.
Lo scenario che emerge nel mio cervello è, a detta di alcuni, estremamente ottimista e, proprio per questo, inverosimile. Cionostante trovo difficile non squagliarmi quando, a distanza di anni, c'è ancora qualche giovine che mi scrive di aver trovato conforto nel mio libello dedicato agli adolescenti introversi; soprattutto considerando che cominciai a scriverlo proprio per confortare me stessa e, successivamente, per far sentire meno soli i miei simili.
Rivelo questo aspetto della mia vita interiore (e non) per introdurre una domanda che mi sono rivolta più volte in questi giorni.
La domanda é: "Perché mi sono dovuta laureare prima di visionare per la prima volta la serie tv americana Freaks and Geeks?"
Le risposte possono essere molteplici ma, mettendola in chiave manzoniana, credo di poter ricondurre tutto al fattore Provvidenza.
Magari quattro anni fa non ero pronta. Forse non capivo abbastanza bene l'inglese delle serie tv. Forse non sapevo cosa fosse un torrent. Forse ignoravo l'esistenza di Judd Apatow, Jason Segel e Seth Rogen. Forse non avevo 6 giga liberi sul disco fisso del mio vecchio computer. Forse non avrei apprezzato come apprezzo ora.
Ora che sono stata colta dall'epifania e ho cominciato a rivivere, puntata dopo puntata, un certo numero di traumi adolescenziali che avevo parzialmente rimosso, non posso fare a meno di incitare i miei Amati Lettori a recuperare questa pregevole serie e a visionarla con i vostri giovani cugini, in particolar modo se i suddetti hanno manifestato i primi segni di quella che il mainstream chiama "asocialità" e che noi asociali chiamiamo "non essere totalmente idioti".
Per qualche motivo ero convinta che, una volta divenuta disoccupata, avrei avuto un sacco di tempo di libero per scrivere tutti i post arretrati che ho accumulato nelle ultime settimane.
In realtà ho realizzato che, tra ricerca di un'occupazione, attività connesse al gruppo di guerrilla gardening, riunioni del Bocciodromo, orti ed insostenibile leggerezza dell'essere, il tempo scarseggia.
E come se non bastasse, ora che sono a tutti gli effetti una dottora in sociologia, devo subire i motteggiamenti di Mater, che fin dai tempi del mio abbandono del corso di laurea in Politica ed Integrazione Europea, sostenne l'insensatezza occupazionale di un titolo di studio come quello che oggi detengo.
D'altronde, così va la vita. Avrei potuto scegliere tra almeno un centinaio di corsi di laurea presso facoltà di suo gradimento (Giurisprudenza, Economia, tutti i corsi di Scienze Politiche eccetto Scienze Sociologiche, Psicologia, Statistica e via dicendo), invece sono approdata sulle spiagge di una delle discipline meno legittimate, per lo meno in Italia.
E' quindi una gioia imbattersi di continuo in offerte di lavoro presso cooperative che sembrano volere solo laureati in discipline che uno dei miei professori preferiti ha indicato fin dal principio come "il Nemico".
L'unico antidoto alla disperazione pare concretizzarsi nella gente che mi dice: "Tu sei Margherita? La scrittrice?" e nelle forme più deliranti di creatività botanica (e non solo).
Inoltre la visione di un film pregevole può aiutare nell'imperitura ricerca della catarsi.
Di recente mi sono recata all'Odeon per la proiezione settimanale dei film in lingua originale. Ho così visionato "The Lovely Bones", avendo ben a mente che, durante le svariate presentazioni della pellicola, i membri del cast avevano più volte usato la parola "uplifting".
Ora, io non capisco cosa ci sia di così "uplifting" in un film del genere, pieno di personaggi che sembrano buttati lì a caso (es. la tizia "che vede la gente morta") e di effetti speciali che alla lunga fanno venire voglia di prendere a calci lo schermo.
Considerando che nei due giorni successivi alla visione del film sono stata pervasa da una sorta di odio per l'umanità e dal desiderio irrefrenabile di guardare "Dexter", temo che "The Lovely Bones" abbia fallito nel suo intento di farmi apprezzare le gioie del trapasso.
Detto ciò, ritengo sia doveroso segnalarvi un altro film, che ho visionato presso le lodevoli mura del Deposito 95, uno spazio relativamente nuovo che ha contribuito non poco ad alzare il livello culturale di Vicenza.
L'opera in questione si chiama "Sita Sings the Blues". Si tratta di un musical d'animazione ad opera di Nina Paley, che ripropone in chiave femminista le vicende narrate nel Ramayana, uno dei più grandi poemi epici della mitologia induista.
Vi consiglio di recuperare questo film perché è un qualcosa di assolutamente anomalo rispetto a quanto siamo abituati a vedere, sia che si tratti di opere d'animazione sia di musical. Oltre a trattarsi di un'opera deliziosa e punteggiata da una colonna sonora anni '20 che vi farà squagliare il cuore, "Sita Sings the Blues" ha un altro pregio che pochi altri film del genere possono vantare: esso è infatti distribuibile e proiettabile liberamente, in quanto coperto da una licenza Creative Commons del tipo "Share Alike".
Lo potete scaricare o visionare sul sito ufficiale. I sottotitoli in italiano, invece, li trovate qui.
Oggi ho notato che faccio un po' di fatica a parlare di guerrilla gardening senza lanciarmi in considerazioni che al cittadino medio poco importano. Devo complicare per bene le cose fino a raggiungere quello stato in cui sto parlando di quando Reagan era governatore della California, pensando al contempo che forse dovrei cambiare registro. Ed è qui che la faccenda diventa ingestibile.
La questione è che sul guerrilla gardening c'è molto da dire, come lascia intendere David Tracey. L'unico libro che tratti della questione reperibile in italiano ha delle belle illustrazioni, ma poca sostanza.
Io penso che abbia senso insistere proprio su quella sostanza, che poco ha a che fare con la "rivoluzione" di cui hanno parlato tanti giornalisti.
Forse sono io che vivo su un altro pianeta, dove le parole hanno un peso e i libri di giardinaggio sono tutti per principianti o per tecnici. Un altro pianeta dove improvvisamente ho perso il mio status di studentessa e mi trovo a volteggiare nel nulla.
Non saprei dire cosa sto facendo. So invece cosa sto evitando: i telegiornali e le notizie in genere, qualsiasi cosa implichi l'uscire di casa, il dentista, buona parte della gente. Sono scema? Non lo escluderei. La mia proverbiale timidezza si sta evolvendo in modo inatteso? E' probabile.
A volte mi guardo attorno e mi sembra che tutto funzioni nel modo più insensato possibile, ma con un tocco comico, come quando si è in uno stato alternato di coscienza e i documentari sugli animali della savana fanno ridere.
Capite cosa intendo dire?
Il peggio è quando mi addentro in una situazione sapendo già che prenderà quella piega straniante.
In biblioteca a Scienze Politiche ho trovato un libro sullo squatting ad Amsterdam negli anni Ottanta, con tanto di piantine dei quartieri interessati e testimonianze. Nella tesi non l'ho scritto, ma dal mio punto di vista guerrilla gardening e squatting hanno molti punti in comune, anche se apparentemente prevalgono le divergenze. L'apparente mancanza di un'identità definita da parte degli squatters sembra il problema più grosso. Dicevano di aver semplicemente bisogno di un posto dove stare. Non erano interessati alla politica. Molti non votavano. Al contrario, l'immagine dei guerrilla gardeners filtrata dai mass media fa pensare a persone moderate amanti dell'ecologia, non necessariamente in polemica con la politica tradizionale.
Oserei affermare che l'immaginario mediatico suggerisce addirittura un'iconografia fatta di persone di mezza età, benestanti ed educate.
Ciò che posso dire, in base alla mia esperienza e a quanto raccontatomi dai miei colleghi, è che ci sono dei punti cardine che nessuno sembra voler cogliere.
Squatting e guerrilla gardening coincidono nel momento in cui scegli di rifiutare un'ideologia balorda e totalizzante, in cui fai ciò che fai senza dover necessariamente metterti una maglietta con su scritto "cosa" sei. Anzi, scegli l'anonimato, perché conviene.
Vuoi continuare a svolgere le tue attività più o meno illegali senza attirare gli sguardi altrui, perché ne hai bisogno o perché ti piace farlo. Non sei realmente un guerrilla gardener o uno squatter. O meglio, lo sei, ma sei anche molte altre facce, molte altre maschere.
Per quanto riguarda queste due particolari attività, sono i limiti fisici che ti fanno cambiare ruolo. Prima eri un passante, una persona comune. Poi, improvvisamente, non lo sei più. Hai fatto un passo fuori dal senso comune. A volte questa transizione ti fa venire il batticuore; ti tremano le mani.
Per gli squatters è l'accesso ad una casa abbandonata che segue la scassinatura della porta. Per i guerrilla gardeners il più delle volte si tratta semplicemente di chianarsi a terra e di saggiare la consistenza del terreno.
Dopo un po' ci si fa l'abitudine, ma le prime volte, il solo fatto di essersi fermati presso un luogo irrilevante, marginale, ti fa sentire strano. Su un altro pianeta, appunto.
La gente passa facendo finta di non vederti e tu lo sai. Sei come i folli, i mendicanti, gli ex amici che non ti rivolgono più la parola. Sei interessante e temibile.
Un'immagine offuscata.
Eppure stai solo piantando fiori.
Oggi, dietro le mie spalle, dietro le nostre spalle, c'era quello che amiamo chiamare Paese Reale.
Eravamo in una trentina, lungo l'argine, a scrivere "no war" sull'erba. Il nostro inchiostro erano delle violette del pensiero.
Dall'altro lato del fiume, una coppia di mezza età il cui immobile sarà inevitabilmente svalutato a causa della costruzione della Ederle 2. Una coppia che, nonostante l'aspetto spettrale del cantiere del Dal Molin, ci ha urlato che stavamo facendo qualcosa di sbagliato. Stavamo "rovinando l'argine" con dei fiori. A pochi metri da lì c'erano crateri, gru a non finire, una falda acquifera devastata, montagne di terra di cui onestalmente non saprei indicare l'altezza. Oltre il ponte, una macchina di vedetta contenente agenti della DIGOS. All'interno del cantiere, lampeggianti che si accendono e corpi in divisa che compaiono all'orizzonte. Le vie attorno al presidio che si popolano di volanti dei carabinieri. Nessuno viene ad interromperci, ma i militari sono lì e ci guardano.
Questo per dire che non si fanno le rivoluzioni con le violette del pensiero, come forse avevate già intuito.
Si cerca piuttosto di muovere qualcosa nelle budella della gente. E in alternativa si misura il livello di cecità di chi da tempo ha delegato la propria facoltà di ragionare ad altri.
Piantare violette fuori da un controverso cantiere militare in mano agli Stati Uniti è solo un modo come un altro per farsi un'idea sul comune sentire degli italiani, senza dover necessariamente ricorrere ai questionari.
Come direbbe Demetri Martin: "Think about it".
Il segreto per attirare l'attenzione della commissione di laurea è: tesi su argomenti assurdi e capitoli denominati in modo ridicolo.
Ringrazio i pochi ma buoni che hanno partecipato al mio passaggio di status (anche chi mi ha mandato gioiosi sms da centinaia di chilometri da qui) e i pregevoli amici che mi hanno fatto bere vino della Coop in cartone prima di mezzogiorno.
Non mi aspettavo una denigrazione pubblica ed è stato simpatico esservi sottoposta.
Una menzione particolare va Mater e a mia nonna, che sono impazzite quando mi sono addentrata in un'aiuola di Piazza Antenore e ho cominciato a zappettare, incurante del pericolo.
Che altro dire del giorno che va concludendosi? Forse che questa mattina sono riuscita nel mio intento di far ridere la commissione (aiutata dal fatto che gli unici due sociologi che la componevano sono indubbiamente degli umoristi) e di prendere il punteggio massimo sulla tesi vestendomi come mi pareva. In barba alle tizie con la minigonna e i tacchi alti che si ripetevano le cose da dire un secondo prima di entrare, come se questo rituale scemo fosse la fine del mondo.
Domani non so cosa farò, anche se prevedo pigiama ad oltranza.
I vivai stanno diventando di plastica. Lo avete notato?
A Vicenza ce n'è uno che vende addirittura i tappeti erbosi sintetici e poi li piazza nelle rotatorie commissionate dal Comune.
E' l'idiozia da mall statunitense che si fonde con lo spirito masochista e gradasso del berico leghista.
Per mesi siamo passanti accanto a quella rotatoria dicendo: "Mai dai! Non possono essere stati così idioti da mettere l'erba finta." Poi un giorno siamo scesi dalle bici, incuranti del rischio di farci ammazzare dal SUV di turno, e abbiamo toccato con mano lo schifo.
Io sogno un'amministrazione comunale che dica no a queste perversioni e che la smetta di proporci manifestazioni e rassegne culturali che sono soporifere già dal nome. O addirittura controproducenti, come l'ilare "Vie di fuga".
Sogno anche dei vivai a misura d'uomo, ma soprattutto di pianta, come quelli che a volte si trovano fotografati nei libri di giardinaggio biologico anglofoni.
A volte mi domando da dove sia spuntata questa mia brama botanica, quest'irrefrenabile desiderio di ampliare la mia collezione di piante. Fino a non molti mesi fa, quand'ero giù di morale, mi concedevo qualche nuovo capo d'abbigliamento. Oggi prediligo creature viventi, anche se non disprezzo la nuova collezione ecologica di H&M.
Come ho già scritto altre volte, in questo periodo non posso dire di essere una buona ascoltatrice delle ultime novità musicali. Macino tutto con una lentezza che ricorda i tempi in cui compravo i cd senza prima averli scaricati.
Sono diventata pigra. Ho gli stessi dischi masterizzati in macchina da una vita.
Che ne è stato del mio fanatismo per i negozi di dischi? Quello che frequentavo anni fa ha smesso di esaltarmi. Di rado riesco a trovare qualcosa di audace. D'altronde è ciò che il berico vuole: la Pausini, Vasco e Tiziano Ferro. I più raffinati optano invece per Peter Gabriel. Eppure io voglio bene a quel negozio, che nel frattempo ha anche cambiato sede. Sfoglio i dischi sapendo che il problema è mio. Gli avventori più giovani, nei quali un po' mi rivedo, comprano una copia di "OK computer" e sono più che soddisfatti.
Oppure transito verso piazzale Mutilato e mi dirigo presso il negozio di dischi che un tempo mi incuteva timore. Faccio due chiacchiere con il proprietario, a volte gli ordino qualcosa, controllo che i vinili siano sempre gli stessi. Una volta comprai un 7" degli Arcade Fire su vinile trasparente, che era rimasto lì a fare la polvere per quasi un anno. In quel momento ricordo di essermi sentita molto sola. Com'era possibile che un oggetto così appetibile fosse rimasto invenduto per tutti quei mesi?
A volte penso che sia Vicenza a spingermi all'apatia musicale. Basta cambiare città per qualche ora ed ecco che la brama ritorna.
Qui non faccio altro che scavare nicchie, perché le cosiddette "scene", che scene poi non sono, mi lasciano per lo più indifferente. Il fatto stesso che certi concittadini usino questo termine per definire quel poco che accade in terra berica mi fa venire voglia di prenderli a sberle. Se appartenere ad una "scena" qui significa mettersi le braghe corte mentre fuori gela, porre i vestiti prima della musica, allora preferisco coltivare la mia apatia altrove.
Ovunque mi giri c'è un susseguirsi ininterrotto ed uniforme di hardcore di pessimo livello, cover band seguitissime, rap normalizzato, serate dark (che sono il meno peggio) e cose aventi a che fare con il reggae.
Continuo a stupirmi che ci sia gente che ascolta sempre le solite cose, sempre i soliti generi, magari snobbando chi propone una serata un po' diversa, una volta tanto.
So che dovrei smetterla, ma mi dà fastidio il fatto che al mio sforzo di ascoltare musica che non mi dice niente non corrispondano spiragli nei gusti o per lo meno nelle abitudini altrui. Dico questo perché ho visto fin troppi concerti oi e il mio cuore si è indurito.
Poi c'è il fatto che molte tra le persone di cui sto parlando non hanno la minima idea di cosa mi piaccia ascoltare concretamente. Conservo con gelosia il ricordo di un gran numero di episodi che testimoniano queste falle, alcune comiche, altre dolorose.
Dico dolorose perché per me la musica non è solo un qualcosa da millantare, qualcosa di statico e certo, come dire: "Ascolto HC". Perché il più delle volte lo vedo già dai tuoi vestiti che ascolti HC; e dalle bestemmie che svolazzano fuori dalla tua bocca.
Così capita che io stia ascoltando quel disco che avevo lasciato a far polvere per un anno, perché mentre era sul piatto avevo ricevuto la notizia che mio nonno era morto. Il fatto stesso che possegga quel disco su vinile dovrebbe essere un indizio, dovrebbe suggerire a te, vile monolita, l'importanza che quei suoni hanno per me. Eppure tu non esiti un secondo e mi fai notare che, dall'alto della tua conoscenza non enciclopedica, quei suoni sono merda e che non ci vuole niente per scrivere della musica del genere.
Per la cronaca, l'artista in questione era Colleen.
Così sabato sera, dopo aver adorato la perfomance di Sleeping States al Centro Stabile di Cultura, ho detto a Baldra che quello sarebbe stato il concerto ideale da portare come esempio ai miei conoscenti di granito. Come a dire: "non siete mai venuti ai concerti che proponevo io. Sleeping States al CSC potrebbe essere la summa di ciò che amo vedere dal vivo in terra berica." A dir la verità non avrei mai pensato di poter contemplare le terga di Markland Starkie senza dover uscire dal territorio della provincia di Vicenza.
Ma i casi della vita sono imprevedibili.
Quando vado al CSC bevo quasi sempre la cedrata e penso che è bello che esista un posto del genere nell'alto vicentino, tra i capannoni e le frazioni dove hanno vissuto i miei antenati del ramo materno. E' bello anche il fatto che Sleeping States abbia fatto un tour con i Githead, band di scarso interesse derivata dai Wire. A Vicenza c'è un sacco di gente che ama questo genere di cose; il popolo delle serate dark. Le carcasse della new wave attirano molto pubblico. Così a vedere l'apertura di Sleeping States per i Githead c'erano un po' di persone, quasi tutte sulla quarantina e vestite di nero.
Io non so se Markland Starkie sia un appassionato di giardinaggio, però sicuramente ne sa qualcosa di paesaggi e spazio. Basta scorrere la track list e i titoli dei suoi album per rendersene conto (Gardens in the South, There the Open Spaces, Breathing Space, The Cartographer).
Con il tempo ho scoperto di non essere brava a scrivere di musica. Riesco solo a vedere me stessa nelle composizioni altrui. Faccio una fatica incredibile a trovare le parole giuste per descrivere i generi musicali lambiti dai dischi che mi piacciono.
Ecco. Sleeping States mi piace perché è composito; ascoltandolo si capisce che c'è un brulicare caotico di cose apparentemente inconciliabili dietro ad ogni canzone.
Tempo fa, quando recensii uno dei suoi dischi, lessi che si era formato nella musica elettronica e che poi aveva deviato verso la quiete lo-fi che troviamo oggi nelle composizioni. Sulla sua pagina di MySpace, c'è una lista delle sue influenze, tra cui compaiono Robbie Basho, il lavoro a maglia, le stagioni, "Our Band Could Be Your Life", David Grubbs, Burt Bacharach e molte altre cose interessanti.
Insomma, io voglio bene a Markland Starkie e penso che, se il vostro cuore non è stato corroso dalla musica cattiva, potrebbe piacere anche a voi.
Non so se vi è mai capitato di ordinare duemila bulbi su internet. Io l'ho fatto qualche mese fa a nome del gruppo di guerrilla gardening.
Scille siberiche, crochi, anemoni, narcisi, iris. Tutte varietà da inselvatichimento.
Il bello era dire: "Sai che noi del gruppo abbiamo comprato duemila bulbi da spargere in giro?" E poi stare a contemplare lo stupore altrui.
Sono arrivati in una scatola piena di buchi, non particolarmente grande. Quando la signora del corriere mi ha consegnato il pacco, per poco non sono caduta per terra. Era molto più pesante del previsto.
Adesso questi duemila bulbi -che nel frattempo sono stati sparsi in giro per la città- stanno cominciando a fiorire. Proprio quest'oggi ho intravisto per la prima volta il giallo dei petali dei narcisi, mentre i crochi si sono manifestati già qualche settimana fa, tra una nevicata e l'altra.
Non mi è mai capitato di imbattermi in una tesi di laurea di un amico blogger. Evidentemente non si usa condividere le proprie produzioni accademiche con schiere più o meno folte di lettori.
Immagino che questa scelta dipenda almeno in parte dal timore di annoiare. In effetti sappiamo fin troppo bene quando intollerabile e rivoltante possa essere lo "stile accademico".
Quando cominciai a scrivere la mia tesi, ricordo che consultai una piccola guida redatta da uno dei miei docenti, che conteneva alcune indicazioni tratte dal noto manualetto di Umberto Eco, nonché altri suggerimenti che immagino fossero opera sua. Quello che mi è rimasto più impresso prescriveva che i paragrafi fossero più o meno tutti della stessa lunghezza.
Dopo aver scorso l'intero contenuto del file, decisi di non cestinarlo, ma di lasciarlo a marcire sul desktop del mio computer come monito.
Il monito in questione era ed è tutt'ora: "L'accademia ti vuole noiosa e scarsamente creativa. Cerca di scrivere forzando i limiti del tuo mezzo e sii divertente."
Fu così che la mia ricerca e la conseguente stesura della tesi divennero una sfida personale, moderatamente aliena alle strategie adottate da buona parte dei miei colleghi.
Per mesi ho osservato il susseguirsi di colleghe impegnate con le loro tesi speculative, dichiaratamente "copia e incolla", così insipide da essere meramente prosciuganti. Scrutandole pensavo: "Cosa ci fanno qui?"
Con questo non voglio proclamare la supremazia del mio lavoro, che per forza di cose è incompleto. Sto solo facendo notare che studiare sociologia per tre anni senza sviluppare un minimo di senso critico non è una bella cosa.
E non ha neanche senso investire mesi (o settimane, in alcuni casi) di lavoro in un qualcosa che finisce poi per essere anonimo e vuoto. Scrivere in modo impersonale fa male allo spirito, almeno stando alla mia esperienza.
Ovviamente buona parte del problema dipende dal modo in cui è gestita l'università italiana. Io ho semplicemente avuto la fortuna di imbattermi nel mio relatore, il cui modo di fare lezione ha poco o nulla a che fare con la barbosità accademica che i masochisti adorano. Quel genere di disgustosa barbosità di cui spesso parlano gli studenti di Giurisprudenza, ma che ho avuto modo di sperimentare anche Scienze Politiche.
L'ultimo esame che ho fatto è stato una degna conclusione della mia carriera come studentessa presso l'Ateneo di Padova. Verso la fine di novembre mi sono tramutata in vaso. Per settimane mi sono ingozzata di nozioni che andavano imparate più o meno a memoria. Il libro su cui ho studiato era snello, eppure ho impiegato settimane a finirlo. Gli argomenti affrontati erano così astratti e criptici da costringermi a ricercare nei meandri del mio cervello degli esempi pieni di falle per memorizzarli. L'aspetto triste della questione è che i temi dell'esame mi interessavano, eppure giunsi ad odiarli. Avevo l'impressione di essere tra le mani stritolanti di un sadico.
Alle superiori non riuscivo quasi mai ad ottenere voti molto alti in filosofia e la mia professoressa mi diceva sempre che i miei ragionamenti erano impeccabili, ma c'erano lacune nella terminologia. Questo perché io odio imparare a memoria cose che poi dimenticherò di lì a poco.
Con quest'ultimo esame feci del mio meglio per mantenere vivide nella mia testa il maggior numero possibile di nozioni vuote. Se non l'avessi passato non avrei potuto laureami a marzo. Aspettai su di un pavimento sconnesso per qualche ora; poi mi accomodai di fronte al mio giudice e mi produssi in una sessione di vomito di nozioni, che oggi posso dire di aver in gran parte dimenticato. [La metafora del vaso e del vomito sfortunatamente non è opera mia, ma del mio relatore].
Per certi versi sono contenta che la mia carriera a Padova si sia chiusa con un miserevole 19, che sul mio libretto imbrattava una pagina di 30 e 30 e lode.
Vuol dire che in questi anni ho imparato a riconoscere il marcio nel nostro sistema scolastico e a riderne, entro i limiti del possibile.
Ho scritto la mia tesi consapevole del fatto che, se mi fossi attenuta alle regole, avrei lavorato esclusivamente per me stessa. Inoltre avrei annoiato il mio unico lettore.
Avanzando poco a poco, mi trovai tra le mani degli scritti che non avrei esitato a rivedere un minimo e a pubblicare poi sotto forma di post.
So di essere stata autoreferenziale. D'altronde il fatto di aver studiato un gruppo di cui faccio parte ha reso il lavoro quasi dissociante. Ci sono stati giorni in cui ho fatto veramente fatica a ripetermi che la Margherita ricercatrice e la Margherita guerrilla gardener erano solo due self tra tanti.
Tutto ciò per dire che vi consegno il frutto della mia consunzione. Spero di essere riuscita nel mio intento e di non aver annoiato troppo.
Le mie manchevolezze sul fronte sociologico dipendono dal fatto che non sono una dottoranda, bensì una miserimma vittima del 3+2.
Come qualcuno di voi già saprà, Haloscan è sul punto di chiudere i battenti.
Ho amato ed usato Haloscan per anni, prima e dopo essere passata a Movable Type.
Ora mi trovo con un servizio sostitutivo chiamato Echo, che tra qualche giorno smetterà di essere gratuito. Non avendo intenzione di pagare dieci dollari all'anno, ho tentato vie alternative (Disqus, ad esempio) fallendo.
Al momento non ho né la forza né le competenze per trovare una soluzione alternativa.
Il servizio per i commenti integrato di Movable Type è per me un grande punto interrogativo e attualmente l'archivio del mio blog è pieno di spam.
Questo per dire che, se qualcuno vuole darmi una mano ad installare Disqus, gliene sarò infinitamente grata. In caso contrario resteremo senza commenti finché non sarò fulminata dalla conoscenza necessaria per arrangiarmi.
"Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l'erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia."
Uochi Toki
Tra due settimane mi laureo. Non mi è ancora chiaro il giorno, poiché la segreteria non sembra intenzionata ad esporre gli orari.
La "dissertazione" durerà probabilmente dai tre ai cinque minuti, onde sottolineare l'inutilità della tesi triennale e la scempiaggine di chi, come la sottoscritta, ha ritenuto sensato dedicare sette/otto mesi di vita ad una cosa che vale sei crediti su centosessanta totali.
Quando penso a Padova e all'università mi passa ogni parvenza di buon umore che osi solcare la mia faccia.
Ciononostante ci sono buone probabilità che mi iscriva alla magistrale a Trento, sperando che lì sia un po' meglio.
Nel frattempo evito di pensarci e mi dedico allo studio dei miei libri di giardinaggio e orticoltura. Durante gli ultimi sedici mesi credo di aver fatto dei buoni progressi, anche se resto ancora molto ignorante.
Negli ultimi giorni ho finito di costruire le bordure per le tre sezioni del giardino che ho adibito ad orto; le prime due sono costituite da rami intrecciati e legati insieme, la rimanente da una rete che giaceva in garage da mesi.
Ogni giorno faccio quale lavoro; oggi ad esempio ho aggiunto dei camminatoi di corteccia a quelli che avevo realizzato l'autunno scorso, onde evitare di compattare troppo il terreno -già semidisastrato- camminandoci sopra.
Quando contemplo il mio giardino esso diventa una fotografia semovente sulla quale sovrappongo un foglio di carta velina, con progetti che mutano di continuo. Essi restano perlopiù fedeli ad una suggestione ballerina frutto dell'ammirazione di giardini altrui. Onde inseguire quest'ombra di potenzialità, ho azzardato l'acquisto di un sacchetto di semi di amaranto, di cui mi sono innamorata osservando le fotografie del libro "Edible Schoolyard. A Universal Idea" di Alice Waters. L'ho scelto in una varietà chiamata Annapurna, sperando che la sua provenienza indiana lo renda più simpatico agli occhi di Mater.
L'autunno scorso ho realizzato che il mio ideale di giardino è ben lontano da quello parentale e soprattutto da quello del vicinato. Credo che il mio entusiasmo mi faccia passare per scema. Mesi fa la signora del piano di sopra si è sentita in dovere di fermarmi mentre stavo andando a buttare dei rifiuti nella compostiera per dirmi che il mio spazio di sperimentazione non è un giardino, bensì una discarica.
Per questo ho deciso di venire incontro alle paturnie del mio prossimo piantando un po' di bulbi e tenendo a mente l'ideale balordo di giardino "ordinato" che i meno lungimiranti fanno assurgere ad archetipo.
In questo modo, ogni qual volta qualcuno oserà insultare il mio lavoro, io diro: "Ma guarda! Ho piantato questi crochi/tulipani/narcisi solo per te!"
Che ragazza previdente.
Che genio del male.