Ho un po' di confusione nella testa. Penso sia perché le posizioni granitiche ed estreme non mi convincono.
Preferisco essere una scema sradicata piuttosto che una creatura bovina con i paraocchi.
Mi manca l'estremo disagio che provavo durante lo scorso anno accademico, alzandomi alle sei e qualcosa per recarmi a lezione ad ascoltare le rivelazioni di quello che poi sarebbe diventato il mio relatore. All'inizio del corso non capivo niente, anche se ero affascinata da quei discorsi cripitici. Poi, non so bene quando, ho cominciato a comprendere, vedere, sentire ed annusare cose che avevo disimparato a cogliere.
Mater non sembra convinta quando le dico che il mio fanatismo orticolo è una diretta conseguenza dei miei studi sociologici. La brama di terra viene ricondotta ad un ipotetico "gene contadino", poiché altrimenti parrebbe inspiegabile.
In realtà la questione è ben più semplice e mi sono imbattuta in svariati libri portatori di un sentimento analogo al mio. Le nostre società sono pervase dall'incertezza e per lo più il nostro prossimo ci disgusta o ci causa angoscia.
Anziché sprecare tempo cercando di stare simpatica a tutti o di avere cinquemila contatti su facebook preferisco la compagnia di qualche amico degno, per dirla con gli Uochi Toki, e delle mie piante. Questo naturalmente comporta salutari periodi di crisi, per lo più quando fa freddo e il cielo è coperto, ma alla fine tutto si sistema sempre, o quasi sempre.
Quest'inverno che va concludendosi mi ha vista risucchiata in una spirale d'infelicità autoindotta, dalla quale sono uscita seppellendo un amico che continua a venire a salutarmi come se niente fosse. Forse non ha capito che ai miei occhi le sue terga si sono svuotate.
La mia costante necessità di sviscerare il non detto viene per lo più giudicata inopportuna. Pare che, per il bene di tutti, sia meglio continuare a far finta di niente. Smarscherare chi finge di non avere sentimenti, a parte quelli più balordi per un'ideologia a caso, è da maleducati. Dire: "Mi fai stare di merda" è un segno di debolezza, aggravato dal fatto che a pronunciare queste parole è un soggetto di genere femminile. In certi ambienti ci si guadagna rispetto fingendo di essere un uomo stereotipato. Non si possono citare i dolori mestruali all'interno di un discorso vagamente serio; questo mi è stato ripetuto in più occasioni, per lo più da giovani donne. Mi domando allora: "di cosa possiamo parlare?"
Io sono dell'idea che fare tanti discorsi "femministi" per poi trincerarsi in una comunità mono-genere sia stupido e segno di profonda incapacità di osservazione. Ha più senso invadere spazi altrui per dissacrarli, per parlare di dolori mestruali pretendendo rispetto. Credo sia un imperativo implicito nei primi capitoli de "Il Secondo Sesso" di Simone de Beauvoir, ovvero gli unici che ho letto. Immagino sembri un'esagerazione a chi non è solito frequentare cerchie di fanatici dell'opposizione (a tutto e a tutti), ma personalmente mi sono rotta le scatole di sentire discorsi sull'idiozia degli uomini che si accompagnano a comportamenti che non fanno altro che giustificare la misoginia, perchè "loro sono così, sono dei ritardati." Io non penso che le persone cui si rivolgeva quest'appellativo fossero effettivamente ritardate. Penso che per lo più si vergognassero di estrinsecare qualcosa di diverso da un peto o da una bestemmia. La loro è una comunità fallocratica della quale amo ridere, quando riesco a superare la brama di prendere tutti a sberle.
L'amico che ho sepolto fa parte di questa comunità. Per qualche tempo gli ho offerto tisane con insistenza, poiché è chiaro che nella sua mente queste bevande non sono virili. Poi ho realizzato che non aveva senso insistere. La comunità fallocratica se l'era già mangiato e non era il caso di continuare a farsi del male per dimostrargli che non occorre fare gli stronzi per essere dei "veri uomini". Rimpiango i tempi in cui la sua presenza mi allietava, anziché ricordarmi che c'è una persona in meno su cui posso contare.
Nonostante ciò continuo a vivere la mia esistenza da berica sradicata. Non cerco conforto nelle sostanze stupefacenti, a differenza di quanto vogliono farmi credere i giornali. Secondo le mie stime dovrei essere giovane ancora per poco, anche se sto imparando solo ora a fare una buona imitazione dei versi delle galline.
Vedo futilità ovunque. Nei tabelloni delle stazioni sui quali si sommano ritardi, negli esami fatti per dimenticare tutto una volta registrato il voto, nei cervelli di chi si vergogna di rifiutare una busta di plastica anche quando non se ne ha alcun bisogno, nelle signore in Alfa Romeo che insistono nel cercare di uccidermi aprendomi addosso la portiera della macchina mentre passo in bici. E' una futilità che mi disgusta e che lascio scorrere, per evitare di farmi venire le coliche isteriche -sempre che esistano- a soli ventidue anni.
Non venite a dirmi che sono una persona pregevole perché pensante, aggiungendo poi che la vita si apprende dalla strada e non dai libri. Io sono quel che sono perché ho letto e vissuto. Non esistono compartimentazioni in tal senso. Vorrei riuscire a parlare con eloquenza, per dimostare a chi non legge i miei pensieri che sotto questo corpo impacciato c'è qualcosa di non riducibile ad un genere, a qualche post polemico sul quale lavoro per ore, alla mia faccia sfatta e non truccata, all'idea diffusa secondo la quale io sarei una persona seria.
L'amico che ho sepolto ha visto il mio orto-giardino, massima espressione della mia non-serietà, ne ha commentato alcuni dettagli e poi ha ripreso a vedermi senza ironia alcuna.
Eppure c'è così bisogno di ironia in questa città.
Non tutto deve essere necessariamente antagonista.
Per questo faccio fatica a stabilirmi in un mondo e a restarci con convinzione.
Riconosco le mie debolezze, ma non ho bisogno di una divisa per credermi forte. Preferisco muovermi, seppur riproducendo disegni circolari che ruotano attorno ad un pezzo di terra.









