Questi sono i giorni dello stordimento profondo e delle pile di fotocopie alte fino al soffitto.
I giorni in cui finalmente torno ad ascoltare musica, persino quella distorta che fino ad una settimana fa mi causava nausea e dolore acuto da qualche parte all'interno della testa.
I giorni in cui raggiungo l'apice delle mie capacità mentali sul treno del ritorno, pochi minuti prima di collassare e spegnermi.
I giorni in cui vorrei andare all'università in birkenstock e calzetti, ma non sono ancora sufficientemente forte per farlo.
I giorni passati sentendomi in colpa perché la pila di fotocopie mi fissa deprecandomi.
Questi sono i giorni del distacco dalla routine per mezzo della scoperta del suolo. Anche se continuo a fare sempre le solite cose -cioé studiare, prendere il treno, spostarmi in bici, riempire lo zaino di cose che potrebbero essermi utili, sottolineare con le matite colorate, fare fotocopie, andare a lezione, dormire male- tendo a non sentirmi più di merda.
Ho ancora la costante impressione di trovarmi nel posto sbagliato e provo sentimenti terribili osservando oggetti inanimati e persone che fanno finta di non conoscermi. Però ho trovato una valvola di sfogo.
Il mio problema con il mondo storicamente è stato definito in vari modi. La mia ex compagna di classe delle superiori nota come La Nobile o Miss Ballo delle Debuttanti, ad esempio, un giorno mi disse: "Ma tu hai dei problemi mentali."
Se per "problemi mentali" intendiamo scrivere post molto divertenti sulle proprie compagne di classe fuori fase, allora ammetto di aver un chiodo figurato piantato nel cervello.
In un'altra occasione mio padre mi regalò, con fare burlone, una copia del deprecabile best seller chiamato "Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita". Sfortunatamente leggendo il testo in questione scoprii che quello dedito alle seghe mentali era l'autore e non la sottoscritta.
Nel corso degli anni ho constatato che la filosofia spicciola è sufficiente per chiudere la bocca a buona parte della popolazione berica, mentre frasi come "Ciò che dici non ha senso perché l'ordine delle portate è una costruzione sociale" non funzionano.
Ho quindi riflettuto sulle poche cose che ricordo del Socrate studiato il terza superiore e le ho assemblate con il ricordo dei miei drammi adolescenziali, ottenendo Il Mio Grande Dramma.
Del tutto casualmente oggi ho scoperto che esso coincide con il Grande Dramma della Modernità secondo Durkheim, il baffuto padre della sociologia.
Me l'ha detto Baldra in treno, che l'ha appreso durante il corso di Storia del pensiero sociologico. Anch'io ho fatto quel corso, ma il programma era diverso.
Durkheim diceva che un tempo gli uomini che sapevano un po' di tutto (a livello sia pratico sia intellettuale) erano considerati assai pregevoli. Nella modernità invece un soggetto di questo genere è visto come un derelitto incapace, poiché a trionfare è la specializzazione, non solo in ambito lavorativo, ma anche per quanto riguarda i propri passatempi.
Quante e quali considerazioni possiamo trarre da una affermazione di questo tipo?
La prima risposta è molte. La seconda risposta è troppo complessa per essere espressa in modo serio a mezzanotte, dopo una giornata di distruzione.
Mi limiterò a dire che ricordo il giorno in cui mi domandai, stupidamente, se valeva la pena si dedicare il mio tempo libero ad un solo interesse, in modo da poter essere sapiente almeno in un ambito. Ovviamente, avendo dovuto scegliendere, avrei optato per la lettura. Ma pare che nessuno sia mai riuscito a leggere tutti i libri mai scritti.
Oggi posso definirmi fanatica dell'accumulo di conoscenze e conseguentemente provo frustrazione con venature di ribrezzo di fronte ai giovini che si lasciano marcire al sole come cadaveri.
Ciò non significa che io sia brillante. So abbastanza cose e posso fare una discreta figura se circondata da beoti, ma in linea di massima tendo a sentire il peso della mia ignoranza e delle mie scarse capacità relazionali.
Questo si traduce in un costante brusio che popola la mia testa e talvolta mi impedisce di dormire. In genere scrivo preventivamente per spegnere il brusio prima di andare a letto. A volte mi domando se riuscirei a dormire meglio non sapendo certe cose. Non credo si tratti di paranoia o di qualche altra patologia che preferisco ignorare.
Il trucco sta nel gestire il flusso di informazioni proporzionandolo al proprio masochismo. Io, ad esempio, non ho l'ho ancora perfezionato e dico cose come: "Non comprerò mai più vestiti" oppure "perché la gente non problematizza il maiale?"
Fino a qualche tempo fa temevo non ci fosse limite al peggio. Mi veniva da piangere di fronte al rumore infernale di un treno in frenata e facevo incubi popolati da compiti per casa delle superiori.
In questi giorni ho scoperto che esiste un modo per spegnere il brusio: il giardinaggio.
Non so perché, ma quando sto in giardino per un'ora a mescolare il compost, a dare acqua alle piante e a seminare l'attività speculativa del mio cervello si ferma. Solo una volta riposti i guanti e gli attrezzi torno ad essere l'idiota di sempre, il self primario.
Vorrei diventare una esperta di botanica ma credo che mi limiterò ad imparare qualche nome in latino, a leggere i manuali ereditati da mio nonno e ad affondare le mani nella terra sperando che qualcosa si degni di crescere sul mio suolo argilloso.


