"Basta un giorno. Un passato e un presente già complicati. E il futuro può essere inghiottito da una sentenza. Un giorno Simone, un ragazzo romano di 17 anni, incensurato, è in giro per la città con la sua ragazza. Prende la metropolitana: all'uscita viene fermato da due carabinieri in borghese che lo osservano da un po'. Simone viene accusato di aver ceduto una ‘canna’ a una persona. Dunque spaccio. È l'8 ottobre del 2008. Da allora Simone si trova sottoposto a misure cautelari; a dicembre viene mandato in una comunità per minori in provincia di Catanzaro, in attesa di una perizia psichiatrica. E della nuova decisione del Tribunale dei minori.
Quello che ha portato Simone a 600 chilometri di distanza, in compagnia di altri ragazzi detenuti o affidati ai servizi sociali, ma soprattutto in cura con psicofarmaci, è una sentenza di primo grado. Il giudice infatti ha deciso per questa soluzione, considerate le sue difficoltà famigliari: la madre è morta quando era piccolo, il padre è un ex tossicodipendente, con problemi psichiatrici, giudicato inidoneo ad accudirlo. L'8 ottobre una volta fermato Simone viene perquisito, poi viene setacciata l'abitazione di suo padre, nonostante lui non viva lì. Quello che gli viene trovato è un pezzetto di hashish, per una quantità di principio attivo pari a 0,368 mg: nemmeno due ‘spinelli’. Una quantità tollerata come consumo personale anche dalla legge in vigore (Fini-Giovanardi)."
(continua su l'Unità, 9 febbraio 2009)
Ciò che più mi sconvolge, di faccende come questa, è la modalità risolutiva di quello che, secondo determinati ceti professionali, si presenta come un grave problema.
Se un/una ragazzo/a si fa una canna di tanto in tanto non è alla ricerca di piacere, o annoiato/a, o piegata in due dai dolori mestruali*. Il soggetto che si fa una canna ogni tanto ha un problema, è malato.
Ecco perché deve essere sottoposto ad una perizia psichiatrica e costretto ad assumere psicofarmaci. Perché gli psicofarmaci non sono una droga, mentre la cannabis lo è.
Poco importa che gli psicofarmaci distruggano il fegato e alla lunga anche il cervello, che diano dipendenza e che, se usati su una persona che non ne ha bisogno, portino a conseguenze tragiche. Non importa, perché sono le case farmaceutiche a produrli e noi ci fidiamo ciecamente delle case farmacetiche.
Invece non ci fidiamo della canapa, infida pianta infestante, da sempre presente nel nostro territorio. Siamo così terrorizzati dalle sue fronde che siamo arrivati al punto di non usarla quasi più neanche a livello industriale. Irrilevante è il fatto che le piante utilizzate in questo settore siano per la maggior parte ermafrodite, cioé inutili per chi intende farci sopra quattro risate.
Ancor più irrilevante è il fatto che i nostri nonni, qualche decennio fa, dormissero coperti da ruvide lenzuola di canapa e che migliaia di medici abbiamo certificato le qualità positive di questa pianta nella cura del dolore.
Non importa.
Ciò che importa è rinchiudere un ragazzo, orfano di madre e con un padre ex-tossicodipendente, in un centro di cura a centinaia di chilometri dai suoi affetti dove, goffmanianamente, sarà privato del suo corredo identitario e tramutato in una non-persona.
*già, proprio così: la cannabis è un'ottima cura per i dolori mestruali.