
L'anno in cui un modem 56k entrò per la prima volta nella mia casa conobbi questo tizio stanziato a Roma in una chat. Parlando di musica, libri e traumi adolescenziali diventammo amici.
Entrambi avevamo una discreta passione per i Nirvana, i Led Zeppelin e altre band di quel genere. All'epoca ringraziavo il Fato ogni giorno per avermi concesso un interlocutore. Solo in seguito constatai che il disprezzo rivolto dalle mie ex compagne di classe alle mie amate band mainstream non implicava che quest'ultime fossero sconosciute ai quattordicenni sparsi in giro per il mondo.
Ad ogni modo questo tizio stanziato a Roma ed io restammo in contatto per qualche anno. La rottura, dal mio punto di vista, si verificò quando venne a trovarmi. Più precisamente nel momento in cui, accomodatosi su una delle poltrone del mio salotto, affermò che "The Velvet Underground & Nico" si componeva di dodici pezzi. Io ribattei sostenendo che erano undici. Non dimenticherò mai l'insistenza con cui tentò di provarmi che avevo torto.
Ora, se corressi ad acquistare una seconda copia del primo, strepitoso album dei Velvet Underground, quante tracce ci troverei? La risposta è undici.
Questo tizio stanziato a Roma è sempre stato ai miei occhi una figura molto accattivante. Anche quando l'ho “incrociato” di recente non ho potuto fare a meno di domandarmi dove e come trovi il coraggio incarnare, dopo anni di gestazione, quella figura mitica che si compone in egual misura di Filosofo Esistenzialista, Poeta Maledetto e Musico Virtuosista.
Non lo perdonerò mai per aver demolito “The Queen is Dead” affermando che “la batteria suona[va] troppo anni '80.” In un certo senso credo che non lo perdonerò mai neanche per aver tradito le mie aspettative, per avermi lasciata senza un coetaneo, seppur labile, con cui parlare di musica.
Nel periodo in cui, senza averlo mai visto in faccia, lo consideravo uno dei miei migliori amici, a tenermi compagnia c'erano soprattutto romanzi e musicisti morti. Su quest'ultimo fronte avevamo gusti abbastanza simili.
Per certi versi rimpiango quel periodo. Non ero ancora stata assalita dall'incertezza ontologica, avevo alcuni rappresentanti del clero contro cui lottare quotidianamente e soprattutto riuscivo ad ascoltare lo stesso disco all'infinito fino a penetrarlo, in modo del tutto ignorante.
È stato in questo modo, a mio avvisto assolutamente perfetto, che ho inglobato la discografia di Nick Drake, che ora giace indelebile in qualche antro del mio corpo. Conservo ricordi vaghi di me stessa stesa su di un tappeto peloso, completamente persa nel suono, nella maliconia atemporale che pervadeva l'aria.
Per certi versi credo che quello sia stato un momento di svolta. Gli altri dischi che possedevo, per quanto storici e influenti, venivano sminuiti dalla maggior parte degli adulti con cui avevo a che fare. Alcuni mi prendevano in giro dicendo che certe cose apparetenevano “ai vecchi”. Altri si limitavano ad adottare la formula a noi tanto cara: “Cos'è questo rumore?”
Nick Drake usciva da questo circolo vizioso pro-ignoranza con una grazia ed un'aura sacrale a dir poco commoventi. Grazie a lui non ero più la ragazzina introversa ed amante del casino senza anima. La sua era arte certificata. Potevo permettermi di ignorare i compiti per casa per ascoltare “Pink Moon” a ripetizione, poiché si trattava di nettare per lo spirito. I saltuari rimproveri dei professori erano solo bombe cadute in lontananza, del tutto trascurabili se paragonate alle voragini che si aprivano davanti ai miei occhi quando inserivo quel cd nel lettore e mi lasciavo travolgere dalla straziante quiete che seguiva.
Negli ultimi mesi sono tornata spesso nei pressi di questi ricordi, alla ricerca di un modo di ascoltare che fosse scevro da frenesia e brama d'onniscenza. Sono dunque approdata, non ricordo bene come e quando, sui Sebadoh.
Ho scoperto di adorare i Sebadoh in un momento del tutto imprecisato. Forse stavo guidando verso la casa di riposo dove sta mia nonna, ma non ci giurerei.
In un primo momento mi sono detta: “Perché non conoscevo questa band? Sembra fatta apposta per sconvolgermi...”
In seguito ho realizzato che i Sebadoh mi piacciono così tanto perché (N.B. opinione personalissima) mi fanno pensare ad una versione più evoluta, fuori di testa e versatile dei Nirvana. Poco importa che la band guidata dal biondo suicida sia comparsa dopo; la mia irrazionalità ha parlato.
Grazie a Lou Barlow e soci sto dunque vivendo una seconda adolescenza. Sono sufficienti delle cuffie enormi o degli auricolari scassati e voilà;
la crudeltà di questo mondo sbiadisce, eclissata dal suono viscerale che ho cercato a lungo, fino alla nausea.
Questa mattina stavo gelando in un'aula studio di Padova. Davanti ai miei occhi giacevano i disgustosi libri che devo studiare per l'esame di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni (=impara a selezionare il personale, sii vile, zittisci il sociologo in erba che scorrazza nella tua testa). Ero davvero affranta.
Durante una breve pausa mi sono ritrovata a giocherellare con l'iPod e a selezionare la cover di “Pink Moon” dei Sebadoh, reperibile all'interno di “Smash Your Head On The Punk Rock”.
Non l'avevo mai ascoltata bene, perché il lo-fi e le distorsioni si accordano malamente con il rumore dei treni.
Credo sia molto difficile fare delle cover degne di nota o per lo meno non disgustose di Nick Drake. Il rischio di risultare banali se non addirittura sacrileghi è altissimo. Allo stesso tempo adoro le rivisitazioni audaci, come quella di “The Drowners” degli Suede proposta dai Flying Saucer Attack pochi mesi dopo la pubblicazione dell'originale.
La versione di “Pink Moon” dei Sebadoh possiede tutte le caratteristiche per traumatizzare una persona come mio padre, che è un fan di vecchia data di Drake e ha un'idea molto vaga di chi siano i Dinosaur Jr.. Eppure quando gli ho piazzato le cuffie in testa non ha reagito male. Credo che tutto ciò sia dovuto al fatto che, per quanto rumoristica ed apparentemente sconclusionata, la “Pink Moon” dei Sebadoh trasuda passione e talento come poche altre cose ascoltate di recente. Mai avrei creduto di poter ascoltare un tributo a Drake che si posizionasse proprio in quel punto, tra indie primordiale, lo-fi, HC e folk.
Nonostante il pranzo freddo consumato in solitudine, i treni in ritardo e la tragicità di ciò che sto studiando, questa è stata una buona giornata.


