Gennaio 2009 Archives

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Come dimostrare ai detrattori della lingua originale che hanno torto? Come esprimere in modo educato il nostro sconcerto di fronte alle loro assurde affermazioni? Il rischio di risultare snob è altissimo.

Il punto è questo: vogliamo o non vogliamo risultare snob?
Con il tempo ho imparato che gli unici soggetti che meritano di essere trattati come zerbini sono i Tamarri e le persone che ascoltano musica con gli altoparlanti del cellulare, poiché è evidente che adorano essere più raccappriccianti del contenuto del mio bidone per il compostaggio.
Tutte le altre persone, anche quelle che riescono a pietrificarmi dallo sconcerto, meritano di essere prese in considerazione.
Eppure in questo voler essere garbati e corretti c'è qualcosa che non quadra.

La questione della lingua originale può sembrare insignificante in una terra piena di eventi e persone con cui parlare in tranquillità. In contesti come quello in cui vivo, dove le attività giovanili più diffuse sono l'abuso di alcol e la mercificazione delle adolescenti, il problema raggiunge dimensioni considerevoli. “Perché?”, vi chiederete voi.
La risposta è semplice. Dopo aver esaurito gli argomenti
-Cosa hai fatto oggi?
-Cosa hai fatto questa settimana?
-Come va a scuola/all'università?
-Belle le tue scarpe nuove! Dove le hai comprate?
-Gossip locale
-C'è qualcosa da fare questa sera? (Risposta: No)
si passa inevitabilmente ad altro. Per “altro” intendo i mondi fatati dei film e delle serie televisive. L'agenda setting non è contemplata, poiché essa porta inevitabilmente al conflitto.

I soggetti che affermano che in Italia possiamo vantare una grande scuola di doppiaggio e che spesso i film e le serie doppiate risultano più credibili nel nostro idioma piuttosto che nella lingua in cui sono stati girati e scritti mi lasciano oramai senza parole.
Vi propongo un paio di esempi di frasi realmente pronunciate in mia presenza:
1° esempio: “Ho scoperto che in inglese la scena divertente di Full Metal Jacket in cui il sergente dà i nomignoli alle reclute è diversa, perchè lì non urla così tanto. Secondo me è meglio in italiano, perché rende di più l'idea”
2° esempio: “Non mi piacciono i film romantici in inglese, perché gli attori non riescono a rendere l'idea di romanticismo allo stesso livello dei doppiatori italiani.”

Fino a ieri avrei avuto problemi a rispondere per le rime ad affermazioni come queste, perché non disponevo di esempi sufficientemente eclatanti con cui denigrare il mio prossimo. Controbattere restando sul piano teorico è inutile e fallimentare.

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La frase presentata nel secondo esempio traumatizzò il mio stomaco proprio all'interno di un discorso nel qualche avevo parlato ad alcune colleghe beriche di “How I Met Your Mother”.
Per chi non lo sapesse, HIMYM è una delle sit com più divertenti di tutti i tempi, nonché una fonte pressoché inesauribile di intercalari ed espressioni dementi con cui rendere più gioiosa la propria vita.
Sfortunatamente, dalle mie parti, incensare un prodotto non fruibile in italiano equivale ad incensare il nulla. Ecco perché decisi ben presto di abbandonare il discorso e passare ad altro.

Questa mattina ho ricevuto un messaggio dal Collega che mi invitava ad accendere la tv su Italia 1, perché stava per andare in onda una puntata tradotta di HIMYM. Il titolo, come avevamo già appreso online nei mesi scorsi, è diventato “E alla fine arriva mamma!”. La stupidità di questa traduzione probabilmente supera “Gilmore Girls” tramutato in “Una mamma per amica”.
Ero davvero curiosa di vedere che ne sarebbe stato della straordinaria parlata di Barney, il sessuomane della serie.
Al di là del fatto che fare uso dei soliti cinque o sei doppiatori per tutte le serie comincia ad essere alquanto insopportabile, ho potuto constate che “E alla fine arriva mamma!” è un prodotto totalmente diverso da “How I Met Your Mother”. È banale, per niente divertente e a tratti addirittura irritante.
Si tratta dunque dell'esempio perfetto con cui denigrare i detrattori della lingua originale. L'aspetto più inquietante è che, per quel poco che ho visto, la trasformazione della serie è stata tale da giustificare, per certi versi, un titolo idiota come “Alla fine arriva mamma!”. Persino le battute a sfondo sessuale risultano inoffensive, quasi pronunciate con imbarazzo.
Non stupisce il fatto che in Italia la serie sia stata un fallimento totale.

Consoliamoci dunque con questi due video dedicati al personaggio di Barney e odiamo tutti insieme chi ha tradotto "Suit up!" con "Cambia stile!".

Gli omini del meteo avevano previsto un sabato piovoso. Noto invece che il cielo è coperto e il mio piccolo prato non è divenuto uno stagno, come accade di solito, in caso di diluvio.
Dovrei studiare perché una lunga serie di temibili esami incombono sulla mia testa. Essendo però stordita dal dolore fisico e dall'audacia con la qualche sto tentando di abbandonare l'uso di antidolorifici, ho optato per un'attività gradita alla mia autostima come l'aggiornamento del blog qui presente.
In effetti sto così male che ho difficoltà a collegare le frasi. Credo che sfrutterò questa situazione per scrivere qualcosa di demente.
Come forse qualcuno di voi saprà, amo molto la demenza, nelle sue varie forme e colori. A volte vorrei tornare indietro di qualche anno, al periodo in cui ero solita vestirmi con grande vivacità ed idiozia e non me la prendevo più di tanto quando qualcuno mi disprezzava.

Negli ultimi mesi ho scoperto che non esistono persone più stupide ed indegne dell'assistenza sanitaria di alcune delle mie colleghe di Scienze Politiche, che indossano volutamente ballerine (o scarpe aperte in genere) quando nevica.
Essendo frustrata dalla mia condizione di pendolare e al contempo anche da quella di studentessa costretta a frequentare un numero inumano di corsi (perché l'anno prossimo verranno cancellati), ho deciso che non vale la pena di sommare altro dolore ad una quotidianità piuttosto insoddisfacente.
Ecco perché, insieme al Collega, ho deciso di sfidare l'idiozia diffusa trasformando le giornate che passo a Padova in esperienze di campeggio.

Il processo che mi ha vista abbandonare le vesti di semplice pendolare isterica per indossare quelli di campeggiatrice non è stato immediato. Credo sia cominciato tutto quando Baldra ha abbandonato Ingegneria per trasferirsi a Scienze Politiche. Ricordo che quando faceva caldo mangiavamo il nostro pranzo portato da casa su una delle panchine del dipartimento di sociologia, probabilmente il luogo più pulito e gradevole di tutta la facoltà. Quando invece le temperature si facevano ostili, andavamo alla ricerca di un'aula non occupata.
È stato allora che una serie di idee brillanti hanno inebriato le nostre menti, portando il semplice pranzo al sacco in contesto universitario ad un livello superiore.

Fino a qualche settimana fa non avevo realizzato la portata innovatrice delle pratiche di cui il Collega ed io diamo sfoggio dal momento in cui usciamo di casa a quello in cui vi rimettiamo piede, distrutti, odorosi di treno marcio e il più delle volte disgustosi alla vista. Non ho memoria dell'ultimo mese, poiché esso è stato in gran parte dedicato alle ultime lezioni e alla stesura di un paper di analisi sociologica di un film a scelta. Guardare per decine e decine di volte dei frammenti di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” ha falsato la mia percezione degli eventi.
Ad ogni modo, in un momento che non ricordo di aver vissuto, ho deciso di dar vita ad una nuova sezione di questo blog, dedicata all'arte di campeggiare in territorio accademico, ma non solo.

Ora vado ad accasciarmi sul divano. Quando mi sarò ripresa e avrò registrato qualche altro esame, credo che produrrò la prima parte.

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Ieri si è concluso quello che, con ogni probabilità, finirà per essere il corso più pregevole della mia carriera universitaria. Sono triste, ma se non altro ho un quaderno pieno di appunti e divagazioni degne di nota, su cui tornerò nei momenti di sconforto.
In un oceano di spunti capaci di mettere in crisi chiunque, ieri il mio professore ci ha indicato una pista per certi versi meno spettacolare, che a qualcuno non suonerà nuova.

Molti si domandano perché l'Italia sia piena di bifolchi che, in risposta alla domanda -”Perché non legge neanche un libro all'anno?”, se ne escono con delle scuse pietose quali “Non ho tempo” e “Ho problemi di vista”.
Al di là delle pregevoli statistiche che ogni anno mi fanno venire voglia di prendere a sassate una vasta gamma di soggetti, dalle sedicenni isteriche semi-analfabete (nonché felici di esserlo) agli idioti che regalano i libri di Vespa a Natale, c'è altro su cui soffermarsi.
Il problema dell'Orgoglio Analfabeta non è una novità e di certo non dipende solo da Berlusconi, anche se fa comodo dare sempre la colpa a lui.
In Veneto, ad esempio, capita spessissimo imbattersi in vecchiotti che, vantandosi affermano: “Parché noialtri non saremo boni a parlar, ma semo boni a lavorar!”
Molto banalmente verrebbe da rispondere: “Certo, ma le due cose sono forse incompatibili?” Il problema è che questa retorica d'accatto non pare destinata a scemare. Tutt'ora il vicentino è pieno di soggetti palesemente dannosi per l'umanità/per l'universo, nonché di genitori che, in modo più o meno manifesto, non apprezzano il fatto che i propri figli “sprechino” tempo e denaro studiando ed andando all'università.
Che dire di questo fenomeno?

Nel 1534 vide la luce la Bibbia tradotta in tedesco da Lutero, sulla quale, com'è noto, una moltitudine di germanici impararono a leggere.
Tra il 1545 il 1563 si tenne il Concilio di Trento (N.B. È sempre simpatico ricordare che la prima scelta era stata Vicenza, scartata in seguito per questioni pratiche) durante il quale si insistette sull'uso della Bibbia nella traduzione latina. Nel 1559 Papa Paolo IV istituì l'Indice dei Libri Proibiti, in cui rientravano quarantacinque versioni del mattonazzo in volgare. La linea vaticana divenne dunque dichiaratamente iconofila, privilegiando l'immagine sacra rispetto alla parola scritta, interpretabile da chiunque. Nel frattempo l'analfabetismo continuava a dilagare.

Questo dovrebbe spiegare, almeno in parte, il fantomatico “gusto” degli italiani in fatto di estetica e le statistiche di cui si parlava sopra.
Se quest'idea non vi convince, provate a pensare ai nordici e fare due conti.
Se quest'idea continua a non convincervi pensate a Vicenza, “città bianca”, dove negli ultimi anni tutte le librerie indipendenti hanno chiuso, ad eccezione di Librarsi, che è stata inglobata da Galla (=il Male).
Vicenza, una città dove una fondazione di preti gestisce parte della biblioteca pubblica e che di recente ha deciso tagliare i fondi, riducendo l'orario di apertura di tre ore al giorno nonché durante le mattinate del sabato e della domenica.

Il fatto che non esistano aule studio o più in generale luoghi silenziosi dove poter leggere è irrilevante, perché non si tratta di un problema sentito dalla cittadinanza. È una questione privata, come sempre.

La mia terra si atteggia a centro culturale perché, del tutto casualmente, Palladio l'ha preferita alla sua nativa Padova. Oggi bastano poche migliaia di stranieri in visita alla Fiera dell'Oro e tutti i problemi passano in secondo piano, perché questo significa che contiamo, che siamo dei gran lavoratori.
Poco importa se le strade sono così devastate che è praticamente impossibile girare in bici. Poco importa se la città è invasa da una massa di adolescenti così profondamente ignare della complessità di questo mondo, così inconsapevoli di ciò che potrebbero fare se la smettessero di comportarsi da oche, che quasi mi fanno stare male.
“Le lingue straniere non sono importanti, la storia non è importante, saper leggere e scrivere correttamente non è importante... Mi basta trovare un lavoro qualunque”. Poco importa se sei così rincoglionita che tutti si prenderanno sempre gioco di te, se non sei neanche in grado di ammettere a te stessa che gli interessi del tuo ragazzo troglodita non coincidono con i tuoi. In ogni caso, hai degli interessi? Davvero trovi affascinante il fatto che i tuoi amici interagiscano minacciandosi?

A volte preferisco ignorare tali questioni, rifugiandomi tra saltuari angoli di sensatezza e lo studio. Poi un giorno capita di andare alla ricerca di silenzio in biblioteca. Ed è lì, entro quelle mura sacre, che per un periodo di tempo apparentemente interminabile il Collega ed io udiamo un chiacchiericcio insistente, fastidioso, futile. I responsabili sono un tizio, che chiameremo il Tamarro, e tre giovinette bisbetiche dall'aspetto curato.
L'incazzoso invito a smettere di parlare, che Baldra rivolge loro quando ormai è al limite della sopportazione, pare inutile.
Dopo circa un'ora l'allegro gruppetto raccoglie i libri intonsi e fa per andarsene. È a quel punto che il Tamarro, il cui abbigliamento sconvolge il mio spirito come una secchiata d'acqua gelida, si piazza di fronte al nostro tavolo guardandoci con aria di sfida. Dentro di sé sta dicendo: “Quel tizio biondo vestito di stracci è la persona che ha osato zittirmi! RISSA!”
Non dimenticherò mai quegli istanti. Mentre il Tamarri fissava Baldra con aria brutale e violenta, segno di una mente brillante, quest'ultimo si è limitato a fargli un grande sorriso, salutarlo con la manina e mandargli un bel bacio.
A quel punto abbiamo potuto assistere allo spiazzamento totale del Tamarro che, non solo è stato demolito da un gesto sarcastico di rara bellezza, ma che inoltre non ha più potuto reggere la facciata da duro che stava mostrando alle tre bimbe isteriche nonché seminude.
Qual è la morale di questa fiaba? É molto semplice amici miei: mai sfidare un sociologo in erba. Egli troverà sempre un modo per umiliarti e farti fare una figura di merda davanti ai tuoi amici*.

* questo compensa, almeno in parte, la mancanza di sbocchi professionali sensati (in Italia) per i sociologi

[l'immagine in alto rappresenta lo sguardo incattivito dell'amico Max Weber, di cui apprezzammo, tra le altre opere, "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo"]

Frugando tra i miei averi ho rinvenuto questa cartolina, recapitatami per errore qualche mese fa.
Non trovate anche voi che sia straordinaria?

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[Beirut: Postcards From Italy]

Pink Moon

Pink Moon  | No TrackBacks

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L'anno in cui un modem 56k entrò per la prima volta nella mia casa conobbi questo tizio stanziato a Roma in una chat. Parlando di musica, libri e traumi adolescenziali diventammo amici.
Entrambi avevamo una discreta passione per i Nirvana, i Led Zeppelin e altre band di quel genere. All'epoca ringraziavo il Fato ogni giorno per avermi concesso un interlocutore. Solo in seguito constatai che il disprezzo rivolto dalle mie ex compagne di classe alle mie amate band mainstream non implicava che quest'ultime fossero sconosciute ai quattordicenni sparsi in giro per il mondo.
Ad ogni modo questo tizio stanziato a Roma ed io restammo in contatto per qualche anno. La rottura, dal mio punto di vista, si verificò quando venne a trovarmi. Più precisamente nel momento in cui, accomodatosi su una delle poltrone del mio salotto, affermò che "The Velvet Underground & Nico" si componeva di dodici pezzi. Io ribattei sostenendo che erano undici. Non dimenticherò mai l'insistenza con cui tentò di provarmi che avevo torto.
Ora, se corressi ad acquistare una seconda copia del primo, strepitoso album dei Velvet Underground, quante tracce ci troverei? La risposta è undici.
Questo tizio stanziato a Roma è sempre stato ai miei occhi una figura molto accattivante. Anche quando l'ho “incrociato” di recente non ho potuto fare a meno di domandarmi dove e come trovi il coraggio incarnare, dopo anni di gestazione, quella figura mitica che si compone in egual misura di Filosofo Esistenzialista, Poeta Maledetto e Musico Virtuosista.

Non lo perdonerò mai per aver demolito “The Queen is Dead” affermando che “la batteria suona[va] troppo anni '80.” In un certo senso credo che non lo perdonerò mai neanche per aver tradito le mie aspettative, per avermi lasciata senza un coetaneo, seppur labile, con cui parlare di musica.

Nel periodo in cui, senza averlo mai visto in faccia, lo consideravo uno dei miei migliori amici, a tenermi compagnia c'erano soprattutto romanzi e musicisti morti. Su quest'ultimo fronte avevamo gusti abbastanza simili.
Per certi versi rimpiango quel periodo. Non ero ancora stata assalita dall'incertezza ontologica, avevo alcuni rappresentanti del clero contro cui lottare quotidianamente e soprattutto riuscivo ad ascoltare lo stesso disco all'infinito fino a penetrarlo, in modo del tutto ignorante.
È stato in questo modo, a mio avvisto assolutamente perfetto, che ho inglobato la discografia di Nick Drake, che ora giace indelebile in qualche antro del mio corpo. Conservo ricordi vaghi di me stessa stesa su di un tappeto peloso, completamente persa nel suono, nella maliconia atemporale che pervadeva l'aria.
Per certi versi credo che quello sia stato un momento di svolta. Gli altri dischi che possedevo, per quanto storici e influenti, venivano sminuiti dalla maggior parte degli adulti con cui avevo a che fare. Alcuni mi prendevano in giro dicendo che certe cose apparetenevano “ai vecchi”. Altri si limitavano ad adottare la formula a noi tanto cara: “Cos'è questo rumore?”
Nick Drake usciva da questo circolo vizioso pro-ignoranza con una grazia ed un'aura sacrale a dir poco commoventi. Grazie a lui non ero più la ragazzina introversa ed amante del casino senza anima. La sua era arte certificata. Potevo permettermi di ignorare i compiti per casa per ascoltare “Pink Moon” a ripetizione, poiché si trattava di nettare per lo spirito. I saltuari rimproveri dei professori erano solo bombe cadute in lontananza, del tutto trascurabili se paragonate alle voragini che si aprivano davanti ai miei occhi quando inserivo quel cd nel lettore e mi lasciavo travolgere dalla straziante quiete che seguiva.

Negli ultimi mesi sono tornata spesso nei pressi di questi ricordi, alla ricerca di un modo di ascoltare che fosse scevro da frenesia e brama d'onniscenza. Sono dunque approdata, non ricordo bene come e quando, sui Sebadoh.
Ho scoperto di adorare i Sebadoh in un momento del tutto imprecisato. Forse stavo guidando verso la casa di riposo dove sta mia nonna, ma non ci giurerei.
In un primo momento mi sono detta: “Perché non conoscevo questa band? Sembra fatta apposta per sconvolgermi...”
In seguito ho realizzato che i Sebadoh mi piacciono così tanto perché (N.B. opinione personalissima) mi fanno pensare ad una versione più evoluta, fuori di testa e versatile dei Nirvana. Poco importa che la band guidata dal biondo suicida sia comparsa dopo; la mia irrazionalità ha parlato.
Grazie a Lou Barlow e soci sto dunque vivendo una seconda adolescenza. Sono sufficienti delle cuffie enormi o degli auricolari scassati e voilà;
la crudeltà di questo mondo sbiadisce, eclissata dal suono viscerale che ho cercato a lungo, fino alla nausea.

Questa mattina stavo gelando in un'aula studio di Padova. Davanti ai miei occhi giacevano i disgustosi libri che devo studiare per l'esame di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni (=impara a selezionare il personale, sii vile, zittisci il sociologo in erba che scorrazza nella tua testa). Ero davvero affranta.
Durante una breve pausa mi sono ritrovata a giocherellare con l'iPod e a selezionare la cover di “Pink Moon” dei Sebadoh, reperibile all'interno di “Smash Your Head On The Punk Rock”.
Non l'avevo mai ascoltata bene, perché il lo-fi e le distorsioni si accordano malamente con il rumore dei treni.
Credo sia molto difficile fare delle cover degne di nota o per lo meno non disgustose di Nick Drake. Il rischio di risultare banali se non addirittura sacrileghi è altissimo. Allo stesso tempo adoro le rivisitazioni audaci, come quella di “The Drowners” degli Suede proposta dai Flying Saucer Attack pochi mesi dopo la pubblicazione dell'originale.
La versione di “Pink Moon” dei Sebadoh possiede tutte le caratteristiche per traumatizzare una persona come mio padre, che è un fan di vecchia data di Drake e ha un'idea molto vaga di chi siano i Dinosaur Jr.. Eppure quando gli ho piazzato le cuffie in testa non ha reagito male. Credo che tutto ciò sia dovuto al fatto che, per quanto rumoristica ed apparentemente sconclusionata, la “Pink Moon” dei Sebadoh trasuda passione e talento come poche altre cose ascoltate di recente. Mai avrei creduto di poter ascoltare un tributo a Drake che si posizionasse proprio in quel punto, tra indie primordiale, lo-fi, HC e folk.
Nonostante il pranzo freddo consumato in solitudine, i treni in ritardo e la tragicità di ciò che sto studiando, questa è stata una buona giornata.

[Nick Drake "Pink Moon"]
[Sebadoh "Pink Moon"]

In breve, Ketman intende che la realizzazione del sé si attua contro qualcosa. Colui che segue Ketman soffre per gli ostacoli che incontra; ma se questi ostacoli fossero improvvisamente rimossi, si troverebbe il vuoto che forse gli risulterebbe molto più doloroso. Una rivolta interna è a volte essenziale per la salute spirituale, e può creare una forma particolare di felicità. Ciò che può essere detto apertamente è spesso molto meno interessante della magia emotiva, implicita nel difendere il proprio santuario¹.

Ho riscontrato lo stesso fenomeno nelle istituzioni totali. Ma questo non potrebbe essere tuttavia essere il caso anche della società libera?
Senza qualcosa cui appartenere, non esiste sicurezza per il sé e, tuttavia, un inglobamento totale e un coinvolgimento con una qualsiasi unità sociale, implica un tipo di riduzione di sé. Il senso della nostra identità personale può risultare dall'uscire da una più vasta unità sociale; esso può risiedere dunque nelle piccole tecniche con le quali resistiamo alla pressione. Il nostro status è reso più resistente dai solidi edifici del mondo, ma il nostro senso di identità personale, spesso risiede nelle loro incrinature.

¹C. Milosz “The Captive Mind”

Erving Goffman “Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza”

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