Ieri sera l'intenzione era quella di andare a San Vito di Leguzzano per assistere ad un concerto degli Acid Mothers Temple. Durante il tragitto il mal di testa che mi accompagnava da alcune ore si è fatto insopportabile. Poco dopo è sopraggiunta la nausea.
Tornando a casa ho occupato il mio tempo nella disperata ricerca di una posizione che mi impedisse di vomitare. Poi so di essermi tramutata in una creatura lamentosa. Tutt'ora non saprei dire perché.
Da un lato stavo così male che le luci della strada mi facevano desiderare lo svenimento, dall'altro odiavo il fatto di stare male proprio in quel preciso istante.
Da qualche settimana mi sento come quand'ero in prima superiore, anche se in forma leggermente diversa. Sono ossessionata dall'idea della fuga. Se all'epoca mi limitavo a sognarla, lasciando in un angolo i testi scolastici per dare spazio a ciò che mi ha permesso di sopportare cinque anni odiosi fino al ridicolo, oggi percepisco la dipartita come qualcosa di necessariamente imminente. Ecco perché sto cercando un equilibrio tra la conclusione rapida della triennale e qualcosa che si avvicini all'apprendimento.
Fino a pochi mesi fa convivevo con l'atteggiamento ostile che pervade scuole ed università senza pormi particolari problemi, perché è normale che sia così. Poi, registrando voto dopo voto, ho realizzato che molto spesso i corsi che avevo apprezzato di più e cui avevo dedicato più tempo si erano tradotti in risultati insoddisfacenti agli occhi dei professori che stimavo. Il fatto di essere trattata sistematicamente come un'ignorante durante ogni singolo esame orale ha contribuito a farmi dubitare di molte cose.
Ho passato il primo anno delle superiori nel più prestigioso liceo cittadino. Lì ho avuto a che fare con quello che si palesava come un sistema di sfoltimento volto a conservare solo gli studenti migliori. Quando ho realizzato che facevo parte dei peggiori della classe mi sono limitata a smettere di studiare le materie in cui andavo male, per dedicarmi invece alla lettura e alla musica. Ero così turbata dal clima ostile della mia scuola che mi passò la fame. Non riuscivo a sopportare il modo in cui venivo apostrofata dai professori.
Oggi ho modo di rileggere questi episodi attraverso le teorie sociologiche che sto studiando. Da sola o grazie alle parole di qualche professore pregevole, riesco a vedere le crepe più profonde che si annidano nei muri del nostro sistema educativo. Due settimane fa mi trovavo in Aula Magna a Scienze Politiche. Stavo facendo l'esame scritto di un corso che ho apprezzato molto. Avevo studiato e compreso a fondo gli argomenti. Ero sostanzialmente tranquilla.
Dicevo sopra che per anni ho accettato passivamente l'atteggiamento ostile di molti professori in situazione di questo tipo. Quel giorno invece sono stata travolta da un fastidio fortissimo. Il professore e le assistenti vagavano per l'aula sfoggiando l'usuale faccia crucciata e diffidente. Ogni tanto alzavo lo sguardo verso la cattedra riflettendo su come esporre il mio discorso in modo sensato. Neppure questo era permesso. C'era sempre qualcuno pronto a rispondermi in modo ostile, come a dire: “Guarda il tuo foglio e scrivi”.
Si presuppone dunque che ogni singolo studente sia indegno, capace solo di copiare. Anche questo è uno degli aspetti dell'università di cui nessuno mi aveva parlato.
Nonostante questo oggi mi sento un tantino in colpa, perché anziché andare a lezione sono rimasta a casa. Sto male. Ieri sera credevo che mi sarebbe scoppiato un occhio dal mal di testa che mi tormentava.
La pioggia che cade sui fiori di mio nonno non mi invoglia a restare in casa. Mi ricorda invece, diluvio o non diluvio, che io devo andare all'università. Mi ricorda che nella maggior parte delle aule il riscaldamento è spento, perché non ci sono più soldi per farlo funzionare. L'altro giorno, al Teatro Ruzante, faceva così freddo che avevo le mani congelate e non riuscivo a prendere appunti. Non so perché, ma se non vado a lezione mi sento in colpa. Se non marcisco in un treno puzzolente due volte al giorno ho l'impressione di non aver vissuto.
Devo compensare dunque facendo qualcosa di costruttivo.
Studiare, scrivere un post. Poco importa se alla fine del post il mal di testa è tornato e mi viene quasi fa piangere constatando quanto sono idiota.
Non credo che idealmente il progetto di una fuga implichi sofferenza e sacrificio. Da più di un anno però mi sento così sola che tendo a vedere tutto in negativo, nonostante mi sforzi di fare il contrario.