Sono una appassionata non lettrice di XL, il mensile privo di senso che è possibile comprare con Repubblica per la modica cifra di un euro e novanta. Mio padre è solito acquistarlo, anche se poi lo sfoglia molto raramente. È una delle tante vittime inconsapevoli dell'oramai diffusissima tendenza da parte dei quotidiani ad uscire accompagnati da svariate tonnellate di allegati*.
Dicevo dunque che non leggo XL. Quando mi capita tra le mani e guarda caso sono in bagno mi diverto a scorrere le foto e a denigrare le poche recensioni che vi compaiono.
Da qualche tempo ho però notato che il “Mondo Emo” è divenuto uno degli argomenti prediletti della testata. Dico “Mondo Emo” perchè così è presentato sulla copertina del numero di novembre.
Il mese scorso ho dato un'occhiata ad un articolo apparentemente molto lungo sull'argomento, che in realtà era solo pieno di foto giganti. L'articolo non aveva alcun senso e consideva in un assemblamento di frasi che si suppone siano state pronunciate da alcuni “emo” durante una serie di interviste. Ciò che emerge parlando con questi fantomatici emo (o meglio, con questi fantomatici poser) e leggendo interviste sulle più svariate testate è una profonda incomprensione.
Quelli che io chiamo colloquialmente “emo”, cioè i bimbi che scaldano i gradini del vostro centro urbano e che sfoggiano capelli dai colori fasulli e retti da tonnellate di gel effetto estremo o piastrati ogni giorno, non amano farsi chiamare così. Allora come chiamarli? Io propendo per insistere sul termine emo, finchè qualcuno non troverà un modo per indicare il loro essere poseurs di un certo tipo.
Nell'articolo-inchiesta di XL di ottobre compaiono più o meno tutti i luoghi comuni sugli emo, ma non c'è traccia di riferimenti storici seri sulle radici del movimento. Comprensibilmente molte persone hanno mandato email alla redazione per commentare il contenuto del pezzo.
Nel numero di novembre alcune di esse sono state pubblicate, accompagnate dal titolo “Emo: musica, moda o esibizionismo?”.
La prima è opera di una quindicenne che si lamenta del taglio dato al pezzo, in cui la musica passa in secondo piano. Ella afferma che è riduttivo parlare di emo, perché esistono anche dei sottogeneri: “(emocore, emotional metalcore, screamo...)”; conclude poi dicendo: “Saremmo felici se scriveste dei veri gruppi emo moderni come i Bullet For My Valentine, Jimmy Eat World, Silverstein, Alexisonfire, Bring Me To Horizon ecc. che qui in Italia sono ignorati.”
La seconda email è di una tizia chiamata Vicky Moss, che compare nell'articolo uscito a ottobre su XL. Ella sostiene che il pezzo parla decisamente poco della “emo-scene, dalla quale sto cercando di discostarmi” e conclude con la sua proposta: “Essendo stata anche in televisione, a Scalo 76, credo di essere nel pieno dell'”onda”, come si dice, e quindi in grado di proporre una storia, un articolo, carino e anche divertente. Fatemi sapere.”
La terza ed ultima email è di una ragazza che critica la vacuità del movimento emo ed in particolar modo l'insistenza sul fatto di essere tutti depressi e tendenti al suicidio. Il senso del suo intervento è più o meno questo: anche se la vita può essere molto crudele, cerca di essere gioioso perché non esistono né la reincarnazione né l'Oltretomba.
Ciò che più mi irrita di XL è il suo microclima. La tendenza è sempre quella a proporre qualcosa di mainstream o al limite del mainstream come se fosse l'ultima trovata underground.
Allo stesso tempo movimenti come quello emo vengono stigmatizzati, mettendone in evidenza le incongruenze e la mancanza di fondamenta serie. Il punto è questo: se gli emo sono così deprecabili e stupidi perché continuare a parlarne insistendo sempre sugli stessi punti? Perché non cambiare registro? Perché non optare per un altro argomento?
Se il profitto è il solo obiettivo, la maschera da testata controcorrente è pura ipocrisia. Probabilmente sono semplicemente fuori dal target, ma mi preoccupa l'idea che chi invece ne fa parte subisca una influenza malefica.
L'aspetto più ridicolo di questa facenda è esplicitato nell'ultimo numero di XL, proprio all'interno della risposta alle tre email di cui parlavo sopra, in cui il lettore naturalmente stordito dalla divergenza dei vari punti di vista viene invitato a leggere l'intervista di Philopat (che pare essere l'addetto agli articoli pseudoalternativi) a Joe Lally, bassista dei Fugazi.
L'intento pare essere quello di far capire ai lettori ignoranti che l'emo non è un qualcosa di recente, ma nasce in tempi remoti. L'intervista a Joe Lally, che si riduce a poche battute del suddetto farcite da secchiate di inserti che non arrivano al punto, vuole essere un chiaro segnale, il cui senso è “i Fugazi sono il primo gruppo emo. Lo dice anche Wikipedia.”
Ma se i Fugazi sono davvero il primo gruppo emo, perché l'autore della risposta megalomane e paternalistica alle email dei lettori afferma “speriamo che [l'articolo di Philopat] aiuti a fare chiarezza e magari ad interessarsi a band come Hüsker Dü, Black Flag o Minor Threat che hanno ben altra profondità di gruppi come Alesana o Silverstein.”
Quand'è che Black Flag e Hüsker Dü gli sono diventati emo? Ma soprattutto com'è possibile che i Minor Threat siano essi stessi emo se si sono sciolti nel 1983 e i Fugazi hanno invece visto la luce nel 1987? La presenza di Ian MacKaye nei Fugazi è forse sufficiente a trasformare retroattivamente tutto ciò ch'egli fece in passato in qualcosa di emo?
In conclusione: tutto ciò è estremamente comico e a tratti amaro. Mi turba un tantino il fatto che il post-harcore più sacro stia subendo tutte queste violenze.
Consoliamoci con qualche video gioioso:
* persino il Giornale di Vicenza ha finalmente proposto i dvd del Ventennio Fascista!





