Il motivo per cui ho ricominciato a scrivere poco è semplice: sono stata travolta dagli eventi e dalle tonnellate di libri (per altro assai piacevoli) da studiare. Come se non bastasse ho notato che passare buona parte della mia settimana in uno stato di profonda tensione non è più fattibile. L'anno scorso riuscivo a controllare la mia rabbia. Nelle ultime settimane sono invece stata vittima di sentimenti nuovi e di un inedito senso di impotenza, legato ad una lunga serie di fattori.
Dopo la morte di mio nonno ho scoperto la presenza di un buco nel mio spirito. Ogni tanto mi rendo conto che di certe cose varrebbe la pena di parlare solo con lui. È a quel punto che tendo ad assumere la mia tipica espressione affranta.
Mio nonno è morto poco prima dell'esame di diritto che non ho passato. Successivamente è cominciata di nuovo l'università, accompagnata da tante notizie gradevoli relative ai tagli operati dal Governo e da un'isteria assai diffusa tra studenti, ricercatori e docenti.
Sto progettando una fuga all'estero da attuare dopo la triennale. Eppure questo non serve a calmarmi. Ogni giornata viene ricoperta da notizie di politica interna capaci di farmi tremare dal nervoso. I miei tentativi di restare calma si fanno sempre più vani.
Ieri avevo lezione di Sociologia Avanzata in aula magna a Scienze Politiche. L'ho trovata piena di idioti del collettivo studentesco che pretendevano di occupare lo spazio in questione per una delle loro futili assemblee dove l'unica opinione esprimibile è quella del collettivo stesso. Ovviamente non ho potuto fare a meno irritarmi. Ecco perché mi sono ritrovata ad urlare contro le loro pretese “democratiche” al punto da suscitare l'attenzione di un nullafacente bardato con stemmi anti-fascisti che si è sentito in dovere di dirmi di stare calma con un tono da mazzate in faccia.
Naturalmente la durata della lezione è stata ridotta drasticamente nel momento in cui siamo stati costretti a cambiare due aule.
Oggi a Padova ci sono state assemblee in tutte le facoltà con tanto di partecipazione dei presidi, dei docenti, dei ricercatori, del personale tecnico-amministrativo e ovviamente degli studenti. Ciò che ho potuto constatare è che i tizi del collettivo sono una minoranza del tutto marginare rispetto al numero corposo degli studenti di Scienze Politiche. Eppure, a causa della loro socializzazione secondaria e dell'indottrinamento cui sono stati sottoposti, si esprimono urlando, sempre e comunque. Pretendono di parlare per tutti e sparano scemenze clamorose affermando, ad esempio, che la nostra è una generazione inedita, in cui la partecipazione politica non è di tipo ideologico. Loro dovrebbero esserne l'esempio lampante. Come non ridere di fronte a tali idiozie? Come non ridere di fronte ad un tizio che ti insulta perché vai a lezione anziché recarti ad un'assemblea in giardinetto?
Fortunatamente l'incontro di oggi ha visto emergere la volontà di agire in modo diverso rispetto al passato. Si è detto di abolire le vecchie espressioni cariche di fantasmi, come “occupazione”. Da oggi infatti la facoltà patavina di Scienze Politiche è “università aperta” perché, come giustamente suggeriva uno dei nostri professori, l'università appartiene agli studenti, che la vivono quotidianamente. Non ha senso occupare qualcosa che è gia nostro. Inoltre, probabilmente già da domani, si tenterà di spostare alcune lezioni dalle aule alle piazze, in modo da stimolare il senso critico dei padovani e fare della controinformazione sensata.
Spero davvero che le iniziative di cui si è parlato vadano in porto e vengano attuate con serietà. I tizi del collettivo non fanno altro che parlare a caso pretendendo di comandare. Chi ha partecipato all'assemblea di oggi l'ha visto chiaramente.
A questo punto mi limito a sperare che facoltà ed atenei trovino degli accordi in tempo utile e che la gente si indigni.
Studio dunque con l'amarezza nel cuore. Mi capita spesso di scoprirmi in lacrime senza una ragione apparente, perché non riesco a gestire la pressione. Corro in giro per Padova fino a tardi e prendo treni dall'aspetto disgustoso, su cui realizzo che mi mancano persino le forze per mangiare.
Vedo persone che conosco molto bene e colgo il disprezzo nel loro sguardo. Per quanto mi sforzi non riesco più a parlare. Le uniche persone con cui riesco a sorridere sinceramente sono alcuni dei miei compagni di corso, conoscenze internautiche e pochi altri.
Negli ultimi due anni è sorto un muro attorno al mio corpo. Per quanto questa città si sia rivelata grandiosa negli ultimi mesi sul fronte della partecipazione popolare, non sono riuscita a calmarmi. Sono costantemente agitata od esausta; mi sento fuori posto. Il carico di tragicità altrui che volente o nolente mi sono caricata sulle spalle mi sta schiacciando. Credevo di essere più forte. Il dolore e la disillusione continuano a tornare a galla, indipendemente dalla mia volontà di vivere serenamente giorno per giorno. Da un lato so che questo dipende dal fatto che sto finalmente cominciando acquisire quello “sguardo sociologico” di cui si parla tanto agli studenti del primo anno del mio corso. Dall'altro c'è semplicemente un guazzabuglio notizie, saggi, filmati, racconti, speranze calpestate e discorsi gettati nel vuoto che popolano le mie giornate.
So che se raccontassi ad alcune conoscenze di questa mia incapacità di sopportare ciò che mi circonda e permea la mia vita riceverei risposte come: “C'è chi sta peggio di te.”
Infatti a colpirmi, al di là del fatto che ci terrei a studiare come si deve fino al conseguimento della laurea, sono proprio le problematiche altrui.
Qualche giorno fa ho letto un articolo che si trovava all'interno di una dispensa di Sociologia del Lavoro relativo al lavoro coatto in alcuni paesi del mondo. Il contenuto di quello scritto ha sconvolto le mie viscere.
Leggere di situazioni di quel tipo viste in chiave sociologica mi spinge a studiare sempre di più per sviluppare competenze che, tra qualche anno, possano permettermi di agire in qualche modo per migliorare la situazione. Lo stato attuale dell'università pare però indicarmi una strada alternativa, fatta di conoscenze ammassate nello stomaco e “vomitate” durante gli esami, come dice uno dei miei professori. La mancanza di tempo per approfondire e talvolta persino per studiare profondamente i programmi mi fa dubitare di molte cose, tra cui la possibilità di potermi un giorno considerare una sociologa.
Non mi stupisco dunque se l'agitazione che si annusa nella mia facoltà mi sta facendo impazzire. Studiare con calma e serenità pare sempre più un sogno.


