Ottobre 2008 Archives

Qualche tempo fa mi capitò tra le mani un volantino di un'erboristeria berica che pubblicizzava un prodotto chiamato Mooncup. mooncup_sacchettino.jpgLa foto che lo ritraeva scatenò in me una serie ricordi vaghi. Solo successivamente giunsi alla conclusione che ne avevo letto su qualche blog statunitense in un passato non troppo remoto.
Lessi in volantino mentre mi trovavo nel solito bar che frequento d'estate, quando ho bisogno di prendermi una pausa tra una sessione di studio e l'altra. Fin da subito compresi che quel pezzo di carta si era rivelato provvidenziale. Pareva proprio che la fantomatica Mooncup potesse evitarmi parte dei miei sensi di colpa legati a questioni ecologiche.

Mooncup è una coppetta in silicone anallergico che raccoglie il flusso mestruale invece che assorbirlo. Può essere riutilizzata per circa dieci anni. Non so se vi sia mai capitato di riflettere sulla quantità imbarazzante di assorbenti che vengono cestinati ogni anno nel mondo. Non conosco i dati precisi, ma quando ci penso nella mia mente compaiono immagini di distese infinite immondizia che potrebbe essere ridotta drasticamente.

Sfortunatamente mentre leggevo il volantino non mi trovavo da sola o in compagnia di sole donne. Fu così che per poco non vomitai nell'udire una serie di affermazioni ridicole e sessiste che si incentravano su tematiche che credevo ormai superate, almeno da parte di un determinato gruppo umano non più minorenne. Ci tengo dunque a precisare che:
-Mooncup non è utile ai fini della masturbazione.
-Mooncup non è utile per raccogliere il flusso mestruale in modo da poterlo poi riutilizzarlo in cucina.
-Se la vostra ragazza fa uso di Mooncup non avete motivo di essere gelosi.
-L'espressione mucosa vaginale fa ridere esattamente quanto un pezzo di granito poggiato per terra.
-Il ciclo mestruale non implica la necessità di un esorcismo.
-Avere una buona conoscenza del proprio corpo non dovrebbe essere motivo di scherno, specialmente se consideriamo il fatto che questo può prevenire problemi di salute.

Dopo aver letto parecchi commenti positivi online, ho provato Mooncup con la speranza che funzionasse bene anche su di me. A distanza di mesi ho deciso di scrivere questo post per condividere con voi quella che per me è stata una grande scoperta. Ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica in un Paese come l'Italia non è cosa semplice. I nostri sovraordinati votati democraticamente fanno finta di niente. Ricordo molto bene che circa due anni fa Berlusconi affermò che per quanto ne sapeva lui il surriscaldamento globale era solo un insieme di fandonie. Com'è noto il nostro premier ha la tendenza ha blaterare e a contraddirsi a distanza di giorni. Anche se in seguito si è corretto, ciò non toglie che osservando la sua faccia ci sia poco di che sperare.
Credo che il processo attraverso cui si prende coscienza di ciò che è giusto fare per il nostro pianeta e per chi/cosa lo abita non sia fatto di privazioni, come affermano in molti. La soddisfazione che si accompagna alla certezza di aver fatto qualcosa di buono per il bene comune compensa qualsiasi ipotetica nostalgia.
Invito dunque il pubblico femminile di questo blog a provare Mooncup. Se non siete convinte annotatevi il numero di assorbenti che usate ogni mese e moltiplicatelo per gli anni che vi separano dall'ipotetica menopausa.
Inoltre, al di là del contributo significativo per quanto riguarda la salvaguardia dell'ambiente, avrete fatto anche del bene al vostro portafoglio. Mooncup costa circa 35 euro e, come dicevo sopra, può essere riutilizzata per circa dieci anni. Il risparmio è non solo evidente, ma anche sufficiente a farvi svenire.

Link:
"Mooncup anch'io"; Vera racconta la sua esperienza.
Altre testimonianze
I commenti di alcune ginecologhe
Comprala online o guarda la lista dei rivenditori in Italia

Il motivo per cui ho ricominciato a scrivere poco è semplice: sono stata travolta dagli eventi e dalle tonnellate di libri (per altro assai piacevoli) da studiare. Come se non bastasse ho notato che passare buona parte della mia settimana in uno stato di profonda tensione non è più fattibile. L'anno scorso riuscivo a controllare la mia rabbia. Nelle ultime settimane sono invece stata vittima di sentimenti nuovi e di un inedito senso di impotenza, legato ad una lunga serie di fattori.
Dopo la morte di mio nonno ho scoperto la presenza di un buco nel mio spirito. Ogni tanto mi rendo conto che di certe cose varrebbe la pena di parlare solo con lui. È a quel punto che tendo ad assumere la mia tipica espressione affranta.
Mio nonno è morto poco prima dell'esame di diritto che non ho passato. Successivamente è cominciata di nuovo l'università, accompagnata da tante notizie gradevoli relative ai tagli operati dal Governo e da un'isteria assai diffusa tra studenti, ricercatori e docenti.
Sto progettando una fuga all'estero da attuare dopo la triennale. Eppure questo non serve a calmarmi. Ogni giornata viene ricoperta da notizie di politica interna capaci di farmi tremare dal nervoso. I miei tentativi di restare calma si fanno sempre più vani.

Ieri avevo lezione di Sociologia Avanzata in aula magna a Scienze Politiche. L'ho trovata piena di idioti del collettivo studentesco che pretendevano di occupare lo spazio in questione per una delle loro futili assemblee dove l'unica opinione esprimibile è quella del collettivo stesso. Ovviamente non ho potuto fare a meno irritarmi. Ecco perché mi sono ritrovata ad urlare contro le loro pretese “democratiche” al punto da suscitare l'attenzione di un nullafacente bardato con stemmi anti-fascisti che si è sentito in dovere di dirmi di stare calma con un tono da mazzate in faccia.
Naturalmente la durata della lezione è stata ridotta drasticamente nel momento in cui siamo stati costretti a cambiare due aule.
Oggi a Padova ci sono state assemblee in tutte le facoltà con tanto di partecipazione dei presidi, dei docenti, dei ricercatori, del personale tecnico-amministrativo e ovviamente degli studenti. Ciò che ho potuto constatare è che i tizi del collettivo sono una minoranza del tutto marginare rispetto al numero corposo degli studenti di Scienze Politiche. Eppure, a causa della loro socializzazione secondaria e dell'indottrinamento cui sono stati sottoposti, si esprimono urlando, sempre e comunque. Pretendono di parlare per tutti e sparano scemenze clamorose affermando, ad esempio, che la nostra è una generazione inedita, in cui la partecipazione politica non è di tipo ideologico. Loro dovrebbero esserne l'esempio lampante. Come non ridere di fronte a tali idiozie? Come non ridere di fronte ad un tizio che ti insulta perché vai a lezione anziché recarti ad un'assemblea in giardinetto?
Fortunatamente l'incontro di oggi ha visto emergere la volontà di agire in modo diverso rispetto al passato. Si è detto di abolire le vecchie espressioni cariche di fantasmi, come “occupazione”. Da oggi infatti la facoltà patavina di Scienze Politiche è “università aperta” perché, come giustamente suggeriva uno dei nostri professori, l'università appartiene agli studenti, che la vivono quotidianamente. Non ha senso occupare qualcosa che è gia nostro. Inoltre, probabilmente già da domani, si tenterà di spostare alcune lezioni dalle aule alle piazze, in modo da stimolare il senso critico dei padovani e fare della controinformazione sensata.
Spero davvero che le iniziative di cui si è parlato vadano in porto e vengano attuate con serietà. I tizi del collettivo non fanno altro che parlare a caso pretendendo di comandare. Chi ha partecipato all'assemblea di oggi l'ha visto chiaramente.
A questo punto mi limito a sperare che facoltà ed atenei trovino degli accordi in tempo utile e che la gente si indigni.

Studio dunque con l'amarezza nel cuore. Mi capita spesso di scoprirmi in lacrime senza una ragione apparente, perché non riesco a gestire la pressione. Corro in giro per Padova fino a tardi e prendo treni dall'aspetto disgustoso, su cui realizzo che mi mancano persino le forze per mangiare.
Vedo persone che conosco molto bene e colgo il disprezzo nel loro sguardo. Per quanto mi sforzi non riesco più a parlare. Le uniche persone con cui riesco a sorridere sinceramente sono alcuni dei miei compagni di corso, conoscenze internautiche e pochi altri.
Negli ultimi due anni è sorto un muro attorno al mio corpo. Per quanto questa città si sia rivelata grandiosa negli ultimi mesi sul fronte della partecipazione popolare, non sono riuscita a calmarmi. Sono costantemente agitata od esausta; mi sento fuori posto. Il carico di tragicità altrui che volente o nolente mi sono caricata sulle spalle mi sta schiacciando. Credevo di essere più forte. Il dolore e la disillusione continuano a tornare a galla, indipendemente dalla mia volontà di vivere serenamente giorno per giorno. Da un lato so che questo dipende dal fatto che sto finalmente cominciando acquisire quello “sguardo sociologico” di cui si parla tanto agli studenti del primo anno del mio corso. Dall'altro c'è semplicemente un guazzabuglio notizie, saggi, filmati, racconti, speranze calpestate e discorsi gettati nel vuoto che popolano le mie giornate.
So che se raccontassi ad alcune conoscenze di questa mia incapacità di sopportare ciò che mi circonda e permea la mia vita riceverei risposte come: “C'è chi sta peggio di te.”
Infatti a colpirmi, al di là del fatto che ci terrei a studiare come si deve fino al conseguimento della laurea, sono proprio le problematiche altrui.
Qualche giorno fa ho letto un articolo che si trovava all'interno di una dispensa di Sociologia del Lavoro relativo al lavoro coatto in alcuni paesi del mondo. Il contenuto di quello scritto ha sconvolto le mie viscere.
Leggere di situazioni di quel tipo viste in chiave sociologica mi spinge a studiare sempre di più per sviluppare competenze che, tra qualche anno, possano permettermi di agire in qualche modo per migliorare la situazione. Lo stato attuale dell'università pare però indicarmi una strada alternativa, fatta di conoscenze ammassate nello stomaco e “vomitate” durante gli esami, come dice uno dei miei professori. La mancanza di tempo per approfondire e talvolta persino per studiare profondamente i programmi mi fa dubitare di molte cose, tra cui la possibilità di potermi un giorno considerare una sociologa.
Non mi stupisco dunque se l'agitazione che si annusa nella mia facoltà mi sta facendo impazzire. Studiare con calma e serenità pare sempre più un sogno.

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Un post privo di commenti mi fa sempre uno strano effetto. Ammetto di essere viziata da questo punto di vista.
Aggiorno dunque il blog per due motivi:
1. per non avere più sotto il naso il post su Sell Out!, che continua a tormentarmi
2. per segnalarvi il mio scritto più recente su Citylights. Questo mese si parla di Amore Platonico.

sellout.png
Accanto al mio pc domestico giace da qualche giorno una lista di argomenti che ho intenzione di sviluppare a breve tra queste pagine. Un tempo mi sarei lasciata trasportare dalla foga creativa allagando le stanze da cui gentilmente mi leggete. Ora che ho ventun'anni* e posso vantare tra le mie proprietà un paio di occhiali dalla montatura tartarugata pare che la stanchezza si faccia sentire più frequentemente. In genere arrivo al tardo pomeriggio con un mal di testa assai persistente e la sensazione di aver agrottato la fronte per tutta la giornata. Temo che alla base del mio sfinimento cronico ci sia il tono di voce del mio professore di Lettorato Francese. Ieri mi sono seduta in secondo banco e per poco non mi sono esplosi i timpani.

Uno degli argomenti che intendo trattare potrebbe disgustare alcuni di voi. Lo so per certo poiché negli ultimi mesi ho tentato di parlarne con qualche conoscente, che ha reagito con battute infelici e sessiste. Intendo dunque aspettare qualche altra settimana, in modo da pormi nella giusta prospettiva.
Sappiate dunque che i miei post sconclusionati e dedicati in gran parte alla Questione Berica e al collasso dell'università italiana non sono sintomo di carenza d'idee, quanto piuttosto di isteria e panico.

Oggi avevo intenzione di starmene sul divano dedicando l'intera giornata alla lettura di Weber. Dato che la divisione patavina di Scienze Politiche dispone di un numero insufficiente di aule, nei giorni in cui cadono le sessioni di laurea tutti noi briosi studenti possiamo starcene a casa, poiché non c'è spazio per le lezioni. In data odierna ho dunque letto svariate decine di pagine de L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, mossa da una brama di conoscenza a dir poco paranormale. Quando il mio cervello ha dato i primi segni di cedimento ho optato per un giretto di ricognizione in giardino. È stato a quel punto che la mia vocazione di blogger si è fatta sentire sotto forma di una melodia trascinante, sbucata chissà come da un angolo della mia memoria.

Lunedì sera sono stata al cinema perché una volta all'anno, in svariate sale venete, vengono proiettati gratuitamente dei film, cosiddetti “di qualità”, selezionati tra quelli che sono stati presentati all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.
L'anno scorso vidi una pellicola di cui non ricordo né il nome né la provenienza in cui una serie di personaggi disadattati davano mostra della loro incapacità di vivere su questo pianeta. Quest'anno optai invece per una doppietta presso il cinema Odeon.
Alle otto e venti cominciò la proiezione di L'apprenti, un deprimentissimo film francese, proposto in lingua originale con sottotitoli. Pur avendo studiato la lingua in questione per otto anni ammetto di aver compreso ben poco di ciò che i personaggi si stavano dicendo. Temo che il problema non fosse mio, quanto piuttosto del loro background montanaro. In ogni caso non credo di poter affermare che L'apprenti sia un film deprecabile, anche se ve ne sconsiglio la visione. Personalmente fui colpita in particolar modo dalla scena in cui uno dei protagonisti prende a mazzate il capo di un giocoso suino e lo sventra discutendo del più e del meno.

Successivamente vidi $€11.0u7!, altimenti detto Sell Out!, un delizioso musical malese che scatenò in me una brama di vita che mai avrei creduto possibile dopo aver sopportato le tragiche atmosfere de L'Apprenti.
Ammetto che adoro i musical venati di demenza. Credo che questa mia inclinazione sia dovuta ad fatto che da piccola vidi svariate decine di volte la prima parte di Tutti insieme appassionatamente -fino alla scena del ballo con le tende e poco prima dell'avvento dei nazisti, per intenderci. La seconda parte del nastro era rovinata. Non ne ho mai sentito la mancanza.
Dicevo dunque che alcuni tipi di musical mi fanno impazzire. Per citare un caso recente, durante la visione di Across The Universe, ben cosciente delle recensioni tiepide comparse su blog e giornali in quei giorni, credo di essermi commossa svariate volte.
La prospettiva di assistere ad una proiezione in inglese di Sell Out! mi solleticava dunque non poco. Ne avevo letto su Memorie di un giovane cinefilo e per poco i miei capelli non erano diventati fucsia dall'esaltazione.
Affrontai dunque il film carica di aspettative altissime ed uscii dalla sala con un sorriso enorme stampato in faccia. Non saprei dire cosa mi sia piaciuto di più di questa pellicola. Forse le canzoni geniali, forse le scene di puro surrealismo macchiato di divertita demenza. Probabilmente l'insieme di elementi che compongono una lista in costante aggiornamento nella mia testa.
Fate dunque un piacere al vostro spirito martoriato. Guardate questo film al più presto possibile.

Inoltre: qualcuno di voi sa se per caso uscirà mai la colonna sonora? Cercando online non ho trovato notizie a riguardo.

*la sola idea mi ripugna

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Il rientro all'università è stato più traumatico del previsto. Le conseguenze dell'entrata in vigore del nuovo ordinamento si stanno già facendo sentire. La mancanza di aule e la dipartita degli appelli straordinari vanno a sommarsi alla tradizionale demenza dell'univerisità italiana, costante fonte di esaurimenti nervosi e attacchi di panico.
Mi scopro dunque intenta ad odiare le matricole, in particolar modo una tizia che si è infiltrata al mio lettorato di francese avanzato nonostante la riforma le impedisca di fare l'esame per almeno un anno. Ella sostiene che ha necessità di mantenere le sue competenze linguistiche. Implicitamente umilia la sottoscritta, che alla sua età poteva vantare una conoscenza più che discreta del francese e che tutt'ora è in grado di cavarsela, ma che trova spiazzanti le domande di grammatica* a bruciapelo.

Nonostante tutto ciò il collega ed io abbiamo deciso di investire uno dei nostri sabati in un'attività potenzialmente faticosa. La nostra fede** nel pregevole settimanale Internazionale ci ha spinti a cercare una combinazione di treni che ci permettesse di raggiungere Ferrara in tempo per assistere alla conferenza di David Randall.
Il venerdì mattina abbiamo entrambi lezione alle otto e mezza; questo significa che dobbiamo svegliarci molto presto ed affrontare una sorta di sfiancante maratona che ci permetta di raggiungere il Teatro Ruzante (l'unico territorio di Scienze Politiche dotato di sedie comode) in orario. Trenitalia in genere non aiuta.
Avevamo dunque deciso di recarci a Ferrara con calma, evitando di metterci ad urlare a Grisignano di Zocco***. Controllando online quale fosse la combinazione di treni più sensata scoprimmo che avremmo dovuto necessariamente prendere un InterCity. Ecco perché optammo per un viaggio in macchina.
Ci sono molti motivi per cui detesto questo paese. In via ipotetica so che mi piacerebbe viaggiare su rotaie, anche perché com'è noto i treni hanno un impatto ambientare ben più ridotto rispetto alla mia macchina. Eppure Trenitalia riesce a zittire -attraverso i costi spropositati dei biglietti e i regionali puzzolenti- persino le urla più furiose del mio spirito ambientalista.

Trovarsi circondati da lettori di Internazionale è una gran cosa. Mentre assistevamo ad una conferenza Baldra mi disse: “Pensa, probabilmente tra tutta questa gente non c'è una sola persona che abbia votato Berlusconi.”
Sensazioni paradisiache si alternavano nel mio cervello.
Un'altra cosa assai pregevole è fare conversazione con studentesse di Scienze Politiche dotate di buon senso. Due anni fa credevo che a Padova avrei trovato un buon numero di interlocutori entusiasti. Poi ho scoperto che per molti una laurea in Relazioni Internazionali o Sociologia non è poi così diversa da un generico attestato, che in linea teorica dovrebbe essere utile sul fronte lavorativo.

[Simpatico Link:
In conclusione vi segnalo questo post di TheEgo comparso in mattinata su Ciccsoft in cui il lettore è invitato a strizzare gli occhi per scrutare a fondo due foto scattate durante il festival. Anita, Baldra ed io siamo visibili (per lo meno da chiunque non abbia una vista perfetta) in questa versione, un po' più dettagliata.]

[la foto in alto è di Attimo]

*del tipo: “questo è un gerundivo o un participio presente?”
** perdonate il termine
*** Tradizionalmente i regionali che si muovono tra Verona e Venezia fermano per svariati minuti a Grisignano di Zocco, in modo da dare la precedenza ai treni gerarchicamente più importanti (cioè tutti gli altri) in ritardo. Ecco perché tutti noi siamo scossi da ira e conati di vomito quando qualcuno pronuncia la parola “Grisignano”.

Comprare i quaderni per i corsi che si intendono seguire nel corso del semestre è una di quelle attività che rende pregevole l'istruzione universitaria.
Oggi mi sono recata a lezione in quel di Padova coccolando i miei nuovi acquisti in carta riciclata. La giornata si preannunciava gradevole.

Gli eventi tragici hanno cominciato a verificarsi verso le ore undici, quando il mio zaino si è sfasciato di punto in bianco. Poco dopo mi sono presentata alla prima lezione di Sociologia del Lavoro I. Il professore ha presentato il corso e ha risposto alle domande degli studenti, come da procedura. Successivamente ci ha fatto presente che il boss dell'Ateneo di Padova aveva invitato i docenti a spiegare in poche parole quali conseguenze avranno e stanno avendo i mitici tagli all'istruzione e la cosiddetta Riforma Gelmini.
Mentre le parole prendevano forma nella cavità orale del mio prof ho visto il futuro sgretolarsi e ho bramato un falò alimentato dai corpi senza vita dei puttanieri e delle povere di spirito che stanno facendo a pezzi quel poco che c'era di questo triste paese.

Una volta tornata a Vicenza, sfinita e amareggiata, mi sono imbattuta in un banchetto del No Dal Molin. Un cartellone annunciava che nelle ultime ore il terreno dell'aereoporto civile è stato ufficialmente ceduto agli Stati Uniti. Conseguentemente la consultazione popolare che avrebbe dovuto tenersi questa domenica è stata annullata.
Non ho più parole per descrivere il mio senso di impotenza e la mia rabbia. Non so più che argomenti usare con i vicentini che hanno votato Berlusconi o Lega Nord. Adesso come adesso so solo che, per quanto questa città mi stia stretta, ho sempre amato la maestosa quiete generata dalla vista di un monumento palladiano al tramonto.

Non ha senso essere educati con chi gioca con la tua vita, con chi distrugge la tua città, la tua università, le tue speranze. Tempo fa vi domandavo come riuscite a restare calmi di fronte all'ignoranza ostentata dei leghisti.
Oggi vi chiedo la stessa cosa.
Subito dopo l'annuncio da parte dell'ex sindaco di centro-destra Hullweck relativo all'edificazione della Ederle 2 moltissimi leghisti si erano dichiarati contrari. Il motivo è molto semplice: gli statunitensi sono pur sempre extra-comunitari che amano occupare il ricco nord-est.
A distanza di pochi mesi è difficilissimo trovare un leghista disposto ad ammettere che l'ampliamento lo irrita. Tutti fanno finta di niente, quasi fossero stati resi ciechi dall'eloquenza del loro brillante leader.
Cosa ha senso fare con questa gente? Nel loro cervello fluttua una sola parola: sicurezza. La ripetono come pappagalli anche dopo che gli si è provato che le priorità per questo paese sono altre.

Il desiderio di fare qualcosa -qualsiasi cosa- mi spinge ad abbandonare la prospettiva di una doccia ristoratrice. Alle 20.30 sarò in Piazza Castello con (spero) molti altri vicentini per una fiaccolata contro la vergognosa decisione del Consiglio di Stato.

In conclusione riporto frammenti della rassegna stampa di oggi dal sito del No Dal Molin.

Per Cinzia Bottene, consigliere comunale e leader del movimento contrario all'ampliamento della base americana a Vicenza, la decisione del Consiglio di Stato «dimostra che in città c'è un'emergenza democratica». (...) «La reazione - precisa Cinzia Bottene - sarà immediata sin da oggi».

«Siamo di fronte a un golpe con cui si cancella la democrazia». Così Vittorio Agnoletto, eurodeputato Prc/Sinistra Unitaria Europea, commenta il no del Consiglio di Stato al referendum sull'ampliamento della base Usa. «Il Consiglio di Stato rinuncia a svolgere il suo ruolo d'istituzione autonoma dall'esecutivo e si appiattisce sulla linea del governo. E anzi, ha fatto sue nelle motivazioni esattamente le stesse dichiarazioni rilasciate in questi giorni da Berlusconi e La Russa contro il referendum, che tra l'altro avrebbe certamente dato ragione a chi si oppone all'ampliamento della base». Alle 17 di oggi Agnoletto annuncia di avere un incontro con il prefetto di Vicenza per «denunciare le indebite ingerenze del governo in quella che doveva essere una ordinaria consultazione popolare». «Ci troviamo di fronte a un vero e proprio atto di regime - prosegue il deputato europeo - con il quale si cancella un diritto previsto dalla Costituzione che garantisce alla popolazione di esprimere liberamente la propria opinione». «Ricordo infine - conclude Agnoletto - che consultazioni di questo tipo sono esplicitamente previste anche dall'Unione Europea».

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