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Baby, We'll Be Fine

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Ho sempre apprezzato il pranzo del sabato perché fungeva da riunione familiare. Durante l'infanzia raccontavo ciò che la mia timidezza mi impediva di condividere con il mondo. Alle superiori ho cominciato a dare sfogo alla mia vena polemica. Le periodiche sgridate dovute ai miei comportamenti idioti o ai voti in matematica non sono riuscite a cancellare l'aroma piacevole di quel momento.

In questo istante dovrei essere a tavola con i miei genitori. Invece bevo un numero imprecisato di litri di acqua ascoltando i National, poiché mia madre è da qualche parte con la gente della Giovane Montagna e mio padre sta lavorando nel leggendario open space patavino.
Sono un po' affranta. Che sia la vecchiaia incombente?

Negli ultimi giorni ho introdotto David Foster Wallace in ognuno dei miei discorsi pubblici e ho ripreso in mano Infine Jest, che avevo abbandonato tre o quattro anni fa perché non riuscivo a infilarlo in borsa e perché l'odore dell'edizione Fandango non mi piaceva per niente.
Ieri ho riletto i primi due capitoli tra le mura consunte della Biblioteca Bertoliana mentre il mio stomaco affogato nel caffé mi malediva e bestemmiava il dio dei succhi gastrici. Avendoli letti più volte li ricordavo molto bene, così come ricordavo l'esaltazione provata soffermandomi su una certa espressione od incontrando la prima nota a pié pagina.
Ieri è stato diverso, anche se non saprei dire in che senso.
Forse il fatto di avere accanto qualcuno cui far annusare a fondo quelle pagine, il cui odore è in parte sbiadito, in un bar pieno di vecchietti mi ha fatto apprezzare nuovi aspetti dell'esperienza Infinite Jest.
Il suicidio di David Foster Wallace mi ha spinta a sostituire i miei proverbiali discorsi deprimenti con frammenti di quel quadro gioioso che ha in parte sconvolto il mio rapporto con la lingua.
Mi è stato chiesto -”Come va?” e io ho risposto che avevo ricominciato a leggere Infinite Jest, mostrandone poi la mole. Deliziosa mole.

Non mi capita quasi mai di discutere di letteratura, nonostante io lo desideri moltissimo. Non la studio all'università, mio nonno è morto, mia nonna qualche tempo fa ha riportato dei danni cerebrali (anche se questo non le impedisce di parlarmi dei Buddenbrook e di Manzoni), inoltre l'argomento emerge assai di rado quando mi trovo con i miei amici.
Il dolore lieve ma insidioso che si è aggrappato alla mia schiena dal momento in cui ho letto questo pezzo sul New York Times non sembra volersene andare. Lo uso allora per legittimare la mia cieca insistenza sul mezzo cartaceo. Potrà sembrare idiota, ma i miei periodici pianti di insoddisfazione sono spesso dovuti all'assenza di quelle tre o quattro persone con cui da piccola credevo avrei stretto un'amicizia salda e con cui avrei potuto parlare di libri in tranquillità, senza dover dosare le parole, senza divenire noiosa nel giro di trenta secondi.

Quando nella tua città c'è poco o niente da fare, quando il percepire un accento americano lungo Corso Fogazzaro scatena in te una rabbia che non credevi di poter contenere senza esplodere, quando Berlusconi spara l'ennesima cazzata, cosa ha senso fare?
Io ho sempre pensato che l'opzione più intelligente fosse leggere, perché è una di quelle attività che si possono svolgere ovunque e che può cancellare ogni singola traccia di ciò che ti circonda.
Dunque quando mi scopro intenta a raccontare che cerco sempre di leggere almeno cinquanta libri all'anno, perché le statistiche italiane mi terrorizzano, non lo faccio perché sono stupida e mi piace sfoggiare le mie paranoie. Lo faccio perché sono frustrata, perché sono stanca della gente che parla di un argomento (talvolta critico) senza saperne assolutamente nulla, ma soprattutto perché spero che i miei interlocutori mi spieghino come fanno a sopravvivere a Vicenza senza trovare rifugio nei libri.

Tags:

  • David Foster Wallace
  • Infinite Jest
  • libri
  • Morte

Posted on 20.09.08 15:09 | Permalink

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