Conchiglie

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Sogno spesso funerali, gente morta e chiusura mentale cattolica. Fino ad un paio di anni i miei incubi erano invece invasi da contesti dittatoriali più o meno realistici che, una volta raggiunto il banco di scuola, divenivano appunti per un ipotetico romanzo distopico.
I funerali cattolici sono crudeli ed inutilmente deprimenti. Qualche tempo fa presenziai a quello di un'amata prozia e ne fui traumatizzata.
Per un fedele non tendente a dubitare di un buon numero di dogmi palesemente ridicoli la cerimonia può apparire come un qualcosa di consolatorio e gradito; un territorio liminare che è bene calpestare, per dimostrare a Dio, ai parenti e a sé stessi che si crede in quella fluttuazione post-mortem fatta di santi, figure angeliche e beatitudine eterna.
Il non credente ed il dubbioso, invece, meritano di stare ad ascoltare i tanti discorsi sull'Aldilà contemplando la bara contenente il corpo senza vita di una persona amata, ripetendosi che la tortura finirà presto e che non è il caso di farsi prendere dall'isteria.
Quando penso ai funerali costruisco immagini teatrali e ridicole in cui il buon senso trionfa sul tepore della mano di Dio poggiata sulla spalla dei sofferenti.


Poi un giorno mi telefona mio padre e mi informa che mio nonno è morto. Penso allora a mia nonna nel suo letto d'ospedale, circondata da anziani fuori di testa. Penso al suo dolore, alla palude di solitudine in cui dev'essere sprofondata da un momento all'altro.
Il giorno del funerale mi sono svegliata presto e ho guidato fino a Crespano in compagnia delle tre persone che compongono il ramo materno della mia famiglia. Ho ascolto i tradizionali discorsi deprimenti facendo finta di niente.

Dato che mio nonno è morto a poche ore da Ferragosto le pompe funebri erano in ferie, così la bara è stata piazzata in salotto con una specie di frigorifero molto rumoroso che fungeva da copertura. Il giorno del funerale credo che abbiano esposto la salma, perché tutti sono andati a vedere cosa succedeva in salotto. Io ho evitato questo inutile trauma e mi sono rifugiata nei pressi dell'appartamento dove viveva la mia prozia, nella stanza che fungeva da ripostiglio.
Lì ho trovato una valigia rotta e l'ho riempita di dischi, libri estremamente gialli e qualche ricordo di mio nonno, come un grande raccoglitore di velluto pieno di immagini di microrganismi pelosi.
In quei momenti pensavo al fatto che tutta quella roba avrebbe potuto essere cestinata. Ho provato delle vecchie scarpe di mia nonna, che ora non si regge in piedi, ma erano troppo grandi per me.
Una volta giunta di fronte alla chiesa contavo di entrare e ascoltare distrattamente. Poi invece sono rimasta fuori e ho pianto un po'. La sola idea di entrare e subìre una triste carrellata di ricordi, volti gravidi di lacrime e discorsi sulla misericordia di Dio mi faceva contorcere lo stomaco.
Dopo un po' ho visto che c'era un fruttivendolo dall'altra parte della strada e sono andata a comprarmi una mela. Vagando a caso tra i vecchiotti del paese ho intravisto il mio nonno materno che, come ogni pensionato scledense che si rispetti, si dice comunista.

La mia idea iniziale era quella di partecipare alla giornata rendendomi invisibile, senza dare fastidio a nessuno. Poi ho scoperto che le mie Birkenstock non erano adatte alla situazione e che mangiare una mela fuori da una Chiesa è rischioso.
Mentre addentavo il succoso frutto non lavato ho visto uscire la bara, seguita dai miei parenti sfatti e ho notato poi la disapporvazione che prendeva forma sul volto di mio padre.
Sono proprio una persona di merda. Sostituisco involontariamente a Dio il frutto della depravazione, nel vano tentativo di consolarmi almeno un po'.

Al momento tento di zittire il vuoto che sibila nel mio torace studiando per il vomitevole esame di diritto della settimana prossima. Eppure non posso fare a meno di sentirmi vile e anormale, perché l'idea che mi ero fatta di questo tipo di dolore non sembra coincidere con ciò che provo da qualche giorno.
Al di là del fatto che non riesco a sopportare l'idea di mia nonna vedova, ciò che mi turba non è tanto la scomparsa di mio nonno in quanto tale, quanto piuttosto la dipartita della sua cultura e della soddisfazione che compariva sul volto quando gli raccontavo del mio orto o dei romanzi russi che avevo letto. Per molti anni mi sono sentita infinitesimale al suo cospetto, senza rendermene conto. Solo da qualche tempo avevo notato che i miei discorsi lo rendevano felice. Forse accadeva anche prima. Non so.

In questa fase della mia vita, che secondo alcuni dovrebbe essere dedicata alla giocondità e alle amicizie, trovo conforto quasi esclusivamente nella carta stampata. È stato un percorso graduale; un sentiero che ho imboccato del tutto inconsapevolmente. Senza i libri che ricoprono i muri della mia camera sarei una creatura nuda, gettata nel mondo senza alcun tipo di protezione, senza un appiglio. Tra quelle pagine fruscianti ho capito che cosa volevo e non volevo essere.
So che devo tutto questo ai miei nonni paterni e materni che, in modi molto diversi, hanno piantato nella mia casa toracica il seme dell'amore per la carta e l'inchiostro.

Ora che mio nonno non c'è più mi sento sola ed analfabeta. Le decine di volumi scientifici che occupano la libreria del salotto non mi dicono niente, eppure la loro presenza ha su di me un effetto magnetico. Non so nulla di botanica, di astronomia, di chimica. Non so nulla dell'enorme collezione di conchiglie che mi ha lasciato in eredità. Vorrei poterne comprendere l'immenso valore, la bellezza e non limitarmi ad ascoltare il rumore del mare che fluttua nel loro ventre.
Al momento desidero solo questo.

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