
A volte ho l'impressione che i miei genitori vogliano rinchiudermi in un loculo insonorizzato. Le altre persone che ho la fortuna di frequentare reagiscono in modo ambivalente ai miei discorsi colmi di disillusione e quella che mia madre chiamerebbe “negatività”. Molti reagiscono lasciandomi da sola con la mia conversazione, che diventa così un monologo idiota. Dovrei ormai essere abituata a questa pratica, ma in realtà non posso fare a meno di soffirne ogni volta.
Per voi mi limito, perché temo la solitudine.
Nelle ultime settimane ho sperimentato la sofferenza che si irradia attorno al bivio che separa sempre più radicalmente silenzio e denuncia.
Un sabato sera mi trovavo al Cancelletto, uno dei ritrovi prediletti dai giovani berici per il rituale collettivo dello spritz. Ad un tratto sono comparsi un tizio (vile studente di Scienze Politiche) e una tizia che, dopo aver affermato di voler realizzare una ricerca di marketing, hanno distribuito dei pacchetti di Marlboro Compact a chiunque avesse dichiarato di essere fumatore. Questo ha spinto chiunque fosse nei paraggi ad accendere una sigaretta. Nel giro di pochi secondi mi sono sentita male perché l'aria nella piazzetta si era fatta irrespirabile.
Mi sono forse lamentata con gli amici avventori? Ho espresso il mio disagio? Ovviamente no. Ho sopportato fino al sopraggiungere della nausea. A quel punto me ne sono andata e ho passato il resto della serata odiando l'universo.
Non amo irritare le persone. Considerando con quanta fatica ho imparato ad interagire con la gente, parrebbe stupido cestinare tutto questo lavoro parlando di mucche piene di ormoni e fertilizzanti biologici. Eppure non posso farne a meno.
Poi ci sono giorni in cui ho paura e allora parlo poco; non mi lamento del fumo in faccia perché non voglio dare fastidio.
Esiste una qualche forma di equilibrio? Ha senso tenere la bocca chiusa quando si ha una grande notizia che fa soffrire?
Dopo cena ho lavato i piatti. Avevo lasciato in un angolo una confezione vuota di curry. Il barattolo era i vetro, il tappo di plastica. Ho tentato di separarli per fare la raccolta differenziata. Dopo qualche tentativo ho constatato che non era possibile. Ho pensato a tutte le persone che devono essersi trovate nella mia situazione. Dubito che qualcuno abbia reagito come me, una giovane donna con una cisterna della sopportazione costantemente colma.
Ho tentato invano di sventrare il tappo con una forbice. Ho poi considerato al possibilità di rompere il vetro, ma ho temuto per la mia incolumità.
A quel punto mi sono incazzata in silenzio e ho odiato nuovamente l'universo.
Il problema è stato infine risolto fondendo la plastica con la fiamma di un fornello e sventrandola con la forbice.
Che senso ha passare mezz'ora della propria vita in questo modo? Personalmente ho sfogato la mia frustrazione. La puzza di bruciato è divenuta il mio urlo isterico. Le imprecazioni sussurrate sottendevano gli insulti che non ho mai avuto modo di rivolgere agli autisti di SUV che hanno rischiato di investirmi, alle vecchie rincoglionite del comitato Sì Dal Molin, ai coetanei berici che mi fanno vergognare di esistere.
Mi sento vuota, perché la lotta con l'essere inanimato è stata ardua.
So solo che impedirò a mia madre di comprare di nuovo quel curry maledetto, sulla cui confezione non compariva nemmeno il simbolo che incita il consumatore a riciclare l'imballaggio del prodotto in questione.
Fate lo stesso. Odiate con me il deprecabile Curry della Cannamela ed assillate vostra madre con racconti atroci sullo stato delle mucche piene di ormoni. Forse un giorno i nostri monologhi travolgenti si riveleranno utili.