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A Means To an End

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Da qualche tempo ho scoperto un buco nel mio spirito. Questo buco è di dimensioni considerevoli. Credo che sia dedicato alla fede e al senso di appartenenza. Sorvolando sulle questioni religiose, la cui persistenza nella mia coscienza sta frantumando molte cose che dovrebbero invece essere solide, ho notato una sempre più sentita richiesta di certezze da parte del mio animo.
Un tempo avrei cercato nella letteratura, in un disco chiave.
Oggi non posso fare a meno di tentare una via più semplice, che non implichi investimenti mentali troppo elevati.
Invidio segretamente i minorenni che lungo Corso Palladio fanno ciò che mi apparteneva quando ero solo una fatiscente fan degli Smiths al primo stadio. Hanno un sacco di tempo da cestinare con disincantato candore.
Attraverso la demenzialità di una corsa a perdifiato sembrano colmare un vuoto che io ero solita allargare chiedendo sempre e comunque risposte affermative. Le ottenevo molto di rado.
Il motivo per cui oggi mi scopro così disperatamente dipendente da Baldra risiede nella sua capacità di rispondermi come nessun'altro ha mai fatto.
Questa sera abbiamo guardato insieme “Control” di Anton Corbijn. Per mesi ho finto che sarebbe stato proiettato in un cinema della città. Oggi ho constatato che la mia cieca fiducia nel potenziale di queste terre pianeggianti ha generato solo delusione, privazioni e sempiterne incazzature.
Ci sono giorni in cui rimpiango i tempi della pochezza, quando i dischi su cui piangere erano solo una piccola torre. Sapevo come vestirmi, qualche parte interpretare. Ero in grado di fingere una conoscenza del post-punk che probabilmente non raggiungerò mai.
Spaziando tra generi che un tempo ero solita schifare credo di aver perso pezzi della mia capacità di trovare conforto in ciò che amo.
La sovrabbondanza di fonti ha cancellato il mio orgoglio identitario. Sono davvero qualcosa?
La visione di “Control” ha riportato a galla il ricordo dei tempi in cui scoprii i Joy Division.
Indossando cuffie che annullano il rumore del pianeta e tornando per necessità alla voce di Ian Curtis ho l'impressione che in questi anni non sia accaduto nulla. Nulla di ugualmente dilaniante.
A quindici anni amavo soffrire con la mia musica, per trarne una qualche forma di conforto. Oggi la sento scalpitare tra lo stridore di un treno in frenata ed auricolari che mi fanno venire la nausea.

La domanda é: perché non ho ancora appreso la sublime arte di sentirmi adeguata?
Non intendo sembrare una di quelle bimbe isteriche che si rivolgono polemicamente al Sistema. In mancanza di altri capri espiatori, accuso gli odierni emo.

Link: Il MySpace dei Joy Division

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