Tra qualche minuto esco.
Vado al piazzale della stazione. Da lì parte la manifestazione No Dal Molin.
I giornali non ne hanno parlato, a parte qualche raro caso.
Mi domando quanti vicentini ci saranno.
L'anno scorso, durante la grande manifestazione che trasformò la città in una creatura del tutto inedita, molti dei miei concittadini scelsero di restare a casa, di fare qualcos'altro.
Il tempo è sempre poco. Siamo schiacciati tra mille impegni e andare a disturbare i militari americani con le pentole ci risulta impossibile.
Ma in questi casi, quando abbiamo modo di far sentire la nostra voce, puntando sui numeri, sull'affluenza, restare a casa significa pronunciarsi per il Sì.
Abbiamo ancora il fiato di Bush sul collo. Il fatto che i giornali non parlino quasi più della faccenda non significa che qui sia cambiato qualcosa.
Napolitano si è recato in questi giorni a Washington, dove ha rassicurato Bush, dicendo che la Ederle 2 si farà.
Lottare ancora, nonostante tutto ciò, fa male al cuore. Sbandierare il proprio dissenso significa affondare il coltello nella piaga. Eppure non farlo sarebbe ancor più doloroso.
Quando passo davanti alla Ederle 1, a San Pio X, non posso fare a meno di sentirmi responsabile. La mia città accetta e favorisce l'omicidio indiscriminato, la mia città ignora bellamente il lavaggio del cervello a cui vengono sottoposte le giovani reclute. Trova necessario che intere famiglie innocenti vengano sterminate. Chiude gli occhi e pensa ad altro quando qualcuno racconta il lutto delle tante famiglie statunitensi che hanno perso i loro figli.
Ciò a cui assistiamo da anni è radicalmente sbagliato. Togliere deliberatamente la vita ad una persona, dichiarare una "guerra preventiva", barattare cadaveri e petrolio. Tutto ciò è sbagliato.
La mia città non arrossisce, non si sente responsabile.
Io sì. Io provo vergogna.


